Fermi ma non ostili

pubblicato da: Serena - 29 luglio, 2013 @ 9:36 am

Qualche giorno fa una persona mi ha chiesto quale sia la differenza fra dire le cose in modo ostile e in modo fermo. Colgo, quindi, l’occasione per comunicarlo anche a voi.
Nel primo caso si crede che il proprio punto di vista sia l’unico possibile e corretto e, quindi, si accetta solo contributi in linea con il proprio pensiero; nel secondo caso si crede che il proprio punto di vista sia valido ma che lo possa essere anche quello dell’altro e, quindi, si è determinati nell’esprimersi ma anche disponibili ad affrontare contributi diversi.
Un altro aspetto riguarda la comunicazione non verbale che nei due casi è ben diversa. Nel primo caso il tono di voce può essere più alto, la fronte corrugata e il corpo irrigidito; mentre nel secondo caso il tono di voce è solitamente calmo e il corpo più rilassato.
Le conseguenze a livello relazionale dei due scenari sono ben diverse. Nel primo caso ciò che l’altro percepisce a livello relazionale è aggressività e poco interesse per la propria visione delle cose, sentimenti che portano a porsi sulla difensiva e, quindi, a interrompere il flusso di una comunicazione autentica. Nel secondo caso ciò che l’altro percepisce a livello relazionale è apertura e rispetto per la propria posizione, percezioni che portano a propria volta ad apertura e ascolto nei confronti dell’interlocutore rendendo così la comunicazione autentica e virtuosa.
Ecco, quindi, che se si vuole veramente essere efficaci nella comunicazione occorre essere fermi per evitare di rinunciare alla propria visione delle cose e, nello stesso tempo non ostili per evitare di squalificare l’altro e interrompere lo scambio comunicativo.

Dott.ssa Serena Costa

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Un gemello allo specchio: il riconoscimento di Sé

pubblicato da: Serena - 8 luglio, 2013 @ 9:43 am

Il test dello specchio è una classica prova che si utilizza in psicologia dello sviluppo per verificare come avviene il processo di autocoscienza di Sé. Il fatto che un bambino riesca a riconoscere l’immagine riflessa nello specchio come propria, indica che il bambino ha acquisito la consapevolezza di essere un individuo. Tale coscienza di Sé inizia verso i 18 mesi.

Questo processo in un bambino gemello avviene nello stesso modo degli altri bambini?

Da quanto dice la ricerca nell’ambito della psicologia dello sviluppo pare di si.

Anche se il bambino cresce a stretto contatto con il gemello, il processo di riconoscimento della propria immagine riflessa nello specchio segue un processo diverso. L’immagine del volto reale del fratello gemello, anche se identica nel caso dei gemelli omozigoti, non corrisponde all’immagine riflessa nello specchio che il bambino osserva di se stesso. Quest’ultima, infatti, ha una caratteristica peculiare che la rende diversa: essa si muove in modo sincronico con il bambino stesso, cioè se il bambino ride, l’immagine riflessa ride, se il bambino la osserva con sguardo serio anche lo sguardo riflesso è serio, se invece allunga la mano, anche la mano dell’immagine riflessa si avvicina alla sua mano e così via.

Tale aspetto non è indifferente per il bambino che ad un anno e mezzo è già in grado di capire che gli altri (compreso il fratello gemello) hanno intenzioni, attese e sentimenti che sono leggibili dalla modalità diversa in cui l’interlocutore risponde. Quando la pura imitazione che il bambino osserva nello specchio sconcerta il bambino, significa che sta compiendo l’importante passaggio evolutivo che gli permette di capire di essere un essere a Sé. Da li a poco sarà, infatti, in grado di dire “Sono io”.

La relazione stretta che si crea tra i gemelli sin dalla vita intrauterina, soprattutto per i gemelli omozigoti, pare quindi non influenzare il processo di riconoscimento della propria immagine. Ha sicuramente la sua influenza nel successivo processo identitario.

Dott.ssa Serena Costa

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Bibliografia

“L’Io allo Specchio” di A.A.Galli, I.Bianchi, N.Dolcini, Università degli Studi di Macerata, 2005.

 

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Quando i bambini riconoscono di essere individui?

pubblicato da: Serena - 17 giugno, 2013 @ 7:57 am

Il processo che porta un bambino a comprendere di essere un essere unico, distinto da tutto il resto, avviene nei primi due anni di vita.

Il primo segnale di questo processo si ha intorno agli 8 mesi in cui si verifica un particolare fenomeno: il bambino se lasciato in braccio ad una persona a lui non familiare inizia a piangere disperato e a ricercare con lo sguardo o con le braccia mamma o papà. Si tratta della fase chiamata “angoscia dell’estraneo“. Questo comportamento dimostra che il bambino ha imparato a distinguere ciò che gli è familiare da ciò che non lo è, iniziando così a costruire dei limiti di sé.

Successivamente il bambino facendo nuove esperienze scopre tantissime cose di sé, quali ad esempio che riesce a muoversi liberamente nello spazio e a compiere numerose azioni su di esso.

Verso i 18-24 mesi accade poi un altro segnale che dimostra che il bambino ha compreso definitivamente di essere un essere unico distinto da tutto il resto: la fase dei no. Il bambino inizia cioè a dire frequentemente la parola “no!” per opporsi ai genitori, opposizione che restituisce chiaramente l’idea di due unità distinte in contrapposizione. Questa fase, accompagnata spesso da altre parole quali “io!” o “faccio io!” mette in evidenza che il bambino ha capito di essere diverso dai genitori e, in più, di avere pensieri ed emozioni propri.

Come ulteriore conferma dell’avvenuto processo è possibile effettuare in questo periodo un ulteriore test, chiamato “test della macchia rossa” ideato da Gordon Gallup. Il test prevede di disegnare un pallino colorato sulla fronte del bambino e di collocare il bimbo davanti allo specchio. Il bimbo che ha compreso di essere un individuo, dopo aver guardato l’immagine nello specchio si toccherà sulla propria fronte, dimostrando di aver compreso che il volto riflesso nello specchio è il proprio. Il bimbo che invece non ha fatto ancora questo passaggio, toccherà con il dito l’immagine del volto riflessa nello specchio in corrispondenza del pallino.

Dott.ssa Serena Costa

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La divisione dei compiti nel nostro cervello

pubblicato da: Serena - 27 maggio, 2013 @ 8:07 am

Il cervello umano è un organo fondamentale del nostro corpo nel quale si realizzano le attività cognitive e psichiche di un individuo.

La parte del cervello che siamo soliti conoscere per la sua forma di noce, divisa in due parti e caratterizzata da numerosi circonvoluzioni, si chiama “corteccia cerebrale” ed è la parte evolutivamente più recente, cioè che si è sviluppata successivamente alle altre, che si occupa delle funzioni cognitive (la percezione, l’attenzione, la memoria, le immagini mentali,  l’apprendimento, il ragionamento, la risoluzione di problemi, il linguaggio). La neocorteccia non svolge tutte queste funzioni insieme, ma ha suddiviso la sua area in centri specializzati chiamati “Lobi”. Vediamo ora quali sono i principali lobi cerebrali.

Il lobo parietale è la parte intermedia di ciascun emisfero cerebrale. Si occupa della ricezione degli stimoli sensoriali che arrivano dalla pella e dalla posizione corporea. Le cellule cerebrali (i neuroni) di questa area si attivano, ad esempio, quando qualcuno ci sta accarezzando o quando urtiamo qualcosa, oppure quando stiamo correndo o stiamo facendo una capriola.

Il lobo occipitale  è l’area posteriore di ciascun emisfero cerebrale, situata dietro il lobo parietale e sopra il lobo temporale. Questa parte del cervello si occupa di ricevere e analizzare le informazioni visive. E’ attiva, ad esempio, quando stiamo osservando o immaginando qualcosa.

Il lobo temporale è quella vasta area degli emisferi cerebrali che si trova davanti al lobo occipitale e al di sotto di esso.  Si occupa dei processi di elaborazione degli stimoli uditivi. Funziona, ad esempio, quando si sta ascoltando una musica o una persona che parla.

Il lobo frontale è la parte anteriore-superiore di ciascun emisfero cerebrale che si occupa dei processi mentali superiori. Mette cioè insieme le informazioni provenienti dalle altre parti del cervello e si attiva, quindi, quando siamo impegnati a fare dei calcoli oppure quando stiamo ragionando o riflettendo su come comportarci in una determinata situazione, quando dobbiamo prestare attenzione a qualcosa o inibire certi comportamenti.

Il cervello, come dicevamo prima, non si esaurisce nella corteccia cerebrale ma è costituito anche da altre parti più antiche che si occupano, invece, delle funzioni basilari, quali quelle vegetative (respirazione, sonno…), quelle motorie e quelle emotive. Mi riferisco , rispettivamente al Tronco dell’encefalo, ai Nuclei della base e al Sistema limbico.

Il cervello, quindi, si compone di 4 parti, ciascuna responsabile di una determinata funzione, a sua volta suddivisa al suo interno da aree ulteriormente specializzate. Un esempio meravigioso di come si possa lavorare in modo cooperativo.

Dott.ssa Serena Costa

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I disegni dei bambini: come li utilizzano gli adulti?

pubblicato da: Serena - 20 maggio, 2013 @ 8:19 am

E’ noto che i bambini amano disegnare ed è anche frequente che gli adulti amano intervenire nel disegno dei bambini, spiegando come si fa o correggendo eventuali errori o ancora interpretandone il contenuto.

I disegni sono un importantissimo strumento comunicativo per il bambino perché attraverso il disegno i bambini si esprimono, parlano di sé, delle loro paure, dei loro interessi e del loro affetto per gli adulti ai quali vogliono bene. Alla scuola materna, ad esempio, capita quotidianamente che i bambini mi donino un loro disegno spontaneamente o dopo aver visto un compagno che regala il proprio disegno alla maestra.

I disegni, però, sono anche per gli adulti un’importantissimo strumento conoscitivo del mondo interno dei bambini. E’ noto, infatti, che il disegno è uno strumento clinico molto utilizzato dagli psicologi e uno strumento didattico utilizzato dagli insegnanti, in particolare alla scuola d’infanzia.

Gli psicologi utilizzano il disegno di un bambino per sviluppare delle ipotesi interpretative sul benessere o malessere di quel bambino o sul livello di sviluppo raggiunto, in base a vari indicatori tipo i colori utilizzati, l’utilizzo dello spazio, la ricchezza di particolari, ecc.. Tale ipotesi va, però, messa in connessione con una serie di altre informazioni ricavate dalla storia personale e da altri strumenti valutativi. Il bambino che disegna in un contesto clinico, quindi, non ha consegne da rispettare ma semplicemente deve esprimersi. Lo psicologo da parte sua accoglie qualsiasi tipo di produzione.

Gli insegnanti della scuola materna che hanno quotidianamente a che fare con il disegno dei bambini utilizzano il disegno principalmente come strumento didattico per sviluppare l’espressività e la creatività del bambino e anche per valutare il raggiungimento o meno degli obiettivi di apprendimento. Il bambino che disegna in un contesto scolastico, quindi, ha la possibilità di disegnare per esprimersi ma può anche trovarsi di fronte a delle consegne specifiche come, ad esempio, “disegna i personaggi della storia appena letta”, oppure, “disegna quello che ti è piciuto di più della gita di questa mattina”. L’insegnante, quindi, di fronte al disegno libero accoglie il disegno come un dono senza esprimere valutazioni di nessun tipo, ma solo il piacere di riceverlo o di osservarlo; di fronte, invece, ad un disegno richiesto, l’insegnante può far riflettere il bambino sulla corrispondenza di quanto rappresentato con la realtà o con la consegna, ovviamente con una modalità tale da non far sentire inadeguato il bambino. Le informazioni ricavate dagli indicatori utilizzati dai clinici (colori utilizzati prevalentemente, temi ricorrenti, dimensione dei personaggi..) vanno eventualmente raccolte e riferite in caso di valutazione clinica, ma non vanno utilizzate per fare interpretazioni sullo stato interno dei bambini per evitare facili e grossolani errori.

I genitori, invece, dovrebbero limitarsi ad accogliere il disegno dei propri bambini come un dono e un segno di amore senza fare valutazioni di nessun tipo ed eventualmente offrire loro varie possibilità espressive, così come succede alla scuola materna.

Dott.ssa Serena Costa

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Dislessia: solo problematica infantile?

pubblicato da: Serena - 13 maggio, 2013 @ 8:25 am

Negli ultimi anni si assiste ad una grande attenzione e sensibilità ai Disturbi Specifici Dell’Apprendimento, tra i quali la dislessia. Come abbiamo visto ci sono stati interventi legislativi importanti, le scuole hanno finanziamenti per attivare tutte le procedure del caso, ci sono varie associazioni che offrono sostegno scolastico ai bambini/ragazzi con DSA e un supporto alle famiglie, ma delle implicazioni nell’età adulta se ne parla ben poco.

I bambini e i ragazzi con dislessia, infatti, crescono e, proprio per le caratteristiche di questa disabilità neurobiologica, mantengono i deficit nella lettura (nel caso della dislessia) soprattutto se non riconosciute e compensate efficacemente. Numerose, quindi, sono le situazioni di difficoltà e imbarazzo in cui un adulto dislessico si può imbattere. Proviamo a citarne alcune.

Iniziamo dal percorso universitario. Tipicamente, così come succedeva nei gradi scolastici precedenti ma purtroppo succede ancora, la difficoltà nello studio soprattutto scritto che gli studenti con dislessia hanno, viene scambiata con poca voglia di studiare o addirittura come un sintomo di poca intelligenza. Molti, quindi, accumulano un forte ritardo nel proprio percorso scolastico con un notevole disagio emotivo.

Verso il diciottesimo anno di età si prospetta poi la possibilità di acquisire la patente di guida. Anche in questo caso, i giovani adulti con dislessia possono trovare enormi difficoltà con i quiz della prova d’esame, conseguendo numerose bocciature e un forte colpo alla propria autostima.

Anche chi decide di sposarsi può incontrare brutte sorprese. Tipicamente, infatti, la promessa di fedeltà viene letta davanti a tutti in chiesa e leggere a voce alta non è che la cosa più terribile per una persona con dislessia! Non resta che prepararsi in anticipo e impare il testo a memoria.

E che dire di chi lavora in equipe in cui è necessario leggere a voce alta davanti a tutti i documenti o le proprie schede di lavoro?

Ecco, quindi, che la dislessia è una problematica che continua a mettere in difficoltà anche gli adulti e non solo i bambini o i ragazzi giovani.

Anche tra voi c’è qualcuno che ha dovuto affrontare situazioni simili? E che altre prove difficili o imbarazzanti una persona con dislessia è costretta ad incontrare nella propria vita?

Dott.ssa Serena Costa

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La fase dei no a 2-3 anni

pubblicato da: Serena - 29 aprile, 2013 @ 8:06 am

Verso i 2-3 anni, molti genitori assistono ad una particolare fase evolutiva dei propri figli che viene chiamata “la fase dei no” proprio per i frequenti “no!” o “faccio io!” dei bimbi che fino a poco prima si sono dimostrati gestibili e docili.

Molti genitori, in particolare mamme, si spaventano per questo cambiamento o tendono a sentirsi incapaci di gestire il proprio bambino che tutto ad un tratto sembra essersi trasformato in un “ribelle”.

Non si tratta di un cambiamento stabile, bensì si tratta di un momento evolutivo passeggero che ha un fondamentale significato psicologico. In questa fase, infatti, il bambino è alle prese con la costruzione di una propria identità psicologica, cioè sta iniziando a percepirsi come un essere distinto dalle proprie figure di riferimento, un essere, quindi, dotato di pensieri ed emozioni diversi e personali.

I frequenti e determinati “no!” assumono, quindi, le caratteristiche di un gioco di esercizio in cui il bambino si diverte nell’opporsi e nell’affermarsi.

Trattandosi di una fase, quindi, l’atteggiamento “ribelle” rientra indicativamente nel giro di un anno. Il bambino, cioè, impara a gestire le richieste del genitore con maggiore flessibilità non sentendo più così intensamente il bisogno di opporsi o ribellarsi.

Per chi è interessato alla tematica, segnalo una serata dedicata proprio a questo argomento che terrò a Pergine Valsugana a nome dell’Associazione OttimaMente di cui faccio parte,  facente parte di un ciclo di incontri organizzati dal Gruppo Famiglie Valsugana il giorno 9 maggio alle 20:30. E’ obbligatoria la prenotazione.

Dott.ssa Serena Costa

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Spese dello psicologo detraibili fiscalmente

pubblicato da: Serena - 22 aprile, 2013 @ 7:07 am

Le fatture esenti IVA emesse da uno psicologo o da uno psicoterapeuta per le prestazioni volte al benessere psicologico dell’individuo, sono considerate vere e proprie prestazioni sanitarie e, pertanto, detraibili ai fini IRPEF. Lo definisce la Circolare dell’Agenzia delle Entrate n.20/e del 2011 in cui si afferma che il Ministero della Salute ritiene le prestazioni di uno psicologo o psicoterapeuta equiparabili a quelle rese da un medico.

Fanno parte di questa categoria detraibile ad esempio:

  • consulenze psicologiche
  • persorsi di sostegno psicologico
  • indagini psicodiagnostiche
  • interventi di riabilitazione psicologica
  • sedute di psicoterapia

Gli interventi dello psicologo che in fattura richiedono, invece, il pagamento dell’IVA, non sono considerate prestazioni sanitarie e, pertanto, non sono detraibili in sede di dichiarazione dei redditi.

Dott.ssa Serena Costa

 

 

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Lezioni di volo – Riflessioni sul film

pubblicato da: Serena - 15 aprile, 2013 @ 9:37 am

Sabato pomeriggio ho assistito ad un cineforum organizzato dall’Ordine degli psicologi in cui è stata proposta la visione del film “Lezioni di volo”, l’ultimo di Francesca Archibugi. Ne è seguita una riflessione di gruppo molto interessante che voglio condividere a grandi linee con voi.

La trama del film narra la storia di due amici adolescenti, Pollo e Curry, entrambi di diciotto anni, che in seguito ad una bocciatura hanno deciso di partire insieme per l’India, paese di origine di Curry adottato poi da una famiglia romana. Entrambi impostano il viaggio senza una particolare meta, modalità che assumono in generale nel complesso della loro vita. Appaiono, infatti, disinteressati, annoiati e disorientati.

Il confronto con il nuovo Paese è inizialmente difficile e impattante ma poi nel deserto del Thar, l’incontro con una realtà di volontariato di una Onlus internazionale, apre ad un’esperienza di crescita e rinnovamento interiore. Pollo si innamora di Chiara, ginecologa che lotta con determinazione e coraggio per i propri ideali e valori. Curry scopre, invece, di nutrire dentro di sé il desiderio di incontro con la propria madre adottiva.

L’ambiente non giudicante che incontrano è il contesto ideale che finalmente permette loro di esprimersi e conoscere se stessi, contribuendo anche alla trasformazione interiore degli altri personaggi. In particolare Chiara che anch’essa sperimentando lo sguardo di fiducia e ammirazione del giovane Pollo, si lascia sconvolgere interiormente mettendo in crisi “l’impalcatura” di norme e valori che costituiva la sua identità, per poi ritrovare se stessa e i suoi desideri più autentici.

La ricerca della propria identità è, quindi, uno dei temi principali affrontato nel film, ricerca che è possibile solo attraverso un continuo processo di separazione e individuazione. Ma nel film emerge, anche, il tema della famiglia e della relativa responsabilità educativa in questo processo di crescita dei figli.

Le famiglie presentate nel film impostano la loro educazione sull’affettività mettendo in secondo piano l’importanza di regole e di responsabilità. L’intento educativo è, cioè, proteggere i figli dalle frustrazioni e dalle esperienze difficili comunicando costantemente un rapporto emotivo e protettivo che, però, impedisce ai figli di crescere e, quindi, di “camminare con le proprie gambe”. L’incontro con Chiara, ragazza che ha impostato la sua vita su regole e senso di responsabilità, ha permesso loro di porsi delle domande e di cogliere la vita con un atteggiamento più maturo.

Nel film emergono anche altri temi interessanti quali, ad esempio, la figura dello psicologo, ricoperta nel film dalla mamma di Curry e il tema dell’adozione ma, essendo più marginali, li trascuro per non appensantire l’articolo. Chi avesse voglia di confrontarsi su questi o altri temi del film lo può fare nei commenti, anzi suggerisco di farlo perché secondo me è anche questa un’occasione di confronto e di crescita.

Dott.ssa Serena Costa

 

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Diagnosi di DSA: chi la fa?

pubblicato da: Serena - 8 aprile, 2013 @ 9:49 am

La legge n.170 del 2010 prevede che la diagnosi dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) quali dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia, venga effettuata da specialisti del Servizio sanitario nazionale oppure da strutture accreditate. La legge prevede che anche gli specialisti privati con adeguata formazione possano fare diagnosi di DSA, ma la stessa va poi fatta vidimare dagli specialisti dell’Azienda Sanitaria. Sarà il genitore ad occuparsi di questo.

Gli specialisti ai quali viene richiesto di effettuare una diagnosi, devono essere attivati direttamente dalla famiglia. La scuola, quindi, non può richiedere una diagnosi ma solo suggerire alla famiglia di svolgere tale approfondimento diagnostico.

La diagnosi, consegnata primariamente ai genitori, va poi consegnata alla scuola. Solo a questo punto il dirigente scolastico può attivare tutti gli interventi previsti dalla legge e adatti al bambino in questione.

Dott.ssa Serena Costa

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