HANNAH E LE ALTRE di Nadia Fusini, ed, Einaudi

pubblicato da: Mirna - 26 gennaio, 2014 @ 6:43 pm

Vorrei ricordare  per il giorno della memoria Simone Weil, Rachel Bespaloff e Hannah Arendt, tre donne ebree,  presentateci magistralmente da Nadia Fusini  in questo saggio.

Tre donne, tre pensatrici cresciute in un periodo, quello tremendo  dei totalitarismi, del Nazismo, delle barbarie,  della Shoah   e  “con la catastrofe, al centro del suo scatenamento“ il cui  sguardo sulla violenza, sul potere e sulla guerra ci rivelano una grande indipendenza di pensiero.

Ho letto con passione questo libro ritrovando linee parallele del vedere, del sentire, del pensare femminile:   le donne… outsider come gli ebrei, i diseredati, come gli emarginati di sempre.

Simone Weil ha una grande sete di giustizia, una totale empatia con gli oppressi, i poveri, condivide con essi le privazioni tanto che morirà, non in un campo di concentramento , bensì di scarsa nutrizione, di debolezza. E’ una mistica, una filosofa, una santa? Per lei l’Amore dovrebbe reggere il mondo. Mentre – e i suoi tempi glielo confermano – tutto si concentra sulla guerra e sul potere. Legge in modo super maschilista L’Iliade confrontandola con il Nazismo. Solo guerra e sangue. La legge a modo suo, tralasciando i tanti squarci di umanità che attraversano il poema, come quello in cui Achille ha un moto di dolce pietà verso Priamo.

Anche Rachel Bespaloff, la più misteriosa e riservata delle tre, legge e commenta l’Iliade, questo poema che sembra incarnare gli attributi maschili di violenza e di potere tipici del Nazismo. Morirà negli USA,  suicida. Per lei  è la Poesia che  ha la capacità “di mantenere viva nella parola l’avventura umana della conoscenza. Unica e sola redenzione possibile, al poeta è dato di immaginare nella lingua un luogo dell’interiorità, dove l’esistenza assume un volto etico.”

I tempi oscuri in cui vivono le tre donne farà dire ad Hanna Arendt, forse la più forte e la più “fortunata”, che il mondo si sta trasformando in un terribile ingranaggio. Come descrittoci da Kafka ne “Il castello”. Il mondo burocratico entra persino nella terribile “soluzione finale” dei Nazisti tanto che Eichmann nel processo tenuto a Gerusalemme continuerà a sostenere che lui non ha ucciso nessuno, firmava soltanto. E Hanna, scontrandosi con l‘intellighenzia del tempo, e dimostrando di mantenere una ferma indipendenza di pensiero,  riesce a scoprire in lui – un uomo nullità –  proprio “la banalità del male” .  La colse nel linguaggio incolore, arido noioso, monotono che Eichmann usava. “Chi compie il male, lo fraziona in atti che mette in fila uno dietro l’altro senza connetterli. Atti che compiono uomini che per l’appunto non pensano.”

Hanna Arendt nasce nel 19o6 e muore negli USA nel 1975. Riesce a salvarsi da un campo di internamento, riesce ad avere il visto per gli Stati Uniti,  legge e scrive moltissimo. “Perchè è la lettura che spinge a scrivere”.

Naturalmente Virginia Woolf ha già scritto della stanza tutta per sè, ma il 20 aprile 1935 sul suo diario, dopo aver appreso delle minacce di violenza viriloidi che vengono dalla Germania e dall’Italia si chiede “ma qual è l’angolo della donna? ” E a  Nadia Fusini  che si sofferma su questa frase appaiono in modo automatico gli aggettivi equilatero, isoscele, scaleno. Conclude che scaleno sembra più adatto alla donna: è più irregolare…

Il pensiero femminile che mi incanta perchè mi sembra sì più “irregolare”, ma certamente vasto, completo, multiforme, è analizzato  nella figura femminile di un’ebrea vissuta nel XVIII sec.,  Rahel Levin della quale Hanna Arend scrive una biografia.

Un altro libro che cercherò.

Stanno proiettando il film di Margareth von Trotta proprio sulla relazione  di Hannah Arendt durante il processo Eichmann.

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2 commenti
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  1. Il film su Hanna Arendt è bellissimo. Assolutamente da vedere.

  2. Ho letto qualche anno fa “La banalità del male” della Arendt, che mi aveva agghiacciata, ma nello stesso tempo fatta riflettere, come certamente era l’intento dell’autrice, su quella che è stata la tremenda e vergognosa tragedia avvenuta solo qualche decennio fa.
    Il Male che Eichmann incarna appare alla Arendt “banale”, e perciò tanto più terribile, perché i suoi servitori più o meno consapevoli non sono che piccoli, grigi burocrati: sono dei tecnici nei quali ci si può riconoscere, soprattutto per chi ha fatto parte degli ingranaggi della macchina burocratica.
    Recentemente ho visto la commedia tratta da un testo di Ronald Harwood “La torre d’avorio” che tocca uno dei temi più discussi e irrisolti della storia: l’autonomia dell’arte di fronte alla politica e non ho potuto fare a meno di pensare che è giusto prendere posizione di fronte al Male, senza “se” e senza “ma”, anche rinunciando a privilegi. A questo ho aggiunto il bel film sulla Arendt, superbamente recitato, per fortuna sottotitolato, così si è chiuso il cerchio, anzi no ho anche letto il libro citato e queste grandi donne, ognuna forte a modo suo, mi hanno fatta sentire orgogliosa di appartenere all'”altra metà del cielo”.