TRENTINO: UNA PROVINCIA “SQUILIBRATA”
pubblicato da: Riccardo Lucatti - 21 Agosto, 2026 @ 7:04 amUn filosofo austriaco del diritto, Hans Kelsen, affermava che per verificare la validità di un ragionamento occorre immaginare di spingerlo alle estreme conseguenze. Io mi permetto di adottare questa preziosa lente interpretativa nella valutazione di alcuni rapporti interni alla nostra provincia sino a definirne alcuni “squilibrati”.
Il primo squilibrio (questo peraltro assolutamente “naturale”) si riscontra innanzi tutto nella distribuzione degli abitanti (dati arrotondati) che rendono la nostra provincia assolutamente disomogenea: il capoluogo Trento, 120.000 abitanti di notte, 240.000 di giorno a causa dei lavoratori pendolari / Rovereto, 40.000 / Pergine, 20.000 / Arco, 20.000 / Riva del Garda, 20.000 / Gli altri 161 comuni, complessivamente 330.000 in media circa 2.000 abitanti ciascuno. La Provincia di Trento, in totale 550.000.
Già da qui appare evidente l’esigenza di una prima diversificazione del rapporto Provincia-singoli Comuni che tenga conto del loro diverso “peso specifico”.
Uno secondo “squilibrio” (questo però “artificiale”) si riscontra nei bilanci: quello provinciale chiude con un forte avanzo finanziario ed elevatissime rimanenze di cassa; molti comuni fanno fatica a chiudere in pareggio; altri chiudono con un disavanzo.
Altro squilibrio “artificiale” si riscontra nella distribuzione del potere, molto concentrato sulla Provincia rispetto alla responsabilità, troppo spesso ricondotta in capo ai Comuni.
Sta di fatto che da un recente raffronto con la Provincia di Bolzano, emerge che il Trentino è economicamente perdente: se non altro per questa risultanza, è chiaro che occorre intervenire. Come? Orbene, è ampiamente riprovato che chi vuole crescere deve decentrare; chi decentra cresce. Al contrario, accentramento e decrescita vanno di pari passo. E il primo “decentramento” da effettuare è quello del potere e della finanza: se Cristo si è fermato ad Eboli, l’Autonomia e il potere finanziario non possono e non devono fermarsi in Provincia.
A mio avviso quindi occorre una riforma del rapporto di autonomia (innanzi tutto finanziaria) Provincia/Comuni ad iniziare con il Comune Capoluogo e via via proporzionalmente con tutti gli altri.
Per passare dal discorso teorico ai fatti, cito il caso di Dolomiti Energia, il cui azionista di maggioranza, la Provincia, al momento semplicisticamente tace rispetto ad una alternativa fuorviante e cioè che alla società occorra un aumento di capitale unito alla sua collocazione alla Borsa valori.
Premesso che si può ben dar corso ad un aumento di capitale anche in assenza della quotazione in borsa, resta il fatto (negativo!) che i Comuni, primi responsabili del rapporto con i cittadini, sembrano esclusi dall’avere “voce in capitolo”.
Inoltre, la quotazione in Borsa farebbe presto sorgere l’appetito di qualche gigante del settore che potrebbe lanciare un’OPA, Offerta Pubblica di Acquisto delle azioni in mano ai cittadini nuovi azionisti, offrendo loro un prezzo superiore a quanto essi hanno speso per l’acquisto: ciò rappresenterebbe un arricchimento per i tanti singoli cittadini ma un pericoloso indebolimento della funzione di controllo della società da parte dell’ente pubblico locale!
Ove invece si attuasse l’auspicata revisione del citato rapporto di autonomia, la Provincia dovrebbe trasferire proporzionalmente a tutti i Comuni una parte del suo ricchissimo “tesoretto” per consentire loro di costituire una Srl la quale sottoscrivesse l’aumento di capitate della citata società. La gestione “pluricomunale” dell’energia funziona già positivamente nella confinante provincia di Bolzano, con la sua società pluricomunale a capitale totalmente pubblico Alperia, che gestisce decine di impianti. E già con questo veniamo ad una delle possibili cause della superiorità economica bolzanina rispetto al Trentino.
Inoltre, una simile operazione sarebbe prodroma all’acquisizione da parte degli enti pubblici delle azioni attualmente in mano a privati, trasformando così anche la nostra Dolomiti Energia in una società in house, cioè a capitale sociale totalmente pubblico: il che le consentirebbe di ottenere il rinnovo diretto delle concessioni in corso.
Quanto sopra sia ai fini degli aspetti energetici, sia per una gestione locale di una risorsa fondamentale, l’acqua, che gli attuali cambiamenti climatici stanno evidenziando essere sempre di più “strategico”, ovvero letteralmente “indispensabile e insostituibile”. Inoltre, la gestione sopra delineata trasformerebbe un “bene pubblico” ovvero che è a disposizione di tutti in un “bene comune”, ovvero – letteralmente – in un bene alla cui difesa e gestione partecipano tutti (i Comuni).
Last but non least, una soluzione negativa – data l’emergenza climatica in corso – sarebbe affidare la gestione di alcuni impianti idroelettrici ad un diverso settore economico privato, allo scopo di risanarne i bilanci: infatti, al vantaggio di quel singolo settore corrisponderebbe il venir meno di una politica pubblica unitaria nella gestione delle acque: cosa che è già avvenuta in provincie terze confinanti con la nostra regione.
Riccardo Lucatti – Già a capo di funzioni finanziarie centrali in importanti holding e Responsabile del Tavolo di Lavoro Finanza ed Economia mista Italia Viva Trento


















