UN GIORNO TI PORTERO' LAGGIU, di Joyce Carol Oates

pubblicato da: admin - 11 febbraio, 2011 @ 10:33 am

scansione0002Quando si affronta un romanzo della Oates occorre essere pronti, almeno in parte,  allo “sfaldamento” di sè.

 La sua scrittura penetrante, il suo scavare sincero e impietoso denudano il Lettore che si lascia trafiggere in una sorta di incantamento doloroso, ma necessario. E che a me piace.

In fondo la vita è così. Si è sempre alla ricerca di qualcosa o qualcuno nella speranza che ciò possa consolarti dal destino di umano mortale. Ed è proprio per questo che la vita è bella perchè nonostante questo lento  scivolare nell’indistinto ci teniamo saldi e vogliamo essere felici.

La storia narrata dalla Oates sembra in parte autobiografica. Anellia, la protagonista timidissima, insicura di sè, in cerca di una identità – il suo nome proprio apparirà a metà libro (nessuno infatti  riesce mai a ricordarselo) –  assomiglia fisicamente alla Oates: minuta, dal colorito pallido, i capelli crespi, non bella.  Inoltre è un’ intellettuale, amante della filosofia, vincitrice di borse di studio ed infine scrittrice.

Potrebbe essere un romanzo di formazione: si parte dal suo tenace desiderio di entrare a far parte di una Confraternita universitaria, di una “sorority” –  lei che si sente senza famiglia –  le mitiche e terribili Kappa Gamma Pi. Crede così, la nostra piccola Anellia, di colmare quella insoddisfazione congenita e quasi patologica che si porta dentro, di riempire la mancanza di amore parentale negato dalla morte della madre dopo la sua nascita e negatole dal padre che la colpevolizza e che è sempre lontano.

Siamo nello Stato di New York, a Syracuse, nella “snow belt”, dove il freddo, la neve, il gelo, la pioggia fanno da padroni fino a maggio. E il gelo lo ritroviamo intorno  e dentro anche ad Anellia, incompresa e disprezzata diciannovenne che si disprezza per prima.

Perchè Anellia vuole entrare ossessivamente  in questa crudele Confraternita dove sa che sarà umiliata,  e  dove si comporterà in modo da farsi alfine cacciare in una sorta di punitivo masochismo?

“Nella mente non vi è alcuna volontà assoluta ossia libera; ma la mente è determinata a volere questo o quello da una causa che è anch’essa determinata da un’altra, e questa a sua volta da un’altra, e così all’infinito.”  dice Spinoza nella sua Etica.

Che cosa l’ha spinta ad entare nella sorority se non la necessita di provare la sua esistenza proprio nel desiderio di provare qualcosa di forte, di sentirsi deflagrare, “sfaldare”?  Non tragga in inganno dunque la sua autodistruzione in questo frangente perchè ciò diventerà un coraggioso e forte atto di accusa verso la superficiale e arida esistenza della Confraternita.

Bellissime le descrizioni dei desolati paesaggi invernali “Dune di neve spazzate dal vento. Olmi morenti e spogli in continuo contorto movimentoEravamo giovani…Le più deboli barcollavano e cadevano e venivano dimenticate” che rispecchiano il suo annientamento. Come i colori degli edifici che sono lo scenario della sue vita: grigio carne, color strutto, verde amaro…

Lasciate le Kappa Gamma Pi, Anellia si innamora di uno studente nero, grande intellettuale, Vernor Matheus, dal quale si lascia  volutamente umiliare.

Intanto però, pur nella sua fragilità di vetro dei vent’anni, Anellia studia, studia, fino a  quando ormai ventitrenne , riceve la notizia che il padre ritenuto morto perchè scomparso anni prima senza lasciare tracce, è ancora in vita pur se malato terminale.

 Viene richiesta la sua presenza dalla donna compagna del padre. Con la sua scassata Wolkswagen Anellia intraprende un viaggio lunghissimo che dall’Est la porterà verso l’Ovest,verso  lo Utah, per rivedere il padre morente. Ed ancora una volta il paesaggio è recepito come un organismo vivente, “il paesaggio è vitale; entra attraverso gli occhi e ti respira dentro; nell’Ovest non potevo più essere la giovane donna che ero stata all’Est; a Crescent, Utah, luogo a me sconosciuto, mi aspettava una giovane donna che ero io, ma diversa; a Crescent, Utah, sarei stata quella giovane donna, era deciso. La figlia di mio padre:”

E così attraverso lo spazio e il tempo si dirimano alcuni nodi e tra questi il più importante, quello dell’appartenenza e dell’accettazione.

Romanzo sublime.

Edizione Mondadori 2004. Preso in prestito dalla Biblioteca di via Roma.

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8 commenti
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  1. Buongiorno cara Mirna, mi fa molto piacere vedere la finestra sul cortile adornata da un bel romanzo di J.Carol Oates , la tua recensione è, come sempre, perfetta. I libri di Oates sono sempre molto complessi e diventano , per chi li legge, una spece di corso sofisticato di vita. Io arrivo con le mie novità (!?)Ho letto un bel romanzo di Tim Parks, Sogni di fiumi e di mari. Un romanzo ambientato in India , a Delhi, dove uomini e donne sembrano vivere soffrendo in un ambiente crudele e inquinato oltre misura, in una lotta perpetua. Il tempo è il tempo che viviamo. qui e ora. E il caos è il protagonista principale. Tim Parks è un grande scrittore e anche in questo romanzo conferma un’autorità letteraria eccezionale. Seconda novità: un piccolo romanzo, magnifico: 16o pagine di scrittura elegante, aristocratica direi, e una storia di rara consistenza. Ne esce una città italiana, Vicenza, di cui sentiamo gli odori e vediamo i palazzi e ascoltiamo il forte umore del fiume.E alcuni ritrattifemminili preziosi. da leggere, tutto di un fiato.Il Libro è La vita accanto di Mariapia Veladiano. einaudi stile libero. Un gioiello raro.

  2. Ho letto un solo libro della Oates, ma mi ha veramente lasciato il segno… Questo di cui parli mi attira molto…E mi stuzzica anche il romanzo ambientato in India segnalato da Camilla perchè l’India la ha nel cuore…Grazie dei vostri preziosi consigli!
    Un abbraccio a tutti…

  3. Sono colpita dai contenuti del libro della Oates, per il percorso di vita della giovane Anellia dal nome così particolare da non essere ricordato, anche se penso che dovrebbe essere il contrario. Mi sembra un libro che dona speranza, perché la protagonista, cercando se stessa attraverso un sofferto percorso, finalmente raggiunge il suo centro, ritrovando il padre e forse anche un suo posto non solo geografico.
    Neanche a farlo apposta ecco il commento di Camilla che parla di un libro ambientato a Dehli, che una recente recensione di Roberto Bertinetti su Il Sole 24 Ore, parafrasando Forster, titola “Passaggio in India per vedersi dentro”.
    Bene, lunedì partirò per Dehli e mi sembra un po’ un segno del destino. Grazie.

  4. Anch’io ho avuto una Volkswagen, un maggiolino verde chiaro, sedili in velluto marrone scuro “sottobosco”, che quando mi inoltravo nei sentieri boscosi del Piemonte e spegnevo il motore, si mimetizzava agli occhi dei cervi a tal punto che loro vi si avvicinavano!
    Non conosco la Oates nè tanto meno il libro citato, ma mi piace ricordare i versi della nota canzone “Memory”:
    Midnight, not a sound from the pavement
    Has the moon lost her memory
    She is smiling alone
    In the lamplight the withered leaves collect at my feet
    And the wind begins to moan.
    Memory. All alone in the moonlight
    I can smile at the old days
    I was beautiful then.
    I remember the time I knew what happiness was.
    Let the memory live again.
    Every street lamp seems to beat a fatalistic warning
    Someone mutters, and the street lamp gutters
    and soon it will be morning.
    Daylight. You must wait for the sunrise
    You must think of a new life
    And you mustn’t give in.
    When the dawn comes tonight will be a memory too
    And a new day will begin.
    Burnt out ends of smokey days
    The stale cold smell of morning
    A street lamp dies, another night is over
    Another day is dawing
    Touch me, it’s so easy to leave me
    All alone with the memory
    Of my days in the sun.
    If you touch me, you’ll understand what happiness is
    Look, a new day has began.

    Anche qui, dolore, solitudine, nostalgia, ma alla fine speranza, rinascita.
    La stessa che vedo nel quadro di Claud Monet che ho a casa mia (è una stampa, cosa credevate?) che rappresenta una staccionata innevata, riscaldata da un sole che alla fine sicuramente ridonerà vita alla campagna.
    (Ma come si fa a restare lontani dal nostro blog? Mission impossible)

  5. Talvolta arrivano commenti di libri presentati mesi fa per cui devo “incollarli” sotto il l post attuale per permettere a tutti di leggerli

    Submitted on 14/02/2011 at 11:06am Chi scrive è DARIO:

    “Ho letto “Il ballo”di Irène Nemirovsky qualche anno fa e mi è tornato in mente l’altra sera, dopo avere visto a teatro “La madre” con la bravissima attrice (tre volte Premio Ubu) Maria Grazia Mandruzzato. Il testo è ripreso da Luca Scarlini dall’originale “Lettere di una novizia”, di Guido Piovene. Se “Il ballo” vi è piaciuto, dovete vedere questo spettacolo.
    Stefania, interessante questa sua nota sull’uso maiuscolo del pronome “I” in inglese, talmente evidente eppure non mi era mai capitato di osservarlo.
    Saluti.
    Dario”

    Grazie di aver lasciato le tue righe.

  6. Cari amici, ricompaio dopo una pausa di “ripiegamento” e “spiegamento” interiore. Mi stimola chiaramente un romanzo d’introspezione, questa rara capacita’ squisitamente femminile di scavarsi le viscere fino allo “sfaldamento” e mi stimola l’ambientazione di questa storia, Syracuse, ad una sola ora da dove ho studiato per 5 anni e dove sono atterrata molte volte anche in piena bufera di neve. Riconosco il freddo, i colori smorti, l’ambiente universitario che per me “gia’ grande” ha dato solo gioie ma che vedo possa essere molto difficile per i ventenni. Il nodo che mi colpisce e’ nel testo “sarei stata quella giovane donna, era deciso.” Tanti spunti qui:la volatilita’ dell’identita’ personale, l’ “occasione” degli eventi cosiddetti esterni per cambiare, liberarsi da un “ruolo” e in questo caso l’impossiblita’ di uscire dal ruolo qualsiasi esso sia: “La figlia di mio padre”. Mi incuriosisce questa storia e chiedo ulteriori chiarimenti a che l’ha letto. A me da’ l’idea di un profondo pessimismo, il viaggio non piu’ visto come liberazione, scoperta, ma semplicemente “dislocazione,” occasione per proseguire con condizionamenti di altro genere. Non c’e’ catarsi insomma, c’e’ profondo realismo e – aggiungerei – senza troppa gioia?

  7. Ah, come mi sollecita allo scrivere il commento della mia dolce e forte Stefania! Sono contenta che presto si avvicinerà alla Oates di cui io ho letto quasi tutti i romanzi.
    Certo i suoi racconti sono intrisi di un profondo pessimismo, pessimismo che le viene sempre dal dolore provocato dagli altri, dalla società. Nel suo romanzo “Una famiglia americana” c’è solo un accenno ad una felicità primordiale, quasi una mitica età dell’oro- infanzia, presto distrutta dagli altri, da ciò che l’ambiente, quindi gli altri che le stanno intorno dicono, fanno, pensano. Quanta responsabilità è da imputare anche ai genitori per poter vivere la gioia!
    Tanto che nell’altro terribile romanzo citato spesso da Camilla (perchè, Camilla, non ce ne parli in un commento?) “Sorella mio unico amore”, non c’è gioia neppure nell’infanzia.
    Il viaggio verso l’Ovest, nuova frontiera, non è sufficiente per uscire dal nostro ruolo. Il vero viaggio che ci può cambiare è sempre quello dentro noi stessi, nella coraggiosa introspezione, nel confronto con gli altri – e non è un viaggio bellissimo ascoltare con attenzione altre esperienze ?-.Me ne ha scritto proprio stamattina Elisabetta da Miami ( che aggiunge anche che presto leggerà Eva Dorme).
    Gli agenti esterni, cara mia Stefy, ci cambiano parecchio, ma , per esperienza ribadisco, che il nocciolo della nostra Essenza è saldo dentro di noi. Possiamo fiorire, aggiungere foglie, talvolta appassire improvvisamente, ma le radici dalle quali siamo nati saranno il timone per andare avanti.
    Credo che la Oates riesca,attraverso la sofferenza di cui ci vuol rendere partecipi, a mostrarci anche il filo della gioia di essere vivi. Non nascondendoci ed osservando ad occhi ben aperti il mondo che ci circonda, e noi -dentro di esso -, diventiamo padroni, in gran parte, del nostro destino.
    Insomma per parafrasare il tuo enunciato preferito, cara Stoffy, “la risposta è dentro di noi”…ma non aggiungere come faceva Corrado Guzzanti “e però è quella sbagliata”.!!! Si procede anche attraverso i nostri errori.

  8. Sorella mio unico amore è uno dei romanzi più terribili e appassionati di J.C. Oates. E’ una vera lotta contro la spaventosa omologazione a canoni assurdi e crudeli si bellezza fisica e di prestazioni competitive dell’infanzia. E’ la triste ma certo non rara storia di due fratellini preda di una famiglia, madre e padre, ossessionata dal “successo”interpretato come unico e possibile futuro dei propri figli. In america assai prima ma ora dilagante anche in europa e in Italia in particolare, la corsa ossessiva verso la “vittoria” di cosa non si sa ,costringe anime e corpi a una spossante e continua gara al massacro delle piccole vittime. Lottare come fa Oates in difesa di un pensiero purificato dai miasmi contigui alla follia dell’essere comunque “vincenti” è un grande atto di amore e anche di speranza e di fiducia nelle possibilità di riscattarsi e chiamarsi fuori e contro le stragi di innocenti che , anche nel nostro Paese, continuano imperterrite creando legioni future di donne e uomini dimezzati e feriti, a volte senza speranza. E’ questa la storia incredibile (ma talmente vera ) di sorella mio unico amore.