INNO ALLA GIOIA, di Shifra Horn

pubblicato da: admin - 23 novembre, 2010 @ 7:17 pm

1[1]Anche il mio blog è sommerso dal rubbish virtuale. Stamattina ho dovuto cancellare 560 spam. Al che, ripensando  alla trasmissione televisiva di Saviano, mi rendo conto della zavorra, della spazzatura vera e metaforica che ci sta soffocando. Tanto che quei rari sussulti di idealismo devono farsi strada tra sospetti, diffidenze, critiche e sarcasmi. Non siamo più una patria di eroi e martiri puri, siamo nascosti. Le voci oneste devono essere estrapolate come i diamanti grezzi da multistrati di rocce sedimentarie e purtroppo sembra quasi che non riusciamo più a riconoscerle, abituati come siamo ormai alla falsità, all’opportunismo, al protagonismo effimero che ci butta polvere (ancora rubbish) negli occhi.

Allora perchè un libro dal titolo splendido come “Inno alla gioia”? Per non perdere la speranza di ritrovare le cimase della gioia, della bellezza della vita e dell’amore. Eppure questo romanzo di Shifra Horn parla di orrore e disperazione, ma quel titolo, scelto proprio perchè la protagonista sta ascoltando la nona sinfonia di Beethoven nell’attimo di un terribile attentato terroristico a Gerusalemme, serve alla storia e a tutti noi per sentirci forti, uniti, sicuri che il Bene e la Verità vinceranno.

Yael Maghid è una giovane antropologa israeliana.  E’ il 20 gennaio 2002 e lei sta guidando a Gerusalemme quando l’autobus davanti a lei salta in aria. Fra i moribondi dilaniati scorge anche il viso di un bambino  che poco dopo morirà.

Tutta la sua vita da quel momento è compromessa e sbilanciata. Le sue sicurezze, i suoi ideali, il suo modo di percorrere l’esistenza subirà uno stravolgimento. Quel terribile episodio è uno spartiacque esistenziale che rimescolerà la sua visione del mondo e addirittura i suoi rapporti interpersonali.

Emerge prepotente anche la difficoltà di trovare un linguaggio adeguato per esprimere l’orrore al quale ha assistito e che, sappiamo, non è isolato, ma esemplare di tanti altri.

Yael vuole entrare in contatto con il padre del bambino morto nell’esplosione, Avshalom, un ebreo ortodosso, annientato dal dolore. E fra i due nasce uno strano rapporto d’amore, ma inficiato dalle rispettive necessità di trovare un conforto .

Shifra Horn è nata a Tel Aviv da madre Sefardita e padre russo. Ha trascorso l’infanzia e la prima giovinezza in Israele, ha vissuto alcuni anni in Giappone per poi ritronare a Gerusalemme. Alla domanda di come si può vivere in un paese dall’identità divisa,la Horn ,come Grossman, risponde “Devo essere ottimista, altrimenti non potrei vivere qui.”

Non bisogna farsi intimorire,  occorre continuare a lottare per la propria libertà. E’ quello che fa la protagonista di questo suo romanzo. Si fa aiutare da un’amica psicologa per superare il raggelamento, per ritrovare la spinta verso la gioia di vivere.

Lo stile realistico e suggestivo della Horn ci regala una lettura piena avvincente;  ci immergiamo in  uno spaccato della vita israeliana attuale tra intifada palestinese, odi reciproci, ma  anche tra  momenti intensi di amicizia e amore.

Ottimismo, dunque. Gratitudine per le persone che non diventano impotenti e lassisti perchè siamo circondati dalla “spazzatura”, quindi “non si può far niente”, ma che alzano la loro voce per raccontarci la verità . Conoscere  è il primo passo per non nascondersi, per proseguire, per fare qualcosa. E per non dimenticare che c’è la gioia.

 

E che combinazione, proprio oggi,tra tanti spam trovare un messaggio- “diamante”  di un cardiologo in pensione che ha letto il mio post su il libro di Maria Wanda Caldironi “Una manciata di sogni” e che crede di avere  riconosciuta e  ritrovata la sua collega stimatissima. 

Se rileggete il suo post saprete che Maria Wanda Caldironi vive e lavora a Padova. Medico ha esercitato per molti anni in ospedale, rivestendo anche il ruolo di primario.

“Gentile dottoressa Caldironi,
il ritratto fatto dalla recensione,corrisponde alla signora Primario Medico  che ho conosciuto a Piove di Sacco,prima di lasciare anch’io la professione.Sa e’ lei dottoreesa, forso si ricorda di me,andando in pensione l’ho lasciata in piena guerra e sono contento che i morti sepelliscano i morti.
Se mi riconosce,mi congratulo con Lei ,che ha scelto una creativita’ di cui non ha mai fatto parola,lasciando posto ad una sensibilta’che sono felice di aver incontrato.
Se non mi riconosce leggero’ il Suo libro,che dalla presentazione assomiglia alla descizione di una dottoressa di valore che ho conosciuto e con la quale ho lavorato con un ineguagliabile ricordo.
Giorgio Gabbia
cardiologo ritirato a vita privata e curioso di copnoscere come e’ andata a finire a Piove di Sacco
Tel 041 926252
E mail
giorgio.gabbia@alice.it

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7 commenti
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  1. Come dimenticare quella “bambina coi lunghi capelli”,che guarda tranquilla dal lunotto postiore dell’autobus, mi ricordo che l’equivoco nella ricerca della piccola vittima è legato al fatto che Yael cerca una bambina !
    Un romanzo magnifico. Da un po’ di tempo si pubblicano assai meno romanzi israeliani, mi sembra. (A parte l’ultimo Oz) ed è una vera lacuna di cui si sente troppo il peso.

    Non ci sno dei sistemi antispam?
    Ho finito il reportage di J.Littel e non mi do pace.

    Ringrazio Riccardo per i saluti a Sara Ferrari. Sempre che sia la mia Sara Ferrari,sintende. Se sei la mia biondina Sara Ferrari ti abbraccio e sono , oltre a Camilla, anche Pacher. Ciao a tutti

  2. Tempo fa avevo segnalato il dramma palestinese descritto nel bel libro “Con il vento nei capelli” di Salwa Salwem, palestinese. Il post era stato pubblicato. L’inno alla gioia mi conduce ora ancora una volta – dall’ottica opposta, cioè da parte israeliana – a ricercare la cause degli orrori dell’attuale guerra non dichiarata fra chi cerca di difendere una terra che da secoli era sua e chi la reclama come terra promessa. E la mia conclusione è sempre la stessa: la “colpa” non è di nessuna delle due attuali parti, ma di chi ha scatenato l’ultimo conflitto mondiale e lo sterminio degli ebrei, e di chi non ha potuto/voluto intervenire per evitarlo o cercare di contenerlo e ha poi ritenuto di poter essere “perdonato” con una mezza soluzione che risolto mezzo problema ed ha creato un intero nuovo problema.
    Solo che questa attribuzione di responsabilità non è sufficiente, anche perchè su queste tensioni si inseriscono nuovo terrorismo, e soprattutto reazioni incontrollabili da parte di chi si erge a difensore di una o dell’altra parte (Teheran docet) …
    E noi, singoli cittadini, cosa possiamo fare? Arrenderci ai fatti? Mai!
    Piuttosto dobbiamo leggere, documentarci, studiare la storia di questi eventi e quindi esigere che fra gli obiettivi dei vari governi che si alternano alla guida di ciascun paese vi sia, accanto ai vari temi di politica interna, anche qualche impegno preciso di politica estera in questa direzione.
    Il “nostro” blog fa incontrare libri con persone, libri con libri, persone con persone, è insomma un ottimo canale di comunicazione (communis actio). Ed allora, agiamo insieme!

  3. E’ vero, c’e’ bisogno d’azione, ma l’azione, nella nostra cultura occidentale, rimane sempre piu’ lontana dalle parole. Troppe parole ci soffocano e ci relegano nell’inedia. Via quindi le parole inutili, scolpiamole via come Michelangelo “rompeva via” il marmo di troppo che soffocava le sue creature immortali. E agiamo, ognuno con i suoi ideali e per le sue ragioni, ma sempre nel rispetto per gli altri.

  4. Che bello questo blog… si ritrovano persone oltre che consonanze,,,ci si conosce, ci si apre…Concordo con Stefy però… Troppe parole, discorsi ridondanti, troppi politici in questo nostro mondo… Dobbiamo agire, anche partendo dal nostro piccolo. Come diceva uno slogan insegnatomi dalla mia prof all’università: Think global, act local… Pensa in grande, al globale, ma agisci nel tuo piccolo!

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