“FEDRA” di SENECA

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 28 aprile, 2015 @ 1:08 pm

Detto altrimenti: prosegue la lettura ed il commento dei classici presso la Biblioteca Comunale di Trento, con la Prof Maria Lia Guardini.    (Post 2030)

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Questa mattina è stata la volta della tragedia “Fedra” di Seneca, ovvero della versione latina dell’  “Ippolito” del greco Euripide. Se ve la scaricate da internet, in italiano sono 17 pagine arial 12. Tanto per capire di cosa si tratta.  Tenete presente che il latino di Seneca è facile la leggersi e da capirsi, ma difficile da tradursi. Chiarisco: parole come pietas, virtus, humanitas, fides non significano i italiano rispettivamente pietà, virtù, umanità, fede, bensì hanno tutt’altro significato. Ne consegue che se traducete 100 parole del latino di Seneca ve ne serviranno circa 250 della lingua italiana (per fare un raffronto, con Cicerone il rapporto sarebbe di 100 a 120).

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Mondo latino. Importatore di filosofia dalla Grecia e solo della filosofia “etica” ovvero di quella che serviva regime per creare il perfetto Civis Romanus pronto a dare la vita per la patria. Roma (antica, quella di oggi non so) si fregia di un  solo quasi-filosofo originario, Lucrezio il quale, con il suo “De rerum natura” esprime un epicureismo che a Roma era considerata “filosofia dell’opposizione”. Cicerone poi ebbe un grande merito: l’aver tradotto in latino i testi filosofici greci, ma di suo, niente! Ma … direte, e Seneca?

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thYJSNEW5NSeneca, chi era costui? Si narra che Agrippina avesse avvelenato con i funghi il marito imperatore Claudio (padre di tale Britannico) e avesse fatto salire al trono il proprio figlio Nerone (che poi avrebbe ucciso sia Britannico che la propria madre stessa), a danno del figlio di Claudio Britannico. Indi Agrippina assunse Seneca quale educatore di Nerone, che poi, stanco delle sue prediche, alla fine inviò al proprio maestro un pizzino nel quale gli suggeriva di suicidarsi. Cosa che Seneca fece tagliandosi i polsi ed immergendosi in una vasca d’acqua calda. Fu imitato dalla moglie, ma qualcuno chiamò il 118 e gli infermieri la salvarono.

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Nerone

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Seneca “espresse” filosofia con vari mezzi: prose, lettere, dialoghi, tragedie. Ed eccoci alla tragedia, scritta non per essere rappresentata in teatro, ma per essere letta in pubblico. Essa è soprattutto lo strumento attraverso il quale Seneca voleva far arrivare a Nerone idee nuove, ovvero il contrasto fra il furor (istinto) e la mens bona (la filosofia) con la sottolineatura di quanto maggiore è il danno che può derivare quando a cedere al furor sia il  principe.

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Fedra è una tragedia “retorica” ove molto spazio è affidato alla “parola”, la parola che – a corollario di insegnamenti più profondi – esalta la vita nella campagna e nelle foreste più che non fra i palazzi, la vita semplice più che quella consumistica, la bontà elle classi medie e basse più che non quella – assente – nelle classi sociali elevate, con l’avvertimento che i fulmini colpiscono più facilmente le vette (chi vuol capire capisca).

Altri temi emergenti

  • il “catulliano” “odi et amo”, ovvero l’estrema variabilità dei sentimenti umani, quale si riscontra in Fedra che – da una pagina all’altra – passa da un amore travolgente ad un odio spietato verso la stessa persona;
  • la caducità della fortuna e della bellezza umana;
  • quando il benessere è troppo e si nuota nell’opulenza, nasce la cupidigia del nuovo,
  • sotto un umile tetto vive il casto amore. Ricchi e potenti bramano più di quel che è lecito (bunga bunga, n.d.r.);
  • voler guarire è già inizio di guarigione;
  • morire piuttosto che infamarsi:
  • Chi soffre per opera della sorte, non ne ha colpa. Chi si tormenta da solo, merita di soffrire;
  • cosa bevono i ricchi nello loro coppe d’oro? Solo affanni;
  • quando sei in pericolo, l’attacco è la difesa più sicura.

Dice … ma la trama? be’ … “quella la trama” la trovate in internet. Prossimo appuntamento: martedì 12 maggio 2015, stesa ora e luogo, con l’ Alcesti di Euripide.

 Buoni classici a tutti!

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