POESIE di Sylvia Plath

pubblicato da: admin - 11 ottobre, 2010 @ 6:16 pm

Eccomi di nuovo alla tastiera per riprendere il mio ritmo giornaliero e parlare di libri e sensazioni.

Grazie a Riccardo e a Stefania ho potuto rimanere in convalescenza dopo un piccolo intervento in  day-hospital. Non ho scritto, ma ho letto e soprattutto ho pensato a lungo. Come sempre ho vissuto questa esperienza in maniera intensa, non “lineare”  ma “a spirale” , come avevo anche scritto in una mia poesia.

Dapprima non mi ricordavo neppure che l’8 ottobre dovevo entrare in ospedale, la vigilia invece mi è venuta l’ansia e la voglia di “fuggire”, il giorno stesso  è subentrata la volontà  necessaria di procedere alla svelta.

Devo essere sincera, ora, dopo alcuni giorni, tutto mi è sembrato tranquillo, facile e neppure doloroso, grazie all’anestesia totale. In più ho conosciuto due  simpatiche pazienti,  Brunella e Mirella,  tanto che finito l’effetto dell’anestesia o forse anche grazie ad essa ci siamo messe a parlare con allegria, vivacità, spontaneità  di  tantissimi argomenti, soprattutto  di donne, uomini, esperienze.

Ma mentre mi trovavo nella saletta antistante la sala operatoria, alla mercè di anestetista e di chirurgo mi è precipitata addosso la  consapevolezza della  nostra  fragilità . Pur tra gentilissime infermiere, dottoresse bravissime e sorridenti  (“Tutte donne in ginecologia,” un gineceo!” aveva commentato seccamente il mio medico) ho provato un brivido freddo  di timore, di nudità estrema e di vacillamento della mia identità.

All’infermiera di nome Silvia ho chiesto se ricordava  alcuni versi della poesia di Leopardi, poi mentre mi stavano preparando nella saletta fredda spiegandomi con estrema gentilezza cosa mi sarebbe successo con l’anestesia, ho ripensato a Sylvia Plath e alla sua sofferenza.

Dunque oggi ho rintracciato una  sua bellissima poesia.

Ho già scritto delle vicissitudini di Sylvia, del suo malessere esistenziale, del primo tentativo di suicidio, dell’elettrochoc e dei vari ricoveri in ospedale .

Che differenza però dalla mia giornata in una stanzetta rosa e verde con  nuove amiche e figlia accanto, a ciò che ci descrive la Plath in:

TULIPANI

I tulipani sono troppo eccitabili, qui è inverno. / …Sto imparando la pace, da me quietamente posando / come posa la luce su questi muri bianchi, questo letto, / queste mani./

Io non sono nessuno; non c’entro con le esplosioni. / Ho dato il mio nome e i miei vestiti alle infermiere / e all’anestesista la mia storia e ai chirurghi il mio / corpo.

…Le infermiere passano e ripassano, non disturbano, /passano come gabbiani all’entroterra nelle loro cuffie/ bianche… /

 Per loro il mio corpo è un ciottolo, vi attendono come  /l’acqua / tende ai ciottoli sui quali deve scorrere, gentilmente / levigandoli. / Mi portano il torpore nei loro lucenti aghi, mi portano / il sonno. / Adesso ho perduto me stessa sono stufa di fardelli…/

Io non volevo fiori, volevo solamente / giacere a palme riverse ed essere tutta vuota. / Come si è liberi, liberi da non credersi…/ I tulipani sono troppo rossi, mi fanno male. ../ La loro rossezza parla alla mia ferita…/

Mi sono quindi ritrovata a parlare di poesia, per me il linguaggio per eccellenza, il linguaggio che riesce a scavare fino in fondo le nostre emozioni. E ho voluto parlare di ospedale, non  solo per questa mia breve esperienza, ma perchè è un altro aspetto della nostra vita. Se non direttamente tutti abbiamo avuto a che fare con dolorosi percorsi ospedalieri, quando il mondo dei sani si scinde nettamente da quello dei malati. Dobbiamo tenerne conto.

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6 commenti
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  1. Mi emoziana come, S.Plath mette tutto a nudo, lasciandomi sbalordita sempre. Felice di saperti a casa a parentesi conclusa, ti abbraccio affettuosamente,
    Miki

  2. Cara Mirna, quanto ti sono affezionata. Ora quel sottile velo di malinconia mi sembra sparito. Camminavo in punta di dita nel tuo blog. Posso riaprirlo, è quasi un piccolo fenomeno apotropaico, e leggere le tue luminose e caute e gentili e leggere parole. Tutte le mattine. Evviva.

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