SILENZI, di Emily Dickinson
pubblicato da: admin - 23 Febbraio, 2010 @ 8:08 pm
Una vita silenziosa, riservata, quasi da reclusa quella di Emily Dickinson, la poetessa di Amherst, Massachusetts, nata nel 1830 e morta nel 1866. Una vita giudicata frettolosamente e in modo superficiale dai posteri,  in quanto il fatto che una donna ancora giovane preferisse chiudersi nella sua camera a meditare e a  scrivere, faceva pensare a timidezza, fragilità psicologica, sottomissione, insomma alla tipica condizione femminile ottocentesca.
E’ vero, Emily ama stare in casa dove si sente protetta, ama i suoi familiari, soprattutto il padre verso il quale ha una sorta di venerazione spaurita associandolo quasi alla figura del Fato o di un Dio lontano. Scrive di lui : “Il suo cuore era puro e terribile, e credo non ne esista l’uguale.” Nella sua sottomissione Emily prova anche  sentimenti di protesta e di rabbia, ma non può stare lontana dalla sua casa “fortezza” e da qualcuno che faccia da argine alla sua tempestosa emotività .
E’ una donna consapevole, sa di avere dentro di sè “un’inondazione, un diluvio“di sentimenti e pensieri, sa  che tutto ciò deve essere “servito in tazze“, a piccole dosi, per non esserne travolta.
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Portami il tramonto in una tazza,      Bring me the sunset in a cup………….
Chi costruì questa casupola bianca
e così salde ne serrò le finestre
che al mio spirito non è dato di vedere?
Chi mi farà uscire un giorno di gala
e mi darà quanto occorre per volar via
più sfarzosamente di un re?
Emily si rinchiude per essere libera, per salvarsi , e  si maschera, per farsi accettare dalla società del tempo, come la fanciulla docile e trasognata destinata allo zitelaggio; ma quale vita intensa nella sua cameretta dove, alla sua morte, verranno trovati quaderni e quaderni di versi!
Viene descritta da qualche raro visitatore che riesce a incontrarla:Â “Veste unicamente di bianco e dicono che abbia un cervello come un diamante”
In casa ero la più piccina
mi ero scelta la stanza più piccola
di notte la lampada, il libro
e un geranio
non parlavo mai…
e in quei casi, poche parole a bassa voce…
“La vita è il segreto più bello. Fino a quando dura, ci tocca parlare sottovoce.” scrive ad una sua amica nel 1870.
 Dice anche  che la vita è talmente intensa che il solo atto di vivere riempie le giornate.
Viene associata ai poeti metafisici per i quali “tensione intellettuale e sensoriale, mentale e fisica si contrappongono e fondono” ci spiega Barbara Lanati che ha anche scritto una sua stupenda biografia di cui parlerò un altro giorno.
Mi chiedo se una persona così ricca, completa, intuitiva fosse vissuta ai nostri giorni…che cosa avrebbe fatto? Si sarebbe lasciata irretire dai miraggi mediatici, o sarebbe riuscita coraggiosamente  a rimanere nella sua “stanza tutta per sè?”
Emily riesce a plasmare e ad arricchire la sua  parte più alta grazie alla poesia e all’isolamento. Sa di essere un poeta:
Fu questo un poeta – colui che distilla
un senso sorprendente da ordinari
significati, essenze così immense…
Rivelatore d’immagini,
è lui, il Poeta,…
La sua grande ondata creativa è al massimo intorno ai suoi 27 – 28 anni. Non ancora “reclusa”definitivamente, farà qualche viaggio, incontrerà un uomo che sarà nient’altro che la proiezione del suo rapporto con il padre. Deve provare un sentimento di amore-venerazione per l’uomo. Si sente di ricoprire un “ ruolo statico di sposa-fanciulla, di anima-figlia”.
La mia docente di pisicologia Jole Baldaro Verde, di cui parlerò senz’altro, avrebbe molto da discutere su questo rapporto non equilibrato verso l’altro sesso, ma i poeti, fortunatamente, sono speciali e diversi dalla norma, in attesa sempre di qualcosa, aperti alle diverse possibilità .
Il poeta vuole l’infinito:
 Ebbrezza è il procedere alla volta del mare oltre le case, oltre i promontori – nell’eterno, profondo-…la mia piccola imbarcazione s’era persa!
Talvolta i suoi versi sono enigmatici, ma con attenzione e sensibilità si può arrivare al suo pensiero così complesso,moderno, eccessivo, grande.
Fammi un quadro del sole – che l’appenda in stanza….disegnami un pettirosso-su un ramo -che io l’ascolti, sarà il sogno, e quando nei frutteti la melodia tacerà che io deponga questa mia finzione.
Vive di riflesso la realtà degli altri, ma lo sa. E chiede, la realtà è proprio così?:… a mezzogiorno sono i ranuncoli che si librano o le farfalle che fioriscono?
Grazie alla sua mente lucida come un diamante, alla sua sensibilità estrema, Emily Dickinson, borghese dell’ Americana puritana, non sposata, riesce ad essere una donna libera e a vivere una vita che la ricongiunge al Tutto, all’Infinito grazie alla ricchezza del suo pensiero.
Io abito la possibilità – una casa più bella della prosa – più ricca di finestre – superbe – le sue porte –
E’ fatta di stanze simili a cedri – che lo sguardo non possiede – come tetto infinito ha la volta del cielo –
La visitano ospiti squisiti – la mia sola occupazione – splancare le mani sottili per accogliervi il Paradiso.
Facciamoci consolare dalla poesia, soffermiamoci in questi grigi giorni invernali a scoprire la ricchezza dentro di noi, leggiamo Emily Dickinson.
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L'IMPORTANZA DI ESSERE ONESTO, di Oscar Wilde
pubblicato da: admin - 22 Febbraio, 2010 @ 7:58 pm
Dopo il dramma della giovane coppia di Revolutionary Road, cosa c’è di più consolatorio che  parlare di onestà nel modo leggero che Oscar Wilde commediografo sa fare?
” The importance of being earnest“ è il titolo originale che significa “l’importanza di far sul serio” e dove si gioca sul nome proprio Ernest che risulta identico nella pronuncia all’aggettivo earnest (retto, onesto).
Nelle traduzioni in italiano a volte figura il nome Onesto, come in questa mia edizione della B.U.R., in altre lasciano Ernest.
Siamo nella Londra di fine Ottocento in un ambiente aristocratico dove il personaggio principale, Jack Worthing (worth significa valore) vive una doppia vita: una in campagna dove è il serio tutore di una giovinetta, Miss Cecily, l’altra in città dove  si finge suo fratello (inesistente), adottando il nome di Ernest (Onesto nella traduzione italiana) per condurre una vita dedita ai piaceri.
” Hai inventato un utilissimo fratello minore di nome Ernest (Onesto)  affinchè ti sia possibile venire in città ogni volta che vuoi” commenta il suo amico Algernon che poi, a sua volta fingerà di essere lo stesso Ernest quando conoscerà e si innamorerà di Miss Cecily.
E’ una storia di malintesi, di scambi di identità ; viene messo in risalto  “il doppio”, tema caro ai narratori dell’Ottocento, lo stesso Wilde lo tratterà magistralmente nel Ritratto di Dorian Gray.
Commedia scritta in funzione del successo e della platea, farcita di dialoghi arguti, divertenti, brillanti, ma superficiali. Lo stesso Oscar Wilde la giudica così : “It is by a butterfly for butterflies” (è una frivolezza per persone frivole?) (Mi aiutino mia figlia Stefania e le colleghe angliste)
C’è poca azione, a parte l’innamoramento di Jack-Ernest per la cugina di Algernon, Gwendolen; i momenti più “emozionanti” sembra siano quelli per la scelta tra i sandwiches al cetriolo o i muffins durante il rito del tè. E’ un mondo lieto, leggero, quasi di nonsense alla Lewis Carroll. Infatti si scoprirà , giusto per il lieto fine, che Jack è fratello di Algernon e che era stato “perso”, appena nato,  dalla governante perchè riposto, per sbadataggine, in una borsetta invece che nella carrozzella, borsetta che uscirà miracolosamente nelle scene finali. E poi si scopre negli annuari di famiglia che il nome Ernest è consueto .
Esclama allora Gwendolen, l’innamorata di Jack : “ Ernest! Ernest! Mio diletto! Fin dal primo istante ho sentito che non potevi avere un altro nome!”
E Jack conclude”…mi accorgo adesso, per la prima volta da quando sono al mondo, della vitale importanza dei essere Ernest (Â Onesto).”
Lo copio anche in inglese dalla Oxford Anthology.”I’ve now realized for th first time in my life the vital Importance of Being Earnest“
REVOLUTIONARY ROAD, quando i sogni si frantumano
pubblicato da: admin - 21 Febbraio, 2010 @ 7:18 pm
Questo bellissimo romanzo di Richard Yates, pubblicato negli Stati Uniti nel 1961, è diventato famoso dopo il film di Mendes.
E’ la storia avvincente  di una giovane coppia, tipica della middle class americana degli anni’50, che si illude di essere perfetta, speciale, felice. April a Frank sono belli e  giovani, benestanti, lui lavora a Manhattan, lei è la casalinga ammirata e apprezzata dal vicinato.  La loro apparente realizzazione e soddisfazione sembra vivere e alimentarsi proprio dall’ammirazione degli altri i quali legittimano il loro ingannarsi; i due giovani “recitano” su un palcoscenico per sentirsi diversi, convincendo se stessi e gli altri di avere raggiunto ciò che desideravano. Una bella casa, due figli sani, serate con gli amici, un’aura di distacco dalla banale quotidianità .
Ma a un certo punto qualcosa comincia a sgretolarsi: i falsi sorrisi stereotipati e gli sguardi rancorosi di April, la grigia  monotonia del lavoro di Frank li renderanno consapevoli che ciò che hanno raggiunto è solo apparenza. Cominciano a rendersi conto che i loro grandi sogni non si sono avverati. Nè i sogni artistici, nè una più ampia realizzazione umana.
Quanto di ciò che hanno raggiunto era veramente il loro desiderio? E quanto invece era l’ambizione di mostrare agli altri ciò che la stessa società plaude e si aspetta dai cosiddetti “vincenti”? E’ una società costrittiva che ti “imprigiona” in ruoli che fai diventare tuoi? Una società che ha perso l’innocenza e dalla quale, ricordiamo, il giovane Holden vorrebbe distanziarsi.
Il loro “spirito libero” in effetti non esiste, sono racchiusi in uno stereotipo.  April decide allora per sè e per il marito una fuga a Parigi per rivoluzionare la loro vita e realizzare vecchi sogni, rifiutando un’altra maternità ; Frank invece  non riesce a condividere questa ansia frettolosa della moglie. Nascono le incomprensioni, il distacco, la crisi.
E’ illuminante il fatto che a vederli come veramente sono - lei infelice, lui un po’ codardo – sia il personaggio del pazzo, simbolo della pura sincerità .
Richard Yates scrive con uno stile impeccabile e un ritmo un po’ ansiogeno che ci tiene legati e ci fa partecipare all’insoddisfazione dei protagonisti.
Sono  le grandi speranze, le “Great Expectations” di cui racconta Dickens, o l’ambizione del Grande Gatsby non raggiunte che frantumano l’equilibrio di questa coppia all’apparenza soddisfatta?
La fuga a Parigi per April sarebbe stata una liberazione dalla claustrofobica linda casetta in cui si sentiva cancellare?
Riuscire a mantenere il marito significava finalmente il riscatto della donna “mantenuta” ?
Forse Frank ed April sono rimasti infantilmente egoisti o forse sono stati insinceri quando hanno scelto una vita che, dovevano immaginare, avrebbe spezzato i loro sogni. Non sono riusciti a fare il salto: la libertà vuole coraggio e i falsi alibi della rinuncia per un altro a volte è soltanto codardia.
Una vita di coppia ha bisogno che ognuno dei due elementi sia soprattutto onesto con se stesso.
Oggigiorno forse è più facile. O no?
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LA CASA A NORD-EST, e il sentimento del Friuli
pubblicato da: admin - 20 Febbraio, 2010 @ 7:58 pm
Non so se talvolta vi capita di parlare o di pensare a qualcosa, ed improvvisamente tutto sembra portare a quella cosa.
Dopo aver deciso di scrivere di Trieste e di Magris sono andata a vedere un film interessante “La terra nel sangue”; ma indovinate di quale terra si parlava? …Del Friuli. Ed anche della ricerca delle radici. Neanche farlo apposta.
 Il film inizia con una immagine notturna di  Grado vecchia  per proseguire con la  magia della  laguna invernale soffusa di nebbia, poi con il  fiume in estate, vigneti rossi autunnali, e infine i sassi del Carso.
Un film su cui dibattere, a qualcuno è piaciuto per la bellezza della fotografia, ad altri meno per la acerba e inesperta recitazione dei protagonisti, ma è il messaggio centrale, che credo tutti abbiamo condiviso, è la perenne ricerca di un nostro punto di “attracco”, insomma della nostra Itaca.
Mi sono quindi ricordata di un romanzo, passato un po’ inosservato, vincitore del Campiello 1992, “La casa a Nord-est” , di Sergio Maldini.
Anche in questo racconto c’è il desiderio di tornare alla terra delle proprie radici.  In gran parte autobiografico si narra di Marco, un  intellettuale in crisi  che, stanco della  grande città convulsa, caotica, impersonale, desidera ritrovare pace, tranquillità e sicurezza di luoghi noti. Vuole calare l’ancora nella sua terra natale  mai dimenticata…e che cosa di più sicuro che costruirvi una  casa? Acquista dunque un rustico che diventerà il suo punto fermo.
Sergio Maldini costruirà veramente una casa, (la vedete nella foto)  fra Codroipo e Latisana  e questa, nel romanzo, diventerà il deposito delle sue illusioni , delle sue speranze, la compagna privilegiata della sua vita.
Viene narrato il quotidiano, i lavori di ristrutturazione che procedono, gli incontri con gli intellettuali della borghesia friulana, un amore maturo con la bella e sfuggente Antonia, proprietaria di un mulino.
Vengono descritte varie riunioni in cui si parla di sè, di rimandi letterari in un modo tranquillo che decanta lievemente come il vino della sua terra. Ed infatti in ogni momento d’ incontro, c’è sempre un bicchiere di Tocai. E nella casa di Antonia aleggia un odore di pula, di mais che sembra consolare.
Ritmi lenti come il fiume Tagliamento lungo il quale si passeggia; il Friuli pacato nel suo dolce dialetto, così avulso dai clamori della società metropolitana, sembra vivere insieme al respiro delle stagioni. Come l’amore fra i protagonisti che si apre lentamente, ma che finità  altrettanto dolcemente con le foglie d’autunno portate via dal vento.
La felicità , per Maldini, è irraggiungibile.
Sergio Maldini è stato caporedattore del Resto del Carlino di Bologna, ha incontrato incomprensioni editoriali riguardo il suo lavoro di romanziere; ora la sua vicenda esistenziale, il tardivo successo e il nuovo silenzio dopo la sua scomparsa sono raccontate dallo storico Paolo Simoncelli in “Sergio Maldini. Biografia della nostalgia”
Libro che cercherò certamente .
E’ trascorso un mese da quando ho accettato la sfida di parlare di un libro al giorno. Finora sono riuscita puntualmente a intrecciare pensieri e letteratura. Ma come avevo già scritto: un libro tira l’altro.
ITACA E OLTRE, o la ricerca delle radici
pubblicato da: admin - 19 Febbraio, 2010 @ 8:08 pm
Desiderio di Trieste, del suo mare azzurro, del vento zingaro, del suo tempo sospeso. E chi meglio di Claudio Magris, triestino di nascita e di cuore, ce ne può regalare una pennellata?
“Itaca e oltre” è un raccolta di brevi saggi in cui l’autore analizza le due antitetiche direzioni dell’andare: il ritorno e la fuga, il raggiungimento e la perdita dell’identità , insomma la continuità e i cambiamenti dell’essere umano.
Si parla di Svevo, di Joyce che a Trieste hanno vissuto e scritto, di Musil, Mann, Kafka  e tanti altri e soprattutto dei temi del pensiero contemporaneo. Saggi brevi ma intensi in cui “l’interpretazione lettararia si alterna alla testimonianza autobiografica…”
Io mi soffermo sull’ultimo capitoletto “I luoghi della scrittura: Trieste” in cui Magris si chiede quale sia il rapporto che esiste fra chi scrive e il luogo nel quale si “condensa l’immagine determinante del mondo”. Scrittore è … sia il grande autore che  il piccolo “artigiano di parole”, colui che sottolinea la propria vita scrivendola.
Ma quali sono i luoghi che noi sentiamo primari, quelli in cui le nostre radici affondano, qual è la nostra Itaca a cui tendiamo per un ritorno duraturo?
L’altra mattina al bar parlando con Maria Teresa”Kessler” abbiamo considerato che ad entrambe mancano le radici geografiche essendoci spostate spesso da una città all’altra, lei da Genova, Tortona , Monza, Milano e Trento, io da Merano, Carpi, estero, infine a Trento con marito ligure. Possiamo trovare le radici dentro di noi, certamente; Maria Teresa rifletteva  che proprio le care amiche che incontriamo ormai da anni nella accogliente casa di Cristina sono diventate il punto fermo di riferimento. Gli affetti ci ancorano, ma qual è il luogo del cuore che, come spiega Claudio Magris, ci emoziona con il suo lessico, le inflessioni della pronuncia, le tradizioni, i volti…quello che riconosciamo automaticamente?
Chi legge questo blog potrebbe rispondere. So che tante amiche leggono, ma non riescono o non vogliono scrivere o per impossibilità tecnologiche, o per poco tempo, o per pudore. Peccato, sarebbe così interessante il dibattito anche se soltanto virtuale sulle tematiche della nostra vita e soprattutto sugli spunti che la letteratura ci offre.
Ma per tornare alla ricerca della nostra Itaca… sappiamo qual è? Non tutti riescono a trovarla, dice Magris, anzi ci racconta di Slapater che ha nostalgia di una patria che non esiste in alcun luogo. Nato sul Carso, di sangue italiano e boemo, Slapater studia a Firenze, vive a lungo a Trieste, muore al fronte nel 1915. Egli  idealizza il suo punto di riferimento con Trieste che lo attrae e lo respinge, e  che è una sintesi fra il mare italiano e il carso sloveno.
Trieste, città contradditoria, in cui tutto coesiste: impero asburgico, fascismo, Quarantacinque, nazionalismo, indipendentismo, esodo istriano, sapienza caparbia mitteleuropea, ebraismo, placidità friulana.
Ci si sente ovunque e in nessun luogo e in questa sospensione sembra urgente la necessità di scrivere per ancorarsi a questo non-tempo zingaro, a questa città di frontiera dove i poeti proprio nel sentirsi profughi e randagi sanno di esistere.
Voglia di Trieste, del mare nostro e di altri, del caffè Tommaseo, di scrivere per ancorare  la propria identità in un viaggio alla ricerca della stessa. Poesia, città -nave che come Trieste c’è e non c’è, ma ci spinge a cercare.
Chi ha trovato la propria Itaca, e dove?  E chi invece ancora la cerca?
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MOMENTI DI ESSERE, o l'intensità dell'attimo
pubblicato da: admin - 18 Febbraio, 2010 @ 9:20 pm
Febbraio mi trapassa / col vento che prelude primavera
in un odore di coriandoli gualciti / e di cielo a chiazze blu cobalto.
Vola su traiettorie d’ albatros / dorato un aeroplano, illuminando
ombre irriducibili d’inverno/ mentre ai miei sensi si abbattono
come valanghe, macchie di iris / selvagge e fior di rosa.
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Sono alcuni miei versi scritti un febbraio di qualche anno fa mentre mi trovavo sull’argine del fiume. Un momento che ricordo nitidamente perchè vissuto con intensità emotiva, un momento in cui mi sono sentita fondere con la realtà , col vento luminoso, col desiderio languido e struggente di primavera. “Un momento d’essere” l’ho definito, interpretando le parole con le quali  Virginia Woolf definisce gli attimi densi di straordinarie rivelazioni, di epifanie. Momenti di riconoscimento, di battito all’unisono con il cosmo.
E’ il “M’illumino di immenso” di Ungaretti? O “il dolce naufragar” di Leopardi?
 “Moments of beings” è la raccolta di scritti autobiografici, pubblicati postumi, di Virginia Woolf, scrittrice amatissima da tanti e di cui parlerò ancora e ancora. Sono pagine di memorie, ma non si possono definire propriamente autobiografiche perchè qui la  scrittrice tenta di scrivere e comprendere il percorso del suo sviluppo interiore, parlando dei suoi rapporti con i genitori, dell’esperienza post vittoriana di Bloomsbury, della sua arte, della sua visione del mondo . E proprio scrivendo, la Woolf rintraccia quei momenti di essere che sbocciano “nel fluire indistinto dell’esistenza”. Sono talvolta così violenti quando ti afferrano da lasciarti  inconsapevole, ma l’emozione si può rivivere in tranquillità con l’ausilio della memoria e soprattutto con la scrittura.
Pur diversi tra loro, questi scritti denotano ugualmente l’unità di pensiero, sensibilità e concezione della sua arte.
 “Reminiscenze” è il primo pezzo della raccolta, una sorta di esercizio letteraio da mostrare a pochi intimi. Parla di sua sorella Vanessa e dell’infanzia e adolescenza trascorse insieme.
“Immagini del passato”, dove scrive anche dell’esperienza del Vecchio Bloomsbury  vengono presentate al Club delle Memorie, un gruppo di amici che si riunivano per leggere brani autobiografici.
(Anch’io, con un’amica, anni fa avevo tentato di organizzare un Circolo di scrittura autobiografica, ma non è decollato…non tutte erano pronte a parlare e tantomeno a scrivere di sè, neppure tra intimi )
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Tutti conosciamo la vita di Virginia Woolf, perciò presento questo libretto soprattutto  per sottolineare l’importanza data ai “momenti d’essere”, quel tipo di “scosse” che sono il “segno di qualcosa di reale che si cela dietro le apparenze”. Lei è convinta che l’individuo nella vita di tutti i giorni è tagliato fuori dalla “realtà “, tranne proprio in quei momenti in cui riceve una “scossa”, un’illuminazione. Quanto l’io si fonde con la realtà  “i limiti propri del mondo fisico cessano di esistere”.
In gita “Gita al faro la signora Ramsay, quando a sera tutti sono andati a letto e lei si ritrova finalmente sola, si sente affondare lentamente in una sensazione di comprensione e comunione:l ‘io trascende e la coscienza diviene parte di un tutto.
La Woolf vuole rendere entrambi i livelli dell’essere: la superficie e la profondità deflagrante, sia nelle sue memorie che nei suoi romanzi. E’ convinta  che talune persone siano escluse da questi “momenti d’essere”.
Che ne pensate? Voi ne provate o ne avete provati?? Ricordate quando?
LA GALLERIA D'ARTE DEI GATTI, per la loro festa nazionale
pubblicato da: admin - 17 Febbraio, 2010 @ 5:50 pm
Non posso esimermi dal parlare di GATTI: oggi è la loro festa nazionale, ideata nel 1990 dalla giornalista gattofila Claudia Angeletti. E’ stato scelto questo mese perchè Febbraio è nel segno dell’Acquario, segno degli spiriti liberi, inuitivi, anticonformisti. Il 17 perchè è un numero scaramantico.
E’ anche il compleanno della mia cara amica di Recco che conosce Mimilla, Â con la quale va d’amore e d’accordo.Â
AUGURI RENATA!
Susan Herbert l’autrice di questo libro d’arte ha iniziato a dipingere ritratti di cantanti, per poi passare agli “animali lirici” ed ora ritrae gatti che diventano i protagonisti di quadri celebri come la Gioconda, Ofelia di Millais, La Maja vestida di Goya, La lattaia di Vermeer, i coniugi Arnolfini di Van EYck.
 Vive a Bath, dove il Teatro Reale ospita una mostra permanente dei suoi dipinti.
E’ un libro delizioso, me l’ha prestato la cara Cristina. Cerco fra questi originali dipinti una gattina nera come la mia Mimilla, ma non c’è, perlopiù sono rossi, grigi… ah, ce n’è una bianca e nera nelle “Donne in giardino” di Monet!
La presentazione è di Vittorio Sgarbi che elogia i gatti i quali, secondo lui (e secondo me) sono gli animali più intelligenti, grandi esempi di libertà assoluta, sempre sul punto di parlarci, che ci osservano spesso con compatimento e commiserazione. Stanno benissimo con noi, ma sarebbero pronti a rinunciare ai privilegi e al lusso per seguire il loro istinto di randagi.
I cani si sentono proprietà dei loro padroni; i gatti non hanno padroni; se i cani instaurano  un solido rapporto di fedeltà e amicizia, i gatti accendono amori e passioni.
Ne so qualcosa. Quando vedo Mimilla sdraiarsi come la Maya desnuda, Â guardarmi con gli occhi verdi e fare mgnee, mgnee, non posso resistere, mi alzo e le faccio le coccole, o quando va sul davanzale, come fosse sul Balcone di Manet e guarda brontolando gli uccellini che si appoggiano ai cornicioni devo andarle vicino …e consolarla. E quando stende la zampina dietro come una ballerina di Degas?
Ma non sono l’unica tra le mie amiche ad esere “innamorata” dei gatti. Laura è ancora in lutto per la perdita di Bartolomeo, 18 anni, e dice che lo “vede” ovunque. Fortunatamente Dorian, il gatto di Maria Teresa è in ottima salute. E’ stupendo, come vuole il suo nome, ha un incedere regale, e parla poco. E’ un birmano di padre siamese e madre persiana: pelo color champagne, “rifiniture” nere, occhi azzurri. Al mattino presto va a svegliare i suoi “genitori adottivi” mentre bevono il caffè a letto.
Poche sere fa, mentre aspettavo a casa sua la gemella “Kessler”, io e lui siamo stati  10 mm insieme sul balcone, in silenzio, a guardare le fredde stelle.
Ma l’amica gattofila per eccellenza è Giuliana di Aquileia: non solo ha gatti in casa, ma nutre quotidianamente quelli randagi della laguna limitrofa.
 Alcuni anni fa una nostra amica californiana ed io andammo ospiti a casa sua. La sera, la vedemmo intenta a cucinare pesce e pollo, perciò affamate, già pregustavamo una deliziosa e abbondante cenetta. Ci ricredemmo ben presto: sì, mangiammo prosciutto di San Daniele con melone, innaffiato da Tocai…(ottimi), ma non vedemmo nè pesce nè pollo perchè facevano parte del catering destinato ai gatti lagunari!
Recentemente anche Giuliana ha perso un suo protetto, uno di casa, Neri (chiamato così sia perchè era nero, sia perchè le piace Neri Marcorè). Le rimangono Tony (in onore di Tony Blair) e Phoebe, che pora il nome della sorellina del Giovane Holden. Ah, dimenticavo, cura anche un cagnolino epilettico.
W tutti i gatti
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LA SCUOLA DEGLI INGREDIENTI SEGRETI, elogio della lentezza
pubblicato da: admin - 16 Febbraio, 2010 @ 4:56 pm
Parlare di libri, come stiamo facendo noi, amplia la comunicazione, ci fa trovare consonanze o spunti per dialogare. Le nostre solitudini, come scrive Stefania, sono più vicine.
Occorrono attenzione e tranquillità per trovare negli altri nuove idee, consigli, epifanie. I commenti che arrivano sono preziosi e illuminanti.
Enza, da viaggiatrice appassionata, ha scritto con entusiasmo di Chatwin in giro per l’Australia. Senz’altro da leggere, io con lui sono “andata†soltanto in Patagonia.
Dal sito di Santino Fiorillo ho scoperto due nuovi libri. Li ho cercati in bliblioteca. Uno l’ho già trovato e “divoratoâ€, è il caso di dirlo, perchè si tratta di un libro che parla di cibo.
Leggerlo è come entrare in una magica cucina dove il cibo, nostro carburante, diventa qualcosa di sacro e come tale va osservato, annusato ed infine mangiato con lentezza e consapevolezza estrema.
La sua autrice Erica Bauermeister è una bella e sorridente signora statunitense che trasmette gioia e serenità . Durante la lettura andavo spesso a riguardare la sua foto perchè così riuscivo ad assaporare meglio le sue parole.
Si parla di Lilian, cuoca e proprietaria di un ristorante, che tiene un corso serale di cucina.
Ha cominciato a cucinare da bambina , da quando la mamma, abbandonata dal marito, si era rifugiata nel mondo della lettura. Libri che sostituivano completamente la vita reale distaccandola così anche dalla comunicazione con la figlia. Lilian riuscirà lentamente e con l’aiuto di una vecchia cuoca messicana a farla tornare nella realtà preparandole piatti pieni di amore e di ingredienti segreti… Il cibo diventa il loro nuovo linguaggio.
Vengono poi narrate le vicende dei frequentatori del corso, giovani, meno giovani, storie piene, tristi, allegre, come è la vita.
Ogni parte dedicata a un protagonista è collegata alla preparazione di un certo piatto, si parte dai granchi, una cena per il Ringraziamento, dalla pasta con salsiccia, alle tortillas per arrivare infine ai dolci.
Lilian, come una sacerdotessa, insegna in che modo un certo cibo o ingrediente va di pari passo con lo stato d’animo, o come può addirittura modificare la propria vita.
Gli odori sono qualcosa di vivo, il curry “il cui aroma sfrecciava attraverso la casa come una sfida†le ricordano i litigi di un’amica con la madre. Scopre che ogni spezia, ogni ingrediente sprigiona un mondo.
Avvenimenti e persone sono legate a un piatto, al suo aroma, alla sua preparazione. Per me nonna Bianca è associata al vin brulè, la mamma al latte con zucchero e cannella, il papà alla fetta di pane toscano con olio, mia figlia a una tazza di cioccolata densa e dolce e mio marito… praticamente a tutti i cibi. Lui mangiava in religioso silenzio assaporando con lentezza.
Quali sono le vostre associazioni “proustiane” ?
Lilian insegna anche a soffermarsi sulle origini degli ingredienti, a pensare al tempo che occorre ad essi per maturare, crescere, al sole, al vento, alla pioggia, al mare che si ritroveranno poi nel loro sapore.
Il pezzo duro di cioccolata da ridurre in scaglie emana “un aroma di polverose stanze piene di cioccolato semidolce e vecchie lettere d’amore, cassetti in fondo ad antichi scrittoi e le ultime foglie d’autunno, mandorle, cannella e zucchero:â€
E improvvisamente arriva un mio antico ricordo: a Merano in casa di Giulietta, la nonna ci porta in sala da pranzo e apre misteriosamente un armadietto per farci assaggiare un nascosto e prezioso pezzo di cioccolato con le nocciole.
Leggere o parlare di cibo è per quasi tutti un piacere. In questo libro c’è l’apologia della lentezza… non per niente l’autrice è cultrice dello slow food italiano. Mi piace moltissimo, da campanilista, sentire aggiungere ai cibi preparati da Lilian le nostre specialità , come l’olio di oliva, la pasta, la salvia, l’origano.
E’ martedì grasso, possiamo permetterci di gustare con lentezza una pizza, un grostolo, un krapfen,un dolcetto… proviamo ad ascoltare tutto ciò che in esso si trova.
Io mi sono fatta la pasta al tonno , ho provato a “entrare” completamente negli ingredienti. Ho immaginato dunque i campi assolati di grano, i pomodori maturi del sud, il mare e i tonni…ma qui mi è venuto in mente la mattanza…allora ho dirottato l’associazione a un peschereccio con George Clooney che indossa un’incerata gialla. Meglio.
 Erica Bauermeister va letta di giorno perchè le sue decrizioni mi svegliano, mi attraggono, mi commuovono.
Talvolta esagera in poesia, metafore e dolcezza… ma noi ci fermiamo dopo il primo cucchiaio di un ottimo tiramisu?
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LALA, SOTTO IL SEGNO DELL'ACERO di Jacek Dehnel
pubblicato da: admin - 15 Febbraio, 2010 @ 8:11 pm
 E’ un polacco di trent’anni l’autore di questo ampio romanzo, un “dandy” alla Oscar Wilde, vincitore di numerosi premi sia come poeta che romanziere, è pittore ed anche traduttore.
Dall’inglese ha tradotto opere di Auden e di Mary Oliver, la poetessa fattami conoscere da Gary, e che prima o poi leggerò.
Lala è il nomignolo della sua amatissima nonna, nata nel 1919, una straordinaria persona di cui Dehnel ci racconta la storia. Proveniente da una famiglia cosmopolita in cui si mescolano polacchi, russi, tedeschi, Lala è una donna straordinaria che ha una passione costante: quella del leggere. Il luogo preferito in cui  farlo  è sotto l’acero del giardino della sua casa ed è per questo che dice al nipote di sentirsi del segno dell’acero. Lei stessa avrebbe voluto scrivere la sua storia, ma alla fine preferisce raccontarla al nipote che con i  suoi ricordi costruisce un romanzo intenso, da leggere con attenzione perchè i personaggi, le vicende vanno avanti e indietro, si intrecciano e ritornano con la stessa libertà  del racconto orale. Non è per i lettori distratti, occorre una buona memoria per imparare i nomi, occorre essere elastici per riuscire a seguire i flash back, insomma è una narrazione alla Proust.
Leggiamo con interesse la vita di questa donna forte, colta, che ama i fiori, e che ha uno spiccato senso dell’umorismo. Una saga familiare piena di amori, intrighi, atti di coraggio e momenti di intensa comicità che si svolge nell’Europa del Novecento.
I ricordi di Lala vengono raccolti dal nipote come un mazzo di fiori, non in modo cronologico, ma a seconda delle suggestioni del momento. Racconto avvincente che si snoda lungo tortuoso, avvincente e che va  di pari passo con l’ultimo tratto di vita dell’anziana signora. Dehnel sarà vicino a lei negli ultimi tempi per aiutarla e per  appropriarsi con amore di tutto il suo passato. Porta gli amici a conoscerla, dice che l’attrattiva principale del paese è proprio sua nonna, depositaria di ricordi così ricchi e suggestivi e rappresentante esemplare  di un’epoca importante.
Credo che ogni persona anziana, a prescindere dal tipo di vita vissuta,  sia un deposito di ricchezze, starebbe ai giovani non dimenticarlo e attingere da essi quanto più possibile.
Chiedere ai nonni e ai genitori di raccontare di sè…
Io mi trovo ad un punto della vita in cui posso raccontare molto del mio passato, dei miei genitori, dei miei nonni, del mio contesto sociale. Lo faccio soprattutto  con mia figlia la quale è avvantaggiata (o appesantita…?) dai miei diari iniziati nel 1959!!! Può e potrà leggerli…!
Avrei voluto chiedere di più ai miei genitori, ai nonni; ormai è troppo tardi; alcuni interrogativi rimarranno per sempre senza risposta. Fortunatamente sono una buona ascoltatrice e ho sempre nutrito interesse per la vita degli altri; soprattutto mi incantavano i ricordi di mia mamma giovinetta, quando ballava con i coetanei al suono delle canzoni di Rabagliati e Natalino Otto, e quelli di mia nonna Bianca, nata nel 1882; a lei chiedevo dei suoi abiti, della sua povertà , della sua bellezza. So che aveva posato per uno scultore, che non aveva bisogno dei cuscinetti sotto l’abito perchè era naturalmente formosa e che alla domenica, nonostante la bohème - come diceva lei, –  ballava con i “colletti duri”: impiegati, studenti, i ragazzi vestiti bene.
Quelli di mio padre li so a memoria perchè si ripeteva spesso: da ragazzo giocava in una squadra di football di serie B, la Lucchese, in compagnia di Benito Lorenzi detto Veleno e Bonimperti. Guadagnava bene e possedeva quattro abiti completi… e via che ci elencava i colori: panna, grigio, blu, a righe… “Basta, Moretti!”sbuffava mia mamma
Importantissimi i ricordi, ma se cominciassero a scivolare via ? “La nostra mente è come un giardino” pensa un personaggio di un altro libro che sto terminando ( mescolo e anticipo le mie letture e riflessioni!) ” che occorre coltivare”, soffermarsi con più attenzione sui nostri accadimenti, riconoscere le suggestioni dei sensi come sapori, profumi, suoni che ci possono traportare  se non proprio a nomi o luoghi precisi, alle emozioni passate. (ed ecco di nuovo Proust!)
I ricordi sono come un cibo che si mangia e che diventa parte di noi,  anche se dimentichiamo qualcosa. Insomma noi siamo impastati con il nostro passato individuale e familiare.
Forse avrete già capito di che cosa parlerà il libro di domani.
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