VITA DI SYLVIA PLATH, e il suo male di vivere

pubblicato da: admin - 16 marzo, 2010 @ 3:14 pm

Ho scoperto Sylvia Plath qualche anno fa e da allora il mio interesse per questa poetessa dalla vita infelice è cresciuto. Intanto anche l’editoria ha creato intorno a lei quasi una leggenda alimentata soprattutto dal suicidio avvenuto nel 1963, quando era appena trentenne.
La sua più famosa raccolta di poesie Ariel, uscita postuma, la fa diventare portavoce, in buona misura inconsapevole, delle generazioni arrabbiate e disilluse degli anni’60 e ’70.
“Accusando” del suo suicidio il marito Ted Hughes, essa diventa anche l’emblema della donna vittima della crudeltà maschile, la moglie tradita e abbandonata col fardello dei figli.
Ma è stato proprio così? O forse Sylvia aveva già in sé il seme dell’autodistruzione? In questa esaustiva biografia, Anne Stevenson, traccia il ritratto di una ragazza fragile e ambiziosa, esibizionista e disadattata, intelligente e arrabbiata. Una scrittrice dal talento originalissimo, ma sempre in lotta con la sua creatività.
Sylvia nasce vicino a Boston nel 1932 da padre tedesco e madre austriaca. Dopo una primissima infanzia felice in cui si sente il centro dell’universo, tutto muterà. Dapprima l’arrivo del fratellino poi più tardi la morte de padre.
Subito emergono i tratti caratteristici della sua psicologia tormentata e divisa: ricerca quasi patologica del consenso, desiderio dell’attenzione di tutti, ansia di essere sempre la più bella e la più brava.
Fisicamente è la classica ragazza tedesca, alta e bionda, ma lei si schiarirà i capelli in biondo platino, metterà sempre il rossetto rosso fuoco, curerà attentamente i suo abbigliamento. Vuole sedurre anche con la bravura nello studio e attraverso la scrittura. Otterrà successi scolastici, qualche pubblicazione di poesie.
Entra nell’esclusivo Smith College nel Massachusetts dove trova conferma al suo valore.
Verso i 20 anni cominciano le forti depressioni e due tentativi di suicidio, cui seguono ricoveri in cliniche psichiatriche e elettroshock. Guarita grazie anche alle cure di una psicologa, vince una cospicua borsa di studio, si laurea con una tesi su Dostoevskij, viene ammessa a Cambridge con copertura di tutte le spese.
Qui conoscerà Ted Hughes, un giovane e brillante poeta dello Yorkshire. Del loro amore e del loro matrimonio parlerò un’altra volta.
Da dire c’è soltanto che il sogno di una coppia di poeti che lavorano insieme mietendo successi è incrinata, nonostante la nascita di due figli, dalla gelosia e dall’invidia di Sylvia verso il marito, gelosia per le sue sempre più frequenti assenze e invidia per il suo più consolidato successo.
Sylvia scrive, scrive, per diventare famosa, ma in vita riesce a pubblicare soltanto “The colossus e altre poesie” e il travagliato romanzo autobiografico “La campana di vetro.”
E’ talmente avida di consensi che la sua scrittura talvolta risente di una programmazione razionale:scrive con dizionari sulle ginocchia, consultando i sinonimi per trovare uno stile personale che possa piacere agli editori e ai lettori. Piacere a tutti, alle aspettative degli altri, prima fra tutti, la madre Aurelia (Ma anche di questo parlerò un’altra volta).
Le sue più belle poesie saranno invece quelle scritte dopo l’abbandono di Ted, quando in preda al dolore e all’angoscia darà libero sfogo alla sua disperazione, quando scriverà per sé, per urlare il suo male di vivere.
Ed allora Ariel la farà diventare famosa, come tanto desiderava.

Mi chiedo come possa l’ambizione essere così potente da cancellare qualsiasi altra voce interna. Lei stessa scrive:
“Oh, se solo mi lasciassero a me stessa,
che poeta riuscirei a tirare fuori”

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  1. Non vorrei indugiare nel gossip ma mi sembra di aver letto che sei anni dopo la morte per suicidio della Plath anche l’amante di Hughes si suicida… Sicuramente molto fragile, la sua personalità è stata schiacciata da quella del marito che non deve essere stato un uomo modello, anche se eccellente poeta…

  2. Quando leggo di suicidi di geni la prima cosa che penso è “che peccato!”, ma poi subentra la riflessione che nonostante l’eccezionalità nulla li sottrae dall’essere umani, ma forse con un desiderio maggiore di considerazione in tutti i campi, qualcosa di eccessivo che sicuramente sfugge a nature più prosaiche. Ciò non toglie che non sia grata alla poesia che aiuta a vivere meglio chi poeta non è!