Dall’11 settembre a Barack Obama. La storia contemporanea nei fumetti

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Il saggio di Luigi Siviero che analizza la visione dei fumetti della storia contemporanea post 11 settembre

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di Stefania Povolo

Alla luce del recentissimo discorso di Barak Obama sull’intensificarsi della guerra contro i terroristi e l’isis, avvenuto proprio alla vigilia di uno degli anniversari più importanti della storia contemporanea americana, ritorna quanto mai interessante la lettura dell’ultimo saggio che il trentinissimo Luigi Siviero ha scritto: “Dall’11 settembre a Barack Obama. La storia contemporanea nei fumetti” edito da NPE.

Si tratta di un lavoro di confronto e commento del continuo intreccio tra la storia internazionale caratterizzata dalla guerra al terrorismo post 11 settembre, conflitto afghano e accordi internazionali, e i rimandi rilevati dal Siviero nella letteratura fumettistica.

Come la società reale, anche i personaggi dei fumetti e i loro eroi si sono confrontati con il cambio di prospettiva dato dalla mutata situazione politica, dall’incrinatura dell’immagine americana e dall’ombra multiforme e minacciosa dei conflitti mondiali.

Spesso poi, nell’alzare  lo sguardo dai fumetti, gli elementi simbolici usati dai supereroi nelle loro avventure ritornano come ottima metafora anche nella vita reale, diventando buone tracce nel leggere e interpretare ciò che ci sta attorno.

Ecco perché un lavoro come quello riportato nel saggio di Siviero si rivela interessante in questi momenti di complessità: diventa un percorso a più livelli, un’ottima fonte di spunti e ragionamenti per interpretare a modo proprio gli scenari in cui siamo immersi, sia per chi è un appassionato di supereroi e comics, sia per chi non lo è.

abbiamo chiesto un parere allo stesso autore, su come conciliare la cultura dell’eroe marvelliana e le ultime comunicazioni sulla lotta al nemico. Così ci ha risposto:

Mi sembra che il discorso di Obama, pur essendo simile nella sostanza alle dichiarazioni di guerra di Bush dello scorso decennio, sia più cauto nei toni. Dalla fine del 2001 alla metà del 2003 George W. Bush usò un linguaggio arrogante perché credeva che gli Stati Uniti fossero una macchina da guerra invincibile. Fu costretto a ricredersi quando le truppe americane entrarono a Baghdad e iniziò la seconda fase del conflitto, fatta di attentati lungo le strade e di autobombe lanciate contro i posti di blocco. Bush era la voce di un Paese che si proponeva al Mondo come Impero egemone, prima che la Guerra in Iraq volgesse al peggio e che la crisi economica prendesse il posto del terrorismo in cima alle paure della popolazione. L’ultimo capitolo del mio libro, incentrato su Barack Obama, riguarda proprio questo cambiamento del tipo di paura. Durante la campagna elettorale dell’autunno del 2007 e all’inizio del primo mandato, Barack Obama fu trasformato dai fumettisti in un vero e proprio supereroe. Nella finzione dei fumetti Barack Obama era diventato Capitan Obama, un supereroe che aveva il compito di fare dimenticare l’epoca buia della Guerra al Terrore. L’esempio principale di Obama nei panni di un supereroe si trova in Final Crisis di Grant Morrison, JG Jones, Carlos Pacheco, Marco Rudy e Doug Mahnke, un fumetto della DC Comics del 2008 in cui Superman non è il giornalista Clark Kent, ma un nero simile a Obama che ricopre il ruolo di Presidente degli Stati Uniti. Lo sceneggiatore Grant Morrison creò questo nuovo Superman proprio perché riteneva che i fumetti di supereroi dovessero scrollarsi di dosso la cupezza che aveva caratterizzato le pubblicazioni degli anni precedenti, e che si era accresciuta mano a mano che la situazione in Iraq peggiorava. Obama era lo stimolo per invertire la tendenza e comunicare finalmente un messaggio positivo. Col passare degli anni il Capitan Obama supereroe fu accantonato per lasciare spazio, nelle vignette politiche, a un altro Capitan Obama, il capitano di una nave (metafora degli Stati Uniti) che colava a picco a causa della crisi economica. Ridimensionato, ma non disconosciuto, il ruolo imperiale degli Stati Uniti, oggi Obama si rivolge a un popolo ancora scottato dalla Guerra in Iraq e dalla crisi economica. Non a caso la preoccupazione del Presidente è di dire che non saranno coinvolte truppe di terra (mentendo, perché ha annunciato anche che saranno inviati a Baghdad 500 soldati!) e che l’America non sarà trascinata in una nuovo conflitto come il precedente in Iraq e in Afghanistan.

Negli ultimi sviluppi quanto lei ha analizzato nel suo libro sembra rivelarsi in modo ancor più evidente: E’ il linguaggio a strisce che richiama quello della realtà, o è la realtà che ricalca nei comunicati e nelle tematiche i grandi temi dei supereroi?

Da sempre nei fumetti di supereroi c’è attenzione a ciò che succede nella realtà, che fornisce spunti per le trame e occasioni di riflessione. È così fin dagli albori di questo genere narrativo: nel marzo del 1941 Capitan America prese a pugni Adolf Hitler sulla copertina di Captain America n. 1 disegnata da Jack Kirby. A quel tempo gli Stati Uniti erano neutrali e lo sarebbero rimasti fino all’8 dicembre 1941, quando Roosevelt dichiarò guerra al Giappone in seguito all’attacco di Pearl Harbor. Probabilmente Kirby tentò di intercettare un sentimento diffuso nella popolazione americana, oltre a esprimere in maniera iconica e fulminante la propria posizione sulla guerra innescata dalla Germania e su come gli Stati Uniti avrebbero dovuto prendervi parte. O ancora, fra gli esempi del passato si può citare Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons, imperniato sulla Guerra Fredda e sulla prima Guerra in Afghanistan. Questo fumetto, scritto da un anarchico e fondato su idee anarchiche, uscì a metà degli anni Ottanta, nell’epoca in cui Ronald Reagan tentò di esasperare il conflitto a distanza con l’Unione Sovietica definendola l’Impero del Male.

Anche quando la politica ricorre alla guerra, nel passato come ai giorni nostri, il linguaggio ha un ruolo centrale. Lo ebbe quando Roosevelt chiamò “Giorno dell’Infamia” l’attacco a Pearl Harbor e Reagan coniò l’espressione “Impero del Male”, e lo ebbe nella guerra del linguaggio di George W. Bush, che fece ricorso a termini come “Stati canaglia”, “Asse del Male” e “armi di distruzione di massa”.

Essendo il fumetto un linguaggio che può avere, e ha quasi sempre, una componente verbale, è inevitabile che gli autori assorbano discorsi verbali pervasivi come quelli fatti dai politici. Può esserci (ovviamente non in ogni singolo fumetto) un richiamo della realtà all’interno dei fumetti.  Poi l’autore può limitarsi a usare la realtà come mero sfondo, come è giusto che possa essere, oppure tentare di intervenire innestando le proprie idee in maniera critica, sperando di influire in qualche misura sulla realtà stessa.

Da qualche parte i nostri supereroi dei fumetti (e i loro disegnatori) stanno ascoltando come noi l’ultimo discorso del presidente americano? dopo l’apologia dell’eroe, chi verrà a salvare gli innocenti? e soprattutto, da che parte si porrebbe? 

Nella serie Ultimates di Mark Millar e Bryan Hitch, una versione distopica dei classici Vendicatori (Avengers) della Marvel pubblicata nella prima metà degli anni Zero, Capitan America, Iron Man e gli altri membri del gruppo erano concepiti come armi di distruzione di massa da usare nelle guerre contro gli Stati canaglia. In quanto armi potenzialmente replicabili e riproducibili, gli Ultimates erano spersonalizzati e trattati dall’amministrazione Bush come pedine sullo scacchiere globale. In questo modo, privati della loro individualità, smettevano di essere eroi. A quel tempo gli autori ci tenevano a protestare contro la guerra. C’era la speranza che i protagonisti dei fumetti smettessero di essere armi e ritornassero a fare gli eroi. Forse oggi, dopo che di fatto Obama ha agito per due mandati come un Bush in tono minore, la speranza (ravvivata nel 2008 attraverso fumetti come Final Crisis) ha lasciato il posto alla disillusione. Sperare non è ancora diventato impossibile, ma è certamente un po’ più utopico oggi che nel 2008.

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Pubblicato il 11 settembre, 2014 @ 12:56 pm.


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