MICHELE FACCI: Bullismo e Cyberbullismo: una guida rapida.

Una guida rapita per contrastare il bullismo on e off line da Michele Facci

600 bullismo

Sara è una ragazza tranquilla, non ha mai destato alcuna preoccupazione nei genitori, mai preso una nota, brava a scuola. Eppure, ha commesso un errore che gli è costato caro. Si è innamorata. Si è innamorata del ragazzo della sua coetanea, Nadia, anche lei sedicenne. Marco è un ragazzo moro, dagli occhi azzurri. Sara non conosce i dieci comandamenti, non ha mai studiato religione, a casa sua non si crede in niente, non si parla di alcun Dio, di giustizia, di morale. Sara ha un papà e una mamma, divorziati, la mamma vive con lei a casa del suo compagno mentre il papà vive nella casa in cui Sara è cresciuta. Dorme ancora in quella stessa stanza dove proprio lei, aprendo la porta, trovò suo madre amoreggiare con un altro uomo, non il papà. Non ha sofferto molto, sapeva che prima o poi sarebbe successo, molti compagni della sua classe hanno i genitori divorziati, più della metà. I suoi genitori non erano felici, si vedeva, si capiva. Tutto sommato se lo possono fare i grandi, quelli maturi, quelli che hanno perfino dei bambini, che male c’è se mi sento innamorata di un ragazzo occupato? Marco l’ha baciata subito, senza pensare a Nadia.

Nadia ha scoperto Sara, e davanti a un gruppo di oltre venti ragazzi glielo ha gridato: <<Sei una troia!>>. Sara, spiazzata non capisce, non coglie. Poi arriva la spiegazione, il dolore si mescola tra il vissuto degli insulti e il rendersi conto di cosa sta accadendo. Eccolo il primo calcio che arriva. Cosa sta succedendo? Cosa fare? Sola nella vergogna che prova davanti a tutti. Un altro calcio, più forte. Uno sputo in faccia. I capelli tirati, Sara è a terra. <<Avanti così, botte!>> incita qualcuno. Nadia gli tira i capelli forti, tenendogli ferma la testa: un calcio in faccia, uno in pancia. Mentre Sara grida <<Vi prego aiutatemi!>> nessuno interviene, un ragazzo ha filmato tutto. Il video non solo è stato caricato su Facebook, ma è stato pubblicato, rilanciato e pubblicizzato da qualsiasi giornale e telegiornale in nome della denuncia al cyberbullismo. Sara avrebbe voluto morire, no, non per i calci e per i pugni, ma per l’umiliazione. No, non per l’umiliazione di esser stata picchiata davanti a una ventina di ragazzi, ma di essersi vista, riconosciuta, di aver sentito la sua voce su ogni canale televisivo, su ogni sito web, su ogni social network che ha pubblicato quel video. Peccato rendersi conto di come i bulli siano stati premiati, e di quanti giornalisti bulli abbiamo riconosciuto. Il bullo non è forse quello che espone la vittima, che la vuole umiliare? Tutti gli adulti che hanno pubblicato, commentando, fomentato non hanno fatto altro che esporre la povera Sara, per non parlare di Nadia, che è stata ovviamente riconosciuta e virtualmente “linciata” su tutti i social network in nome di una sacrosanta giustizia.

I nomi sono di fantasia ma i fatti rispecchiano i tanti video pubblicati in questi ultimi anni. Quanta disinformazione, quanta triste ignoranza, quanti interessi mediatici dietro questi video che ottengono così tanti clic in poco tempo. Cerchiamo di analizzare con attenzione l’accaduto. In primo luogo teniamo presente che è abbastanza normale che in adolescenza si possa litigare a volte anche alzando le mani. La cosa non ci deve scandalizzare, forse, pensandoci, ognuno di noi in adolescenza ha vissuto o visto una qualche “scazzottata” tra amici. Quello che invece dovrebbe farci riflettere maggiormente è che nessuno, proprio nessuno tra i ragazzi presenti sia intervenuto subito. Ma d’altronde, anche quelle donne, adulte, che si tiravano i capelli all’Isola dei Famosi hanno più o meno fatto la stessa cosa di fronte a un pubblico di milioni di persone che seguivano il tutto in diretta.

Non è certo accettabile banalizzare e attribuire colpe ai media, tuttavia forse è opportuno riflettere su cosa i media stessi hanno fatto di quel video. Come si è potuto pensare di esporre quel video su qualsiasi telegiornale o sito web esistente? La ragione è comprensibile, non è di certo un fatto di cronaca, è un video cosiddetto virale, un video che si diffonde facilmente, che prende la pancia delle persone e che quindi ottiene tanti clic, che implicano tante visite al sito che a loro volta implicano entrate economiche, pubblicità, business e interessi. Di certo era paradossale sentire alcuni ipocriti giornalisti spiegare come questi video non dovrebbero essere caricati in rete da parte dei ragazzi mentre loro stessi lo avevano appena lanciato in pasto a milioni di telespettatori. Un’azione educativa efficace avrebbe dovuto avere modalità opposte. Quel video poteva essere fatto rivedere a Nadia, per cercare di farle capire il dolore che aveva provocato, per stimolare la sua empatia, per farla riflettere: se fosse stata lei la vittima? Pubblicare e ripubblicare quel video invece è stato un pessimo esempio per i ragazzi, ha significato infatti esporre la vittima e carnefici, premiare l’autore del video che in qualche modo è stato regista di un corto pubblicato ovunque. Troppo facile e banale appellarsi al fare una corretta informazione per favorire la consapevolezza del fenomeno del cyberbullismo, anche perchéè, con le riprese di violenze avvenute nella realtà concreta, il cyberbullismo ha ben poco a che vedere.


La normativa sul bullismo e cyberbullismo

Nell’ordinamento giuridico italiano manca ad oggi un inquadramento normativo specifico in materia di bullismo e cyberbullismo. Tuttavia, tale vuoto normativo è colmato ricorrendo alle norme esistenti. I comportamenti posti in essere possono produrre conseguenze sia sul piano civilistico sia su quello penalistico. I reati che si possono configurare sono: percosse (art. 581 del codice penale), lesione personale (art. 582 del codice penale), ingiuria (art. 594 del codice penale), diffamazione (art. 595 del codice penale), violenza privata (art. 610 del codice penale), minaccia (art. 612 del codice penale), danneggiamento (art. 635 del codice penale). Se l’autore è un minore di età ricompresa tra i 14 e i 18 anni, si applicheranno le norme del processo penale minorile (ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 448 del 22 settembre 1988). Per il minore che, nel momento in cui ha commesso il fatto, non aveva compiuto i 14 anni, non essendo imputabile per l’ordinamento giuridico del nostro Paese (art. 97 del codice penale), possono essere adottate misure rieducative.[1]


 

 

Cerchiamo quindi ora di dare un contesto scientifico, per quanto fruibile e spendibile nella realtà quotidiania, al vero fenomeno del bullismo. Si parla di Bullismo a partire dagli anni ’70 quando Olweus (Olweus D, 2006) analizza alcune emblematiche situazioni che si erano create nelle scuole scandinave, in pochi mesi però il tema diventò oggetto di studio in tutto il mondo, in particolare nei territori anglosassoni. Ad oggi potremmo definire il bullismo come: “il fenomeno delle prepotenze perpetrate da bambini e ragazzi nei confronti dei loro coetanei soprattutto in ambito scolastico” (Pisciotta, 2003). Il bullismo però è un fenomeno molto più complesso e muldimensionale di quello che si potrebbe pensare. La “scazzotata” tra pari non è affatto un episodio di bullismo, potrebbe essere una semplice esagerazione di un litigio. Il bullismo è qualcosa di più penetrante e si può riconoscere da alcune caratteristiche peculiari: si tratta di comportamenti reiterati nel tempo, spesso nei confronti della stessa vittima; quest’ultima, è in una posizione asimettrica, potrebbe essere più piccolo, più debole o magari un disabile, un emarginato o semplicemente un “diverso”. Dobbiamo inoltre considerare che il bullismo non è sempre esplicito e diretto. Talvolta il bullo può non avere nemmeno un volto. Si può parlare di bullismo diretto nel momento in cui si verificano episodi di violenza, prepotenza, esposizione, punizione o provocazione ripetuti nel tempo a danno di una vittima, episodi però che avvengono pubblicamente e platealmente nella realtà concreta. Si fa invece riferimento al bullismo indiretto nel momento in cui le azioni contro la vittima vengono svolte alle spalle della vittima, diffamandola o isolandola, cercando di plasmare il contesto sociale nell’ottica di danneggiare la vittima pur senza avendo un contatto diretto.

 

 

 


Bullismo e cyberbullismo: alcuni dati

Secondo l’Indagine conoscitiva sulla condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza  in Italia, condotta da Eurispes e Telefono Azzurro nel 2011, il 22,8% degli studenti italiani è stato più volte vittima di provocazioni e prese in giro da parte di uno o più compagni, il 21,6% ha dichiarato di essere stato offeso ripetutamente e senza motivo, il 25,2% è venuto a conoscenza di informazioni false o cattive diffuse sul proprio conto. Seguono gli episodi di danneggiamento di oggetti (10,4%), i furti di cibo e oggetti (7,6%), le minacce (5,2%), il furto di denaro (3,1%) e, da ultimo, i casi in cui i ragazzi intervistati hanno dichiarato di essere stati picchiati da un compagno di scuola o da un suo coetaneo (3%). I ragazzi tra i 12 e 15 anni sono quelli che più frequentemente si trovano a dover fare i conti con compagni che li provocano e li prendono in giro. I più piccoli vengono offesi senza motivo dai compagni più prepotenti, rischiando talvolta l’esclusione dal gruppo. Quanti hanno tra i 16 e i 18 anni sembrano invece essere maggiormente soggetti a subire furti di oggetti e di denaro. Parlando nello specifico di cyberbullismo, un quinto dei ragazzi intervistati ha dichiarato di aver ricevuto o trovato “raramente” (12,9%), “qualche volta” (5,6%) o “spesso” (1,5%) informazioni false sul proprio conto in Rete. È questa, tra i diversi casi riscontrabili, la situazione che ricorre più di frequente nel cyberspazio e che coinvolge molto più da vicino le ragazze rispetto ai ragazzi (un totale del 23,3% per le ragazze, contro un totale del 14,7% per i ragazzi).Con minore frequenza si registrano invece casi di messaggi, foto o video dai contenuti offensivi e minacciosi, ricevuti “raramente”, “qualche volta” o “spesso” dal 4,3% del campione. Infine, il 4,7% degli intervistati è stato vittima di episodi di esclusione intenzionale da gruppi creati on-line.[2]


 

In questo contesto si colloca anche il cyberbullismo, che potremmo definire come “la proiezione del bullo all’interno della rete. Il cyberbullo non è solo un riflesso della realtà, ma ne è anche una distorsione e un potenziamento.” (Facci, 2010). Il cyberbullismo è qualcosa di molto più complesso della semplice pubblicazione online di video o foto riprese durante l’umiliazione di un compagno. Nel caso specifico narrato ad esempio, si può parlare di bullismo a tutti gli effetti, e non di cyberbullismo come la cronaca erroneamente ha definito. La non conoscenza del fenomeno del cyberbullismo e la relativa cattiva informazione fornita dai media sono forse le armi più potenti in mano a cyberbulli.

Si può parlare di cyberbullismo quando l’azione nei confronti della vittima avviene in rete: in un social network, in un blog, un sito internet o in ambienti virtuali come whatsapp. Le azioni di prepotenza fatte online possono essere più pesanti di quelle che avvengono nel mondo concreto: uno dei problemi iniziali che la vittima deve affrontare è il fatto che potrebbe non conoscere l’identità di chi gli sta facendo del male. Il cyberbullo potrebbe nascondersi dietro l’anonimato o un nickname (soprannome che si usa in rete), anche se a fronte dell’intervento delle autorità competenti come per esempio la Polizia delle Comunicazione, non è difficile risalire all’identità dell’aggressore, purtroppo la vittima spesso si sente sola e umiliata, bloccata dalla non conoscenza dell’identità del suo carnefice e non consapevole di come poter reagire, si trova in grande difficoltà nel chiedere aiuto. Di contro, in rete spesso si verifica anche il bullismo di gruppo, dove l’identità degli aggressori è conosciuta, ma sono talmente tanti che non si riesce a reagire: prendiamo per esempio il caso di Nadia, la ragazza che ha picchiato Sara. Nel giro di pochi giorni, una volta identificata, è stata letteralmente linciata dalla “rete”, da quelle migliaia di persone che la hanno minacciata, la hanno insultata e letteralmente massacrata virtualmente: da carnefice è diventata a sua volta vittima.

 

 


Cos’è Whatsapp?

Whatsapp è una App che è possibile installare quasi su qualsiasi telefono cellulare connesso ad internet. Attualmente di proprietà di Facebook, che ha acquistato questa APP per 14 miliardi di euro[3], permette di telefonare, inviare messaggi, foto, video e audio messaggi gratuitamente sfruttando la connessione internet. Permette inoltre di creare dei gruppi per poter scrivere dialogare contemporaneamente con più persone.


 

 

Il cyberbullismo potrebbe avere molte forme e molti obiettivi: si potrebbe voler escludere la vittima da dei gruppi o luoghi socio-virtuali, si potrebbe offenderla, diffamarla, creare pagine Facebook appositamente per insultarla o per esporre le sue fotografie a insulti di vario genere. Altre manifestazioni del cyberbullismo sono il furto d’identità, quindi far finta di essere un’altra persona per poi magari inviare insulti in rete; oppure il cyberstalking, una vera e propria persecuzione su tutti i mezzi come mail, telefono cellulare, chat e social network dove la vittima si sente oppressa dalle centinaia di pressioni da parte dell’aggressore.

 

 

Cosa poter fare quindi di fronte a questo fenomeno? Ecco alcuni suggerimenti:

 

 

  1. Evitare di esporre ulteriormente le vittime e i carnefici, quindi non ripubblicare o condividere in rete i video o le foto degli episodi di bullismo: non prendete esempio dai media.
  2. Informare tutti i bambini, parlandone a scuola ma anche in famiglia, dell’impatto emotivo che un’azione di bullismo può creare, facendo notare anche che il bullo potrebbe assumere questo comportamento in realtà per nascondere una propria debolezza o una propria difficoltà sociale.
  3. Informare famiglie e bambini delle implicazioni legali che possono esserci, non solo nel presente, ma anche nel futuro: siamo proprio sicuri di voler assumere un ragazzo che l’anno scorso ha picchiato a sangue un suo coetaneo?
  4. Far capire che l’anonimato in rete non esiste: vittima e carnefice vengono individuate facilmente anche se non si palesano.
  5. Educare a chiedere aiuto nel momento del bisogno, organizzando azioni educative preventive e non solo dopo allarmi mediatici.
  6. Di fronte a un’azione di cyberbullismo procedere in questo modo:
    1. Segnalare immediatamente l’eventuale video, foto o post ai gestori del sito in cui sono stati inseriti. Per esempio, nel caso di Facebook, è possibile fare una segnalazione per richiedere la rimozione di contenuti non desiderati cliccando su “segnala” o “questa foto non mi piace”.
    2. Stare vicini alla vittima facendole capire che è possibile reagire e che non deve sentirsi sola.
    3. Richiedere l’intervento della scuola – anche se l’episodio non fosse venuto a scuola – in quanto è nella mission degli insegnanti anche l’educazione degli studenti.
    4. Richiedere l’intervento delle Forze dell’Ordine qualora l’episodio fosse particolarmente grave.
    5. Richiedere la consulenza di uno psicologo qualora l’impatto per la vittima fosse molto grave.
    6. Parlare con il bullo o il cyberbullo e con la sua famiglia. Ascoltando in primo luogo le sue ragioni e cercando di capire quanto è consapevole dell’azione compiuta. Fargli capire le implicazioni della sua azione e provare a condividere con lui un’azione risolutiva come ad esempio la rimozione dei contenuti pubblicati oppure l’immediata cessazione delle sue azioni, possibilmente favorire una “pena” educativa che possa mettere il bullo nelle condizioni di aiutare persone svantaggiate. È fondamentale che le azioni punitive siano concordate con il bullo e che egli sia divenuto pienamente consapevole di ciò che ha fatto sia rispetto alle implicazioni emotive che ha creato sia relativamente agli aspetti normativi e riguardanti la sua reputazione futura.
    7. Qualora il bullo non si rendesse collaborativo a fronte delle azioni educative intraprese e gli episodi si reiterassero è necessario procedere a formale denuncia presso le autorità competenti a tutela delle vittime.

 

 

Per saperne di più: http://www.psicologotrento.tn.it dott. Michele Facci, autore del libro:

Facci M., Valorzi S., Berti M. (2013), Generazione Cloud. Essere genitori ai tempi di Smartphone e Tablet, Erickson, Trento. Ora disponibile anche su iBook Store di Apple, Google Play per Android e Amazon Kindle!

[1] http://www.osservatoriopedofilia.gov.it/dpo/it/bullismo_e_cyberbullismo.wp;jsessionid=C9BBEFC543009036FFAC964A808AC79C.dpo1

[2] http://www.osservatoriopedofilia.gov.it/dpo/it/bullismo_e_cyberbullismo.wp;jsessionid=C9BBEFC543009036FFAC964A808AC79C.dpo1

[3] http://seigradi.corriere.it/2014/02/20/facebook-acquisisce-whatsapp-e-come-se-zuckerberg-si-fosse-comprato-il-nepal/


Ricomincia la scuola? Ecco come le tecnologie possono esserci utili.

Il rientro a scuola rappresenta un momento agrodolce nella vita dei bambini che, solitamente, sono felici di rivedere gli amici, fieri di essere un anno più grandi, ma allo stesso tempo non poi così entusiasti di tornare a studiare.

600 bambini a scuola
Le tecnologie hanno sicuramente offerto nuove prospettive per la didattica e per lo studio, fornendo non solo nuove possibilità, nuovi metodi e nuovi strumenti, ma anche e soprattutto una maggiore motivazione e coinvolgimento degli studenti.
A scuola, l’utilizzo di una LIM (Lavagna Interattiva Multimediale) può essere utile per l’organizzazione di lezioni multimodali, ovvero con diverse modalità, l’insegnante spiega a voce (lezione frontale), mostra un video (multimediale), fa scrivere i concetti più importanti o uno schema a uno studente alla LIM (coinvolgimento della classe) per poi magari raccogliere il tutto in un pacchetto interattivo da poter ristudiare a casa nell’e-learning della scuola, dove i ragazzi trovano e fanno i compiti.
Tutto questo non solo offre possibilità incredibili – molto più facile comprendere come funziona un vulcano da un video interattivo piuttosto che da un’immagine stampata – ma favorisce anche la partecipazione, l’attenzione e la motivazione degli studenti.
Non possiamo inoltre non considerare quanto le tecnologie ci aiutano nel caso di studenti con Disturbi Specifici di Apprendimento. I cosiddetti DSA, sono disturbi che impediscono ai bambini di apprendere correttamente i processi di lettura, scrittura e calcolo. Più comunemente sono conosciuti come dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia. I bambini con DSA sono assolutamente intelligenti, talvolta anche più dei loro coetanei, però per poter accedere alla conoscenza scritta hanno bisogno di altri metodi, per esempio, per un bambino dislessico è molto difficile leggere e imparare da ciò che ha letto. È come se, banalizzando, vedesse le letterine che si muovono. Quindi, per aiutare questi bambini esistono numerosi software compensativi che possono leggere per loro, evidenziando le parole mentre vengono lette dal computer aiutando quindi il bambino a mantenere l’attenzione sulla lettura aumentano la comprensione (ulteriori informazioni su http://www.disturbispecificiapprendimento.it).
Infine, come non considerare tutti i software o le APP educative e didattiche? Insomma, tanti pericoli ma anche tante potenzialità nell’Era Digitale!

Tra Facebook e WhatsAPP: cosa è cambiato tra ieri e oggi.

I mezzi di comunicazione mettono sempre al centro della cronaca qualsiasi episodio negativo che avviene attorno al mondo delle tecnologie: dalla ragazza che viene picchiata mentre i suoi compagni la filmano, agli adescamenti online da parte di pedofili. Ecco che allora sempre più genitori, educatori e inseganti vanno in allarme e vengono organizzate serate formative sul tema, trattando la tecnologia come si tratta il tema delle droghe o dell’alcool. In realtà non ci si rende conto che stiamo vivendo la più grande rivoluzione che l’Uomo abbia mai generato nella sua storia. Una rivoluzione che ha coinvolto molti popoli, quasi tutto il mondo e quasi contemporaneamente, e che ha sconvolto, rivoluzionato e riformato la vita di ognuno di noi: la rivoluzione digitale. Non si tratta di un fenomeno di poco conto per cui è bene aggiornarsi con qualche serata informativa, ma si tratta invece di avere la consapevolezza che viviamo in un’epoca di enormi cambiamenti nello stile di vita umano: dall’apprendimento alla comunicazione, dalla socializzazione alla sessualità, tutti ambiti fortemente rivoluzionati dalle tecnologie digitali.

In questo mare di cambiamenti la generazione di genitori e insegnanti si è trovata spiazzata, ma non come ai tempi di Gutenberg quando ci vollero decenni prima che il sapere stampato fosse apprezzato mentre si bruciavano colonne di libri in nome del rispetto delle tradizioni. I libri non si sono diffusi con la rapidità e la pervasività che hanno avuto le tecnologie: non c’è stato tempo per adattarsi, per comprendere l’innovazione, per accettarla. O ci sei non ci sei, o sei connesso o non lo sei, e se non sei connesso, probabilmente hai meno servizi e/o diritti di chi lo è. Un cittadino digitale può prenotare una visita medica, un’udienza, un volo o un hotel via web, può restare informato gratuitamente, può consultare esperti, comprare o vendere qualsiasi cosa e via dicendo. Un cittadino non digitale dovrà spendere più soldi, anche solo per ricevere ancora le bollette cartacee a casa, e avrà meno servizi. Ecco quindi che Prensky introduce il concetto di nativo digitale, come colui che è nato e cresciuto nell’era digitale, in contrasto all’immigrato digitale, colui che invece in qualche modo prova ad imparare gli strumenti propri dell’era digitale. Già, prova, perché anche chi ci riesce, non avrà mai la dimestichezza tecnica che hanno i nostri giovani. Avrà però – si spera – il senso critico, il valore delle relazioni, la capacità di attendere e di capire che non tutto bianco e nero, tutto e subito, copia-incolla. Che l’amicizia si crea in un percorso di reciproca conoscenza, non si chiede semplicemente con un clic, che il sesso non è il video pornografico che si trova in rete, che per litigare è meglio una scazzottata di un insulto dietro uno schermo. In sintesi, parrebbe che se riuscissimo a unire il senso critico e la saggezza della generazione degli educatori, alla capacità e alla dimestichezza tecnica dei giovani, potremmo davvero vivere nel mondo digitale virtuosamente e goderne le potenzialità fugandone i rischi.

Nasce allora questo blog, per riflettere su fatti di cronaca, approfondire aspetti psicologici, cognitivi ed educativi in merito al crescere bambini e adolescenti nell’era digitale. Un canale per dare le risposte che i genitori chiedono e gli insegnanti invocano.

Tra Facebook e WhatsAPP: cosa è cambiato tra ieri e oggi, sarà un po’ il filo conduttore del nostro blog, una continua riflessione sull’epoca in cui viviamo, in cui i social sono ormai la forma di comunicazione indispensabile e prevalente, un’epoca in cui siamo tutti connessi siamo tutti globalizzati digitalmente, ma alziamo i muri tra uno stato e l’altro, ci sono sempre più divorzi e, forse, siamo sempre meno capaci di guardarci negli occhi, di stare in silenzio e apprezzare anche una semplice carezza.


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