DA UNA STANZA ALL'ALTRA, di Grazia Livi

pubblicato da: admin - 7 maggio, 2010 @ 7:33 pm

scansione0003Se un giardino è il nostro spazio interiore da cercare, curare ed esserne confortati, “una stanza tutta per sè” è una necessità, soprattutto per noi donne, e non solo per quelle che amano scrivere. Partendo dal celebre lavoro di Virginia Woolf in cui si ripercorre la difficoltà per una donna ,sempre assillata da doveri quotidiani, a ritagliarsi uno spazio per la propria riflessione, Grazia Livi ci introduce nella vita di altre famose scrittrici che hanno tentato di liberarsi dai lacci del “dovere femminile”. Si parla di scrittrici dei secoli passati… ma oggigiorno la donna in generale  è riuscita a conquistarsi la “stanza tutta per sè”, sinonimo di libertà interiore, senza sentirsi colpevole?

Per Virginia Woolf, “ la stanza con poltrona”è il suo guscio che l’avvolge, la protegge dalle sue “voci” pericolose ed è uno  spazio personale che diventa più denso, più intriso di pensieri. Ed è anche lo scudo legittimato del suo isolamento. Sa di essere separata dagli altri, come “uno strumento raro che non conosce il segreto per fondersi al coro”. La sua personalità vacillante ha estremo bisogno, come di una medicina, di raccoglimento, ripiegamento dentro uno spazio in cui scrivere per capirsi e rimarginarsi. Lei , sappiamo, è ciò che scrive.

Per Jane Austen, invece, la stanza per sè, è sempre di passaggio. Riesce ad appoggiarsi agli angoli del  tavolo dopo il breakfast, quando finalmente è sola. Provvisoriamente!  Jane ha un suo ruolo nella vita familiare e  come tutte le donne è intrisa di “docilità” e cioè lascia aperto il proprio animo affinchè chiunque possa “entrarvi ed uscirvi”. Genitori, marito, figli, nipoti. E’ permesso un ritiro interiore e personale soltanto a chi entra nel chiostro o nella malattia. Jane si adegua ai suoi tempi. Si accontenta dunque,  per scrivere i suoi splendidi romanzi ,di angoli vuoti, di brevi spazi temporali solo suoi. Ma  grazie alla scrittura”sfugge” al dominio del mondo che l’attornia,  diventandone lei stessa il deus ex machina  che lo apre e chiude a suo piacere.

 Emily Dickinson  di cui abbiamo già parlato a lungo, si “imprigiona” nella stanza al piano di sopra per essere libera. Non ha altra soluzione. Veste la maschera della mansueta ragazza di buona famiglia ottocentesca per lasciare spazio alla sua precipitosa e veemente vita interiore scrivendo nella sua “stanza”. Emily riesce ad estraniarsi dal mondo circostante per rimanere arroccata al suo tempo privato. Non a caso, fino a quindici anni, ha finto con il padre di non saper leggere l’ora. E’ abile a usare tutte le strategie per essere “libera” e concentrarsi sulle proprie emozioni.

Che necessità questo spazio temporale!  Avere la mente sgombra da pensieri contingenti e cercare di rinascere ogni volta nella nostra essenza. In primavera mi accorgo di averne ancor più bisogno, come di un ricostituente. La “stanza” però si sposta: può essere il mio salotto o un giardino o un semplice “fermarsi”, sorda ai richiami, per avere la possibilità di rimescolare gli accadimenti , i pensieri, le emozioni.

In questo saggio si parla anche di Katherine Mansfield, donna libera, ma che trova nella sua “stanza” l’interlocutore più intimo. Con se stessa Katherine si sente appagata.

 E poi Anais Nin e  Caterina Percoto di cui non ho letto ancora nulla.

 Grazia Livi conclude dicendo che la “vera stanza”, cioè la libertà, richiede coraggio. Occorre uscire dal sicuro, dal protettivo, dall’abituale, dalla nicchia di una vita diminuita e prorompere in una singolarità che può risultare poco gradita agli altri.” E’ lasciare un sentiero laterale per arrivare al centro di sè,  e quindi al diritto a una stanza. E quasi sempre nel silenzio in cui affiorano le cose remote e sommerse le parole diventano scrittura.

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Lettura come  stimolo per riflettere sulla vita in generale, trarne coraggio e consolazione. Questo è lo spirito del blog.

 

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9 commenti
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  1. Come sono d’accordo! Anche per me “la stanza tutta per se'” e’ di un’importanza fondamentale. Quando non ce l’ho mi sento svogliata, in ansia, depressa, poco creativa. ho sempre invidiato – nei libri o nei film – lo studio del personaggio maschile. Lo studio (si’, con la poltrona) dove potersi isolare, dove poter creare, dove potersi riconnettere al proprio io piu’ profondo. Ma chissa’ perche’, alla donna e’ quasi sempre stato precluso.Beh, il perche’ e’ presto detto, qualcuno fuori dallo studio doveva pur rimanere. La cosa parziale, ingiusta e’ quell’atteggiamento di “docilita’” richiesto alla donna e con esso la completa disponibilita’ per tutto e per tutti. No.Non puo’ piu’ essere. Ci vuole equilibrio e rispetto per le persone. Spero tanto che noi donne – se lo vogliamo – riusciamo a vivere lo spazio privato come ricchezza e non con il senso di colpa. Che i “doveri” quotidiani aspettino pure…

  2. credo anch’io, come Stefania, che quello spazio si conquisti attraverso continue battaglie. nei confronti di se stesse, prima di tutto e, come sempre , inevitabilmente anche attraverso qualcosa di doloroso. Uno spazio tutto per sè è, ovviamente, mentale. Da una stanza all’altra della propria mente, proviamo a trovare quel luogo dell’indipendenza, dove escludere i sensi di colpa, il dover essere, la sovrastruttura. Non sempre ci si riesce e mai senza qualche sofferenza. ma è solo in quello spazio, credo, che si ritrova ls propria curiosità verso il mondo, che si guarda in faccia , finamente, la grandezza di quanto sta fuori, che il chiuso del proprio spazia diventa un immenso telescopio puntato sull’universo. le amate grandi donne, Virginia, Catherine, Marina e quante altre, hanno lasciato grandi doni e hanno ,( forse non Catherine, che era piena di gioia di vivere) al tempo stesso, sofferto troppo, in solitudine.

  3. Fin da bambina mio padre mi ha detto : “ascolta il rumore del silenzio”, “io amo farlo”. Sono cresciuta con le sue parole nel cuore perchè sempre ho ricercato quel silenzio, divenendo presto il mio luogo dell’anima. Potevo essere ovunque, l’importante era imporre agli altri il mio essere altrove. Questo mi alimenta e e lo ricerco, diventando insofferente quando la quotidiadinità lo porta via…ma anche i piccoli momenti diventano grandi se in essi metto me stessa “tutta intera”, e allora il tempo interiore si propaga e mi invade. Il “rumore del silenzio” mi ricollega a me stessa, riconducendomi all’essenziale.
    Affettuosamente, Miki

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