INTERVENTO DI PIERGIORGIO CATTANI

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 9 Marzo, 2015 @ 8:17 am

Detto altrimenti: … al Convegno UPT, 7 marzo 2015 “Il Trentino cambia passo”   (post 1955)

Post 1955, anno 1955 – Fiat 600 e Lascia e Raddoppia.

Il titolo dell’intervento? “Il Trentino: partiti, società e corpi intermedi”. Open blog, ovvero blog aperto a tutti. Questa volta “apro” il blog al giornalista Piergiorgio Cattani, e lo faccio “a sua insaputa”. Si tratta del suo intervento al convegno di cui sopra, ma a mio avviso ha una portata pre-politica, ultra politica, assolutamente universale, oserei dire “morale”, una lezione di vera “civilità sociale” che arricchisce tutti, chi fa politica, chi cerca di  attuare politiche effettive, che cerca di dare un contributo serio alla collettività, in ogni campo.

“Morale” … dirà Taluno!? Addirittura “morale”? Si, amico Taluno, perchè le espressioni di Cattani sono espressioni di verità, onestà, coerenza, trasparenza e immediata comprensibilità e  quindi assolutamente morali. A differenza di altre di altri …

Inizia

th5O5AAY41Ringrazio per prima cosa la segretaria Donatella Conzatti che mi ha invitato a tenere un intervento per questa giornata di lavoro e approfondimento. È raro che un partito organizzi questi momenti di dibattito.  Ringrazio tutti i presenti, e in particolare gli eletti nelle istituzioni, a cui questa mia riflessione è rivolta in modo particolare.

Nel preparare l’intervento avevo fatto una lunga premessa che descriveva gli aspetti positivi del Trentino. L’autonomia speciale, l’assetto comunitario della società, il desiderio di puntare sulla ricerca e sulla formazione continua, il paesaggio che abbiamo, la laboriosità della nostra gente, sono tutti elementi di forza di cui dobbiamo essere fieri. Ritengo però inutile incensarci e dirci quanto siamo bravi. La crisi ha colpito anche il Trentino. Pur in presenza di incentivi e di sostegni pubblici di ogni tipo che garantiscono la tenuta dell’occupazione, il mercato del lavoro è ancora fermo. La produttività della nostra Provincia sta calando e si colloca al di sotto dei livelli del nord Italia.

Ci sono però dati che oltrepassano la sfera economica. Recenti studi, come quello dell’Irvapp guidato dal professor Schizzerotto, descrivono una società bloccata in cui l’immobilismo prevale su qualsiasi spinta innovativa. Un dato fra tutti: i giovani trentini si immatricolano molto di meno rispetto a pochi anni fa, e vanno all’università principalmente quanti provengono da famiglie con un alto livello di istruzione o di ceto sociale elevato.

Ci sarebbe molto da dire, però in questo intervento io mi concentrerò sulla struttura del potere in Trentino, sul ruolo dei partiti, della società civile e  dei corpi intermedi. Vorrei cercare di descrivere i fenomeni, secondo il mio punto di vista ma senza dare giudizi di parte. Vorrei cercare “la verità effettuale della cosa”, come direbbe Machiavelli.

Partiamo da un primo dato evidente: la centralità che l’apparato pubblico riveste in tutti i settori della vita di un residente in Trentino. L’autonomia  ha generato un sistema pervasivo in cui, a causa delle numerosissime competenze da gestire, le risorse economiche movimentate sono davvero ingenti per una popolazione di mezzo milione di abitanti. Se facciamo un divertente calcolo dividendo il bilancio della PAT per il numero dei residenti in Trentino scopriamo che la Provincia, solo come entrate, gestisce più di 8600 Euro annui procapite, vale a dire gestisce un Euro all’ora per i suoi abitanti!

Secondo elemento: forse inevitabilmente, questo potere economico, questo “giro d’affari”, è gestito da poche persone. Una oligarchia illuminata, non sempre illuminata. La classe dirigente trentina è composta dalle stesse facce, intercambiabili. A testimonianza di una società bloccata.

Emerge così una verità scomoda, ma reale. Per qualsiasi cosa devi rivolgerti a qualche sportello pubblico. Spesso trovi la strada giusta secondo le procedure standard. Poi però, ben presto, ti accorgi quanto sia importante avere un contatto, una persona che conosci, un amico che ti può dare qualche “dritta”. Un politico che ti spiana la strada. In Trentino non puoi fare nulla se non hai qualche aggancio in Provincia. Qualcuno mi dica se non ha mai fatto questo pensiero. Sto parlando di una consuetudine diffusa, perfettamente lecita dal punto di vista giuridico. Nulla di illegale dunque. Le cordate e le amicizie più o meno interessate sono i cardini della struttura del potere in Trentino.

Abbiamo ancora l’idea che la Provincia sia un bancomat, un pozzo di San Patrizio da cui attingere l’acqua, cioè i denari, necessaria per i nostri progetti. Sappiamo che le risorse diminuiscono, ma sappiamo che da qualche parte i soldi ci sono ancora. In questo modo l’imprenditoria privata è sacrificata. L’idea del singolo pure, nonostante gli incentivi provinciali alle Startup e così via. In questo senso quasi tutto ruota intorno agli organi di governo, in modo speciale intorno alla Giunta provinciale, vero luogo dove si gestisce il potere.

La prevalenza degli esecutivi a discapito delle assemblee legislative è una caratteristica comune in questa fase della democrazia. Non è certo una nostra peculiarità. Il problema del Trentino risiede nel fatto che all’accentramento del potere corrisponde una dote finanziaria cospicua. Riassumendo con uno slogan: tanto potere e tanti soldi in poche mani.

Non è che gli assessori siano onnipotenti. Non possono arrivare dappertutto, non possono sapere tutto. Di qui il ruolo decisivo dell’apparato burocratico, dai dirigenti generali fino ai funzionari. In questi anni, a mio avviso, l’efficienza della burocrazia è stata sacrificata troppo alle esigenze della politica. In questo siamo in controtendenza: mentre ovunque prevale la tecnocrazia, da noi forse è prevalente la politica, intesa però non sempre nel senso nobile del termine.

Casi concreti come la questione dei punti nascita o il taglio di 80 milioni di contributi per le opere pubbliche dimostrano la difficoltà di coniugare aspetti tecnici, contingenze finanziarie e visioni valoriali e prepolitiche.

Adesso mi sembra importante fare un ulteriore passaggio. Da che cosa la Giunta trae il suo potere e la sua legittimazione? Ovvio, dal voto popolare. Dall’elezione diretta del Presidente che poi nomina gli assessori, naturalmente tenendo conto della composizione del consiglio provinciale, a sua volta derivante dal voto popolare. L’elezione diretta conferisce maggiore autorità al Presidente, ma ugualmente il ruolo dei partiti dovrebbe essere determinante. Quando poi c’erano le “porte girevoli” gli assessori erano succubi del Presidente, poiché, in caso di “licenziamento” avrebbero perso anche il posto di consigliere.

Riassumendo. Una comunità con molte risorse come la nostra si deve porre il problema di un “riequilibrio” dei poteri: tra esecutivo e legislativo; tra centro e periferia. Fino a ieri abbiamo avuto invece un “uomo solo al comando”.

Quale è però il vero ruolo dei partiti? Non è che forse i partiti sono semplicemente contenitori elettorali necessari per mettere i candidati in lista? Poi, con il voto di preferenza, decideranno i cittadini chi  mandare nel palazzo a gestire la cosa pubblica. Apparentemente un bel sistema. La realtà mi sembra diversa. I partiti sono soltanto coacervi di  singoli, aggregazioni di singoli incapaci di fare squadra. La dimensione collettiva non esiste quasi più, esistono gruppi, cordate, correnti che si costruiscono e si disfano in una notte. In questo senso gli organi di partito, le segreterie, i parlamentini, i convegni non servono a nulla. Servono come specchi per le allodole.

Gli eletti, specialmente quelli che hanno un ruolo amministrativo, poi non hanno tempo di andare al partito: sono loro a fare politica, in completa autonomia, con le loro scelte quotidiane. Capisco che questo quadro può sembrare troppo estremo. Si dirà che esistono i momenti di confronto interno, che si cerca di non essere solitari…

Sempre di più però l’individualismo politico si diffonde, mentre i partiti diventano soltanto la strada necessaria per poter ambire a posizioni di potere. In Trentino poi queste posizioni non coincidono sempre con i ruoli apicali delle istituzioni: c’è tutto il sottobosco dei consigli di amministrazione, dei posti degli enti parapubblici, delle società controllate, dei carrozzoni ancora presenti. C’è chi frequenta per anni un partito solo per essere nominato da qualche parte, per avere qualche denaro in più per far quadrare i propri conti.

thGU8JY1BJI contenuti spariscono. E chi punta ancora sui contenuti, come la segretaria Conzatti, è spesso percepito come uno sprovveduto con buona volontà, ma che non capisce come va il mondo. I contenuti veri sono appannaggio esclusivo degli esecutivi. Chi arriva in quella stanza dei bottoni è a posto. Gli altri diventano comparse.

l momento di formazione delle liste elettorali è il culmine della funzione di un partito. Anche in questo caso però i criteri di selezione riguardano il consenso personale del possibile candidato oppure quella parte di società che può rappresentare: il mondo del turismo, dell’associazionismo di categoria, dello sport, degli agricoltori, della scuola, delle cooperative sociali, degli infermieri, dei portatori di handicap…

Oppure infine si cerca chi rappresenti un determinato territorio, come per esempio un sindaco. Certamente finisce in lista anche chi ha fatto gavetta nel partito ma, quando si contano le preferenze per davvero, il suo nome inesorabilmente si piazza agli ultimi posti. Impossibile analizzare e valutare le capacità dei consiglieri o degli assessori uscenti che si ricandidano: tutti hanno fatto sempre e comunque bene, una pacca sulle spalle e via.

I partiti cercano di fare le liste più forti possibili, non pensando a presupposti ideali o valoriali oppure alla coerenza con una presunta impostazione ideologica del partito. Le liste sono formate da candidati eterogenei, a volte molto distanti tra di loro pure dal punto di vista programmatico, portatori di variegati interessi difficilmente componibili all’interno del partito stesso. Di qui i problemi di tenuta dei gruppi consigliari stessi: come si vede dalla cronaca quotidiana, ogni eletto sembra fare gioco a sé, ignorando spesso di far parte di una squadra.

Giungiamo così ad un altro aspetto fondamentale: la nettissima dicotomia tra gli eletti nelle istituzioni e gli organi del partito di riferimento. Non solo: la divisione è molto profonda tra i rappresentanti dell’esecutivo e quelli del legislativo. Se a Roma il governo ormai procede abitualmente attraverso lo strumento dei decreti leggi, qui da noi la Giunta legittimamente esercita il suo potere quasi in modo autarchico.

Ma non è finita. Se i consiglieri provinciali si lamentano di non essere stati avvertiti dagli assessori dei provvedimenti in agenda, gli stessi assessori si infastidiscono perché i colleghi di Giunta sottopongono al voto le delibere di competenza senza però averne parlato prima con nessuno. Addirittura a volte si ha la percezione che la Giunta approvi provvedimenti elaborati altrove, in qualche oscuro direttorio. Tuttavia io non sopporto le teorie complottiste  e lascio perdere queste tesi.

 Cosa fanno i partiti nei periodi in cui non ci sono elezioni? Si dirà che in Italia ci sono sempre elezioni. Ma in Trentino, almeno per il Consiglio provinciale, si vota ogni cinque anni. Che fanno allora i partiti? La risposta più semplice – e credo quella più spontanea per un cittadino comune – la sappiamo tutti: i partiti litigano al loro interno, si dividono, adottano nuove formule, cambiano nome, faticano terribilmente a parlare di cose concrete. E quando appare qualche contenuto vero ecco che esso scompare quasi subito, annegato nel mare dei distinguo e delle polemiche. Mai una volta che si parli dell’effettivo operato degli eletti.

Quando poi si vuole svuotare un partito di solito nascono le associazioni culturali. Queste associazioni, per natura “trasversali”, si presentano come portatrici di un “contributo di idee”, non alternativo alle forze politiche di riferimento. In realtà queste associazioni corrodono ulteriormente il ruolo dei partiti che rischiano di non contare più nulla. La storia dimostra che le associazioni sono un modo per reiterare le cordate, per restare vicini al potere, da dove magari ci si è momentaneamente allontanati.

Ciò deriva dal “peccato originale” di cui parlavo all’inizio: quello di dover per forza essere contigui al potere per poter fare le cose. Chi ha vissuto più o meno in modo parassita alle spalle del pubblico, non può fare altro che riciclarsi. O tentare di farlo. Poi ovviamente tutto è ammantato di parolone, di citazioni dotte, di frasette evocative. Ma la sostanza non si dice.

Vorrei però sottolineare che questa tendenza è strutturale, non deriva cioè soltanto dalla volontà dei protagonisti o dalle contingenze del momento, bensì dalla logica stessa con cui si articola l’esercizio del potere.

Sto arrivando alle conclusioni di questo mio intervento.

Come si può allora influire sulla cosa pubblica? Il problema della nostra autonomia sta proprio in questa domanda. Sfiduciati dai partiti, ma consci di dover star vicino in qualche modo al potere, i cittadini si organizzano in quelli che possono essere definiti come “corpi intermedi”: associazioni culturali o di categoria, gruppi di pressione, soggetti portatori di particolari interessi.

Essi testimoniano la vitalità della società trentina, ma pure un intrinseco rischio di frammentazione. Siamo davanti ad un insieme di corporazioni che assediano il Palazzo per riuscire a contare qualcosa, a raggiungere quell’assessore da cui si spera di poter lucrare qualcosa. Tutto questo, occorre ribadirlo, è perfettamente lecito, ma pericoloso per la democrazia. Rischiamo di cadere in un sistema corporativo in cui gli interessi divergenti diventano difficilmente componibili.

Un quadro troppo nero? Tuttavia se vogliamo aprire una nuova fase dell’autonomia, dobbiamo partire da questi problemi. Hanno più potere di condizionamento i gruppi di interesse rispetto ai partiti che, stando alla Costituzione, dovrebbero invece essere i canali privilegiati per consentire ai cittadini di dire la propria, di partecipare, di incidere sulla cosa pubblica. I partiti invece sono sostituiti ormai percepiti come entità residuali.

Riassumendo. Bisogna riflettere sul ruolo dei partiti nella formazione, selezione e ricambio della classe dirigente. In secondo luogo occorre trovare la modalità per un reale controllo e una puntuale verifica delle politiche pubbliche. È necessario sapere se i soldi che sono stati elargiti o investiti hanno prodotto quanto era stato previsto.

 Che fare allora? Pensare a una diversa articolazione della struttura del potere?

Personalmente, in vista della scelta del candidato a Presidente della Giunta per la coalizione del centro sinistra autonomista per le elezioni 2013, avevo sostenuto con forza l’importanza delle primarie per aprire ai cittadini la possibilità di scelta.

Le primarie si sono effettivamente svolte, ma nella maniera sbagliata: ogni partito della coalizione aveva proposto un candidato, segno che la divisione tra i partiti restava. Il candidato era dunque espressione del partito, non di una determinata idea, di un programma alternativo. A guardare bene i tre candidati principali – tutti assessori della Giunta uscente – non presentavano differenze, almeno visibili ai cittadini. E così ha vinto chi è riuscito a mobilitare più massicciamente i simpatizzanti del suo partito. Le primarie sono state dunque un derby alla fine di poco interesse. Ugualmente primarie aperte, da definire per legge, come avviene in altre regioni italiane, potrebbero essere una soluzione. Così i cittadini avrebbero voce in capitolo.

 I partiti però devono cambiare. Le alternative sono due.

Il partito stile anni ’70: sezioni, partecipazione di massa, idee, ma anche segreterie che facevano saltare i governi, giochi di corrente… In pratica però i partiti avevano la prevalenza sulle istituzioni. Era la segreteria della DC a decidere chi dovesse fare il primo ministro. Mi sembra però che questo modello sia definitivamente tramontato.

Dall’altro lato il partito “all’americana”, alla Renzi in cui il segretario è anche il massimo rappresentante dell’esecutivo. Una volta aborrivo questa idea di partito, ma adesso sto cambiando idea. Con questo modello forse chi gestisce il potere al massimo livello può essere condizionato democraticamente all’interno del suo partito. Come è ovvio, questi modelli sono un’astrazione, ma credo valga la pena porre al dibattito questa questione.

thZJYOE93BPenso che le sollecitazioni di Lorenzo Dellai vadano considerate molto attentamente. La nostra autonomia deve partire da una riforma dei partiti, non più visti come il modo per raggiungere posizioni di potere, ma come gli strumenti per aiutare e controllare chi è al potere. La cosa peggiore sarebbe rimanere fermi. Se i partiti vengono superati da movimenti o associazioni carismatiche di cui non si sanno i ruoli veri e quindi le responsabilità, rimarremo sempre in una giungla priva di luce e di trasparenza.

Infine i corpi intermedi.

Se vogliamo declinare la nostra autonomia come una scelta consapevole, dobbiamo trovare il modo di valorizzare in pieno la società civile. Inventare un luogo permanente di consultazione, in cui i politici siano obbligati a presentarsi e a discutere con le istanze dei cittadini. Il futuro si progetta anche in questo modo.

Grazie per l’attenzione.

Finisce

Che dire? Io mi permetto di condividere in toto, specificando che di mio ci ho messo solo il colore rosso di due passaggi, quelli che mi hanno maggiormente appassionato.

Una sola sottolineatura tutta e solo mia: chi a parole invita a riformare i partiti da strumenti peer conquistare poltrone a strumenti per aiutare e controllare gli eletti, dice le stesse cose che Donatella Conzatti di fatto sta attuando E allora, perchè … ?