L’UOMO CHE PIANTAVA GLI ALBERI di Jean Giono

pubblicato da: Mirna - 1 agosto, 2012 @ 10:13 am

 

 

Sulla via per Borzone stamattina, una domenica ancora calda ma velata, ho raccolto le nocciole che stanno cadendo dai boschetti che fiancheggiano il sentiero verso l’Abbazia. E’ gia’ la seconda volta in due giorni che faccio questa strada,  l’altro giorno ero con Grazia, grande camminatrice  di piu’ lunghi e impervi percorsi.

In mezzo a noccioli, faggi e altre latifoglie  noi due lettrici non potevamo non parlare del libretto “L’uomo che piantava gli alberi”, la storia di un pastore tranquillo e solitario raccontataci da Jean Giono.

Questo scrittore ama la natura e quando , circa quaranta anni fa,  passeggiando in una zona poco battuta della Alpi che penetra in Provenza e da cui si notano I contrafforti del Monte Ventoux (percorso anche dal Petrarca) vide da lontano cio’ che scambio’ per un tronco d’albero solitario – ma In realta’ era un pastore – ed ascolto’ poi la sua storia, rimase incantato ed affascinato da cio’ che il gentile e riservato personaggio gli rivelo’.

Non pote’ dunque, da scrittore, non raccontarla anche a noi unendo alle sue strabilianti rivelazioni disegni naïf in bianco e nero.

Il pastore si chiamava  Elzeard Bouffier “aveva posseduto una fattoria. Aveva vissuto la sua vita.

” Era rimasto solo, ma nella sua solitudine trovava piacere a vivere lentamente con le pecore e il cane.”

Aveva notato pero’ che quel paese sarebbe morto per mancanza d’alberi. Comincio’ quindi a raccogliere ghiande, a selezionarle, a piantarle  tanto da riuscire in una decina d’anni, il tempo in cui Giono rimase lontano, a creare un querceto. Ma anche I faggi erano stati piantati, giorno dopo giorno, anno dopo anno. In silenzio, con cura ed amore.

“Troverai piu’ nei boschi che nei libri” diceva uno dei santi Padri della chiesa, mentre un antico poeta cinese cantava “Ogni giorno quell’albero mi da’ pensieri di gioia”

E non era da raccontare una storia cosi’ affascinante? Ricordare una straordinaria persona che mentre trovava il suo equilibrio interiore  nel rapporto con la natura, ci regalava bellezza e armonia?

La sua impresa non e’ stata facile, la sua forza nel combattere lo sconforto, come quando dopo aver piantato 10.000 aceri nessuno si salvo’, fu stoica.

Ma lo sbalordimento di una guardia forestale alla vista di “una foresta che nasce da sola” ci fa capire che opera titanica venne affrontata da un uomo di poche parole.

Era talmente abituato a vivere da solo, tra alberi e animali, che faceva fatica a riprendere a parlare con gli occasionali interlocutori.

Jean Giono vide per l’ultima volta Elzear Bouffier nel giugno del 1945. Aveva ottantasette anni. Mori’ serenamente due anni dopo.

Che sia esistito un uomo capace di far nascere tanti e tanti alberi mi da’ gioia e sicurezza.  “Perche’ l’albero rappresenta, fin dai tempi piu’ antichi, il simbolo e l’espressione della vita, dell’equilibrio e della saggezza.”

 

E qui in Liguria ci sono tantissimi alberi. E’ la regione piu’ verde, contrariamente a cio’ che si pensa di essa,cioe’ soprattutto mare e costa. Qui l’entroterra  e’ rigoglioso e vario.

Cosi’ dissertavamo Grazia ed io lungo la strada  leggermente in salita che porta all’Abbazia di Borzone. Luogo mistico, di quiete, sprofondato in verdi di mille riflessi luminosi. Lassu’ ogni volta ci si sente in pace…arrivati.

 

E cosi’ e’ stato anche stamattina – seppur campane gentili annunciavano la messa – seduta sul muretto di fronte ai cipressi secolari e con ai piedi viola fiori di malva (come la mia gonna!)  mi sentivo parte di quel Tutto che spesso lasciamo in disparte.

 

Salani editore, 2011

Ma non dimentichiamo i boschi del Trentino e per sapere di luoghi visitati  e mirabilmente descritti durante questa lunga estate calda- ma non solo – visitate il blog di Riccardo

www.trentoblog.it/riccardolucatti

 

 

 

 

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3 commenti
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  1. La passeggiata verso Borzone, nel caldo sole della piena estate, piacevolmente chiacchierando con Mirna, rimarrà tra i miei ricordi piacevoli.
    Borzone, dice Mirna, è un posto incantato, fuori del mondo. Davvero un luogo senza tempo, superata una curva, ecco l’Abazia in pietra e mattoni, disposti ad archetti e a dente di sega, secondo una complessa simbologia religiosa, e l’insieme degli edifici costruiti sulle rovine di una fortificazione militare bizantina.
    Un luogo dove si respira e si sente la presenza del passato, qui i monaci hanno insegnato la coltivazione dell’olivo e a governare le acque con una serie di canali.
    Ogni volta che arrivo in quella valle, percorsa da una strada antichissima che portava verso la valle del Po, non posso non pensare a “La casa sull’estuario” di Daphne du Maurier, libro che ho letto più volte, affascinata, molti anni fa. Anch’io sono presa dal desiderio di vedere e rivivere il passato del monastero per mezzo di quella stessa “pozione” che portava il protagonista indietro nel tempo, tanto da preferire quello al presente.
    La storia che impregna un luogo gli dona un fascino irresistibile e si insinua in noi che lo osserviamo e che ci immergiamo in esso, è questo, immagino, che affascina Mirna.

    Cari saluti ai lettori del blog.

  2. Che caldo qui in Trentino… ieri ho fatto una piccola passeggiata attorno al lago di Lavarone. Certo, non un luogo fuori dal mondo, anzi mi davano quasi fastidio i troppi turisti e il loro vociare, le grida, a volte gli atti di maleducazione… E pensavo al tranquillo paesello di Mirna, che bellezza….
    Sto finendo un libro di Roth i cui riferimenti al sesso molto espliciti risultano a volte un pò scostanti… Vorrei tornare al mio / mio e di Stefania, il nostro insomma Murakami. Cosa mi consigli Stefy?

  3. Gli alberi hanno un’anima. Ne hanno collegato le foglie ad alcuni elettrodi ed hanno rilevato che avvertono se un umano accarezza le loro fronde. Sono “esseri” viventi, in quanto “vivono”: chi potrebbe negare ciò? Eppure li uccidiamo senza alcun ritegno. Uno, molti, milioni. Ho cercato di salvarne uno, leggete il mio post del 4 agosto su http://www.trentoblog.it/riccardolucatti. Lo stesso scritto è finito fra le lettere al direttore del L’Adige. Speriamo che qualcuno, nel Comune interessato, l’abbia letto. Lo stesso è accaduto tempo fa a Trento, in Viale Trieste. Avrebbero dovuto sfoltire gli ippocastani, potarli, eventualmente abbattere i più vecchi o malati. E invece no: sotto a chi tocca! Tre, quattro di fila, anche se giovani e sani. Pareva proprio che in tal modo volessero razionalizzare il lavoro dei propri dipendenti evitando loro di spostarsi con le attrezzature, ed inoltre parevano preoccupati di “tagliare molto” per raggiungere le quantità massime concordate e pagate loro dal Comune. E dire che nei boschi questa tecnica per fortuna è stata superata: non si abbatte più a zona, ma si interviene in modo diffuso, per non creare quei vuoti antiestetici e soprattutto pericolosi per la tenuta del terreno e del bosco stesso. Mi chiedo: quando si eseguono questi lavori, non sarebbe bene che vi fosse uin responsabile del Comune a valutare e controllare che non siano perpetrati scempi?