lunedì , 28 settembre 2020
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ECLISSI DI LUNA, di Emanuele M. Pozzo – III parte

Eclissi di Luna: racconto inedito di Emanuele M. Pozzo in concomitanza con la superluna rossa e l’eclissi totale.

Superluna rossa a Trento - fonte: centro meteo italiano
Ore 4:11: inizia la fase totale dell’eclissi della superluna rossa, cheA�si concluderA� alle 7:23.

Pubblichiamo la III ed ultima parte delA�racconto inedito di Emanuele M. Pozzo, “Eclissi di Luna“, ambientato nel centro storico di Trento proprio durante un’eclissi lunare: seguiamo sotto il riflesso della lunaA�gli ultimi sviluppi diA�un viaggio ai confini della realtA�!..

ECLISSI DI LUNA

di Emanuele M. PozzoA�

3.

Giulio mi aveva poi chiamato, scusandosi per non poter venire e non essendomi venuto in mente alcun altro potenziale mahleriano cui proporre il biglietto, mi recai al concerto da solo.
Strana sinfonia la Quarta: dai sonagli che ne segnano l’inizio A? un succedersi di temi assai diversi per ritmo e carattere, anche nell’ambito dello stesso movimento. Il mio posto era verso il centro della sala, all’angolo formato da due corridoi che dividono la platea in quadranti. La poltrona alla mia destra era rimasta vuota, la sala comunque non era gremita, ed in quell’assaggio di solitudine la musica fluiva libera nella mia mente, mescolandosi ai pensieri e divenendone parte integrante. Mi accorsi subito perA? di non riuscire a rilassarmi e credetti di capirne il perchA�. Erano i temi, per lo piA? allegri, in tonalitA� maggiore, eppure non sembrava prudente fidarsi di quell’allegria che nel giro di poche battute, senza grandi cambiamenti nella melodia o nel ritmo, piA? che mostrare lasciava intuire il proprio vero volto. Mahler, compositore dalla profonda fede cattolica, con la quarta sinfonia volle creare una visione della vita celeste. L’opera, in sol maggiore, A? pervasa da una gioiosa leggerezza, eppure l’autore non rinunciA? a qualche sfumatura ironica o financo grottesca, come a ricordare che, comunque, sempre di morte e di oltretomba si stava parlando.

CiA? A? evidente, e lo fu in modo particolare per me quella sera, nel secondo movimento, quello del famoso violino a�?scordatoa�? col suo timbro sinistramente stridulo; il motivo evoca l’immagine di una danza in circolo, ma anche di una spirale che a volte sembra ascendere verso il cielo ed altre volte discendere e se distoglievo gli occhi dagli orchestrali non mi era difficile immaginare che fossero dita scheletriche a muovere l’archetto e a danzare beffardamente sulle corde. Trascorsi cosA� un po’ tutto il concerto: forse era lo stato d’animo giusto per la a�?Quartaa�?, forse proprio cosA� il compositore boemo voleva che ci si sentisse ascoltandola. In quel momento perA? consideravo un dubbio privilegio quella mia risonanza con le note della sinfonia e ne accolsi il finale con un senso di liberazione. Contrariamente alle mie abitudini, guadagnai l’uscita con l’orchestra ancora sul palco e gli applausi che scrosciavano: avevo bisogno di uscire, avevo bisogno d’aria.

Fuori la serata era mite ed ancora discretamente animata; mi lasciai alle spalle l’auditorium e camminai a passo deciso verso il centro storico. Mano a mano che camminavo mi sentivo piA? sereno, forse per effetto dell’attivitA� muscolare dopo l’immobilitA� del concerto, forse per la vita che si agitava intorno a me; dovetti evitare una bicicletta che procedeva sul marciapiede, aggirare un capannello di ragazzi che chiacchieravano coi boccali di birra in mano subito davanti all’entrata di un locale e non ne fui infastidito. Rallentai quindi il passo, procedendo piA? rilassato, e mi venne perfino da fischiettare il tema del secondo movimento, assolutamente geniale, pensai, nella sua leggiadra ironia. Continuai cosA�, con animo svagato, pervaso da una piacevole sensazione di armonia e di appartenenza alla cittA�, quella sensazione per cui ci si sente sicuri, protetti, quasi amati da un luogo familiare. Mi capita piA? spesso in contesti naturali, specie se rimasti pressochA� immutati negli anni o nei decenni, e si tratta ovviamente di una sensazione illusoria. Ma A? una bella illusione, che quando si manifesta cerco di inseguire e assecondare sospendendo l’incredulitA� come stessi assistendo ad un film. CosA� feci e ne ottenni alcuni minuti di inaspettata beatitudine. Poi, ancora una volta, mi ritrovai in via Belenzani.

Sulle prime pensai che i miei occhi fossero stanchi. Mi erano stati prescritti gli occhiali da poco tempo e non mi ero ancora abituato a portarli regolarmente con me; in fondo, pensavo, ci vedevo bene. Ma talora, quel lieve astigmatismo che mi era stato riscontrato risultava piA? evidente e fastidioso, e quando dall’oculista per la prima volta mi era stata applicata una correzione, ero rimasto sorpreso dalla nitidezza acquistata all’improvviso dalla mia visione.
CiA? che perA? ben presto iniziA? a sembrarmi strano fu come alcuni elementi della scena mi apparissero nitidi ed altri meno: la via, i palazzi parevano disegnati a china al tecnigrafo, le persone invece le vedevo come attraverso un velo di nebbia, a tratti piA? lieve e a tratti piA? densa. Mi fermai e mi stropicciai gli occhi, ottenendone per qualche istante una visione uniformemente sfocata. Poi la via mi apparve nuovamente incisa nello spazio con tratto sicuro, ma le figure umane, ancor piA? di prima, erano ombre… sagome, le cui forme e colori si mescolavano come volute di fumo. Sentivo ancora il rumore dei loro passi, il suono delle loro voci, ma sempre piA? lontani e indistinti.

Si era fatto buio. Non so se fosse avvenuto all’improvviso, o se solo in quel momento me ne fossi accorto, ma il chiarore dell’illuminazione cittadina era completamente assente, mentre una luminescenza malsana pervadeva la scena. Alzai d’istinto lo sguardo al cielo: sopra di me la luna brillava alta, e per quanto ciA? fosse impossibile, era ancora la luna color sangue dell’eclissi! Come potevo essere tornato alla notte precedente? Rimasi immobile in mezzo alla via, lungo la quale vapori inconsistenti si muovevano intorno a me in un mormorio lontano ed informe.
E ad un certo punto, da questi, delle forme iniziarono ad emergere. Per un attimo sperai che ciA? segnasse l’esaurimento della mia allucinazione, che attorno a me stessero ricomparendo i cittadini a passeggio in quella bella serata di primavera illuminata da una luna appena calante…

Non fu cosA�. Delle figure emersero rapidamente, in silenzio, come attori che su un palco buio si fossero spostati, con studiata decisione, nelle macchie di luce degli occhi di bue. Avevano forma umana, ma i loro erano quei volti spettrali che alcune ore prima, al passaggio della nuvola davanti al sole, mi avevano fissato. Allora era stata un’impressione momentanea, anzi, piA? il ricordo di un’impressione appena avuta; ora quelle vestigia di umanitA� erano lA�, i loro sguardi fissi su di me e la loro espressione ancora indecifrabile.

Il terrore si espanse prima, poi implose nel mio petto. Mi guardai attorno ed erano ovunque; non ero propriamente circondato, ma in qualsiasi direzione mi fossi mosso avrei finito coll’avvicinarmi ad uno di essi. Provai: rimasero immobili, apparentemente indifferenti alla mia azione, ma non osai andare oltre.
Poi, all’improvviso, si mossero. Tutti insieme, come governati da una volontA� comune, avanzarono lentamente verso di me; neppure ora perA? circondandomi, ma piuttosto includendomi in ciA? che in breve assunse la forma di un corteo lento, solenne e silenzioso. E come uno spettro tra gli spettri io camminai, forse costretto dalla pressione del loro numero o forse in virtA? di quella stessa volontA� comune che pareva puntare verso il portone di legno dell’altra sera, quello sotto l’aquila di bronzo, quello che i due barbuti busti di marmo paiono guardare dall’alto del palazzo di fronte. Quello del portale con l’epigramma.
Procedemmo, io un passo avanti a loro come un alfiere. Il portone era socchiuso, ma al mio tentativo di aprirlo oppose un’inattesa resistenza; lo spinsi allora con una certa forza facendolo sbattere ed il suo rimbalzo mi ferA� ad una mano, ma in quel momento non vi badai.

Varcata la soglia mi ritrovai solo. Ricordo solo il portale di marmo, non il passaggio, non gli edifici a delimitare il cortiletto, non le unitA� esterne dei condizionatori. Il portale davanti a me, e in esso qualcosa d’inatteso: in luogo della scabra gettata di cemento a chiuderlo v’era uno spazio deserto, oscuro, insondabile e ribollente come un vuoto quantistico. Al centro, di spalle, l’immagine di me stesso.
Mi voltai, pensando ad una telecamera, ad un elaborato quanto incomprensibile scherzo, ma non trovai nulla. Giratomi nuovamente verso il portale vidi la mia immagine completare il mio stesso movimento, con la strana impressione che rispetto a me, essa fosse lievemente in anticipo. Avanzai cautamente di alcuni passi ed essa fece lo stesso e, seppur di poco, ora il suo movimento precedette nettamente il mio. L’apparente distanza che ci separava pareva aumentare lentamente, e con essa lo sfasamento delle nostre azioni, le mie che parevano replicare le sue…
Che accadeva al tempo? Mi trovavo in una notte passata ed osservavo me stesso alcuni istanti nel futuro a�� nel futuro di quel passato! No, non sapevo cosa stessi guardando, ma certamente non quello! La spiegazione piA? logica (se quella notte la logica esisteva ancora!) altro non poteva essere se non che io fossi influenzato da quanto vedevo accadere al mio alter-ego e che inconsapevolmente lo stessi replicando…

A quel punto la figura, che nel frattempo si era ulteriormente allontanata da me come trascinata dalle invisibili correnti di quel vuoto, si voltA? di scatto verso sinistra. Bene: io non lo farA?, pensai trionfante; ma non ebbi il tempo di concludere nella mia mente questo pensiero che il portone di legno su via Belenzani sbattA� fragorosamente. Istintivamente mi girai verso il rumore…
Mi resi allora conto di ciA? che era accaduto. Per qualche istante cercai disperatamente un’altra spiegazione, poi mi arresi. Tornai lentamente a volgermi verso il portale, verso l’abisso tempestoso in cui un altro me stava precipitando. Mi avvicinai. Quel portale, quell’abisso mi attraevano; forse ad attrarmi era la sfida al libero arbitrio che rappresentavano, o forse la natura dell’attrazione non era intellettuale, ma d’altra natura, piA? misteriosa.

Sentii qualcosa colarmi lungo la mano: la ferita che mi ero procurato aprendo il portone stava sanguinando ed alcune gocce di sangue cadevano a terra. Sollevai l’arto e tamponai il taglio col fazzoletto, e quando lo tolsi dopo qualche secondo, ne uscA� ancora una goccia di sangue. La guardai uscire, formarsi e cadere sul selciato. Ma non cadde dove avrebbe dovuto, bensA� un passo avanti, verso il portale. Mi avvicinai di un passo ancora e protesi la mano; un’altra goccia fuoriuscA� dalla ferita, scivolA? lungo il dorso e rimase appesa all’estremitA� del mio indice, quasi palpitando. Poi se ne staccA? e volA? verso il portale, lo raggiunse e ne fu inghiottita.

Di quel momento ricordo una violenta sensazione, una sensazione che non potrei definire se non come consapevolezza: per un istante fu come se avessi potuto contemplare l’universo dagli occhi di Dio! Ma fu un istante soltanto, e lasciA? dietro di sA� il sapore dell’eccezionalitA� ed un senso di vuoto, di perdita e di rimpianto.

Avevo avvolto il fazzoletto attorno alla ferita e il sangue s’era fermato; la mia immagine era oramai poco piA? di un punto distante nello spazio oscuro che si apriva davanti a me e non potevo piA? distinguere cosa le accadesse. Come la mia goccia di sangue di prima, tutto il mio essere subiva un’attrazione intensa verso il portale, molto piA? intensa di quella provata la sera precedente. Era il fascino, il fascino orribile esercitato da un precipizio, quando stando sull’orlo la mente quasi si compiace nell’immaginare quel piccolo movimento che lA�, in quel momento, avrebbe il potere di innescare l’irreversibile; ed era il senso di ineluttabilitA�, l’idea che il libero arbitrio non fosse che un’illusione e che dunque, l’unica cosa da fare fosse accettare di essere in potere della corrente del fiume del tempo ed abbandonarvisi. Alzai gli occhi all’architrave e lessi ancora una volta l’epigramma, fissandolo a lungo, come ipnotizzato: Decipimur votis et tempore fallimur et mors deridet curas: anxia vita nihil.

Inganno, tradimento, morte: questa sintesi spietata della condizione umana e un’indefinita, ma grandiosa e lusinghiera promessa, convivevano giustapposte nel manufatto dinnanzi a me, l’una in antiche parole scolpite sull’architrave, l’altra nel vuoto ribollente e buio che si apriva oltre la soglia. Soccorso e salvezza, o inganno e tradimento? Immobile, quasi paralizzato, assistevo da spettatore al turbinoso scontro di pensieri e pulsioni opposte che avveniva nella mia mente sovreccitata. Era ancora in mio potere la scelta?

Il fascino dell’abisso era possente come una forza invincibile della natura, un maelstrA�m dal quale solo uno sciocco o un disperato avrebbero tentato di uscire nuotando. Io non gli resistetti, anzi, lasciai che esso mi pervadesse. Era dolce e tentatore come il sonno che s’insinua quando guidi di notte su una strada dritta e solitaria: chiudi gli occhi… socchiudili appena, solo per un istante e ti sentirai meglio!
Fu proprio il ricordo di un colpo di sonno alla guida a riscuotermi.

Stanco e desideroso di giungere a casa dopo un volo intercontinentale, ero da solo nell’auto che percorreva a tarda notte la statale deserta. Il buon senso mi aveva avvisato ripetutamente del rischio, ma io desideravo solo la mia casa e il mio letto e provavo ad allontanare la sonnolenza con le bocchette dell’aria condizionata puntate su di me ed un’antologia wagneriana nel lettore cd, riprodotta ad alto volume, alla quale partecipavo attivamente cantandone arie e recitativi. Di tanto in tanto poi emettevo dei vocalizzi inarticolati e scuotevo la testa lasciando flaccide le guance come fossi stato un cane boxer. Avevo guidato cosA� per un’ora, ed altrettanto mancava a destinazione quando il sonno, subdolo e prepotente, mi era scivolato addosso. Io me n’ero accorto, ma la mia volontA� era incapace di contrastarlo, tutta tesa com’era a farmi raggiungere la destinazione, e pur consapevole del pericolo mortale che incombeva su di me, avevo continuato a guidare su quella strada diritta, buia e solitaria, finchA� le trombe di un camion e le sue luci, tutte accese di fronte a me, non mi ridestarono evitandomi per pochi istanti una collisione dall’esito scontato.

Con un sussulto e questo ricordo vivido davanti agli occhi mi ritrovai dinnanzi alla grezza gettata di cemento, accanto alle ventole dei condizionatori che esalavano un’aria calda e soffocante. Ansimai, confuso e spaventato. Ricordavo gli spettri e l’abisso ribollente, ma come si ricorda un sogno che la veglia, secondo dopo secondo, erode fino a lasciarne pochi incoerenti frammenti destinati alla dissoluzione. Mi guardai attorno con una sensazione crescente che tutto fosse stato sempre cosA�… tutto doveva essere stato sempre cosA�! Osservai perplesso la mia mano fasciata col fazzoletto e le gocce di sangue sul selciato; alzai allora gli occhi all’architrave e all’epigramma.

Lo lessi, e lo rilessi incredulo. Ero certo di non sbagliarmi… di non ricordare male, ma una parola era cambiata, una singola parola. Non ‘mors deridet curas’, ma ‘spes’: non piA? la morte, adesso era la speranza a ridere delle preoccupazioni! Avevo esercitato il mio libero arbitrio; forse lei era il mio premio.
Uscito dal cortiletto chiusi il portone alle mie spalle e me ne andai. Via Belenzani era illuminata dalle consuete luci elettriche, diverse persone la percorrevano in ambo i sensi e un gruppo di ragazzi schiamazzava, complici le birre che molti di loro avevano in mano. In cielo, bianca e appena calante, brillava la luna.

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Emanuele M.Pozzo A? nato a Bolzano, un po’ di tempo fa. E’ un medico, un subacqueo ed uno schermidore. Una volta, spinto da sua moglie (non in senso letterale!), si A? pure buttato da un aereo. Ai tempi dell’universitA� era solito coinvolgere alcuni suoi amici in escursioni notturne a dei castelli, rigorosamente in rovina e possibilmente collocati nel fitto di qualche foresta. Non A? escluso che riprenda a farlo.
Quando si sente triste ascolta il Requiem di Hindemith; per dormire bene tiene un libro di Poe sul comodino.
Scrive per diletto, cimentandosi con il genere gotico del quale A? da sempre innamorato. Una bella sera, mentre presentava il proprio primo libro a un circolo di amanti della lettura, qualcuno con naturalezza lo ha definito uno scrittore. La cosa lo ha piacevolmente sorpreso e inorgoglito e da allora, per continuare a sentirsi tale, cerca di avere sempre una storia di fantasmi alla quale lavorare.

http://ilmiolibro.kataweb.it/utenti/55002/emanuele-pozzo/

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