“LA GUERRA DI TINA”

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 10 Settembre, 2016 @ 6:22 am

Detto altrimenti: donne in guerra, loro malgrado … (post 2455)

Non era previsto. No, che io ne avrei tratto un post proprio non ci avevo pensato, anzi l’avevo escluso. Prenditi una pausa, mi ero detto, non sei mica tenuto a “postare” ogni evento al quale assisti. Quindi: niente taccuino, registratorino tascabile, niente macchina fotografica, niente posto in prima fila. Questa volta mi godo lo spettacolo punto e basta.

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E invece no, A Lavis (TN). Sala dell’Auditorium. Organizzata dalla locale Associazione Culturale Lavisana (Presidente Daniele Donati), sulla scorta della ricerca storica di Andrea Casna, su testo di Renato Barrella, per la regia di Maura Pettorruso e le luci di Emanuele Cavazzana, presentato dall’Assessore alla cultura Caterina Pasolli, monologo di

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MARIA VITTORIA BARRELLA

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Maria Vittoria a destra, con la sua ex insegnante di musica Cristina: l’unica foto che sono riuscito a scattare, a fine rappresentazione, facendomi largo fra la folla

sulla vita delle donne “italiane” delle zone di confine, deportate dall’Austria in previsione della prima guerra mondiale. L’occasione? Non una, molte forse. I settant’anni del De Gasperi-Gruber (5 settembre); l’imminente discussione della legge sulla parità di genere; l’eterna guerra (santa) alle guerre, a tutte le guerre; la Donna. Ed ecco il monologo. Maria Vittoria, una giovane donna, ragazza possiamo dire, “persona conosciuta a questo ufficio (di blogger)” per altre sue interpretazioni, per essere stata l’allieva (musicale) della nostra amica Cristina Endrizzi (Presidente dell’Accademia delle Muse, presente in sala) ha retto magnificamente la scena da sola (ovviamente, direte voi: era un monologo!) essenziale sceneggiatrice di se stessa: una sorta di camicia da notte, tre lenzuola che erano ora tali, ora un letto, una tovaglia, una tenda, una benda, una parete, ora – attorcigliate – il travaglio dei sentimenti dell’interprete. Una sorta di tavolino (o letto?) con una singolare testiera quasi ad imitare una ghigliottina, lama che ha tagliato la consuetudine di vita delle deportate, già mutilate di padri, mariti e figli: i forzati della-alla guerra. Le luci hanno fatto il resto, quadro alla superba interpretazione che merita un palcoscenico più ampio, quello del S. Chiara a Trento, ad esempio.

Che se la facciano loro, gli uomini al-del potere, la guerra! E che pensino prima anche – no, non anche, bensì soprattutto – alle Donne, alla guerra che sono costrette a fare, anche loro, loro malgrado: guerra senz’altra arma che il coraggio, la capacità di sopportazione, la capacità di ribellione, di denuncia!

L’uditorio muto, attento, rapito e – alla fine – in standing ovation.

Post breve. Spero, mi auguro: significativo. Maria Vittoria lo merita. Come pure tutto lo staff che ha scritto, immaginato, organizzato, presentato, diretto, realizzato  l’Evento.

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