BOCCADASSE

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 28 Febbraio, 2016 @ 10:52 am

Detto altrimenti: Boccadasse, Bucca d’ase, Bocca d’asino, questa la forma della piccola insenatura a Genova, che si apre all’ estremità orientale del bel lungomare Corso Italia: una piccolissima baia sopravvissuta alla “civiltà” del cemento. Ho ripescato un mio vecchio scritto del 1996 …                                 (post 2304)

(Il 29 febbraio 2016 inizia la nuova serie televisiva del Commissario Montalbano, la cui fidanzata Livia abita a Boccadasse … Si trattano bene i personaggi di Camilleri!)

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 Dietro la chiesa, Boccadasse

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Fine settembre: alle sei di mattina è ancora buio. Non siamo in molti con il cane a guinzaglio in Corso Italia. D’altra parte Ilios, un bel dalmata di tre anni dal carattere dolcissimo, aveva ormai iniziato a passeggiare con discrezione per il corridoio sino alla porta di casa, facendo tintinnare in modo inequivocabile la sua medaglietta.

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thIFOPRU4XDal muretto della piazzola dietro la chiesa parrocchiale che sovrasta l’insenatura ci affacciamo – in piedi tutti e due – sul porticciolo di Boccadasse. Il mare è calmo. Una leggera brezza di terra lo scurisce d’un ammaliante blu notte. Al largo qualche lucina brilla ognuna la propria barca, al pari delle ultime stelle che insistono nel brillare la loro alba. Il profilo del Monte Fasce, la curva della costa da Quarto a Camogli e, proseguendo, il promontorio di Portofino gli fanno da cornice.

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thP04UE6B0Ilios ed io abbassiamo lo sguardo ed in silenzio osserviamo i movimenti a loro volta silenti, rituali e quasi sacri di alcuni vecchi pescatori, pescatori vecchi. Ognuno di essi, a turno, si avvicina al proprio gozzo, lo conduce per mano al piccolo scalo, ne assicura una estremità alla carrucola ancorata al muretto e quindi, lascando lentamente una cima, con un gesto amorevole lo accompagna a scivolare in acqua. In cima allo scalo, di lato resta il carrellino  a testimoniare che una barca, quella barca,  è uscita in mare: ogni pescatore infatti riconosce ogni carrellino, la sua barca, il suo padrone, i parenti del suo padrone: non si sa mai … tutto ha una sua funzione. Il gozzo si adagia sull’acqua, accomodandosi con un lieve rollio, soddisfatto al pari di una signora che finalmente abbia trovato sul tram un posto libero ove sedersi. Gli scogli sono vicini ma i pescatori hanno stipulato un accordo con quel poco di mare di cui dispongono: loro lo amano e lo rispettano ed “egli” frena gli scafi e li preserva dagli urti.

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thR0SM1V2FAlcuni procedono a remi. Dopo averli fissati sugli scalmi remano eretti, volto in avanti, appoggiandosi su di essi come gondolieri veneziani. O forse sono i gondolieri ad avere copiato … non lo sapremo mai, ma non importa. Loro non hanno fretta ma non sprecano tempo in movimenti inutili. Infatti in pochi minuti il gozzo è al largo, intento ad assecondare l’andamento delle onde, a recuperare reti, nasse, palamiti o a calare bollentini. Altri sono dotati di motore. Vecchi diesel entrobordo che stentano un po’ a mettersi in moto ed all’inizio scoppiettano lanciando anelli di fumo rotondi e regolari, come se  al pari dei loro armatori anch’essi fumassero il toscano o la pipa. E se alcuni escono, altri rientrano accompagnati dal volo dei gabbiani e dagli sguardi attenti dei gatti.

Dal muretto sovrastante il minuscolo scalo, un amico del pescatore, sigaretta fra indice e pollice, scuotendo via la cenere con il dito medio, apostrofa serio serio (con tono ironico) il collega già in acqua: “Tei ghe missu u lesu?” Traduco: “Ti sei ricordato di mettere il tappo (leso) sul fondo dello scafo, quello che usualmente si toglie a terra per svuotare completamente lo scafo, e che invece, quando la barca è in acqua, deve essere ovviamente posizionato al suo posto, pena l’affondamento?”  La bellezza della sinteticità del dialetto!

th2JTPW3PLPiù in alto, in Corso Italia, il traffico cittadino si è sta risvegliando ma sulla spiaggia non si ode il rumore dei motori che inseguono il tempo. Infatti qui il tempo si è fermato e nessuno lo insegue: si è fermato grazie al grande silenzio, agli spazi ristretti e preziosi, all’architettura delle casette marinare dai colori a pastello e soprattutto ai gesti e la vita di questa umanità fatta di pescatori, di vecchiette sedute sull’uscio di casa, e perché no, anche di gatti interessati all’andamento del tempo e della pesca, marinai  pescatori anch’essi.

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Sono parte di questo incantesimo. Mi accosto alle barche, le guardo come se mi aspettassi una loro parola, un cenno di saluto. Mi avvicino ai pescatori. Non parlo. Li osservo grato che accettino la mia presenza, che non si chiedano che cosa io voglia. Ascolto il loro dialetto che tanti anni fa era anche il mio: mi godo la musica di quelle poche parole, delle cose semplici che raccontano. Nelle voci, nei gesti, negli sguardi credi di poter cogliere tutta la loro vita. Ed invece come posso sapere quanto hanno gioito, sofferto, amato, sperato, navigato, vissuto, pescato?

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            In dialetto “a figassa”

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La luce aumenta. E con lei arriva il profumo della focaccia appena sfornata dal vicino forno. Ne compero un pezzo avvolto nella carta da pane e lo mangio con gusto, bevendoci sopra il sapore liquido del mare.

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               Un ex voto (fra i tanti)

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Risalgo la scaletta, entro nella chiesa, adorna di modelli di velieri votivi, sospesi nelle navate fra le colonne e prego. Prego che nulla cambi a Boccadasse. Cara Boccadasse, cari amici, tornerò a trovarvi, la prossima volta dal mare, a vela, all’alba, con il mio Fun. Lo prometto.

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E ora due poesiole: la prima è mia, la seconda di mio figlio Edoardo quindicenne (oggi 33 enne):

thRAUDOUU2Gatto di mare - Non insegui il Tempo / e grato il Tempo / non ti rincorre. / Immobile sulla tela di un gozzo / assapori l’amico profumo di pesce / il caldo insperato del sole invernale / e mi osservi / col nobile sguardo / del marinaio antico / al quale ogni giorno tu presti la barca. / Voglio indossare / pantaloni di tela / colore del mare profondo / sfumati di bianco salino / sedere in silenzio al tuo fianco / su questo gradino / dal bordo ormai liso e rotondo / per non disturbare / segreti / ricordi / speranze / e tesori/ dei gatti del posto/ …. /  e dei pescatori.

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thZZEJVNTLBoccadasse - Degli anziani pescatori e di reti più ruvide, / appress’al varco uman / de l’abisso, / sottile serba l’eco antica / Boccadasse, e quell’innomato odor / d’anni votati alla pira. /Ti vidi in grazia di neve, / nell’abito scomodo pei tetti tuoi sorpresi. /Ti vidi quando i sassi balzellavo / sul blu che t’appaga. / E ti vedo adesso, anfiteatro sul tardo mover / de’ gozzi, /ti vedo. / Son l’alieno./ Son io il mondo che, / pria del tempo, / pur fu. / Al freddo bagno di luce, / seguo l’onde a macchia fuggir / via via più scure; / d’intorno, piangono secche sorti / quei legni traditi, or di raminghi felini / un soppalco. / Nel volger le spalle / al caro fraseggio de l’acque / saluto il guscio d’origine, / ma ‘l ligure mar a sua grand’arte / queta dei ciottoli gli spigoli, / e ‘l mio passo fa mesto.


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  • Alessandro Zorat

    Bellissima descrizione di un vecchio rito: l’alaggio di un gozzo in quel di Genova. Grazie per averci portato con te sul porticciolo.

  • Anch’io ricordo con nostalgia quell’angolo fortunatamente dimenticato dalla espansione della città, che tutto attorno sembra voglia soffocarlo. Sono arrivato lì per puro caso, passeggiando una mattina lungo il lungomare, e mi sono fermato a pranzare su una terrazza di un piccolo ristorante che si affaccia sul porticciolo. Lì il tempo sembra essersi fermato: Boccadasse ci rivela una Liguria diversa, che purtroppo bisogna ormai ricercare nei piccoli angoli non rovinati dal cosiddetto “progresso” e dalla “valorizzazione turistica”, che ha abbondantemente cementificato i litorali marini, troppo spesso cancellandone l’antica bellezza.