LA DONNA CHE NON PUO’ DIMENTICARE , Jill Price con Bart Davis

pubblicato da: Mirna - 9 Maggio, 2012 @ 1:06 pm

Stamattina Giuliana di Aquileia  mi scrive un sms, ha scoperto le  mie righe- diario lasciate in un suo quadernetto a ricordo delle tre giornate friulane trascorse insieme un mese fa : la passeggiata tra i pruni fioriti  e le  violette,  lungo il torrente solcato da anatre, la basilica e i nuovi mosaici restaurati, Trieste e il Castello di Duino, il nostro pranzo di fronte al mare argentato.  E’ contenta di aver ravvivato il ricordo, sa che da sempre io scrivo  per ricordare meglio soprattuto i momenti lieti o speciali,  per dilatare, ampliare, assaporare frammenti di vita che a volte si stemperano e si volatizzano.

Quando eravamo abroad, all’estero, a Londra o a Munchen, ogni tanto invitavo le mie amiche a “fermarsi”, a vedersi come si era : giovani, curiose, felici . Una mia frase ricorrente era “Ricordatevi di noi, di  come siamo ora”. Mi ringraziano ancora.

La memoria, si sa,   racchiude il fascino della vita, il suo mistero, il suo sapore. Ricercarla come fa Proust è viaggiare in un mondo infinito che ce la porge nuovamente rivestita esteticamente  di nostalgia, dolcezza, malinconia, e magicamente  letteratturizzata.

Ma quando cominciamo a ricordare?

 A quando risale il vostro primo ricordo?

 Se ne parlava durante l’ultimo incontro all’Angolo-Papiro del Libri & Caffè: per Paolo e Maria Rosa erano ricordi precocissisimi degli ultimi anni di guerra,un aereo in fiamme che precipitava, gli americani su “enormi carri armati”  che distribuivano caramelle,  per Maria Grazia un ricordo di estrema bellezza campestre, immagino un momento di estasi: sterminata distesa di papaveri e verde. Per Enza una sua personale prova di coraggio: entrare ed uscire da una stanza buia, per me purtroppo  il primo ricordo è doloroso e so per certo di farlo risalire ai miei 4 anni. Ma prima si possono ricordare eventi?

Ve lo chiedo. Scrivetelo.

Per Jill Price invece nulla si può scordare.Lei ricorda tutto: ogni singolo giorno da quando era una bambina ad oggi, quasi cinquantenne. La sua capacità mnemonica autobiografica è unica, straordinaria e viene studiata ed analizzata da varie équipes di psichiatri e neurologi. Il suo caso è riferito in molte riviste scientifiche, ma solo l’anno scorso Jill Price ha deciso, aiutata dallo scrittore Bart Davis, di raccontare la sua storia.

Questa terribile, eccezionale menoria che non le concede un attimo di oblio, l’ha fatta e la fa soffrire molto. A 12 anni riconosce questa sua caratteristica: riesce a far tornare alla mente ricordi particoleraggiati, addirittura il suo primo ricordo risale a quando era nella culla a 8 mesi.

Questa sua memoria di altissima componente emotiva non l’aiuta però nel rendimento scolastico, anzi influisce negativamente, perchè il rifluire , a volte automatico degli avvenimenti passati la fa star male tanto grande è l’intensità che prova “L’emozione che si risveglia con ogni ricordo è in tutto e per tutto altrettanto potente quanto la prima volta che l’ho vissuta”

E siccome i ricordi modellano la nostra esistenza – ma noi esseri normali “impastiamo” la nostra memoria, la arricchiamo, la distorciamo per sentirci migliori – Jill se ne sente aggredita. Non ha perciò la capacità di accettare i cambiamenti e di lasciarsi le cose alle spalle. Rimane attaccattissima alla famiglia, ai luoghi, agli oggetti tutti parte della sua esistenza che si costruisce inesorabilmente  e lucidamente senza permetterle nessun cedimento o velatura.

“Un caso di straordinaria memoria autobioigrafica” viene pubblicato in varie riviste, come detto. Grazie allo studio di questi scienziati Jill riesce ad accettare questo dono “maledetto”, spera che gli studi sul suo cervello posssano aiutare coloro che invece perdono la memoria.

Questo scritto per me è interessantissimo, mi piacerebbe sapere se fra i nille visitaori giornalieri del mio blog c’è qualcuno che condivide la mia passione per la psicoanalisi.

Ne “La donna che non può dimenticare” , edizione Piemme Voci, oltre alle spiegazioni di come funzionano i ricordi c’è la storia di una donna che soffre di depressioni e angosce, ma anche di momenti belli e forti soprattutto quando riesce a gestire e a controllare questa sua incredibile capacità.

 

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9 commenti
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  1. La memoria, la memoria… è meravigliosa ed è una sofferenza quando sfugge. Quando ci accorgiamo che sfugge a noi stessi e quando la vediamo sfuggire negli anziani a noi cari e ancora presenti.
    Il mio primo ricordo è legato a Volpedo, il paese del mio nonno materno in cui ho trascorso le estati della mia infanzia. Non so da quale età si può cominciare a ricordare, ma credo che questo episodio risalga a quando ero molto piccola. L’immagine che ho è di una serie di scalini piuttosto lucidi (marmo?) davanti ad una casa in cui ero in visita con mia mamma. Ero in piedi sull’ultimo gradino, rivolta verso il basso e volevo scendere da sola, ma gli adulti mi dicevano che non dovevo farlo. Allora io mi sono seduta su quest’ultimo gradino: non so se volevo scendere col sedere o semplicemente fare un sit-in di protesta, so solo che non ero contenta del limite che mi veniva imposto. Indossavo un vestitino leggero e qualcuno diceva che i gradini erano freddi e non dovevo stare lì, ma subito dopo un’altra voce ribatteva alla prima che invece sì, potevo, perchè lo scalino non era poi così freddo. C’erano lì intorno diverse persone oltre alla mamma ed io con loro non avevo confidenza. Mi sentivo osservata ed ero a disagio.

  2. Sono nato il 3 febbraio 1944. Cito questa data perché riusciate, insieme a me, a collocare il miei primi ricordi. Si abitava in un appartamento di un palazzo al n. 10 di Via Rodi nel quartiere di Albaro, a Genova. Le luci nelle scale erano azzurrate. Se ne fulminò una. I miei genitori, aiutati dal coinquilino del pianerottolo, l’ing. Adolfo Bassi, avvalendosi di una scala a compasso, la sostituirono. Mio fratello, maggiore di me di due anni, chiese ed ottenne di essere accompagnato nella “scalata” fino in cima alla scala, per gioco. Anch’io lo chiesi. Inutilmente. Fu la prima arrabbiatura della mia vita. Fare luce, nascondere la luce. Alle finestre avevamo le persiane. Negli interstizi delle relative tavolette era stata pressata carta di giornale, che la luce non uscisse … ci sono gli alleati che ci possono bombardare … Ma se sono alleati, perché ci bombardano? Fu il primo grande dubbio della mia vita. In attesa di sciogliere l’arcano, con le mie ditine scavavo quella carta e piano piano aprivo spiragli alla luce. Mi mandarono all’asilo. Dalle suore. Un giorno, mentre mi ci accompagnavano, incrociai dei militari di fanteria, in divisa, con la loro bella cravatta rossa. Una volta entrato, chiesi alla suora: “Madre, perché quei soldati hanno la cravatta rossa?”. Mi rispose, sgranando gli occhi e agitando la mano a coltello: “Sono comunisti, sai, comunisti!”.. Sempre all’asilo, un giorno, la corda che reggeva l’altalena, improvvisamente cominciò a fumare, a prendere fuoco. Mistero. Poi svelato: per sorreggere la tavoletta di legno che fungeva da sedile era stato usato un pezzi di miccia, evidente residuato bellico, la quale, a seguito del calore sviluppato dall’attrito del movimento altalenante, si era riscaldata sino a prendere fuoco. Giuro: è tutto vero. Fine.

  3. Eccomi .. che belli i ricordi di Riccardo e Maria Teresa… Riccardo, potresti davvero anche tu scrivere un libro con le tue avventure! il mio primo ricordo è quello di mio nonno che solleva me sul triciclo in aria e io che mi diverto, un misto di eccitazione, chissà che alta si sembrava di essere ,e paura…Mio nonno è morto quando avevo 4 anni quindi deve per forza esser antecedente…

  4. A pag. 29 del corriere della sera di ieri appare un breve ma illuminante articolo di Mauro Covacich dal titolo “Ecco perchè parliamo tanto di noi. La formula di Twitter e Facebook”- dove ci parla della pubblicazione di una ricerca fatta dai neuroscienziati della Harvard University, a Cambridge, pubblicata su Proceedings of the National Academiy of sciences che dimostra che parlare di sé stessi attiva la stessa sensazione di piacere a livello cerebrale del cibo, del sesso o del possedere denaro. Si attivano infatti le stesse zone del cervello del sistema mesolimbico .Covacich è sempre molto brillante e il suo breve articolo è assai piacevole. Penso che il blog, in generale, sia assai diverso dai social network,dove l’ascolto degli altri non esiste. In questo blog in particolare,trovo che si vada sempre alla ricerca di confronto, di opinioni diverse e diverse esperienze.
    Per quanto riguarda la memoria , per fortuna il nostro cervello seleziona tantissimo i ricordi. altrimenti finiremmo tutti ammalati gravi come la povera “donna che non può dimenticare”. Anche perchè penso che parte di quei ricordi siano fabbricati ex novo, inconsciamente. Libri di questo tipo (sui fenomeni) mi sembrano frutto di operazioni editoriali. Ma penso anche che mi posso sbagliare moltissimo.

  5. @ Camilla “La donna che non può dimenticare” non è proprio un caso editoriale. Chi lo legge deve essere appassionato di psicoanalisi e pronto a leggere tabelle e tabelline. Perciò mi sarebbe piaciuto sapere chi lo aveva letto.
    Jill Price è conosciuta come AJ nelle pubblicazioni scientifiche.

    Mi piace Mauro Covachic (di cui ho presentato “L’arte contemporanea spiegata a tuo marito”) e il suo articolo sulla ricerca scientifica …a volte pensando ai miei amici e conoscenti mi soffermo sulle persone che parlano tanto tanto e non mi lasciano il tempo di intervenire….perchè le loro frasi si susseguono talmente legate fra loro da non permettere di ribattere …in quei casi mi verrebbe voglia di avere con me una clessidra. Con altre persone mi accorgo invece che quando io cerco di raccontare qualcosa il loro sguardo si perde e la concentrazione va immediatamente a se stessi, infatti la replica immediata che mi zittisce è “Anch’io”.
    Allora taccio e osservo.
    In fondo lascio un piacere all’interlocutore!

  6. Da GRAZIA: Il libro che hai consigliato di Alberto Cavanna, che non conoscevo, “L’uomo che non contava i giorni”, l’ho letto su tuo consiglio tutto d’un fiato con grande piacere, molto ligure il vecchio Cristoforo, parco di parole, brusco nell’agire ma generoso nei sentimenti.

    Ho gustato l’ambientazione, il vecchio fondo con l’attrezzatura ben ordinata, la sapienza dei gesti nella costruzione, la trasmissione del sapere, il lavoro portato avanti seguendo le regole, la soddisfazione del lavoro ben realizzato, ma anche le parole del dialetto, la focaccia gustata al mattino prima di iniziare il lavoro, gran parte dei liguri fa così. Ho cercato di immaginare il luogo del racconto, sono andata a rivedere i gozzi nelle foto che ho scattato a Camogli, il fondo potrebbe essere in una delle antiche case-torri prospicienti il porto, altro possibile luogo di ambientazione Tellaro, nello spezzino, bella da mozzare il fiato.

    Fra gli altri libri letti di recente, “Settanta acrilico trenta lana” della giovanissima Viola Di Grado, sua opera prima, edito da e/o, di cui probabilmente sentiremo ancora parlare. La storia è un po’ strampalata, racconta di madre e figlia dopo che il marito e padre è morto in un incidente, la madre smette di parlare, di lavarsi, di vestirsi, di lavorare, la figlia traduce manuali di istruzioni, intanto impara il cinese e semina ideogrammi in tutta la casa mentre ne inventa dei nuovi, il finale è un po’ truculento, colpisce per la grinta e per il linguaggio forte e fuori dell’ordinario.

    Per ultimo, mi mancano ancora una ventina di pagine per finirlo, “Un segno invisibile e mio” di Aimee Bender, l’autrice di “L’inconfondibile tristezza…” storia anche questa un po’ strampalata, la protagonista, giovanissima insegnante di matematica (belle le pagine in cui racconta delle lezioni e degli allievi) è ossessionata dai numeri e da tormenti interiori – paura della morte o della vita? – che le impediscono di vivere serena, non so ancora come e se li risolverà, lo finisco questa sera.

    Tornando indietro con la memoria, il mio più lontano ricordo molto vago e indefinito, si riferisce ad un viaggio in treno con mia mamma. Dai racconti che mi ha fatto successivamente penso di aver capito che si trattasse del viaggio fatto quando, incinta di mio fratello, non avevo quindi ancora due anni, è andata al matrimonio di suo fratello. Ricordo che una giovane viaggiatrice, che mi aveva colpito per bellezza ed eleganza, aveva preso a parlare con me, in quel periodo non ero ancora introversa, e come ne fossi rimasta conquistata. Ho ancora forte l’impressione del fascino che ha esercitato su di me

  7. Da FLAVIA: Leggo il tuo blog e continuo a segnare i titoli di alcuni libri che mi piacciono; durante la convalescenza ho letto:
    “Chi ama torna sempre indietro”,
    “Il profumo delle foglie di limone”,
    “Riva”,
    “Venivamo tutte dal mare”,
    “Venuto al mondo” (stupendo);
    a Natale: “La Cattedrale del mare” e “Il signor di Barcellona”, bellissimi entrambi.

  8. Anche JENNIFER legge questo blog. Dalla Scozia dove vive ci scrive in buonissimo italiano :
    “Libri che leggo ora sono : Le Donne che Corrono con le Volpi , la Trilogia di Steig Larsson (scittore svedese) su Lisbett Salander ecc. e Alone di Richard E. Byrd , ma e vecchio !! Publication was in 1938 !! E uno che stava da solo in Antartide . Poi leggo gli ingredienti sui prodotti !! (umorismo inglese!). La Trilogia di Steig Larsson è scritto poi MOLTO bene e poi mi piace la materia . Ho libri dapperttutto . Li compero sempre . Ma non riesco sempre ad avere il tempo . Ma parleremo di quello un altra Volta! ”
    Jennifer ha vissuto per alcuni anni in Italia. E’ stata la prima insegnante di pianoforte di Stefania. E’ vivacissima, originale, frizzante…abbiamo trascorso molti bei momenti insieme… da gite e cene, a innumerevoli afternoon teas.
    Anche lei adora i gatti.
    Ha appena acquistato una casa vicino a Ragusa, nel paese dei telefilm di Montalbano,. Ne è felicissima e pregusta il caldo siciliano dovendo subire per ora la pioggia e il freddo scozzesi.

  9. Ho letto i commenti/ricordi – la mia prima scritura su un blog – se i bambini riuscissero a stare vicino alla loro capacità di guardare e all’indipendenza del loro giudizio forse crescerebbero più liberi e forti. Non ho ancora letto il libro della Price ma la problematica che solleva è interessante: memoria e ricordo ci riportano facilmente a noi stessi. Passo il mio ricordo, ricostruito con mia madre, non avevo ancora un anno. Mare, sono sotto un ombrellone in braccio a qualcuno fra persone sedute intorno a un tavolino, un caffè, un bar; qualcuno mi mette in bocca un pezzetto di cibo – un’aggiuga, una sardina, strano; vedo davanti a me una distesa azzurra scintillante, una luce, il sole, tra l’azzurro, ricordo lo scinlillio dell’acqua, la luce e l’azzurro, intorno a me tutti ridono, rido anch’io ma non lo so, sento vibrare la pancia, onde che si espandono e qualcosa di molto leggero e condiviso. sembra sollevare tutti dentro quest’onda.