IL PANE DI IERI, e il sapore della vita

pubblicato da: admin - 2 Febbraio, 2010 @ 8:19 pm

scansione0001Il pane non è solo il cibo fondamentale per non morire di fame, è anche da sempre il simbolo del  nostro nutrimento spirituale.

 Enzo Bianchi, fondatore e priore della Comunità Monastica di Bose, prende lo spunto da un detto piemontese “el pan ed séira, l’è bon admàn” per riflettere sul cibo e per ricordare il suo passato.

 Nato nel 1943, egli ci racconta della sua infanzia povera nel Monferrato del dopoguerra, dove la vita era sentita  più come un dovere che come un piacere. L’Italia allora era un paese prevalentemente agricolo, ma il lavoro del contadino era molto duro. Rari e preziosi i momenti di gioia e di calore. Evitando il pericolo di rendere mitico e idilliaco il passato, Enzo Bianchi ci conduce in un mondo di piccole cose che molti di noi, anche se in modo un po’ diverso, hanno condiviso.

I ricordi si aprono come in un caleidoscopio e si agganciano alla memoria collettiva. Il suono delle campane del paese, che scandivano le ore, i racconti dei vecchi nelle lunghe sere d’inverno, le voci dei venditori di acciughe che arrivavano dalla Liguria, acciughe che sarebbero servite per la “bogna cauda” di cui viene riportata la precisa ricetta.

Si intrecciano, mentre leggo, i suoi ricordi ai miei; in Emilia, al mattino presto, in una certa stagione, in bicicletta i venditori di rane urlavano: “rane frésche…rane fresché…”.

Torniamo al pane, cibo prezioso, da rispettare: mai appoggiare sulla tavola a rovescio, raccoglierlo  persino se ne cadeva un pezzetto. Mia nonna Bianca era categorica su questie regole; persino oggi se mi accade di vedere un panino rovesciato devo metterlo diritto.

Io abitavo in una cittadina vicino alla campagna e la nonna Bianca, in giugno, mi portava nei campi di grano maturo a raccogliere papaveri e fiordalisi , spesso mi esortava ad assaggiare i chicchi di grano delle spighe. Un ricordo intenso, di cui sento letteralmente il sapore, che Enzo Bianchi mi ha donato scrivendone.

Insieme al pane, necessità per la nostra vita, c’è il vino al quale vengono dedicati i capitoli centrali. Il vino è il dono, il simbolo della festa, della consolazione, della gioia. Ricordiamo il miracolo di Gesù a Cana! Vino, non per ottenebrarci, ma per sollecitare in noi la letizia, l’apertura verso gli altri.

Stamattina, mentre felice camminavo lungo il Fersina sotto il sole, ripensavo ad ieri sera quando, nella casa colorata e luminosa di una carissima amica bionda che apre il suo salotto a incontri musicali, culturali e ludici,  abbiamo brindato per festeggiare il compleanno di un mio coetaneo. Il vino sembrava oro nei nostri calici e i nostri sorrisi erano aperti al convivio e all’amicizia.

Piantare una vigna, ci spiega il priore che vive tra i filari del Monferrato, è celebrare un matrimonio con la terra. Occorrono tempo e cura per far maturare l’uva. Noè, appena sceso dall’arca dopo il diluvio, pianta una vigna. Nel Cantico dei Cantici il vino è la gioia condivisa.

(So già di che libro parlerò domani, qualche mia amica che conosce la mia biblioteca forse indovinerà!)

Si legge che un tempo cibi e bevande erano usati con buon senso e attenzione; l’alimentazione, e quindi anche lo stile di vita, era più equibrato, pur nella povertà.

             “Sì, c’era una sapienza dei sapori, una conoscenza di limiti e virtù di se stessi e di quanto si mangiava e beveva, che garantiva un’autentica qualità della vita”

Davanti alla sua cella del Monastero, Enzo Bianchi ha un piccolo orto nel quale coltiva erbe aromatiche, orto che non solo dà gusto ai cibi, ma gli insaporisce l’anima.

Il libro si conclude con le riflessioni sulla vecchiaia, la stagione della vendemmia. “Ognuno ha la vecchiaia che si merita” diceva Erasmo da Rotterdam. Si intende ovviamente della propria vita interiore che, se abbiamo coltivato amorevolmente come una vigna, ci darà grappoli d’uva maturi e succosi.

Mi piace l’immagine delle vigne in autunno: le foglie colorate, rosso fuoco, dorate e piene di sfumature calde sono talvolta più attraenti dei fiori a primavera.

 

 

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  1. Il pane è indubbiamente, assieme alla pasta, l’alimento che preferisco, ma devo stare attenta perchè…ingrassano!
    I ricordi di Mirna mi fanno venire in mente i forni antichi della mia città natale, da dove occhieggiavano uomini “infarinati” con larghe pale che giravano forme morbide, che quanto prima sarebbero diventati profumati pani di fogge diverse. Dai forni proveniva sempre un profumo semplice e buono e che acquolina!
    Il vino l’ho scoperto più tardi e ineguagliabile è la sua funzione di apertura conviviale. Io, gente di città, dimentico che essi, prima di diventare alimenti, erano gialli campi dai rossi papaveri e rosse vigne dai pesanti grappoli. Grazie di avermelo ricordato.

  2. Carissima Mirna, il tuo blog è fantastico e ti seguo tutti i giorni. E’ vero, molti libri di cui parli non li ho letti, ma provvederò sicuramente perchè con il tuo entusiasmo mi hai caricata moltissimo. Che bello, per un anno potremo godere delle tue parole, delle tue riflessioni e della tua dolcezza. Grazie.
    IL PANE! Quanti ricordi sono tornati a galla leggendoti! Come dimenticare quelle fette di pane, burro e zucchero che a me bambina sembravano enormi e appagavano solo in parte la fame da lupi del pomeriggio…E io allora, con grande intraprendenza e soprattutto coraggio, andavo a rovistare sotto il corpo delle galline e arraffavo anche un uovo…completando la scarsa merenda. Riuscivo a berlo ancora tiepido, facendo due buchetti con un ago e così il profumo di quella fetta di pane è rimasto unico e meraviglioso. Grazie Mirna per avermi presa per mano e condotta attraverso i ricordi.
    Coraggio, continua con entusiasmo nel tuo viaggio letterario e siamo tutti con te!
    Bravissima!!! E continueremo ancora a brindare con te, con gli amici e con chi ci ama.

  3. I ricordi si intrecciano nel nostro blog denso di letture e riflessioni; credo che questo sia lo scopo per comunicare e confrontarci anche virtualmente, quando non possiamo sempre farlo di persona. Tutto si apre e si aggiunge alle nostre sensazioni del passato, come quella dell’uovo tiepido bevuto da Cristina bambina o del profumo del pane assaporato da Enza.
    E quante ancora si potrebbero aggiungere nell’arazzo colorato che è la vita.
    Mirna