LE CROCIATE VISTE DAGLI ARABI di Amin Maalouf

pubblicato da: admin - 29 Novembre, 2011 @ 6:18 pm

In attesa di cambiamenti strutturali del Blog che rimarrà  però sempre aperto alla gioia della lettura, ecco alcuni consigli di Riccardo:

  Dopo essermi gustato dello stesso Autore Gli scali del Levante, bellissimo romanzo storico, mi sono dedicato alle Crociate. Questo non è un romanzo. Tutt’altra musica. Non è un libro facile. Anzi, molto impegnativo. Crociate, più che “viste”, direi “vissute” dagli Arabi. E’ un complesso testo di cronaca e di storia scritto nel 1983 e tradotto in italiano nel 1989. I Crociati vengono fotografati nel loro agire, che soprattutto è di aggressioni, espansionismo, battaglie, saccheggi, stragi, arricchimenti. Lo stesso dicasi per gli “Arabi”, preoccupati soprattutto di difendere o di conquistare, di volta in volta, il loro piccolo singolo dominio, piuttosto che di scacciare l’invasore e difendere una “nazione”. La numerosa collezione delle loro sconfitte iniziali fu dovuta proprio alla mancanza di un sentimento nazionale, di una alleanza di tipo confederativa, di una unità di intenti contro il comune nemico. L’intrigo di alleanze, tradimenti, compromessi, “ribaltoni” fra i vari principi arabi fa impallidire la frammentazione degli interessi dei nostri stati medievali. In più, l’elemento religioso, da quanto si legge, è secondario, in entrambi i contendenti.

Arabi? Specifichiamo. Già nel IX secolo, il potere politico e militare era detenuto non da Arabi ma da Turchi, Armeni e Curdi. Molti soldati nemmeno parlavano l’arabo. Gli Arabi erano stranieri nella loro stessa patria. E questo fatto non ha certo aiutato il mondo arabo ad unirsi contro il nemico.

I Crociati (i “Franchi”) avevano sviluppato un sistema di governo statale. Gli “Arabi” no. In ciascuno dei loro piccoli stati, ogni successione comportava una guerra civile.

I Franchi avevano un sistema di leggi che garantiva alcuni diritti sia pure di intensità diversa in capo agli appartenenti ad ogni livello sociale. Presso gli Arabi, il potere del sovrano era illimitato. Ciò poteva essere un bene, in situazioni di emergenza, ma spesso si rivelò un male, in quanto molte decisioni venivano prese a livello istintivo, senza alcun confronto con propri consiglieri.

I Franchi impararono la lingua araba. Non accadde viceversa.

I Franchi e con loro l’occidente, si arricchirono della cultura araba. Non viceversa.

Da quanto sopra, discende la “visione araba odierna” delle crociate come atto sicuramente violento, antefatto sul quale si sono poi sviluppate le contrapposizioni del nostro secolo, intese – oggi sì – come contrapposizioni fra due culture, fra due nazioni, sino all’attentato del turco (non arabo, si noti) Alì Agca contro Giovanni Paolo II, da lui definito in una lettera come “il capo supremo dei Crociati”.

Libro impegnativo, dicevo. Riservato agli appassionati.

Ora mi dedicherò a Pino Aprile, al suo secondo libro (dopo “Terroni”): “Giù al Sud – Perché i Terroni salveranno l’Italia”.

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Pino Aprile

Giù al Sud – Perché i terroni salveranno l’Italia

Piemme

Avevo già letto e “postato” il suo precedente lavoro “Terroni”, al quale vi rimando. Pino Aprile … ma forse meglio sarebbe stato Primo Aprile, perché da quanto è sorprendente ciò che espone, sembra uno scherzo … ed invece è una cruda, vera realtà, perloppiù sconosciuta. Solo che è un libro vecchio, anche se scritto ed edito “poco fa”: infatti le azioni che spesso non condivide sono di tali Scajola, Gelmini, Bossi, Bossi, Borghezio, di tale meneghino esperto in bunga bunga, … Carneade, chi era costui? Vabbè, diciamo che è una pluri-cronaca-storica, ormai storia anche per la parte più recente, tanta è la differenza fra il recentissimo passato prossimo e le legittime speranze del nostro futuro, tanto possiamo solo migliorare, a questo punto … o no? O quanto meno, diciamo che sarà più facile migliorare che peggiorare. Infatti quanto ti misuri con un campione, nel suo settore è ben difficile superarlo, non vi pare?

Del precedente lavoro riprende il tema della “conquista del Sud” del 1860. Almeno gli USA la loro l’hanno sempre chiamata conquista, del West, ok, ma conquista, dicevo, e loro, con il loro Sud, ci hanno fatto una guerra per liberare gli schiavi, non per crearne, schiavi della povertà, del disinteresse, della mistificazione, della rapina legalizzata (nel senso: attuata attraverso leggi che ad esempio consentivano alle banche del Nord di scambiare le prprie banconote con l’oro delle banche del Sud e non viceversa).

Il post 1860 che poi si è in parte ripetuto con il post 1945, con fenomeni di brigantaggio entro i quali si inserivano le reazioni alla sopraffazione Nordista e con fenomeni di reazione alla sopraffazione Nordista entro i quali si inserivano brigantaggi. Alla fine Degasperi, esperto di autonomie locali, risolse tutto, salvo che poi, nell’applicazione pratica di quanto stabilito in termini di autonomia locale sicula, si affermò il contrario di tutto. Il Gattopardo, che tutto cambi affinchè nulla cambi. E il conto torna, mafia imperante (ablativo assoluto, n.d.r.). Nel merito del lavoro di Aprile: “cambio paese?” Si domanda un giovane. E gli si risponde: “Cambia il paese”. Infatti uno dei capitoli si intitola La restanza (sic). Chi resta, chi va ma torna, chi vuole far rivivere la propria terra. Le citazioni sono molte, tutte interessanti, sorprendenti, ma per fortuna soprattutto “vere”. Un laureato? Portarlo alla laurea costa 300.000-400.000 euro. Se poi è un meridionale che studia al Nord, vuol dire che i genitori hanno fatto sacrifici una vita, trasferendo denari al Nord, per creare un laureato che produrrà ricchezza al Nord. Moltiplicando per “n” queste cifre, emerge, solo a questo tuitolo, un credito enorme del Sud nei confronti del Nord. In un altro capitolo Aprile analizza gli effetti di una eventuale separazione del Sud dal Nord, notate, non del Nord dal Sud, perché a rimetterci sarebbe il Nord, udite, udite! A rileggere la storia e l’attualità attraverso le documentazioni di Aprile, vien da chiedersi: ma lui è un mistificatore oppure tante cose non ce le hanno mai volute dire? Io mi permetto una considerazione: il nuovo governo potrebbe fare una bellissima “finanziaria” semplicemente applicando quanto indicato da Pino Aprile e dalla trasmissione Report. Ma come la faccio facile … però, anche Colombo era stato giudicato un po’ visionario ed alla fine invece … anche se poi oggi taluno dice che, tutto sommato, era solo uno che “aveva sbagliato strada, si era perso …”

Sapete, all’inizio della lettura di questo “secondo” libro, mi ero quasi pentito: riprende il primo … ne vale la pena? Ma poi, dopo alcuni capitoletti, ne sono stato letteralmente catturato. Come ho accennato ad alcuni amici del blog, ne ho parlato a Paolo Malvinni, poeta, scrittore e drammaturgo che lavora presso al Biblioteca Comunale di Trento, autore fra l’altro di un libretto sulla traversata del Passo San Giovanni da parte delle galee veneziane per portare guerra (navale) ai milanesi (arroccati a Riva del Garda) ed aprirsi la strada per soccorrere la “veneziana” Brescia assediata dai milanesi. Paolo mio ha detto che vuole invitare a Trento Pino Aprile, per completare, attraverso il suo angolo visuale, le testimonianze circa i 150 anni dell’unità nazionale. Bene, Paolo, fallo questo invito, completiamo la conoscenza della nostra realtà storica, attuale e futura … alla fine poi ognuno si schiererà, con il Nord, con il Sud o con l’Italia, ma almeno avremo messo tutte le carte in tavola, non solo alcune.

E poi la scrittura è scorrevole, quasi “vocale”, piena di intelligente umorismo (ma va?) vi assicuro, tipo “ridendo castigat mores” .Leggete i libri di Pino Aprile, gente, leggete e diffondete: diffonderete cultura e civiltà, quella vera, altro che barzellette

Riccardo

 

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  1. Segnalo e invio, da La Repubblica di oggi, un articolo di Maria Pia Veladiano che ci fa conoscere l’uscita di un nuovo libro.
    Saluti a tutti i frequentatori del blog, Grazia

    IL GIORNALE DI OGGI, MERCOLEDÌ 30 NOVEMBRE 2011 › CULTURA

    SE UNA BAMBINA DELL´ALASKA RISCALDA I NOSTRI SOGNI
    Esce in Italia il romanzo della scrittrice Eowyn Ivey, scelto come miglior esordio per la narrativa da Barnes & Noble
    Il racconto è ispirato a una fiaba russa tradizionale e si svolge negli anni Venti tra i ghiacci
    I protagonisti incontrano una bimba che cambia il loro rapporto con la felicità
    MARIAPIA VELADIANO

    Come si sopravvive all´inverno dei desideri? Quando non abbiamo più il cuore di avvicinarci nemmeno ai contorni di certi pensieri? E tutto fa così male che l´unica salvezza sembra essere l´immobilità? Gelo benedetto capace di rallentare la vita che non ci riguarda più. C´è tanta luce in questo libro dal titolo di fiaba, La bambina di neve (Einaudi Stile libero, traduzione di Monica Pareschi, pagg. 414, euro 19). L´ha scritto Eowyn Ivey: è una ragazza cresciuta in Alaska, lavora in una libreria indipendente e questo suo romanzo che uscirà in America solo nel 2012 è stato scelto come miglior esordio letterario da Barnes & Noble. Ha un sito, ha fondato un blog di scrittori della sua terra e nel libro, ispirato a una fiaba russa tradizionale, racconta la vita – il ritorno della vita – dopo un grande dolore.
    C´è tanta luce in questa storia, eppure non è un paradiso il mondo in cui vivono Jack e Mabel, i due protagonisti. Sono scappati in Alaska, estenuati dall´attesa di un figlio che non arriva, annientati dal dolore di averlo perso proprio quando ormai sembrava aver già trovato spazio nelle loro vite. Cercano il silenzio, che promette forse una forma di pace. Non più la paura che un qualsiasi suono di bimbo li trapassi piegandoli in due di dolore e nostalgia e perdita assoluta, irrimediabile: vita promessa, solo intravista, già amata e già perduta, prima che quel loro bimbo, o forse bimba, nato senza un suono, senza una voce da ricordare, almeno quella, e senza calore, finisse sepolto in una terra appena meno fredda di quella che ora abitano.
    E invece la paura prende forme improvvise e anche l´incanto assoluto di un tramonto rosa trasparente sulle montagne coperte di neve, azzurro non ancora cupo sul fiume, già scuro sulla foresta di abeti e sui boschi di pioppi, può diventare bellezza che squarcia l´anima, se si è ancora vivi e se un sogno impossibile ancora ci abita. E allora la morte diventa l´unica vera promessa di pace.
    Ma il desiderio è potente. Ed ecco, una neve perfetta scende su un crepuscolo triste come tutti gli altri e alleggerisce i pensieri e i gesti. Le mani che hanno rinunciato alle carezze lavorano in armonia a creare una bambina di neve, gioco infantile e insieme compimento struggente ed effimero dell´immenso desiderio.
    La bambina c´è anche in una favola che Mabel ascoltava da piccola, una vecchia favola scritta in una lingua a lei sconosciuta, sconosciuta come la felicità che cerca, dal finale tristissimo. Ma forse è possibile inventare finali nuovi alle storie, e “scegliere la felicità invece del dolore”. La felicità inattesa e impensata è ora una bambina vera, che mangia, parla e ha un nome bellissimo: Pruina, “luce dopo il tramonto”.
    Ma non rimane. Ma ritorna. Ma poi riparte. Forse non è la felicità sognata, però l´attesa non è più vuota e la vita ha un´allegria nuova che permette di alzare gli occhi su quel che sta intorno e non più vedere solo la terra gelata da lavorare. E arrivano anche relazioni nuove, prima prudenti e poi indispensabili. La turbinosa Esther, (quasi) vicina di casa, madre ferrea di tanti maschi, non lascerà che Mabel scappi ancora dalle sue paure.
    Siamo nel 1920, in Alaska, la terra della scrittrice, appunto. Un altro secolo, un altro mondo. Eppure meravigliosamente nostro, lo stesso corpo a corpo con la vita, piena di incanti e di crepe. Accanto al bianco della neve che tutto copre e regala una perfezione che non dura c´è improvviso ma non inatteso, necessario, il rosso del sangue reale, feroce, di tanti meravigliosi animali: l´alce immenso la cui carne assicura la sopravvivenza fino a primavera, la volpe rossa, l´ermellino, l´orso, il gulo gulo, e anche un cigno bianco. Cielo divino, si può uccidere un cigno bianco? Macchiarne il candore immacolato? Due volte immacolato nella neve appena scesa sul mondo, miracolo di una creazione rinnovata? Si deve se l´alternativa è la morte, il non esserci di questa vita insieme voluta e tremenda, piena di bellezza, delusione, desiderio, fallimento, allegria, passione.
    È un romanzo dell´anima, questo primo bellissimo libro di Eowyn Ivey, autrice dal nome parlante: Eowyn come la principessa di Rohan, nel Signore degli anelli.
    È costruito con immagini potenti che si fanno abitare da chi legge, e non si sa quale scegliere: la pattinata notturna sul ghiaccio del fiume Wolverine; oppure ancora il ghiaccio che non vuole cedere al desiderio di morte di Mabel. Nel dolore è facile sprofondare. Nel fiume gelato a volte no. Non si muore quando si vuole.
    Ed è pieno insieme di piccole, nascoste vertigini in cui ci si trova a sospendere il respiro: lei che non ha voluto vedere, abbracciare e salutare la sua creatura nata già morta e in anni di fantasticherie colpevoli ha immaginato sempre che fosse una bambina, da entrambi vergognosamente abbandonata senza cura in una qualche fossa, e invece scopre, quando finalmente chiede, che era un bambino, che suo marito l´aveva battezzato, con un nome importante e pieno di personalità. Potenza della parola finalmente detta. E può a sua volta salutarlo per sempre. Lo spazio per la bambina di neve ora c´è. E anche per una felicità nuova, si è appresa l´arte di lasciar partire, di non volere più trattenere.
    È anche un romanzo di donne forti di una forza che si deve avere, e di uomini che resistono fin che possono, forse non sempre capiscono, ma ci sono.
    Ci si chiede dove sia qui il divino che Jack invoca ogni giorno prima di consumare il cibo conquistato nel rischio più estremo. Forse nella capacità di accogliere la felicità quando viene, senza sospendere la vita nell´attesa, senza paura di perderla.
    Perché non rimani? chiedono a Pruina. Perché la felicità non rimane? Perché non posso tenerla, afferrarla, accudirla? Perché forse è come la luce del tramonto raccontata dal nome di Pruina: c´è stata, l´abbiamo avuta e goduta, non può essere afferrata. Ma tornerà. E una storia prende vita, una lunga bella storia dal finale inatteso, nel caso della bambina di neve.
    “Sono qui”. Ecco le parole del miracolo assoluto, incomprensibile ogni volta: l´incanto dell´esserci. Per sé. Per chi si ama. “Sono qui”, dice Pruina quando torna.
    Un entrare e uscire dal sogno di felicità. E non bisogna chiedere di più. Forse non bisogna chiedere e basta.

  2. Grazie di averci trascritto la poetica recensione di Maria Pia Veladiano su questa struggente ed immaginifica storia.
    Scommetto che hai già cercato e trovato – spero- La Bambina di neve…

    Appena letto, carissima Grazia, dovrai scrivere il tuo parere.