Il segno e la memoria perché le fasce bianche di Prijedor parlano alle guerredi oggi”di Maurizio Camin (Presidente Farete)
pubblicato da: Riccardo Lucatti - 31 Maggio, 2026 @ 6:49 am“Ci sono date che non possono e non devono, scivolare via nella distrazione del calendario o nella saturazione informativa in cui siamo quotidianamente immersi e il 31 maggio è una di queste. Scegliere di indossare una fascia bianca al braccio in questa occasione non risponde a un assolvimento rituale, né a un esercizio di sterile solidarietà. Si tratta, al contrario, di un atto di svelamento e di profonda denuncia civile. Significa ricordare il momento esatto in cui l’Europa, poco più di trent’anni fa, ha reintrodotto la categorizzazione burocratica dell’essere umano come preludio al suo annientamento, e riconoscere in modo lucido come quegli stessi identici meccanismi di esclusione stiano colonizzando il nostro presente globale.
Per comprendere la radice profonda di questa mobilitazione è necessario tornare al maggio del 1992 a Prijedor, nella Bosnia nord-occidentale. Attraverso la radio locale, le autorità serbo-bosniache emanarono un ordine che squarciò drammaticamente la modernità europea: tutti i cittadini non serbi – in grande maggioranza bosniaci musulmani e croati – dovevano contrassegnare le proprie case stendendo lenzuoli bianchi alle finestre e circolare per strada esibendo una fascia bianca al braccio. Dai tempi della stella gialla nazista non si assisteva sul suolo europeo a una catalogazione visiva di massa così chirurgica e spietata.Quel segno serviva a dividere visivamente e preventivamente chi aveva diritto alla vita da chi era invece destinato ai campi di concentramento o alle fosse comuni.Il bilancio finale di quella pulizia etnica fu di 3.173 civili uccisi, tra cui 102 bambini a cui il negazionismo delle istituzioni locali nega ancora oggi la costruzione di un monumento.
Come Farete, alcune straordinarie associazioni sono attive da decenni nei Balcani per ricostruire quel tessuto sociali e civile lacerati dal conflitto, sappiamo bene che la Bosnia non rappresenta affatto un capitolo chiuso della storia. È, al contrario, il codice genetico delle guerre contemporanee. La logica della catalogazione discriminatoria, dello sradicamento e della disumanizzazione dell’altro ha semplicemente cambiato coordinate geografichenell’atlante della nostra attualità.Oggi quel filo ideale legato alla fascia bianca appare drammaticamente teso sul nostro pianeta, congiungendo i teatri di crisi più feroci del momento. Emerge chiaramente nell’aggressione all’Ucraina, dove l’identità stessa di un intero popolo viene negata per giustificarne la sottomissione geopolitica e la distruzione sistematica dei centri urbani. Si palesa nella tragedia incessante di Gaza, dove la logica dell’assedio totale, la privazione dei beni di prima necessità e la cancellazione delle infrastrutture civili trasformano la sopravvivenza stessa in una scommessa quotidiana. E si ritrova anche in Iran, un territorio stretto in una morsa spietata di violenze incrociate, da un lato, un regime teocratico che scheda, persegue e reprime nel sangue le donne e i giovani che invocano libertà; dall’altro, la sofferenza di una popolazione civile colpita dai devastanti bombardamenti aerei e missilistici a guida statunitense, dove gli ordigni finiscono per sventrare non solo obiettivi strategici ma anche quartieri residenziali e scuole.Ma la geografia del dolore non si esaurisce sotto i riflettori dei grandi media.Quella stessa fascia bianca invisibile avvolge le troppe, e troppo spesso dimenticate, guerre civili e geopolitiche che squarciano l’Africa, l’Asia e l’America Latina. Pensiamo ai conflitti silenti in Sudan, nella Repubblica Democratica del Congo, in Myanmar o nello Yemen, dove l’assenza di telecamere occidentali condanna milioni di persone a un’esistenza di violenze sistematiche, stupri etnici e migrazioni forzate. Sono le guerre che non vogliamo vedere, i conflitti declassati a cronache di seconda linea che producono una moltitudine di vittime senza nome, senza volto e senza speranza di giustizia internazionale. In ognuno di questi scenari, la distinzione cardine del diritto internazionale umanitario tra combattenti e civili viene sacrificata sull’altare della polarizzazione globale o, peggio, dell’indifferenza economica e commerciale.
Davanti a questo scenario, la memoria di Prijedor rischia di restare un’emozione passeggera se non viene trasformata immediatamente in una postura civile e in una mobilitazione permanente che guidi le nostre scelte quotidiane. Non bastapiù la semplice testimonianza; occorre che il ricordo diventi un manifesto operativo e un primo passo consiste nel rompere l’indifferenza proprio attraverso la visibilità del simbolo, portando la fascia bianca nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle piazze il 31 maggio, trasformandola in una domanda aperta capace di scuotere le coscienze, squarciare l’oblio delle guerre dimenticate e sottrarre lo spazio pubblico alla propaganda unilaterale.Questa consapevolezza deve poi tradursi in un sostegno concreto alla diplomazia dal basso e alla cooperazione internazionale.
Sostenere attivamentei comitati dei familiari delle vittime nei Balcani che ancora lottano per la verità, così come le reti di soccorso e difesa dei diritti umani che operano direttamente a Gaza, in Ucraina, nei territori africani e asiatici o a supporto dei dissidenti iraniani, significa praticare una solidarietà politica transnazionale che scavalca i blocchi contrapposti e restituisce dignità alle vittime senza voce. Al contempo, diventa imprescindibile esercitare il nostro ruolo di cittadini per pretendere dalle istituzioni nazionali ed europee una netta inversione di rotta, l’Europa deve smettere di essere spettatrice o complice delle retoriche belliciste, esigendoinvece l’istituzione di corridoi umanitari permanenti, il blocco dell’esportazione di armi verso i regimi oppressivi e l’applicazione rigorosa dei trattati.
Infine, questo sforzo richiede di disarmare i linguaggi d’odio all’interno delle nostre stesse comunità. I meccanismi di selezione e separazione iniziano infatti nel nostro quotidiano, ogni volta che accettiamo passivamente che un migrante, un richiedente asilo o una minoranza vengano ridotti a una minaccia statistica o culturale. Rifiutare la stigmatizzazione dell’altro nelle nostre parole e nelle nostre pratiche è il primo, fondamentale passo per disinnescare la violenza strutturale prima che si trasformi in tragedia.La fascia bianca non è un emblema di resa o di lutto passivo, ma una vera e propria bussola etica. Ci impone di rifiutare l’assuefazione all’orrore che scorre sui nostri schermi e l’egoismo di ignorare le guerre invisibili. Ci ricorda, infine, che i diritti umani o sono universali, difesi ovunque e per chiunque, o si riducono asemplici privilegi concessi ai vincitori del momento. Soltanto trasformando la testimonianza in azione coerente e quotidiana potremo sperare di spezzare la catena dei nazionalismi e costruire ponti di dialogo capaci di resistere alla furia della storia”.


















