LE OMBRE DI PEMBERLEY, e i segreti delle case

pubblicato da: admin - 10 Maggio, 2010 @ 5:32 pm

scansione0011scansione0010Parto da questo leggero romanzo di Carrie Bebris per ricordare poi  un’altra storia. Qui si racconta nientemeno che  di Elizabeth e del signor Darcy, sposi da un anno,  che indagano su un mistero.  Gli amanti di Jane Austen possono ritrovarvi gli ambienti, lo stile e gli altri personaggi del famoso “Orgoglio e pregiudizio”. Tutto viene descritto in modo perfetto a partire dalla sontuosa dimora dei Darcy, Pemberley, nel Derbyshire.

Elizabeth è in attesa del primo figlio ed  è consapevole di essere la padrona di una delle più belle dimore d’Inghilterra. “In quel momento sentì che diventare  padrona di Pemberley  avrebbe potuto essere qualcosa“. E’ felice della sua vita con Darcy e con la giovane cognata Georgiana, ma sente prepotente la presenza della loro defunta madre, Lady Anne. Ed è proprio un segreto della suocera che metterà in moto una serie di eventi inquietanti. Tutto però comincia con una lettera scoperta per caso spostando una  scrivania. Ah, i nascondigli segreti delle vecchie case!

Ho ripensato, durante la lettura di queste pagine,  a una mia cara amica di Borzonasca, il paesello ligure dove trascorro le estati. Parlo di Bruna, una signora ultraottantenne che ormai è “disorientata” (come la  cara mamma di Maria Teresa), ma che io ho frequentato tantissimo. Bruna Rera Ginocchio, originaria di Volpedo, era un’accanita lettrice e con lei  io ho trascorso tantissimi pomeriggi a parlare di libri. Le sue opinioni, le sue riflessioni concordavano spesso con le mie. Di lei mi sono sempre piaciute la schiettezza, la decisione, la veemenza. E’ una grande sofferenza averla vista “allontanarsi” dalla realtà circostante; sono certa che, se fosse “ancora con noi”, sarebbe intrigata dal mio blog. Credo però che il libro di cui parlo oggi non le interesserebbe molto, lei non amava leggere di persone che “vivevano di rendita” o che passavano il tempo a spettegolare e a bere il tè, i suoi gusti letterari si indirizzavano maggiormente agli autori italiani, a romanzi forti, epici, ma  mi ascoltava ugualmente con interesse bonario   quando spiegavo del mio amore per  Jane Austen e per tutto ciò che è English.  Mi offriva allora uno sciroppo di sambuco e mi parlava della sua casa. “Ti ho detto, vero, che appena entrata in questa casa mi sembrava di aver scoperto la grotta di Alì Babà?”  Questo era l’inizio dei ricordi della sua vita passata, del grande amore per suo marito militare, della suocera intrigante, ma soprattutto  della gioia di essere entrata, come giovane sposa, in una casa che contraccambiava il suo amore per il passato. Lei accarezzzava i mobili antichi, le poltroncine di velluto, gli oggetti, testimonianza di eventi lontani, con rispetto e amore.  Era rimasta sola abbastanza presto  e parte del suo tempo veniva speso nella ricerca della “storia della casa”. Dove?  Nei vari cassetti, nei salottini al piano terra, tra i libri, o nella soffitta . Talvolta come  benvenuto mi diceva  “Sai  che ho trovato una lettera dei Savoia tra i libri?” oppure ” Guarda che cosa indossava mia suocera quando veniva la Marchesa Tal dei Tali“. Io adoravo ascoltarla e vedere i piccoli tesori ritrovati: bottoncini dell’Ottocento, piume per i ventagli, vecchie collane, lettere sbiadite, conti,  e soprattutto libri , libri antichi. Nel caldo agosto del 1998 trascorremmo quasi tutti i pomeriggi nel salotto al piano terra (più fresco) a sfogliare uno per uno i vecchi tomi. Che piacere, che bei ricordi!

Potenza della lettura:  anche quella di far rivivere momenti intensi della vita di  persone care.

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9 commenti
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  1. La bella pagina (sono TUTTE belle!) di Mirna che parte da “Le ombre di Pemberley” mi ha fatto balzare con immediatezza vivissima la casa di Tortona (10 km da Volpedo) in cui vivevano i miei nonni materni, ma soprattutto in cui sono nata ed ho vissuto i miei primi anni. Era grande, almeno ai miei occhi di bambina, anche se era -e c’è ancora, abitata da cugine- inserita nel tessuto cittadino, a due passi dalla centrale via Emilia.
    Per me di questa casa la parte più affascinante era la soffitta, che noi chiamavamo il solaio. Polverosissimo, il solaio di Tortona, pieno di cose vecchie e lasciate andare: mobili, fasci di giornali (dove saranno finiti?), ruote di biciclette in attesa di improbabili e mai realizzate riparazioni, oggetti misteriosi… Nelle stagioni fredde era impossibile resistervi e in quelle calde dopo un po’ si veniva presi da uno stordimento provocato dal caldo e dalla luce accecante prodotta da alcune poche aperture, coperte, nel tetto: luce che intontiva ed inquietava perchè faceva risaltare il cosiddetto pulviscolo atmosferico, che lì era abbondantemente nutrito della polvere di cui sopra.
    Noi bambini, mio fratello ed io insieme alle cugine, appena potevamo andavamo “sul” solaio e là inventavamo storie, bevevamo acqua e zucchero che fingevamo fosse acqua di Fiuggi, chissà perchè, mangiavamo di nascosto troppa liquirizia o i proibitissimi chewing gum, che in dialetto tortonese erano storpiati in “ciuìngo”. Ma soprattutto mi piacevano tutti quegli oggetti buttati là e mi piaceva rovistare con un’istintiva speranza di trovare chissà che cosa…
    Molti anni dopo, quando stavo per sposarmi, mia mamma mi disse che sul solaio a Tortona c’era un armadio che opportunamente restaurato avrebbe potuto star bene nella mia nuova casa. Mi sembrava impossibile, perchè i miei ricordi erano esclusivamente di cose impresentabili e invece… Con il consenso degli zii, che non apprezzavano, portammo via l’armadio (che poi risultò della mia bisnonna, mamma della nonna Virginia), sgangheratissimo. Un bravo artigiano me lo restituì qualche settimana dopo assolutamente trasformato e ancora oggi, dopo quasi 40 anni di matrimonio, è nel corridoio di casa mia qui a Trento, perfettamente in piedi e custode dei cappotti di famiglia. Più volte al giorno lo guardo ed è automatico il pensiero al solaio di Tortona.
    Altro non mi è rimasto, se non un mio innato disordine… E’ la voglia di far rivivere quel solaio?

  2. P.S. Ringrazio Camilla degli auguri e mi complimento per le cose belle che scrive!

  3. Pensavo, dopo aver letto il tuo racconto (perchè di questo si tratta: sono racconti i tuoi, Mirna) che fintanto che si cerca qalcosa di bello, di inatteso, nelle vecchie case e cose, vuol dire che si è ancora giovani. Viene poi il giorno in cui non si vuole più frugare, nè svelare piccoli misteri. E qualche cosa di essenziale cambia dentro di noi. E non in peggio o in meglio. Cambia. Si studiano i pensieri dei pù giovani, si sente il peso e l’odore, non più gradevole, dei vecchi, amati mobili di famiglia. si butta via….zavorra. come si cambia…sotto i nostri stessi occhi stupiti. E, a volte, si ha quasi un senso di leberazione, di snellezza dell’anima, se così si può dire, intendendo per anima un proprio sè profondo e nascosto. Che si svela, non come una vecchia cosa, ma interessante e sconosciuto. Un pensiero affettuoso per te.

  4. Che belli i ricordi di Maria Teresa!
    Anche se non ho mai vissuto in una casa con soffitta sono affascinata da questi luoghi che mi appaiono tuttora misteriosi per questi oggetti abbandonati, una volta vivi e pronti a rinascere grazie allo sguardo e alle cure di chi sa riconoscerli.
    Comunque ho avuto anch’io un’esperienza legata ad una soffitta: quella dei familiari di un amico. Avevo deciso di trovarmi un appartamento per vivere da sola, ma non avevo nulla per arredarlo, allora il papà di quest’amico mi disse che forse nella loro soffitta ci sarebbe potuto essere qualcosa che poteva andarmi bene. Così ho scoperto un mondo che mi raccontava la vita di quella famiglia attraverso madie polverose e altre cose legate alla vita contadina e artigianale. Trovai così un vecchio letto di ciliegio appartenuto al nonno di questo mio amico, che era stato adattato dal padre falegname per i figli bambini fra cui questo mio amico. Fu il mio letto per tanto tempo che ho poi restituito quando cambiai casa, essendo per quella famiglia un prezioso ricordo, che ormai si è mescolato con i miei.

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