INCONTRI: PROF. MICHELE ANDREAUS

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 7 Dicembre, 2016 @ 5:55 am

6 dicembre 2011 – 8 dicembre 2019, “Post dell’ottavo anno”

Per l’occasione, il mio regalo di Natale alle mie lettrici ed ai miei lettori è riportare nelle prime posizioni un’intervista di tre anni fa, quella al Professor Michele Andreaus. A ciò sono stato indotto anche dalla lettura del libro di Pier Luigi Celli, che recentemente ho più volte citato nei miei post. Buon Natale a tutte e a tutti!

“Post del quinquennio” della mia attività  di blogger 

6 dicembre 2011 – 6 dicembre 2016

Detto altrimenti: il mio regalo di Natale alle lettrici ed ai lettori  di queste “sudate carte elettroniche”… (post 2573)

img_4239Riprendo qui una prassi che avevo trascurato da un po’ di tempo, arricchendo innanzi tutto me stesso e quindi voi, mie lettrici e miei lettori, della esperienza di Persone assai qualificate. Mia “vittima” questa volta, è Michele Andreaus, Professore Università  di Trento in Economia Aziendale e attivo in presidenze e consigli di amministrazione di pubblico interesse.

Professore, grazie per avere accettato l’invito di Trentoblog. Sa, ho tratto lo spunto per l’intervista da quella Sua lettera a lì’Adige del 17 novembre scorso, là  dove Lei parla del lavoro di squadra anche in politica: lavoro di squadra, per me che vengo da una vita passata a dirigere SpA, significa tre cose: funzionigramma più che organigramma; crescita dei colleghi (non li chiamo dipendenti); loro motivazione: uno dei principali fattori della produzione.

Certamente. In ogni organizzazione chi occupa posizioni di responsabilità  dovrebbe avere doti di leadership, che devono comprendere la capacità  di motivare le persone. Vale nelle aziende come nello sport, nel pubblico e nel privato. Motivare vuol dire essere innanzitutto autorevoli, ma senza mettere in difficoltà  l’interlocutore. A volte si confonde autorevolezza con autorità.

E’ morto il Presidente. Si assume un fattorino,  a indicare la progressione interna nella formazione del personale.

Si e e no. Oggi meno che in passato. La rivoluzione tecnologica e organizzativa in atto ha accorciato le carriere, spariscono i quadri intermedi e quindi le possibilità  di carriera. Non si investe nel vivaio, se non nelle multinazionali, e poi si cerca di pescare fuori. Basti vedere che oggi la Federazione della Cooperazione si è rivolta ad Egon Zehnder per trovare il nuovo direttore: vuol dire che negli ultimi 15 anni all’interno del movimento non è cresciuto nessuno. Non è di per sè un male andare all’esterno, ma quando ciò è  sistematico, rischia di essere patologico.

Programmazione nelle SpA, pluriennale scorrevole. In politica? Al massimo fino alle successive elezioni.

Certamente. Ormai si tende a governare con il sondaggio della mattina. Politica da un lato priva di visione e prospettiva, dall’altro l’esigenza di mantenere un consenso tutti i giorni. Elezioni politiche, regionali, comunali, quasi ogni anno c’è una verifica. Gli elettori stessi puniscono la prospettiva. Il benessere della Germania di oggi è legato alle riforme fatte da Schroeder nei primi anni 2000, questo lo riconoscono tutti. Ma quelle riforme non solo gli sono costate il posto, ma il suo partito, la SPD, ha perso il 15% e non l’ha più riconquistato.

Si dice che in Italia non si progetta bene perchè non si è sicuri del finanziamento e non si finanzia perchè non si è sicuri di una buona progettazione …

Secondo me un buon progetto trova i finanziamenti. Semmai vedo un problema di cultura del finanziamento. Si tende spesso a considerare il finanziatore non come un partner con il quale fare un percorso, ma come un partner occasionale, con una certa superficialità  nel rapporto. Inoltre si lavora sempre poco sui mezzi propri e ci si indispettisce se il finanziatore esterno non copre il 100% del fabbisogno. Tendenzialmente le banche hanno sbagliato prima a farlo, non oggi a pretendere un po’ di condivisione del rischio.

Potere e responsabilità , caratteristiche sempre unite o anche divise?

Il potere dovrebbe essere innanzitutto responsabilità  di usare questo potere per realizzare un progetto. Invece spesso il progetto manca e rimane il potere fine a se stesso, molto più facile da gestire e forse anche gratificante quando manca appunto il progetto. Il potere è troppo spesso visto come punto di arrivo e non come punto di partenza per fare.

Taluno dice che le fasi della programmazione sono entusiasmo, perplessità, ritorno alla realtà, ricerca del colpevole, punizione dell’innocente, lode ad estranei …

Non generalizzerei. Semmai il problema è che spesso si pianifica male. Il business plan non è un passaggio per stressare il progetto e verificarne la solidità, ma per trasformare in numeri il sogno. Poi c’è il risveglio.

Economia e Politica: Se è vero che il primo obiettivo di una SpA non è più solo e/o principalmente l’utile economico, perchè si dice che la politica è un’altra cosa… che mica le si possono applicare i criteri dell’economia delle SpA?

ciampiPerchè ormai la politica èsempre più lontana dalla razionalità  e il compromesso ha prevalso. Ma questo si lega alla gestione del potere: non è importante fare, ma avere il potere e quindi su questo altare si generano compromessi sempre più lontani dalla via più breve. E il compromesso quasi mai è al rialzo ma sempre al ribasso. Forse l’unico compromesso al rialzo che io ricordi è stata l’elezione di Ciampi a Presidente della Repubblica.

(Paolo Mieli, nel suo libro “I conti con la Storia”, divide i compromessi in utili, necessari, positivi da un lato e sordidi dall’altro, n.d.r. 8.12.19)

Governare solo con i fondi non impegnati ovvero con pochi fondi. Ma non è possibile per legge sbloccare ciò che è stato bloccato per legge e rivedere l’ordine delle priorità ?

Ma questo vorrebbe dire fare delle scelte, ma per farlo bisogna avere un progetto che va al di là come detto, della mera gestione del potere. Nel momento in cui faccio una scelta, anche piccola, scontento qualcuno. Quindi o si sta fermi, o si procede con tagli lineari, che sono la negazione della Politica: il non volere o potere decidere.

Vasi non comunicanti, gestioni separate, privilegi consolidati, leggi eccezione: tutto ciò è non-democrazia finanziaria ed economica

Non direi, o non necessariamente. Tutte le leggi devono rispettare la Costituzione, poi ci sono dei passaggi che richiedono tempi e contesti più certi. Semmai la gestione della Costituzione ha visto negli ultimi anni una prevalenza dell’iniziativa nel Governo, che ha, di fatto, esautorato il Parlamento. Ma lo stesso vale per il nostro Consiglio Provinciale, che non legifera di fatto più.

La democrazia economica esiste? Se ne può parlare in questi termini?

Dovrebbe esistere, ma con le regole particolari dell’economia, che richiedono certezze e razionalità. La democrazia in economia secondo me dovrebbe partire innanzitutto dalla trasparenza e dal rispetto degli stakeholder, a sua volta basato sul rispetto dei valori dichiarati, che devono creare un’aspettativa di comportamento. A monte bisogna confrontarsi sul ruolo dell’economia, che non è fine a se stessa, ma strumento per il benessere dell’uomo.

Chi è il padrone dell’Italia, l’UE come grida ai quattro venti taluno o le istituzioni internazionali che ci vogliono in forma così possiamo continuare a pagare loro gli interessi sul debito pubblico?

Il padrone dell’Italia siamo noi stessi, ma abbiamo delegato questo ruolo a una classe politica complessivamente debole. Le regole europee le facciamo noi, se poi mandiamo le Zanicchi di turno a rappresentarci, non è colpa della UE, ma nostra. Poi gli stati membri, tutti, si guardano bene dal delegare decisioni e ruolo a Bruxelles, salvo poi criticare l’Europa che non fa. Da ultimo, tutti i politici danno la colpa a Bruxelles di tutto quello che non va e si intestano il merito di quello che va. Alla lunga la percezione dell’Europa ne risente e nasce l’antieuropeismo.

Governo tecnico, per me non è quello non eletto  ma quello “eletto o meno” che, stretto dai vincoli finanziari, non può fare una politica degna di questo nome.

Ma noi abbiamo deciso di non toccare nulla, non fare riforme, non investire, lasciarci trasportare dalla corrente, ma ora siamo nella palude. E nel tempo abbiamo sopperito alla mancanza di produttività  con l’incremento del debito pubblico. E’ chiaro che un contesto debole, un debito che cresce crea le condizioni per un intervento sempre più incisivo del finanziatore, è nell’ordine naturale delle cose. Possiamo farne a meno? Del finanziatore no, del suo commissariamento si, a condizione di apparire e di essere un paese serio, che si dà  da fare per restare al passo. La narrazione va bene per motivare, ma poi non basta.

Una domanda un poco più politica: la democrazia è da sempre un sistema imperfetto e comunque il migliore fra tutti i sistemi. La semplificazione è a mio avviso un tentativo di migliorarla. La complicazione, le eccezioni, tutti i “tranne che” sono non-democrazia: dimmi se semplifichi o complichi e ti dirò chi sei

trumpNon ci sono alternative alla democrazia. Ormai però si tende a parlare alla pancia ed è passato il messaggio che un conto è quello che si dice prima delle elezioni, dove vince quello che la spara più grossa e l’importante è agire sulla pancia, poi si vede. A volte l’esito è devastante. Basti vedere con la Brexit: chi ha perso non aveva il piano B, chi ha vinto sperava di non vincere e ora non sanno che fare. Trump è stato eletto da coloro che saranno i primi a pagarne il conto. Questo è il vero male della democrazia: non si vende un progetto, ma le tecniche del voto sono molto simili a quelle del venditore di utensili di cucina alla fiera di S. Lucia.

Vincolo di mandato, assente in parlamento. Necessario o meno che fosse, non si potrebbe iniziare anche solo abolendo il voto segreto?

Sulla carta il vincolo di mandato potrebbe essere una camicia di forza. Perchè dovremmo avere un esercito di parlamentari che devono solo ubbidire? Poi l’assenza del vincolo di mandato ha creato comportamenti a dir poco opportunistici. Semmai è venuto meno completamente il ruolo dei partiti e il vedere i partiti come luogo di decantazione e condivisione delle decisioni da prendere (e da non prendere).

Si dice: elezione diretta dei cittadini: ma la nostra Costituzione prevede la funzione dei partiti politici per fare sintesi dei tot capita tot sententiae.

gaberAppunto, ma ora i partiti sono tutti più o meno liste elettorali dei singoli. Non c’è più una democrazia partecipata, ma c’è il leaderismo. Siamo partiti noi con Berlusconi, ora mi pare lo stiano ahimè seguendo in molti. Rimane la Germania, dove la CDU-CSU, SPDE sono partiti veri, che discutono, anche con il primo ministro e rappresentano gli iscritti e i simpatizzanti, che vi partecipano. La democrazia diretta dovrebbe partire dalla partecipazione, con un pensiero all’indimenticato Gaber: la libertà è partecipazione. Oggi chi cerca di dare il suo contributo è spesso visto con disturbo, quindi direi che c’è meno libertà , almeno in questo senso.

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kessler

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Il Kessler: io ho fatto il suo Direttore in ISA per tre anni. Vabbè che aveva alle spalle un partito forte, ma l’uomo aveva idee, le sapeva portare avanti: oggi mi pare che gli sforzi siano di galleggiare nonostante la frammentazione dei partiti il che non lascia spazio a pensieri seri.

Quello che dicevo prima: potere fine a se stesso e punto di arrivo e non punto di partenza. Oggi Kessler non potrebbe fare quello che ha fatto, ma il confronto con chi lo cita, spesso a sproposito, è spesso imbarazzante.

Don Guetti aveva individuato il concetto di Bene Comune: quello alla cui realizzazione contribuiscono tutti sin dall’inizio, non il bene goduto dalla collettività  che è un bene pubblico o collettivo. Ecco, in questo senso la Politica dovrebbe essere un Bene Comune, e non dei soliti noti.

Certamente. Non abbiamo stimoli a partecipare, ci limitiamo ad un post su Facebook, ma poi deleghiamo completamente quello che ci dovrebbe spettare.

Ultima domanda: largo ai giovani o “larghi” ai giovani?

Domanda complessa. Non deve esserci il luogo comune che il giovane è sempre meglio del vecchio. Troppo spesso il giovane viene fatto crescere non per merito, ma per fedeltà. E’ un po’ come se il vecchio leone scegliesse lui il giovane cui affidare il branco, in cambio di qualche cosa. Invece il giovane deve crescere per merito ed essere messo in condizione di osare, anche sfidando il vecchio leone per prenderne il posto. I congressi di partito fino agli anni ’70 erano spesso cruenti, talvolta i vecchi leader finivano nella polvere e ne nascevano di nuovi. I leader politici di oggi sono quasi tutti nati in quegli anni. In azienda il discorso è simile. Investire sui giovani vuol anche dire metterli in condizione di poter sbagliare e di imparare dagli errori.

Ecco, Professore, credo di avere approfittato anche troppo della Sua disponibilità . Ho classificato questa intervista in quattro distinte “categorie blog”: cultura, economia, democrazia, politica.  La ringrazio anche da parte del mio pubblico di lettrici e lettori e da parte loro, di tutta la redazione di Trentoblog e mia Le auguro Buon Natale!

THE END

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  • Laura

    ….e grazie a te Riccardo! L’intervista e’ davvero molto interessante.