martedì , 23 luglio 2019
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L’ARCHEOLOGIA DELL’IMMAGINE ovvero, la storia di NiA?pce e del “Fotografare dal foro (stenopeico)”A�

Siamo nel 1826 e il signor Joseph NicA?phore NiA?pce, fatto tesoro delle precedenti ricerche sul nitrato d’argento dell’inglese Thomas Wedgwood, dalla finestra della sua abitazione di Le Gras, in Borgogna, crea quella che puA? essere definita la madre di tutte le fotografie fissate in modo permanente.

250-Niepce e la prima foto

NiA?pce aveva cosparso con del bitume di Giudea o asfalto Siriano (miscela contenente bitume, standolio, argilla ed essenza di trementina) ridotto in polvere e disciolto in essenza di lavanda, una lamina di rame ricoperta d’argento, fatta poi asciugare. Espose lo strato di vernice fotosensibile per qualche ora (pare otto!) sul fondo di una camera oscura. Successivamente immerse la lamina in un bagno di lavanda per dissolvere i frammenti che non avevano ricevuto la luce e cosA� ottenne l’immagine in negativo. Con questo non semplice procedimento, Niepce ottenne la prima fotografia dell’umanitA�. Oggi questa preziosa immagine A? conservata presso l’UniversitA� di Austin in Texas. Se, tutto sommato, non semplice era il procedimento chimico per fissare l’immagine, elementare era lo strumento che aveva consentito a NiA?pce a rappresentare, scrivendo con la luce, ovvero fotografando (photos-graphos), il cortile visto dalla finestra della sua stanza. ChiamA? le sue immagini “eliografie”, termine molto esplicativo del loro metodo di produzione.

Questa straordinaria invenzione fu ufficialmente presentata solo tredici anni dopo all’Accademia delle Scienze di Francia dallo studioso e uomo politico Francoise Jean Dominique Arago e da Luois MandA� Daguerre che si appropriA? della paternitA� (eh sA�, accadeva anche 176 anni fa!).

L’apparecchio, se cosA� si puA? chiamare, che usA? NiA?pce, non era altro che una camera oscura ottica di ridotte dimensioni il cui obiettivo era una lente bi-convessa dotata di messa a fuoco. Questa “camera oscura” A? l’antenata della moderna “foto-camera”. Siamo nel campo dell’Archeologia della Fotografia; niente a che vedere quindi con le moderne reflex digitali, a loro volta discendenti dalle non piA? attuali reflex analogiche o storiche Leica 24×36 a mirino galileiano, di cui parlerA? in uno dei nostri prossimi incontri.

Ma se la scatola magica che permise a NiA?pce di entrare a buon diritto nella storia della fotografia era di una semplicitA� creativa e costruttiva elementare, ancora piA? minimalista A? la scatola all’interno della quale la luce filtra solo attraverso un micro foro andando a colpire con i suoi raggi, a proiezione invertita, il materiale sensibile. Sto parlando della scatola fotografica chiamata forostenopeico, il piA? semplice ed elementare sistema per produrre immagini fotografiche e per questo forse anche il piA? affascinante. Ormai da qualche anno sta tornando di moda in grande stile, tant’A? vero che all’UniversitA� della Georgia hanno addirittura istituito un corso di laurea. Per la sua costruzione bisogna ovviamente rispettare delle regole, costituite dal rapporto tra diametro del foro, formato del materiale sensibile e dalla loro reciproca distanza. Il rapporto determinato servirA� come fattore di prolungamento rispetto al diaframma f/22 dell’esposizione alla luce, calcolata con un esposimetro, del materiale sensibile. Chi si volesse cimentare nella sua costruzione, troverA� di seguito la tabella con le misure ottimali. Il fascino di questa esperienza consiste anche nel fatto che per la sua costruzione non servono materiali tecnici o sofisticati, ma A? sufficiente anche una semplicissima scatola da scarpe! Il foro va prodotto con un sottilissimo ago (indispensabile controllare il suo diametro) su del materiale che deve essere sufficientemente rigido per non alterare la distanza, e sottile, per non creare aberrazioni nei raggi di luce. Va benissimo anche un piccolo foglio del banale e facilmente reperibile Domopack. Il materiale sensibile va fissato sul lato opposto della scatola; l’ideale sarebbe poter utilizzare della pellicola b/n, ma per i problemi di reperibilitA� nel formato desiderato e del suo sviluppo, consiglio di iniziare questo esperimento con della carta fotografica di media gradazione.

Anch’io, come molti fotografi di vecchia data, non ho saputo resistere al fascino di questa esperienza. Nel lontano 1982, utilizzando uno schema del modello a focale variabile del 1839 di Daguerre che sono riuscito a reperire su una vecchia pubblicazione Ilford,A� ho costruito un foro stenopeico per il formato 18×24 cm. Per impreziosirlo, come materiale ho utilizzato del faggio massiccio verniciato a noce e per le finiture (angoli, chiusura e viti) il retrA? ottone. Il foro l’ho praticato su una sottilissima lamina sempre di ottone. Se l’aspetto estetico, come si puA? vedere dalle immagini di seguito, A? stato sicuramente gratificante, altrettanto lo sono stati i risultati ottenuti. Con tutti i limiti e le difficoltA� che possono comportare il produrre immagini con tale tecnica, e mi riferisco in particolar modo a risolvenza e luminositA�, A? inconfutabile la loro qualitA�. PoichA? il piA? semplice obiettivo del mondo non ha lenti ed A? costituito soltanto da un buco, le doti di questo inconsueto mezzo fotografico sono inimitabili: assoluta assenza di distorsioni geometriche delle riprese, mancanza di aberrazioni cromatiche, profonditA� di campo praticamente illimitata e flessibilitA� relativa all’angolo di campo utile.

Provare per credere!

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