I primi mesi di vita: bisogno di fusionalità

pubblicato da: Serena - 25 marzo, 2013 @ 9:09 am

Nei primi mesi di vita il bambino appena nato si trova in uno stato psico fisico non integrato, cioè è prevalentemente in uno stato ricettivo in cui i vari segnali arrivano al cervello ma non sono ancora del tutto collegati tra loro. Il bambino così piccolo cioè, non possiede ancora un “Io psichico”, quell’unione psicologica che lo rende una persona capace di mettersi intenzionalmente in relazione con qualcun altro. Il bambino a quell’età esiste prevalentemente attraverso i riflessi.

Un bambino nei primissimi mesi ha, quindi, un grande bisogno di fusionalità, cioè di sperimentare quel senso di unità simile all’unione con la madre che ha vissuto fino a qualche mese prima all’interno della sua pancia, che lo fa sentire contenuto, sostenuto e protetto.

La prima e più importante esperienza di questo tipo è per il bambino l’abbraccio della mamma o di una figura di riferimento adulta. Vanno a seguire tutte quelle esperienze che simulano il contenimento di un abbraccio quali ad esempio, il sentirsi contenuti da grossi e morbidi cuscini o sentirsi avvolti da dei grandi teli.

Questo tipo di esperienze fusionali hanno anche un grande potere calmante per il bambino di pochi mesi. Lo sanno bene le mamme che quando il figlio comunica uno stato di disagio o malessere attraverso il pianto, o una tensione corporea, sanno riportare ad uno stato di distensione muscolare e di benessere i propri bimbi, prendendoli in braccio, dondolandoli, accarezzandoli e cullandoli dolcemente.

Queste esperienze, definite anche “giochi fusionali”, sono fondamentali in questa fase perché vanno a rispondere all’importante fase evolutiva di questo periodo che consiste nella costruzione del proprio “Io-esisto”. Egli ha bisogno del corpo e dello sguardo di qualcuno che lo accoga, lo avvolga e lo protegga in modo esclusivo, gli faccia sentire che esiste e che tali esperienze sono parti positive del proprio Sé. In questo modo il bambino può abbandonarsi con fiducia, necessaria per le successive esperienze esplorative, e può superare l’angoscia della perdita, una delle più intense paure che spesso accompagnano la vita dei bambini. In poche parole, tutto ciò permette la formazione di un legame di attaccamento sicuro.

Dott.ssa Serena Costa

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Quali leggi a favore dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento?

pubblicato da: Serena - 11 marzo, 2013 @ 11:09 am

I DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) sono stati riconosciuti a livello normativo in Italia  per la prima volta nel 2010 con la legge nazionale n.170, e in Trentino è stata approvata nel 2011 la legge provinciale n^ 14 specifica per gli interventi da mettere in atto.

La legge nazionale definisce le quattro forme di DSA, stabilisce l’importanza di una diagnosi specifica da effettuarsi il prima possibile, definisce gli interventi da mettere in atto a livello scolastico, familiare e istituzionale. Ribadisce l’importanza di una preparazione rispetto a questi disturbi di tutti gli adulti di riferimento in modo tale da far sentire compresi e sostenuti i bambini o ragazzi con DSA e permettere loro una realizzazione scolastica e personale.

La legge provinciale dà attuazione alle disposizioni della legge nazionale. Definisce che la Provincia ha il compito di sostenere “le organizzazioni senza scopo di lucro che svolgono attività di interesse sociale relative all’assistenza e all’accompagnamento degli studenti con DSA” e assicura che l’Azienda provinciale per i servizi sanitari o i soggetti accreditati e convenzionati si occupino della valutazione e del trattamento dei DSA. Inoltre stabilisce il buget economico a disposizione per tali interventi.

Le famiglie, quindi, non sono più sole ma hanno a disposizione una serie di interventi tutelati dalla legge che possano garantire ai propri figli con DSA condizioni adeguate per realizzarsi nella vita, per sostenere le proprie difficoltà specifiche nell’apprendimento, per avere a disposizione insegnanti competenti, il tutto attraverso l’ottenimento di una Diagnosi specialistica.

Dott.ssa Serena Costa

 

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Il gioco d’azzardo: gioco o patologia?

pubblicato da: Serena - 25 febbraio, 2013 @ 9:22 am

Anche il Trentino sta assistendo ad un aumento crescente di persone con dipendenza da gioco d’azzardo.

Per gioco d’azzardo si intende qualsiasi tipo di gioco che implica l’utilizzo di denaro o altri beni, scommessi in base all’esito di quel determinato gioco. Si tratta di una pratica ludica molto antica che ha principalmente un carattere sociale. Pensiamo ad esempio al gioco del Pocker o alla roulette o alle scommesse di cavalli.

Il gioco d’azzardo, quindi, non sarebbe da intendersi come una patologia, ma semplicemente una pratica sociale rischiosa. I rischi che corre un giocatore di azzardo sono legati alla perdita di controllo sull’attività stessa e, quindi, alla perdita di ingenti quantità di denaro e allo sviluppo di una vera e propria dipendenza.

La dipendenza da gioco d’azzardo è una vera e propria patologia sempre esistita ma  inserita nel Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali DSM IV nel 1994.  Le persone con una dipendenza di questo tipo non riescono più a fare a meno di giocare, spendono una grande quantità di denaro e hanno forti ripercussioni negative sulla vita economica, famigliare e lavorativa. A differenza del “giocatore sociale”, cioè di chi gioca d’azzardo in modo non patologico, l’aspetto ludico passa in secondo piano e non viene nemmeno più condiviso con amici. Ciò che diventa predominante è l’impulso di giocare, di rischiare e tentare la fortuna, costi quel che costi: in termini tecnici si parla di “comportamento compulsivo”.

Il gioco d’azzardo a cui assistiamo oggi è sempre più svolto in solitudine. E’ facile entrare nei bar o nei tabaccai ed osservare una persona davanti a slot machine che gioca da sola, ma è anche sempre più comune vedere nella propria famiglia praticare il gioco d’azzardo online da casa, comodamente seduto davanti al proprio computer.

Occorre, quindi, una grande forza personale nel saper resistere alla “tempesta pubblicitaria” sempre più “martellante” che sta inducendo sempre più persone a credere nella fortuna. Occorre, però, anche l’intervento di tutti possibilmente in ottica preventiva: diventa fondamentale non lasciare sole le persone attratte da questo tipo di giochi e lottare fermamente affinché vengano messi in atto interventi incisivi a livello politico, sociale e legislativo per arginare questo fenomeno che sta distruggendo sempre più famiglie.

Dott.ssa Serena Costa

 

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Perché raccontare bugie?

pubblicato da: Serena - 16 febbraio, 2013 @ 4:02 pm

Capita a volte di sentire genitori preoccupati perché un proprio figlio sembra avere appreso quella “brutta abitudine” di raccontare bugie. E questo accade a partire dai bambini piccoli ai ragazzi nel bel mezzo dell’adolescenza.

Ma perché i bambini raccontano le bugie, cioè affermazioni intenzionalmente false? Quando sentiamo affermazioni del tipo: “Non sono stato io!”, “E’ stato lui”, nonostante noi li abbiamo presi con le mani nel sacco, può essere che quei bambini abbiano paura delle conseguenze delle proprie azioni e, temano quindi, di perdere l’approvazione dell’adulto. Oppure quando ci raccontano storie piuttosto inverosimili spacciandole assolutamente per vere, siamo probabilmente di fronte a bambini in età prescolare che non hanno ancora ben distinto la realtà dalla fantasia. I bambini un pò più grandicelli possono raccontare bugie anche perché, ad esempio, vogliono difendere qualcuno. E gli adolescenti che, invece, rispondono negativamente alle domande curiose degli adulti o eludono le risposte raccontando versioni alternative della realtà, tendono a raccontare bugie perché hanno sempre più l’esigenza di tutelare un proprio spazio privato in cui i genitori non ci possano entrare.

Ma gli adulti? Gli stessi genitori che si lamentano di questo sono immuni dalle bugie? Sappiamo bene che è proprio dagli adulti che i bambini apprendono l’arte della menzogna. Provate a pensare a quando i bambini scoprono che Babbo Natale e Santa Lucia non esistono! Che cos’è questa se non una vera e propria bugia collettiva creata ad hoc dai propri genitori e sostenuta da tutti i familiari? Oppure gli adulti raccontano “bugie a fin di bene” per proteggere i destinatari dal dolore di una realtà raccontata in tutta la sua verità.

Le bugie, quindi, vengono raccontate in tutte le età e di per sé, nella maggior parte dei casi, non hanno un carattere poi così negativo. I bambini vanno, quindi, non colpevolizzati per aver raccontato qualche frottola ma aiutati a comprenderne i meccanismi sottesi.  Le bugie possono diventare, però, negative quando diventano l’unica strategia utilizzata nel rapporto con gli altri oppure vengono utilizzate per nuocere a qualcuno. In questi casi è realmente opportuno intervenire.

Dott.ssa Serena Costa

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“Perché è un male l’adesacamento di un minore?”

pubblicato da: Serena - 4 febbraio, 2013 @ 7:58 am

Con questo articolo volevo rispondere alla domanda di Maurizio posta nel commento all’articolo precedente sul tema dell’adescamento di minori a fini sessuali: “Perché è un male l’adescamento di un minore?”.

La parola “male” nella domanda richiama un paradigma di riferimento di tipo morale, che va cioè a definire cosa è giusto e cosa è sbagliato per un determinato gruppo sociale. L’abuso conseguente al processo di adescamento in Italia non è più da considerarsi una questione morale dal 1996, anno in cui venne promulgata la legge n166/96 che considera, invece, l’abuso come un reato contro la persona, minacciata nel suo benessere fisico e psichico. Ma non solo l’abuso è considerato un reato. Anche l’adescamento di un minore è stato inserito tra i reati a livello Europeo nella Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale, siglata il 12 luglio 2007 dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa e ratificata in Italia il 19 settembre 2012.

Il fiorire di interventi legislativi nella materia a livello Europeo ma anche Internazionale (ricordo la Dichiarazione Universale dei Diritti del fanciullo del 1959) è frutto di una crescita di sensibilità rispetto ai temi della protezione dei minori, la cui difesa è diventata un vero e proprio valore culturale. Ma tale processo è anche frutto di innumerevoli studi e ricerche che hanno documentato gli effetti deleteri di un abuso sullo sviluppo psico-affettivo di un minore. Tra questi, ad esempio, la difficoltà ad organizzare un concetto coerente e organizzato di Sé, l’autostima bassa, la difficoltà a instaurare relazioni significative e durature.

L’adescamento di un minore con fini sessuali è, quindi, per il nostro contesto europeo un atto programmato da un adulto ai danni di un bambino o di un adolescente, fenomeno sempre più frequente attraverso Internet. Occorre grande attenzione e responsabilità perché un minore abusato è un adulto potenzialmente abusante.

Per chi volesse approfondire l’argomento, suggerisco una ricca bibliografia al link Bibliografia su abuso sessuale, maltrattamento e violenza psicologica.

Dott.ssa Serena Costa

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Adescamento di minori: un processo a più fasi per arrivare ad un abuso

pubblicato da: Serena - 21 gennaio, 2013 @ 9:21 am

L’adescamento è quel processo che porta un adulto ad attirare su di sé l’attenzione e la fiducia di un minore per poterlo controllare e per poter ottenere da lui ciò che vuole. Nel campo degli abusi sessuali gli adescatori sono interessati ad ottenere prestazioni sessuali che possono riguardare veri e propri atti sessuali oppure azioni senza contatto diretto quali esibizionismo, voyeurismo oppure ancora utilizzo del bambino per la produzione di materiale pornografico. L’adescatore in questi casi non necessariamente è un pedofilo o una persona sconosciuta, ma nella maggior parte dei casi si tratta di persone conosciute, anche di sesso femminile.

Chiunque sia l’adescatore, prima di arrivare ad ottenere ciò che desidera, segue delle fasi ben precise accuratamente pensate in anticipo.

La prima fase si definisce “avvicinamento” ed è la fase più lunga e delicata perché “prepara il terreno” per le successive fasi. L’adescatore sceglie in modo preciso la sua vittima che deve possedere alcune caratteristiche quali essere un soggetto fragile, disponibile nel raccontarsi e possibilmente con poche e deboli relazioni sociali e affettive. In questo primo passaggio, l’adescatore cerca di sedurre il minore facendogli complimenti, ascoltandolo, rendendosi simpatico e accogliente, e magari anche regalandogli cose piacevoli tipo caramelle, o figurine, o ricariche telefoniche, insomma qualsiasi cosa che possa interessare alla vittima. Nel caso di un estraneo, l’adescatore sta bene attento a non entrare in conflitto con il minore e a non forzarlo, in modo da diminuire il più possibile la paura dovuta allo sconosciuto. Una volta ottenuta la sua fiducia, l’adescatore passa alla fase successiva.

La seconda fase si definisce “isolamento”. L’adescatore fa in modo di accrescere i contatti con lui per diminuire gli scambi relazionali e comunicativi con gli altri. Invita il minore, anche su minaccia, a tenere segreti i loro incontri in virtù della relazione profonda e speciale che si è creata tra loro. Spesso chiede di frequentare un luogo presentato come sicuro e accogliente che di fatto lo è anche agli occhi del minore, ma che poi si trasformerà in una trappola. Il minore, ormai caduto nella trappola dell’inganno, è portato a non ferire l’adulto ormai così importante per lui per paura di ferirlo o per paura di farlo arrabbiare e di avere una punizione.

La terza fase è l’adescamento vero e proprio, cioè il raggiungimento degli obiettivi iniziali: l’abuso sessuale. Il rapporto che si è creato tra adescatore e il minore è ormai talmente invischiato e tenuto isolato da un contesto sociale e relazionale altro, che si sono create le condizioni ideali per il perpetuarsi dell’abuso. Il legame è talmente stretto e basato sulla fiducia che il minore, al contrario di quello che il senso comune pensa, può trovare realmente piacere in ciò che subisce, non riuscendo a vederne la violenza e la perdita della sua volontà. Le emozioni, talmente contrastanti, a quel punto impediscono sempre più di reagire.

Occorre, quindi, una grande attenzione da parte degli adulti non abusanti per fare in modo che i propri figli o alunni, siamo informati di questo rischio e sappiano come potersi difendere.

Bibliografia: Giuseppe Maiolo, “Lessico psicologico“, Edizioni Erickson, 2012

Dott.ssa Serena Costa

 

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L’autostima, un concetto da conoscere

pubblicato da: Serena - 14 gennaio, 2013 @ 9:34 am

L‘autostima è un termine derivante dal mondo della psicologia che indica quanto una persona apprezzi se stessa attribuendosi valore. Gli autori che si sono occupati dello studio dell’autostima (Bandura, W.James, Bracken..) hanno messo in evidenza vari elementi.

Tra questi, il fatto che il livello di autostima che una persona ha di sé è frutto dell’interazione con l’ambiente in cui si vive. Questo significa, ad esempio, che se si cresce in un ambiente familiare che sa valorizzare e apprezzare, molto probabilmente, l’autostima che si svilupperà sarà buona, cioè la persona in questione saprà aprrezzare se stessa e, quindi, attribuirsi valore.

Un altro elemento caratterizzante l’autostima individuato dagli studiosi, è che l’idea positiva o negativa che si ha di se stessi, deriva dalla valutazione della corrispondenza o meno tra il Sé reale e il Sé ideale, , cioè tra come ci si percepisce e come si vorrebbe essere. In termini generali, se l’idea ideale di Sé corrisponde a quella reale l’autostima sarà alta, altrimenti se si ha la percezione di essere lontani dal proprio ideale l’autostima sarà bassa. Avere un’autostima alta significa essere soddisfatti di se stessi e, quindi, avere fiducia nelle proprie potenzialità. Al contrario, avere un’autostima bassa significa essere insoddisfatti di se stessi e, quindi, avere poca fiducia nelle proprie potenzialità.

Il livello di autostima non deve essere, però, eccessivo perché altrimenti può indicare un approccio patologico a se stessi. Chi ha troppa autostima di Sé può sconfinare nel narcisismo, condizione psicologica che indica più una fragilità interna più che una forza dovuta ad un realistico rapporto con sè stessi, oppure può sconfinare in veri e propri deliri di onnipotenza, che portano a compiere azioni anche pericolose per sé e per gli altri. La condizione migliore, quindi, sta nel mezzo, cioè è consigliabile avere un livello di autostima medio o medio-alto, perché così vi è soddisfazione personale ma si lascia spazio a margini di miglioramento.

Un ulteriore elemento importante da conoscere è che il concetto di autostima viene sempre di più considerato un aspetto multifattoriale e non unico. Esiste, cioè, una valutazione globale di Sé, ma essa deriva dalla valutazione più specifica in base ad ambiti particolari della propria vita. Si può avere, quindi, una autostima diversa a seconda dell’ambito preso in considerazione. Ad esempio un’auotstima alta nell’ambito lavorativo ma molto bassa in ambito affettivo.

Per concludere, il concetto di autostima esprime la qualità del rapporto che si ha con se stessi, ma non si tratta di un concetto statico e immodificabile, bensì di un concetto complesso e multifattoriale che è necessario conoscere per poi, eventualmente modificare.

Bibliografia: Edoardo Giusti – Alberta Testi, “L’autostima. Vincere quasi sempre con le 3 A“, Edizioni Sovera, 2006.

Dott.ssa Serena Costa

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Quando Internet non è più utile, bensì dannoso: la dipendenza

pubblicato da: Serena - 7 gennaio, 2013 @ 9:02 am

Negli ultimi anni il ricorso alla Rete è diventato ormai prassi quotidiana in ogni famiglia. La maggior parte delle attività che siamo soliti fare nella vita di tutti i giorni possono essere svolte anche in Internet. Nel web si compra, si gioca, ci si informa, si ricerca un aiuto, si studia, si lavora e si instaurano relazioni.

Tutto questo rientra nella “normalità” di una società sempre più tecnologica nel momento in cui le attività online sopra descritte sono funzionali alla propria realtà. Internet, quindi, rappresenta un ottimo strumento al servizio della nostra vita lavorativa, scolastica, amicale, economica, ecc. Siamo nell’ambito della patologia quando, invece, si sviluppa una dipendenza per queste attività che vanno a sostituire la propria vita reale.

Internet diventa paragonabile ad una droga quando chi ne fa uso sviluppa veri e propri sintomi di dipendenza: sviluppa un desiderio spasmodico di connettersi, ha bisogno di connettersi per sempre più tempo fino ad abbandonare qualsiasi altra attività prima piacevole, sente un profondo malessere se non è connesso fino a sviluppare vere e proprie crisi di astinenza e non è più in grado di controllare il proprio comportamento. Quando l’utilizzo di Internet diventa una dipendenza, le ripercussioni sulla vita della persona sono molto gravi perché si determina una diminuzione considerevole delle relazioni sociali e affettive, un peggioramento importante in ambito scolastico o lavorativo, una complicazione delle condizioni di salute fisica e psicologica, una perdita totale di interesse verso altre attività e verso un progetto di vita più ampio. Quando si è dipendenti, tutto ruota intorno alla vita online.

Questa condizione è stata definita come una vera e propria psicopatologia  nel 1995 da Golberg con il nome di Internet Addiction Disorder (I.A.D.), in italiano Disturbo da Dipendenza da Internet.

Il sottile confine di demarcazione tra un utilizzo di Internet corretto e patologico sta, quindi, nell’equilibrio tra attività svolta virtualmente e attività realizzata nella vita “reale”. Occorre, quindi, vigilare sulla propria modalità di utilizzo di Internet per riuscire, eventualmente, a riconoscere in tempo i segnali che indicano una perdita di controllo sul mezzo.

Il Disturbo da Dipendenza da Internet si può curare. Esistono psicologi psicoterapeuti che si occupano della diagnosi e della terapia, ma anche veri e propri Centri Specializzati che prendono in carico non solo la persona colpita dalla dipendenza ma anche il nucleo familiare. Nella nostra regione Trentino Alto-Adige ricordo la casa di cura Bad Bachgart, con sede a Bressanone. Come primo passo per un percorso di guarigione o in aggiunta al trattamento terapeutico specializzato, in Trentino è possibile che una persona dipendente da Internet ma anche i familiari, trovino un sostegno emotivo attraverso la condivisione di esperienze simili in gruppi di auto mutuo aiuto organizzati dall’Associazione A.M.A..

Dott.ssa Serena Costa

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Fine dell’anno: tempo di bilanci

pubblicato da: Serena - 31 dicembre, 2012 @ 2:27 pm

Eccoci arrivati anche al termine dell’anno 2012. Si tratta di una fine puramente convenzionale che ha a che fare con una strutturazione dello scorrere della vita in cicli temporali ben definiti. Di fatto, però, la conclusione di un anno non porta con sè a cambiamenti particolari nella vita delle persone perché l’ultimo giorno dell’anno non è poi tanto diverso dal primo giorno dell’anno successivo.

La fine di un anno può rappresentare, però, un’occasione per fare una riflessione su come è stato vissuto l’anno di vita appena trascorso. Molte persone si interrogano sulla qualità del tempo passato e sugli aspetti che sono migliorati o peggiorati rispetto all’anno precedente. C’è chi, quindi, fa un bilancio positivo dell’anno e chi, invece, ne esce con un quadro negativo.

Quali sono secondo voi i fattori che intervengono in questo bilancio? Io vi propongo 3 spunti di riflessione.

Uno dei fattori determinanti che intervengono è la capacità di porsi a inizio anno degli obiettivi raggiungibili e specifici. Spesso accade che i “buoni propositi” iniziali rimangano tali e non vengano realizzati proprio perché sono troppo generali e ideali. Ad esempio, porsi l’obiettivo di iniziare a fare sport non è efficace, meglio stabilire in quale attività ci si vuole impegnare e in quali giorni e orario dedicarsi. La capacità, quindi, di definire bene i propri obiettivi influenza la propria capacità di raggiungerli e di fare, quindi, una valutazione positiva o negativa a fine anno.

Un secondo elemento che interviene nel momento del bilancio è il target delle nostre valutazioni. Se poniamo come focus i risultati esterni osservabili da tutti, potremmo essere soddisfatti solo nel momento in cui si è ottenuta una certa prestazione, se invece il focus è interno valutiamo i nostri miglioramenti e possiamo essere soddisfatti a fine anno anche se i risultati oggettivi non sono evidenti ma sappiamo di aver impiegato tutte le nostre forze per una certa questione.

Un terzo spunto di riflessione che influenza l’esito del bilancio riguarda il proprio atteggiamento nei confronti della vita. La tendenza a concentrarsi sugli aspetti negativi, porta più facilmente ad una valutazione peggiore dell’anno trascorso. Interpretare, invece, ogni esperienza anche se negativa come occasione di arricchimento personale porta molto più facilmente ad una valutazione positiva dell’anno vissuto.  Quando si fa una valutazione su un anno trascorso è importante, quindi, riflettere sulla propria modalità di interpetare ciò che ci accade.

E voi avete fatto un bilancio nel 2012? In che modo questi tre fattori che vi ho proposto hanno influito? Quali altri elementi potrebbero essere determinanti secondo voi?

Dott.ssa Serena Costa

 

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I “motori energetici” dello star bene a scuola

pubblicato da: Serena - 24 dicembre, 2012 @ 8:17 am

Oggi voglio proporvi un concetto molto importante in ambito educativo ripreso dal libro “Disagio educativo al nido e alla scuola dell’infanzia” di Giuseppe Nicolodi: i “motori energetici” dello star bene a scuola.

Con tali parole si fa riferimento a quegli ambiti di vita che forniscono ai bambini l’energia positiva necessaria per crescere ed apprendere. In parole più semplici, si tratta di quegli elementi che fanno stare bene nel contesto scolastico. I “motori energetici”, dunque, sono tre:

  • il piacere di sentirsi riconosciuti, accolti e protetti dalla figura adulta di riferimento, in poche parole, l’attaccamento. Io lo vedo, spesso, alla scuola materna, quando i bambini fanno a gara nel regalarmi il loro disegno o lavoretto più bello, oppure quando richiamano la mia attenzione di insegnante per mostrarmi il loro lavoro o l’attività che stanno svolgendo.
  • il piacere per la curiosità, per la scoperta, per la conoscenza e la sperimentazione. Alla scuola materna, ad esempio, si può osservare la gioia dei bambini quando gli si propongono delle esperienze giocose in cui loro sono protagonisti attivi e veri e propri ricercatori.
  • il piacere di stare insieme ai coetanei. Sempre alla scuola materna lo si riscontra quando i bambini ricercano la compagnia del proprio amichetto e riportano la loro sofferenza nel momento in cui avviene un litigio e l’amico dichiara di non gradire più la sua compagnia.

Questi tre tipi di piaceri vengono definiti “motori energetici” proprio perché sono efficacissime fonti motivazionali per i bambini, i quali, sono disposti a tutto per soddisfarli perché per loro sono bisogni primari.

L’importanza dei tre “motori” varia a seconda del grado scolastico. Ad esempio al nido prevale l’importanza dell’energia positiva scaturita dal rapporto con l’adulto di riferimento; alla scuola materna iniziano a diventare importanti i motori della scoperta e dello stare con i compagni ma rimane ancora determinante l’attaccamento, mentre nei successivi gradi scolastici inizia a prevalere il motore della conoscenza.

Al di là del grado scolastico, comunque, la qualità dell’energia emotiva sprigionata da questi tre motori energetici e l’equilibrio che si crea tra di essi, sono indicativi del benessere sperimentato dai bambini stessi all’interno del contesto scolastico.  Quando un bambino non ricerca questi tre elementi possiamo subito evidenziare una qualche forma di malessere.

Dott.ssa Serena Costa

 

 

 

 

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