Intervista di Francesca Bianchi a Elena Dak

pubblicato da: Mirna - 19 maggio, 2018 @ 2:01 pm

http://www.ftnews.it/articolo.asp?cod=1591

Molto interessante e coinvolgente lo scritto di Francesca Bianchi “In viaggio tra le pagine di Elena Dak” FTNEWS:IT

La scrittrice che ama”viaggiare con i nomadi” era stata ospite del nostro gruppo di lettura alcuni anni fa. Anzi ripropongo il libro che avevamo presentato insieme al bar -libreria Galileo. Sana’a e la notte. (cercate nel mio archivio)

bianchi[1]

Francesca Bianchi
FtNews ha intervistato la studiosa Elena Dak, autrice di tre emozionanti libri di narrativa di viaggio: Sana’a e la notte, La carovana del sale, Io cammino con i nomadi. La scrittrice, che ha all’attivo numerosi viaggi in Medio Oriente, Asia Centrale e Nord Africa, ha parlato del fascino esercitato su di lei dalle tribù nomadi dell’Africa Sahariana, che ha avuto modo di conoscere e di frequentare, sviluppando un forte interesse antropologico nei loro confronti, di cui ha voluto renderci partecipi attraverso i suoi meravigliosi diari di viaggio.
Nel corso della nostra conversazione la Dak, che forse è stata l’unica donna occidentale ad aver partecipato ad una traversata di 1200 km nel deserto del Sahara assieme a trenta Tuareg, la cosiddetta “carovana del sale”, ci ha resi partecipi delle emozioni che questa straordinaria avventura tra i Tuareg ha lasciato in lei, soffermandosi sui rituali e sulla straordinaria apertura mentale delle popolazioni berbere. Ha parlato anche della sua esperienza di viaggio presso i Wodaabe, una popolazione nomade che vive a cavallo tra il Niger e il Ciad, che ha un vero e proprio culto per la bellezza e per la cura di sé.
La scrittrice ha raccontato della grande considerazione di cui godono le donne presso le culture Tuareg e dellaG1-Elena2[1] calorosa accoglienza ricevuta dalle tante popolazioni nomadi incontrate.
Infine ha ricordato l’incanto e la bellezza della città mediorientale di Sana’a, nello Yemen, che Pasolini considerava una piccola, selvaggia Venezia.
Ha espresso il sincero auspicio che i suoi libri possano contribuire a salvare la memoria di realtà culturali destinate alla scomparsa e a promuovere il confronto con la diversità, che è sempre fonte di arricchimento e di crescita.
Elena, Lei lavora per diversi tour operator ed ha alle spalle numerosi viaggi in Nord Africa, Medio Oriente e Asia Centrale. Quando è nata la Sua grande passione per i viaggi e per il nomadismo?
La passione per i viaggi e per il nomadismo non sono nate prestissimo. Ho avuto modo di lavorare per Alitalia per alcuni mesi. Un giorno mi è capitato tra le mani un catalogo di viaggi di Kel 12, dove ho potuto ammirare foto stupende. Così ho deciso di lavorare per questo tour operator. Lavorando per Kel 12, è nata la passione per viaggi. Solo in seguito, viaggiando molto per il deserto del Sahara e in Libia, ho avuto modo di conoscere le tante popolazioni nomadi che vivono in quei territori. Ho sempre frequentato Paesi sahariani in cui i nomadi vivono da pastori. A tal proposito, intendo subito precisare che quando parlo di nomadismo, parlo di pastoralismo.

Tra le Sue tante esperienze di viaggio, ce n’è una che ricorda con particolare affetto? C’è un posto che Le è rimasto nel cuore più di altri?
Indubbiamente tutti i luoghi che ho percorso attraverso le ricerche di antropologia. Ho nel cuore il Niger e il Ciad, ma anche la Libia e il Mali sono due Paesi nordafricani che amo profondamente. In generale, tutti i Paesi dell’Africa Sahariana mi sono particolarmente cari e, ogni volta che torno lì, sento di tornare a qualcosa che mi appartiene. Al di fuori dell’Africa, ho nell’anima lo Yemen, il Paese più bello che io abbia visto, dopo l’Italia

Il Suo ultimo libro di narrativa di viaggio, pubblicato nel 2016 da Corbaccio Editore, si intitola Io cammino con i nomadi. Una straordinaria esperienza di viaggio insieme ai Wodaabe attraverso il Sahel. Chi sono i Wodaabe? Che ricordo conserva di quella che Lei nel sottotitolo definisce una straordinaria esperienza di viaggio?
Il Ciad è un mosaico di popolazioni molto diversificate dal punto somatico, linguistico e religioso. Uno dei tanti gruppi etnici del Ciad è costituito dai Wodaabe, che appartengono all’etnia dei Peulh e vivono a cavallo tra il Niger e il Ciad. Sono pastori bovari, allevatori di mucche dalle bellissime corna a lira; vivono in clan dispersi per il territorio, un territorio in prevalenza arido. Una volta all’anno possono convergere e condividere per qualche settimana le stesse terre. Quando i vari clan si ritrovano dopo tanti mesi di lontananza, celebrano l’evento attraverso canti e danze che esaltano uno dei valori su cui si fonda la loro cultura e il loro codice etico, ossia la bellezza. Io ho avuto modo di seguire una famiglia sin da quando è cominciata la dispersione dei vari gruppi e devo dire che è stata un’esperienza di grande coinvolgimento sia dal punto di vista antropologico che umano. In cinque settimane abbiamo fatto otto transumanze in territorio ricoperto da foresta spinosa (Sahel), una zona con vegetazione ostile, di notte piena di scorpioni. Ho cercato di vivere la loro vita per un po’ di tempo, inglobata e accolta all’interno di tante famiglie composte da uomini, donne e bambini. Ho condiviso la vita durissima di questi pastori che il governo vorrebbe indurre alla sedentarizzazione, ma che resistono con fierezza. Io ho voluto testimoniare la loro tenacia e l’attaccamento alle loro tradizioni.
Come è stata accolta dai Wodaabe? Hanno avuto qualche diffidenza iniziale nei confronti di una donna occidentale?
Inizialmente, quando insieme alla guida locale che mi accompagnava abbiamo chiesto al sultano di accogliermi, la reazione è stata una sonora risata. Lui, che conosce bene i disagi di questa vita, vedendo me, una donna occidentale sola, ha temuto che non fossi pienamente consapevole delle fatiche cui andavo incontro. C’è voluto qualche giorno di trattativa per fargli capire che ero preparata ed allenata per affrontare questa esperienza. E’ stato rassicurato molto dal fatto che con me avessi un telefono satellitare, attraverso il quale, nel caso in cui fossero sorti problemi, avrei potuto dare l’allarme e chiedere aiuto. Al di là della diffidenza iniziale, l’accoglienza è stata calorosa da parte delle donne del villaggio, dei bambini e anche da parte dei pastori delle altre etnie. Mi sono sentita al sicuro tra persone che in nulla avrebbero potuto nuocermi.

Cosa può dirci della cultura, dei rituali, dello stile di vita e delle tradizioni religiose di questa popolazione?
Negli ultimi decenni i Wodaabe si sono quasi tutti convertiti all’Islam, ma si tratta di conversioni strategiche, poiché il fatto di non essere musulmani li rendeva ancora più malvisti ed emarginati di quanto già non lo fossero agli occhi degli altri gruppi etnici; inoltre, sono stati indotti a convertirsi anche per non perdere diritti di accesso a pascoli, terreni e pozzi.
I Wodaabe aderiscono ad un codice di comportamento, il Pulaaku, che prevede di imparare e rispettare cinque obblighi relativamente ai valori morali: il riserbo; il rispetto; l’intelligenza; la pazienza e la resistenza nel loro significato fisico e morale; il senso dell’onore, la fierezza e il rifiuto di tutti gli atteggiamenti di mancanza di rispetto verso sé. Il Pulaaku include anche aspetti che noi non includeremmo mai all’interno di un codice etico, come l’esigenza di camminare, atteggiarsi, vivere in un certo modo: bellezza e cura di sé fanno parte del codice etico. Per quanto riguarda lo stile di vita, i Wodaabe si dedicano all’allevamento dei bovini, transumano molto e, come ho detto sopra, alla fine della stagione delle piogge i vari clan si ritrovano con i loro zebù in pascoli verdeggianti e ricchi di sale.

Lei è stata forse l’unica donna occidentale ad aver partecipato ad una traversata di 1200 km nel deserto del Sahara assieme a trenta Tuareg, la cosiddetta “carovana del Sale”, cui ha dedicato un libro dall’omonimo titolo (Corbaccio Editore, 2013).
Cos’è una carovana del sale e in cosa consiste questo viaggio? Come è nata l’idea di cimentarsi in questa coraggiosa e non semplice avventura?

La carovana del sale è stata la mia prima esperienza nomade ed è consistita in un attraversamento del deserto di 1200 km. I Tuareg sono grandi commercianti di sale, di cui hanno il monopolio dell’acquisto e della rivendita. Ogni anno, tra l’autunno e l’inverno, i Tuareg del nord del Niger attraversano il Ténéré con centinaia di dromedari, per andare a rifornirsi di sale e datteri presso le saline e le oasi di Bilma e di Fachi. Sale e datteri che saranno, poi, trasportati, nei paesi del sud, per essere scambiati con il miglio, il cereale sul quale si basa la loro alimentazione. L’idea è nata perché, durante i miei numerosi viaggi di lavoro in Niger, avevo spesso visto queste carovane mentre attraversavano il deserto, e mi avevano letteralmente tolto il fiato, lasciandomi una tale emozione non spiegabile a parole. Io volevo capire l’origine di questa meraviglia, volevo starci dentro e viverla. Nel 2004 ho conosciuto il figlio di un capo carovana, al quale ho chiesto di intercedere presso suo padre, che l’anno dopo mi accolse nella sua carovana di trenta uomini con trecento dromedari. Per questa esperienza mi sono allenata 9 mesi, facendo triathlon, alternando tutti i giorni corsa, bici e nuoto. La carovana è durata 34 giorni. Attraversare il deserto in questa specie di “villaggio in viaggio” è stata un’esperienza superiore alle mie aspettative in termini di bellezza ed emozioni.

E’ stato difficile per una donna, per di più occidentale, partecipare ad un’esperienza simile ed essere accolta dai Tuareg?
Inizio subito col dire che la mentalità dei Tuareg è figlia di una cultura matrilineare che vede nella donna il pilastro della famiglia e della società. La loro accoglienza è stata la migliore che potessi immaginare e desiderare, perché è proverbiale l’atteggiamento di grande apertura mentale dei Tuareg nei confronti di tutto ciò che è diverso. Più che altro erano incuriositi, perché non riuscivano a capire il motivo per cui stessi affrontando quella fatica.
A quali rituali ha assistito nel corso di questo viaggio? Cosa L’ha colpita maggiormente della cultura, dei rituali, dello stile di vita e delle tradizioni religiose dei Tuareg?
Ho assistito al rito del Ragò, a cui era previsto che venisse sottoposto chi faceva la carovana per la prima volta. Questo rito consiste nell’impaurire i giovanissimi che sono alla loro prima carovana. I neofiti vengono rincorsi da uomini travestiti che imbracciano delle asce per mettere alla prova il loro coraggio e la loro sopportazione. Io sono stata risparmiata perché il capo carovana si preoccupò che io non venissi sottoposta al rito, offrendo per la mia incolumità una banconota e un pezzo di formaggio di capra. Un altro rito di grande fascino cui ho assistito è il rito del tè, che si svolgeva in movimento; nella cultura tuareg, fatta di pastori che vivono di nomadismo, tutto accade mentre si cammina.

Alla città yemenita di Sana’a ha dedicato il libro San’a e la notte (Alpine Studio Editore, 2012). Pasolini sosteneva che se l’idea di Venezia è nata in qualche punto dell’Oriente, questo punto è lo Yemen. Sana’a è la città più bella dello Yemen, è una piccola, selvaggia Venezia posata sulla polvere del deserto, tra giardini di palme e orzo, anzichè sul mare. Quanto c’è di vero nelle parole di Pasolini? Cosa L’ha affascinata di questa città?
Condivido perfettamente quando affermato da Pasolini. Sana’a è un luogo di straordinaria bellezza, dove mi sono sempre sentita al sicuro, senza mai avvertire la sensazione di essere in pericolo; basti pensare che ho girato da sola anche di notte in totale tranquillità. E’ un luogo di grande fascino, stritolato tra arretratezza medievale ed anelito verso la modernità, un affresco che raccoglie le contraddizioni e la bellezza che ovunque regna sovrana. La forma, la luce, l’impasto di fango e pietra avevano qualcosa di unico, perché preservato e non stravolto o trasformato, come è avvenuto in altre città mediorientali. Come in tutti i piccoli villaggi yemeniti dove abitano cento persone, l’impianto medievale di Sana’a era ed è ancora ben visibile. Nello Yemen ogni città, ogni villaggio ha una bellezza indicibile. In ogni paese l’architettura si è espressa in maniera differente, privilegiando lo sviluppo in verticale degli edifici, tutti di pietra o di argilla. Lo Yemen ha espresso con l’argilla un’architettura di straordinaria bellezza, una bellezza che rasenta la perfezione. Sana’a era una delle tappe dell’antica via dell’incenso e ancora oggi si percepisce chiaramente che è stata un’antica città giardino, una città carovaniera.

Cosa L’ha colpita delle donne appartenenti alle diverse popolazioni con cui è venuta in contatto? Di quale considerazione godono all’interno delle rispettive società? A quali attività si dedicano?
Presso i Tuareg le donne godono di grande considerazione e non possono essere relegate in casa. Gli uomini indossano il turbante che copre il viso, mentre le donne non sono velate. Presso i Tuareg, se una donna ha un figlio prematuro o che nasce in fin di vita o addirittura morto, le colpe vengono attribuite al marito, che magari non è stato in grado di proteggere la propria donna.
Presso i Wodaabe sono tutelati i diritti delle donne, che fanno tutte vite difficili e non godono della considerazioni delle donne Tuareg. Presso questa popolazione, infatti, le donne si occupano di montare e smontare la capanne, si occupano dei figli, delle pecore, rivestono un ruolo tanto importante nella società, perché altrimenti casa, bambini e anziani sarebbero lasciati soli.
In Yemen, invece, ci sono tantissime spose bambine. Da questo punto di vista lo Yemen è uno dei paesi più arretrati del Medio Oriente. Fino agli anni Settanta più del 90% delle donne era analfabeta. Negli ultimi anni è sorta una corposa letteratura, sia di mano maschile che femminile, che affronta la questione femminile in maniera molto interessante, approfondendo il difficile cammino delle donne yemenite sulla via dei diritti e dell’emancipazione.

Quale messaggio si augura possa giungere ai lettori dei Suoi meravigliosi diari di viaggio?
Mi avvicino ai mondi nomadi perché sono molto fragili: sono tali e tante le pressioni che subiscono, che queste culture sono destinate ad una rapidissima trasformazione. Io non posso fermare tale processo, ma con i miei lavori posso contribuire a salvare la memoria di queste realtà culturali. Ritengo, inoltre, che il confronto con la diversità sia arricchente, perché quando le culture si diluiscono nel grande mare dell’appiattimento e dell’omologazione, che vedono sopprimere le diversità, siamo tutti più poveri. Raccontando le diversità culturali, i miei libri hanno lo scopo di promuovere l’alterità vista come fonte di arricchimento. Ecco, mi auguro con tutto il cuore che questo messaggio possa arrivare ai miei lettori!

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1 commento
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  1. Cara Mirna, ancora sotto l’effetto positivo della bella serata di ieri, mi sento di consigliare i libri di Fausto Brizzi, ne ho letti tre, è divertente e profondo Uno è “Ho sposato una vegana” (storia vera purtroppo). Buone vacanze e divertiti.