LE COSE, una poesia di Jorge Luis Borges

pubblicato da: admin - 3 dicembre, 2010 @ 8:40 pm

Le monete, il bastone, il portachiavi,
la pronta serratura, i tardi appunti
che non potranno leggere i miei scarsi
giorni, le carte da gioco e gli scacchi,
un libro e tra le pagine appassita
la viola, monumento d’una sera
di certo inobliabile e obliata,
il rosso specchio a occidente in cui arde
illusoria un’aurora. Quante cose,
atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi,
ci servono come taciti schiavi,
senza sguardo, stranamente segrete!
Dureranno piú in là del nostro oblio;
non sapran mai che ce ne siamo andati
.

L’ispirazione oggi  mi viene da  Jorge Luis Borges il grande scrittore e poeta argentino che si proclamava  “sì, cieco

e ignorante, ma che intuiva che ci sono molte altre strade.”  Soy ciego y nada sè, pero preveo que son màs los caminos.

Nei suoi splendidi e rapaci racconti fantastici c’è  la sua filosofia: la tematica del doppio, le realtà parallele al sogno, gli slittamenti temporali e il suo pensiero, ormai proclamato “borgesiano”, sulla concezione della vita che altro non è che fiction.

Un po’ come Calderòn de La Barca che  nel suo dramma seicentesco  “La vida es sueno”  fa dire a Sigismondo che ormai non riesce a distinguere tra il sogno e la realtà  “Que toda la vida es sueno y los suenos, suenos son”.

Siamo forse pedine predestinate? Tutto ha un suo disegno tracciato? Noi…, ma forse anche gli oggetti che ci sopravvivranno hanno un loro percorso?

Quante cose elenca Borges nella sua poesia, non manca naturalmente  lo specchio che insieme ai libri e ai sogni sono i temi ricorrenti dei suoi scritti.

Il suo primo libro di poesie “Fervore di Buenos Aires” viene pubblicato nel 1923. Bellissimi versi in cui perdersi e fermarsi.

Ma è “Le cose” che oggi mi intriga. Cose che ci “servono come taciti schiavi” e “stranamente segrete“, ma che mi convincono che esse hanno vita propria e un cammino preciso.

Da sempre ho provato insofferenza verso le cose, anzi spesso sono io che mi sono sentita “schiava” di esse. Ogni oggetto con la sua storia e i ricordi incollati addosso o racchiusi nel profondo mi hanno sempre dato una sensazione di soffocamento, di prigionia. Eppure, come un contrappasso, sono stata destinata dai membri della mia famiglia a diventare come   Tony Buddenbrook, una sorta di depositaria dei ricordi della nostra famiglia. Forse perchè ho sempre scritto il diario?

Ed ecco che in tempi diversi mi sono giunte  le lettere, le foto, gli oggetti che le persone che se ne andavano si  lasciavano dietro. Borzonasca divenne  presto il “centro di raccolta” di tantissime cose :  quelle di  nipoti, figliocce, persone che care  se ne andavano per sempre o  prendevano altre strade.

 Quando morì mio padre però non avevamo ancora ristrutturato la casa di Borzonasca ed io ricordo che non avevo spazio e dato il mio scarso attaccamento alle cose  ero già pronta a disfarmi di tutto. L’ho fatto in gran parte, ma alcuni parenti hanno voluto prendere mobili, servizi, ecc. Ne fui felice. E dimenticai.

Ma sapete che  cosa sta succedendo ora che in sostanza siamo rimaste io e Stefania  che  dobbiamo assolutamente sistemare tutto ciò che l’estate scorsa abbiamo trovato nella soffitta della casa ligure?  E cioè scatoloni sigillati, libri, oggetti vari  spostati da una regione all’altra, da una casa all’altra  Beh, questi …arrivano, non si sa perchè,  sempre ed ancora qui, vicino a me!

La settimana scorsa Stefania   arriva per portarmi i cachi maturi del nostro albero e… alcune scatole chiuse. “Dobbiamo sistemare anche queste cose” mi dice.”Ma non ho avuto il tempo di controllare”. Troviamo un ennesimo  servizio da caffè, specchi, borsette, soprammobili e  cinque bicchieri da vino e tre da cognac, sfaccettati, eleganti…ma di chi sono?…non so dove metterli…eppure li ho già visti….come mai erano a Borzonasca? Ed allora ricordo…sono i bicchieri di Carpi, quelli che usava ancora mio padre e che non so per quale misteriosa strada furono prelevati da un parente e poi “ricondotti” al centro…cio a me!!! Che non sono attaccata ad essi!!! E questo andare e venire per vie tortuose delle “cose ” che hanno sicuramente una vita propria sembra non finire. E’ come se degli innamorati respinti continuassero ossessivamente a corteggiare chi non li vuole.

Non oso aprire bauli, armadi e cercare, perchè sono certa che le “cose” sono là che mi aspettano forse trepidanti e in attesa di farmi rivivere pezzetti di passato, emozioni sopite. Eppure io riesco a farlo anche senza di loro! E fra l’altro non rompo mai nulla! Soltanto qualche volta qualcosa cade giù dalla finestra mentre scuoto il copridivano o la tovaglia. Recentemente infatti è caduto sulla tettoia a vetri del ristorante dabbasso un tagliacarte d’argento. Non si può andare a recuperalo, occorre aspettare l’impresa di pulizie. Il tagliacarte però ci occhieggia dal basso e vibra di luce metallica. Ed ieri sera, mentre la neve gelata, picchietava sui vetri Stefania ha mormorato ” Che bello essere tutti in casa…però il tagliacarte è giù, al freddo!”

Sono riuscita a convincerla a non andare con la scala sulla tettoia scivolosa con il rischio di precipitare all’interno del ristorante. Ma il suo sguardo era triste.

 

 

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5 commenti
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  1. Cieco, sì, Borges gettò luci chiarissime su tutto quello che riuscì a inventare, per l’umanità, certo non per la sua smania di supersi. Cattedrali di pensiero. Montagne grandissime, percorsi infiniti dentro la mente.
    Abita qui vicino a me un uomo, un uomo coltissimo, (filosofia, teologia), si chiama Orazio e fuggì, ai tempi più bui, dall’Argentina. Finì a Trento, dove la sua vita continuò, monca e non certo felice. Felice proprio non direi. Lui conobbe bene Borges che era un amico della sua famiglia. Orazio sa tutto di Borges, sa tutto di tantissime cose. Eppure mai nessuno l’ha aiutato davvero : era considerato un “extracomunitario”, anche allora. Era criticato perchè non si adattava a fare lavori pesanti, mio dio non era capace, lui professore universitario, intellettuale….Lo criticarono molto, dissero cose orribili di lui. Emarginato. Eppure, anche se da qualche anno non sta affatto bene, quando ci capita di stare un poco con lui, non possiamo che ascoltare. Imparare e dopo un po’, come con un grande ballerino, invecchiato sì ma sempre grande, danziamo anche noi (io e Dario intendo) sui suoi pensieri ricchi e irruenti, Avvilito, spaurito, ma sempre un grande pensatore. Questi sono sprechi, gente così, sradicata e incompresa, si ritiene che non valga nulla e ci si comporta di conseguenza.La gloria si spreca altrove, a larghe manciate.
    @ A Riccardo: mi sei piaciuto moltissimo riccardo, nel tuo precendete post. Moltissimo.

  2. Mi ha sempre intrigato questa poesia di Borges, silenziosa, criptica, affettuosa solo perche’ cosi’ vogliamo noi. Cosi’ sono gli oggetti, silenziosi, criptici, affettuosi perche’ noi li carichiamo di significato e memorie. Nelle religioni animiste gli oggetti sono anch’essi vivi, appunto con un’anima. Hanno una loro esistenza e una loro sensibilita’. Non so perche’ e da dove mi venga questa inclinazione, ma io ho sempre in fondo considerato gli oggetti come parte – viva – di me. Ecco perche’ il mio sguardo era triste pensando al tagliacarte, ecco perche’ mi libero di un oggetto solo dopo lunghe riflessioni e dopo una dimostrata inutilita’ dell’oggetto stesso. Non mi piace accumulare, mi piace molto usare e godermi gli oggetti, consumarli. Come forse avevo scritto in passato (forse il post su Doctorow?), l’oggetto per me e’ fonte di ispirazione e di rinnovate emozioni. Mi lascio sorprendere da un oggetto che la sorte mette sul mio cammino (mamma meno….)! Se vedo una cosa, so che provero’ quell’emozione, e’ come un po’ la musica, suono un brano e so che quell’emozione specifica sorgera’. L’oggetto e’ per me una via economica alla creativita’, una creativita’ che forse non si evolve tutta nella mia mente ma ha necessita’ di inglobare l’esterno, di esserne in qualche modo stimolata.
    E poi c’e’ questa poesia: la poesia della nostra mortalita’ comparata all’ “eternita’” degli oggetti, quasi la loro immobilita’ beffarda al nostro scomparire… la loro indifferenza al nostro attaccamento. Che farne? Prenderne atto? Lo sguardo di Borges, filosofico e complesso “uccide” l’oggetto e assieme lo rivivifica nella sua condizione: quella di tacito testimone del nostro percorso terreno.

  3. Borges poeta non lo conosco,ma devo approfondirlo…I suoi scritti sono di una profondità che a volte destabilizza…Che privilegio averlo conosciuto, come l’amico di Camilla…
    P.s. io e Mirna abbiamo in comune il disinteresse per gli oggetti ( che non siano i libri, ovviamente). Pensate che non sono mai stata all’IKEA e quando lo dico tutto sorpresi ribattono, ma come? Ma per me, che avrò sì e no un servizio buono ( praticamente mai usato) e uno da tutti i giorni, i bicchieri tutti spaiati ecc, davvero queste cose non sono importanti. Mi lego moltissimo alle persone e pochissimo alle cose…

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