IL COMUNE (DI TRENTO) CHE VORREI

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 19 Gennaio, 2020 @ 8:25 am

Detto altrimenti: a poco più di 100 giorni dalle elezioni comunali a Trento (post 3737)

I 100 giorni … no, non quelli di Napoleone bensì i nostri, di noi cittadini del Capoluogo, di noi e soprattutto di voi che nelle passate comunali qui a Trento in ben 30.000 aventi diritto al voto non lo avete esercitato! Ma veniamo al dunque. Si diceva … ah si, “Il Comune che vorrei”. Sapete, 3736 post fa – era il dicembre 2011 – il titolo del mio primo post era stato “Il Trentino che vorrei”, ed allora … allora eccomi qui in chiave comunale. Io faccio parte di un gruppo “vivo” e vivace entro il quale sto fornendo – quale contributo ad un programma ben più ampio – il seguente mio apporto personale su temi diversi:

Democrazia: che anche a livello comunale sia sempre parlamentare, rappresentativa, non “diretta” da nessuno, bensì libera ed originaria espressione degli organi eletti dal popolo. Quindi rivalutazione del ruolo legislativo del Consiglio Comunale.

Trento Capoluogo: riconquista della consapevolezza di sè. Un Esempio: Università di Medicina a Trento, è assolutamente un problema più cittadino che provinciale anche se i soldi vengono dalla PAT-Provincia Autonoma di Trento. Occorre infatti superare questo equivoco: che la PAT che gestisce i fondi su un gran numero di piccoli comuni, voglia per questo stesso solo motivo sostituirsi alla gestione di un problema della Città Capoluogo. Il Comune reclami nei confronti della PAT ciò che la PAT reclama nei confronti dello Stato, in piena applicazione del principio di sussidiarietà, che afferma: “Non faccia l’organo superiore ciò che può (meglio) fare l’organo inferiore”.

Amsterdam: capitale mondiale della ciclabilità urbana
  • Mobilità urbana: (affronto solo qualche aspetto).
    • Fare rispettare il Codice della strada (anche) rispetto a tre regole oggi sempre violate: limite di velocità, distanza di sicurezza, utilizzo delle rotatorie.
    • Piste Ciclabili:
      • come a Bolzano, con in più due “autostrade ciclabili di accesso” da sud e da nord (come stanno facendo ad Amsterdam);
      • cartellonistica con indicazioni direzionali e con le regole da rispettare;
      • Polizia locale in e-bike sulle ciclabili.
  • Tempi della città: affrontare il tema dando centralità al problema e risolverlo avendo presente la necessità di coordinare tutti gli attuali diversi tempi oggi spesso scoordinati di scuole, uffici pubblici, sanità, trasporti, asili, etc..
Amsterdam: l’inceneritore con una pista da sci sul tetto
  • Ambiente:
    • Si all’inceneritore co-generatore: ad Amsterdam lo hanno collocato in centro e sul tetto hanno realizzato una pista da sci! Cosa si brucia? Solo l’indifferenziato che altrimenti dove va a finire?  Esportiamolo, dice taluno. Ma fino a quando troveremo chi ce lo accetta? E poi l’inquinamento atmosferico in tutte le città è dovuto soprattutto al riscaldamento urbano ed alle auto. Quasi nullo o nullo del tutto è quello che deriva dai moderni inceneritori.
    • Occorre recuperare alcuni temi degli ambientalisti, depurati delle loro eventuali radicalizzazioni.
  • Sicurezza: Forze dell’ordine e Polizia locale: maggiore presenza in strada e minore negli uffici.
Austria: 700 km di discese ciclabili in rete
  • Turismo:
    • Trento Città murata: contraddistinguere gli accessi al centro storico con portali e bandiere e valorizzazione di ogni palazzo storico etc.. Trento Museo a cielo aperto;
    • Trento città bella e pulita: un concorso-gara fra i cittadini per l’abbellimento delle loro proprietà private;
    • Trento Capoluogo di un Trentino Bikeland, promotore del Progetto Dislivelli (montani) anche in estate, sul modello Austriaco Tirol Bike Safari; Trento snodo nel quale si raccordano le direttrici piste ciclabili verso N, S, E, O; Trento base dei cicloturisti che vi soggiornano e compiono pedalate “a stella”.
  • Lavoro: si può incrementare con l’incremento del turismo.
  • Periferie: dare centralità al problema della loro riqualificazione (un assessorato dedicato?).
  • Università: la fuga dei cervelli migliori si frena introducendo in UNITN la democrazia vera e la meritocrazia vera a garanzia di una carriera di successo per i migliori (professori e studenti). Non si attraggono i migliori fuoriusciti con qualche promessa di sconto fiscale, o con assemblee che devono discutere e approvare il bilancio, nelle quali la parte alla discussione e alla votazione è ristretta fra le ore 18,00 e le 18,20 (è successo!). Il progetto Università di Medicina deve essere comunale: Il Comune reclami nei confronti della PAT ciò che la PAT reclama nei confronti dello Stato (v. sopra al capitoletto Trento capoluogo).
  • Associazionismo: la riforma del terzo settore si è focalizzata sugli aspetti della gestione economico finanziaria e fiscale. Occorre invece verificare gli Statuti per vedere se sono realmente democratici. Infatti un associazionismo senza una democrazia reale al suo interno è preda della mala politica.
  • Povertà: va riorganizzata la sua gestione, senza respingimenti o leggi e regolamenti che “di fatto” negano l’aiuto necessario. Non basta “fare qualcosa” né “operare al meglio”: occorre fare “tutto” ciò che serve.
  • Scuola: deve trasmettere ai giovani non solo la capacità di svolgere i lavori dell’oggi ma anche la conoscenza che li prepari  all’apprendimento dei lavori del domani.
  • Giovani: occorre creare un gruppo di persone in grado di trasmettere loro (gratuitamente) le proprie esperienze di vita, di lavoro e manageriali.
  • Partecipazione: alla politica, alla vita pubblica, all’associazionismo etc.. Occorre recuperare il concetto di Bene Comune come enunciato da Don Lorenzo Guetti: una piazza, una scuola non sono beni comuni, ma solo beni pubblici, collettivi. “Il Bene Comune è quello alla cui realizzazione hanno contribuito tutti, personalmente, sin dall’inizio”.
Don Lorenzo Guetti, padre della Cooperazione trentina

Infine, concludo con una sottolineatura: occorre “operare per connessioni” :1) fra le proposte della base e i “numeri” del Comune, cioè i dati in possesso dell’amministrazione. 2) fra i numeri che i giovani raccolgono studiando la storia e l’attualità cittadina e l’esperienza vissuta dei meno giovani: infatti i passaggi più importanti di una persona e di una società non sono contenuti nel curriculum personale o nei dati dei bilanci cittadini, ma nella “storia” di ogni persona e di ogni città.

W la buona Politica, una Politica viva per una Trento Viva nella quale si viva sempre meglio! Buone elezioni comunali a tutte e a tutti!

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PAGANELLA

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 21 Gennaio, 2020 @ 8:06 am

Detto altrimenti: la montagna di Trento (insieme al Bondone)    (post 3738)

(Oggi scrivo solo di una parte del comprensorio Paganella. Presto darò spazio anche alle altre piste ed alle altre ottime strutture ricettive)

In 35 minuti da Trento si sale in auto al Bondone, fino a quota 1650 circa, per una ventina di km. Poi con gli impianti sciistici si sale in vetta al monte Bondone fino a 2180 metri.  Lo stesso tempo occorre per arrivare da Trento con una quarantina di km (45 se si prosegue fino ad Andalo) alla seggiovia di Fai della Paganella a quota 1000 metri circa. Poi con gli impianti si sale fino in vetta della Cima Paganella fino a 2125 metri. Trento, le sue due montagne che poi sono quattro, perchè occorre mettere in conto anche le due montagne non sciabili, la Vigolana e il Calisio, come ci ricorda un certo poeta che scriveva in terzine di endecasillabi a rima incatenata … (vedi nota 1)

Venne sera e la luna col suo opale / chiaror d’argento sostituiva il sole / che lento iva all’ingiù per le sue scale / ìdel Bondone a dormir dietro la mole. / E poi ch’alcun momenti ebbimo conti / la luce disparì come far suole. / La notte quinci scese giù da’ monti / con quattro cime che le fean corona /sovra Tridento assieme alli suoi ponti / addormentati al par de la padrona.

S.A.I.(Sua Altezza Imperiale) il Gruppo del Brenta dalla Paganella

Quattro cime, dunque, ma oggi voglio parlarvi di una di esse, la Paganella, la “montagna tuta bela” come recita la canzone-inno dialettale dedicatale. La sua cima, un punto di osservazione unico delle Dolomiti di Brenta e non solo. A saper distinguere infatti, riconoscete anche alcune cime della Val di Non (Le Maddalene ed il Roen, solo per citarne alcune), del Sud Tirolo e le nostre vette trentine più orientali, quali la Vezzana e il Cimon de la Pala.

Laggiù, i laghi di Cavedine e SA-Sua Maestà il Garda!

I laghi, poi: il Garda innanzi tutto ma … quello più piccolo, più a nord del Garda? Molti turisti dicono “Il Lago di Molveno”. E invece è il Lago di Cavedine. Pazienza, mica si può sapere tutto!

La discesa verso Fai della Paganella

Ma veniamo alla Paganella e alle sue piste da sci. Oggi voglio parlarvi di questo, della sua neve “invernale” e delle sue novità sciistiche. Lo so, la quota non è poi così elevata, ma noi abbiamo (scrivo “noi abbiamo” perchè io sono un abituè sciistico di questa località) un perfetto sistema di innevamento artificiale che ci salva la situazione in ogni evenienza. L’esposizione delle piste è nord-nord ovest e soprattutto la mattina bonora trovate una qualità della neve ottima, con piste molto ben battute la sera prima dai gatti delle nevi. Già, quelle le piste, la loro preparazione, anche quella conta: viene fatta “a caldo” cioè subito dopo la chiusura degli impianti, quando la neve è ancora (relativamente) calda ed il manto lavorato risulta omogeneo e dolce alla sciata: infatti battere le piste a neve fredda le avrebbe fatto trovare “ruvide” agli sciatori della mattina successiva.

Con la nipotina, alla partenza di FAI, ben prima dell’orariuo di apertura!

Bonora, ovvero di buon mattino. E noi VIP (VIP: Vecchietti In Pensione; altri dicono Vecchietti In Paganella) siamo mattinieri cioè bonorivi (evviva le espressioni dialettali!) e ci presentiamo ai tornelli di partenza della funivia di Andalo ben prima dell’orario di apertura. Una sorta di gara che qualche volta ci porta ad arrivare … prima degli stessi addetti alla funivia! Evvabbè!

Ma insomma … quando ci faranno passare!?

Un addetto agli impianti, ormai un vero amico, ci chiama gli “strazza piste” ovvero coloro che imprimono la prima traccia sciistica sul manto ancora vergine delle piste. BoNorivi, dicevo, e siamo premiati, soprattutto in dicembre, quando le giornate sono “corte” e l’alba tarda un po’ rispetto all’aurora rododactilos eos, dalle dita rosa. Ora non dico che la prima risalita ci porti in vetta in tempo per vedere queste dita rosa, ma per vedere le Dolomiti del Brenta dipinte di rosa, sì! Poi le giornate si allungano e quando arriviamo in cima il rosa è sparito, ma noi lo abbiamo nel nostro ricordo.

La nuova Pista Rossa

Dice … ma le piste? Le novità delle piste intendiamo, delle piste nuove che ci dici? Eccomi a voi. La novità di quest’anno merita: la nuova pista “rossa” che dalla Selletta (spartiacque fra in versante di Andalo e quello di Fai) scende fino al Dosson, grosso modo 2 km di discesa dai 2000 ai 1500 metri, con pendenza media del 26%, massima del 43%. Scusate se è poso. Ben assistita da un sistema di neve programmata (per ogni evenienza, non si sa mai!), molto larga, rende agevole la sciata anche nei punti più ripidi.

La Malga Zambana dal versante della pista “vecchia”

Dalla selletta poi, scendendo per la “vecchia” pista che passa davanti alla Malga Zambana, si arriva alla partenza della vecchia seggiovia biposto (ora rimossa) e da qui, girando a destra, per una dolce e invitante pendenza, ci si ricollega alla tratta finale della nuova pista. Una variante interessante, un piacevole diversivo.

A sinistra, il bivio per la Zambana

La Malga Zambana. Il “rifugio” naturale per gli sciatori della nuova pista. Ecco, l’unica miglioria ancora da realizzare è il perfezionamento dell’accesso a questa struttura per chi scende lungo la nuova “rossa”. Infatti da questo nuovo lato vi si accede solo per un “sentiero di servizio” non molto largo, assolutamente sufficiente per noi vecchi conoscitori del luogo, ma certamente non invitante per i tanti turisti “da fuori”. E poi occorre sapere che devi prendere una bella rincorsa, perchè il sentiero termina con una salita di una decina di metri che in mancanza di abbrivio costringe ad una inaspettata scalettata. Tutto qui. E che ci vorrà mai per rimediare? La Zambana la merita, questa attenzione, anche perché ha ingrandito e migliorato la “sede distaccata”, il chiosco-bar al bivio presso la partenza della vecchia seggiovia di cui dicevo sopra.

Venga, 
magari “fuori pista”, a prendere un caffè con me alla Zambana,

Basta, la chiudo qui. E se qualche mia lettrice o mio lettore che ancora non conosce il Carosello Paganella volesse fare una galoppata sciistica sulle sue piste, sarò ben lieto di fare da guida io stesso (riccardo.lucatti@hotmail.it – 335 5487516), con salita e ridiscesa in auto da Trento compresa, tutto gratuitamente manco a dirlo! (Offerta valida solo per i primi due che si prenoteranno. La tessera per le risalite ed il pranzo alla Zambana però … ognuno si paga il suo, non esageriamo!)

Nota 1): Ma no, dai … che non è l’Alighieri! Sono solo io, novello Riccardante Lucattieri, che mi sono permesso di scrivere la “Fraglina Commedia” (con riferimento iniziale alla Fraglia vela Riva di Riva del garda): dieci canti in terzine dantesche: Inferno, nella “Busa” del Garda; Purgatorio in Val di Non; Paradiso a Trento (PAT-Paradiso Autonomo di Trento). E’ scannerizzata: chi vuole il testo completo di 1500 versi in dieci Canti, mi dia la sua e-mail (riccardo.lucatti@hotmail.it) e lo riceverà (gratuitamente, of course). Offerta valida per tutti.

Buona Paganella a tutte e a tutti!

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LA NOTTE, L’AURORA, L’ALBA

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 12 Gennaio, 2020 @ 8:23 am

Detto altrimenti: è come fare un viaggio in terre lontane … o dentro noi stessi, facendoci largo fra i nostri sentimenti       (post 3736)

La notte … soprattutto noi la “viviamo” dentro locali, cinema, teatri, in casa nostra o di amici o – di fretta – rientrando a casa con un gran desiderio di andare a dormire. E invece la notte può darci di più, molto di più. Può farci sentire padroni dello spazio, del tempo, dei nostri ricordi e dei nostri desideri in un mondo altrimenti affollato e sempre troppo di corsa. Non è poco. Credo che la forma migliore per esprimere tutto ciò sia la poesia (Memory)  o almeno una forma che cerca di essere tale. Ed allora mi permetto di sottoporvi una mia traduzione molto libera del testo di Memory, la bellissima canzone da “Cats” ed alcune mie poesiole.

Memory

Midnight, not a sound from the pavement / has the moon lost her memory / she is smiling alone / in the lamplight the withered leaves collect at my feet / and the wind begins to moan. / Memory. All alone in the moonlight / I can smile at the old days / I was beautiful then. / I remember the time I knew what happiness was. / Let the memory live again. / Every street lamp seems to beat a fatalistic warning / someone mutters, and the street lamp gutters / and soon it will be morning. / Daylight. You must wait for the sunrise / you must think of a new life / and you mustn’t give in. / When the dawn comes tonight will be a memory too / and a new day will begin. / Burnt out ends of smokey days / the stale cold smells of morning / a street lamp dies, another night is over / another day is dawing. / Touch me, it’s so easy to leave me / all alone with the memory / of my days in the sun. / If you touch me, you’ll understand what happiness is: / look, a new day has began.

Ricordi

Mezzanotte. / Il marciapiede suona il silenzio. / Sorride la Luna smemorata e solitaria / e raduna ai miei piedi / foglie secche / lampioni di luce / sussurri di vento. / Memorie. / Solo / al chiaro di luna / ricordo / sorrido / rivivo / la bellezza felice d’un tempo. / Semafori / artifici di lampi / minacciosi ruggiti / lacrimano / gocce di luce alla strada. / Ma presto sarà di nuovo mattino. / Il sole dell’Aurora / anima una nuova sfida vincente di vita. / Al nuovo giorno nascente / la notte sarà solo un ricordo. / Si spengono i fumi di giorni bruciati. / Il freddo d’allora profuma di nuovo mattino. / Nascente albeggiare / uccide le luci / di una notte sconfitta. / Abbracciami. / Non lasciarmi compagno soltanto ai ricordi dei giorni di sole. / Abbracciami / felice del tuo giorno nuovo.

Notte

Si alza da terra una foglia / un lampione che danza sospeso / il bavero alzato / persiana che sbatte / e l’aria corrente sui tetti. / Vive la Notte / e respira di un vento leggero / che tien desti i rami / protesi a far compagnia / ai freddi letti alberati / della solitudine. / Invisibile al mondo / attraversi lo spazio / dei tuoi pensieri / che liberi / ti camminano a fianco / insieme ad un gatto. / Il silenzio ti regala il Tempo / che gli altri / dormendo inutili sonni / han chiuso al di là della porta. / La luce del buio / dipinge a pastello la strada / che suona / al passare di sentimenti / usciti nella notte / a cercare / sperando di trovare aperta / L’Umanità di turno.

Ancora una mia poesiola, me la concedete? Una notte mi sono alzato, avevo sete, la cena era stata troppo “robusta”. Nell’attraversare la sala per andare in cucina … al di là della strada del fiume, il cantiere delle Dame di Sion …

Ombre

La luce del cantiere / penetra la stanza / e disegna sulla parete / la danza delle foglie / incontrate / nel suo breve cammino. / Mobili dita / accarezzano i libri / a svegliare pagine assonnate / che s’aprono liete / all’invito. / E mentre le osservi / raccontare / le mille piccole fiabe / alla Notte / ti sembra di rubare / ciò che avevi abbandonato / per la fretta di vivere / e che da tempo / non era più tuo.

Dice, vabbè, ma l’Aurora e l’Alba? Avete ragione, l’Aurora, Rododactilos Eos, l’aurora dalle dita rosa. Ecco qui due foto che la rappresentano, scattate da casa …

Qusto invece è un tramonto toscano

E l’Alba? Be’ raga, le migliori Albe io le vivo quando loro mi raggiungono nel momento che io raggiungo la cima della Paganella e ad avere le dita rosa sono le Dolomiti del Brenta, di fronte a me! Solo mi sa che quest’anno ho perso l’attimo fuggente nel senso che – salendo io in Paganella con la prima corsa della funivia – ormai la stagione è troppo avanzata e le Dolomiti hanno già perso il rosa! Comunque ci proverò, altrimenti sarà per l’anno prossimo. A questo punto non mi resta che augurarvi buona mattinata e nel frattempo regalarvi Dolomiti … bianche!

Sulla verticale dei guanti, la Cima Tosa. Indi il Campanil Basso, il Campanil Alto, gli Sfulmini, la Torre, la Cima Brenta, la Bocca del Tucket, il Grostè.

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ACCADEMIA DELLE MUSE

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 8 Gennaio, 2020 @ 4:19 pm

Detto altrimenti: la prima serata dell’anno solare 2020       (post 3735)

(Chi siamo noi Accademici Delle Muse? Dai che lo sapete, basta navigare un po’ qui fra i miei posts con la “s” del plurale!)

… e io che non c’ero! Ma si può? Infatti ero trattenuto altrove da precedenti impegni (successivamente) assunti – si dice così? – perché usualmente le nostre serate sono di lunedì, ma come si faceva a farla la sera della Befana? Evvabbè … allora mi sono organizzato come segue: mi sono fatto mandare il programma e le foto della serata e ho scritto un post “in contumacia”, nel senso che il blogger scrittore responsabile era assente! Prima parte della serata pianistico-canora: Cristina al pianoforte e Sergio Runcher voce (basso). Ecco il programma eseguito:

“TRA MADAMINE, CALUNNIE ED ELISIR”

SCHUBERT, Momento musicale Op.94 n° 3 – DONIZETTI,  Da Elisir d’amore “Udite, udite o rustici” – PAISIELLO,  Arietta “Nel cor più non mi sento” – SCHOSTAKOVICH, Valzer n° 2 –  ROSSINI,  Dal barbiere di Siviglia “La calunnia” – DENZA,  Romanza “Occhi di fata” – TIERSEN,  Comptine d’un autre  ètè – MOZART, Da Don Giovanni “Madamina, il catalogo è questo”.

Che ne dite? Non ci facciamo mancare nulla! E’ seguito l’angolo delle anteprime con i nuovi eventi che trovate inseriti nel post scadenziere “Prossimi Eventi” e ovviamente il (lungo) momento eno-gastro-astronomico (e io che me lo sono perso!).

Seconda parte della serata: Carlo Garbini in “La tecnologia, conoscerla per non temerla”: ecco il suo “programma di sala”:

SMARTPHONE
– Evoluzione dei cellulari
– Come sono fatte le offerte flat e i giga
– Un computer in tasca
– Banca, Foto, Musica, App, Netflix, Domotica, Whatsapp
DOMOTICA
– Aiuto per tutti (citofono su cellulare, telesoccorso, lettore glicemia per diabete ecc.)
– Alexia e OK GOOGLE tutte le nuove possibilità
– Esempio pratico di casa mia
INTERNET
– Cosa è
– Non solo computer, ormai smartphone e tablet
– 5G prossimo futuro “internet delle cose”
SICUREZZA
– SMS di banche ecc.
– TELEFONATA di polizia o avvocato per aiuto parente
– TRUFFA su contatori luce, gas ecc.
– BANCOMAT e PIN
SOCIAL NETWORK
– Facebook, Twitter, Instagram, YouTube, Linkedin, TIKTOK,
– Hastag, taggare, mi piace, citare, seguire (follower), influencer, meme (cosa virale tipo tormentone ma sul web)

Mi dipiace molto non essere stato presente, anche perchè posso testimoniare che mia moglie Maria Teresa è tornata a casa semplicemente entusiasta, lei che una tecnologa proprio non è! E se tanto mi dà tanto … Bravo, Carlo!

Prossima nostra serata, lunedì 3 febbraio con … sorpresa, mica ve lo dico sennò che sorpresa sarebbe?

Buona Accademia delle Muse a tutte e a tutti!

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BICICLETTA

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 5 Gennaio, 2020 @ 7:02 am

Detto altrimenti: quando è nata, come sta crescendo veloce come il VEN.TO!         (post 3734)

La bici oggi, letta attraverso i miei occhi di blogger: una bicic …letta!


Se Achille avesse usato la sua bici, avrebbe vinto la gara! (Foto cronachedalsilenzio.it)

La prima? Oltre 4000 anni fa! Non ci credete? Ma se già nell’Iliade d’Omero sia pure indirettamente se ne parla, dai! Infatti come era soprannominato l’eroe “Achille? “Piè-veloce”! E sapete perché lo chiamavano così? Perché possedeva un velo-cipede (a pensarci bene … eroe … bella forza: hai super poteri, sei invulnerabile … e chi non sarebbe eroe a queste condizioni? Che poi ti sei arrabbiato per via di schiave e amichetti sottratti ai tuoi piaceri, ma ti pare? Ma questa è un’altra storia).

Veloci-pede, si diceva, piede-veloce: e questo nome è rimasto alla nostra amata bicicletta anche nell’attuale legge, il codice della strada. Pazienza …  Dice: ma perché questa mattina ti è venuto in mente di scrivere di biciclette? Ve lo dico subito. Ieri sera alla TV reclamizzavano una regione della nostra Bella Italia, le Marche, e i filmati erano impostati sul cicloturismo. Apro i quotidiani e vedo che la legge regola la circolazione dei monopattini elettrici equiparandola a quella delle biciclette. E così via: biciclette dappertutto. Bene, mi dico, bene, l’hanno capita finalmente: la bicicletta risolve i problemi del traffico urbano, fa bene alla salute, è uno strumento per lo sviluppo del turismo e di un nuovo settore industriale. Oggi poi che la popolazione sta invecchiando, ecco le e-bike! Che si può volere di più? Nulla, se non l’attribuzione della giusta centralità alla bicicletta e a  tutti gli aspetti da essa derivati e ad essa correlati. Un esempio: in Sud Tirolo, una piccola ridiscesa in bici, i 50 km da Dobbiaco a Lienz. In Austria, una grande ridiscesa, 500 km lungo il Danubio; sempre in Austria, il Tirol Bike safari (cfr. in internet).

(Foto sportfire.it)

E qui da noi?  Be’, qui da noi con un investimento molto limitato (la metà del costo d’acquisto e manutenzione di un solo cacciabombardiere F35) si può attrezzare la VEN-TO, la pista ciclabile da Torino a Venezia! Con un uguale impegno finanziario, si può completare la direttrice ciclabile nord-sud, e così via. Volete mettere quanto turismo in più cattureremmo!?

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Dice: tutto qui ciò che desideri, blogger? No raga, a dire il vero ci sarebbe un’altra mia richiesta: e cioè che sia riconosciuto il lavoro di tutte le associazioni che da decenni si stanno impegnando a che tutto ciò avvenga, e fra questa la mia, la FIAB-Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta, ed in particolar modo FIAB Trento Amici della Bicicletta, naturalmente. Già, perchè qui da noi ci sono molti “cappellifici” … si, sapete, quelle fabbriche che producono cappelli speciali … quelli che la politica è solita acquistare per metterli sul lavoro altrui. E invece sarebbe cosa buona e giusta dare a Cesare quel che è di Cesare e in questo caso Cesare siamo tutti noi Fiabbini. Non vi pare?

Grazie per avere bicic …letto questo mio post!

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SCI-STORIA

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 4 Gennaio, 2020 @ 8:32 am

Detto altrimenti: sci, una volta …. (post 3733)

Genova città natale, città di mare, leva militare di mare e di montagna: metà in marina, metà alpini. Il mare, anni ’50, per noi ragazzi che abitavamo a meno di 2 km dalla costa, era più a portata di mano che non le montagne. La scuola finiva maggio o poco più, e noi quasi quattro mesi all’anno in acqua: infatti anche oggi i vestiti che acquisto mi sono sempre un po’ corti di manica! E i timpani inspessiti per le tante immersioni in apnea a pescare con il fucile subacqueo. Fino a quando – avevo 16 anni – una gita scolastica mi ha portato a Frabosa Soprana (Oberfrabosa, diremmo qui in Sud Tirol!) a vedere delle grotte che poi erano allagate e quindi niente. Fuori la neve, molti sciavano. Ci voglio provare, dissi. Comperai un paio di scarponi usati, adattai un vecchio paio di sci di legno icori, alcuni capi di vestiario prestati da un amico e via, in corriera (definirla pullman sarebbe troppo) di nuovo a Frabosa.

Uno dei pochi sklift sopravvissuti al rinnovo degli impianti: l'”Angelo” dal Corno d’Aola, fra il Passo del Tonale e Ponte di Legno

Uno sklift? Cos’è? Mah … pago il biglietto e mi aggancio. Si chiamava “Punta Croce”. In cima un mio amico – ne ricordo il nome – Nico De Cata – mi invita a sciare con lui. Maccomesifà, chiedo. Si stupisce. Ma sei matto? Perchè sei salito allora? Scendo da solo, una caduta ogni cinque metri, tutto il giorno così. A casa hanno dovuto strizzare i vestiti e me stesso tanto ero inzuppato!

Poi arrivò una vacanza di tre giorni all’Alpe di Mera … poi i miei mi regalarono un paio di sci seri, i Devil Rosso della Persenico, di metallo! Vi risparmio la mia ski-story. Mi limito a due poesiole che scrissi pensando a quegli anni.

Sciare da Genova, le prime volte

Accarezzi i tuoi primi / ed amati scarponi. / Ricordi? / Di marca Munari / di cuoio, son neri / da veri campioni / e brillano al pari / dei tuoi desideri. /Affili le lame / dei Diavoli Rossi d’acciaio / che attendon da mesi l’invero / sospesi nell’angolo / della stanzetta sul mare. / Il sacco è già pronto da ore / due sveglie puntate. Non dormi la notte in attesa / d’alzare la testa / ubriaca di sonno / a giornata di festa /gioiosa contesa / di amiche sciate. / Hai poca esperienza di neve / sei nato fra i marinai / ma tanto voler d’imparare./  Inizi imitando i più bravi / che resti a guardare / ascoltandone il moto del corpo./ Ed ecco che scivoli, salti, t’arresti / con sempre minore fatica / sui lieti pendii. / Gli sci non sono più lenti / la neve orma è la tua amica. / Qualcuno ti chiama / ma il vento / fendendo il tuo corpo gioioso / e la neve la lama / impediscon l’ascolto / e poi chiaccherare / è ammesso soltanto / salendo l’impianto / sul seggiolino protetto / della seggiovia/ mangiando un panino / risparmio prezioso / di tempo e denaro / al tuo giornaliero biglietto.

(N.B.: anni ’60, sci Devil Rosso della Persenico, in acciaio, combi, Lit. 65.000, all’epoca superati solo dagli austriaci Kneissl White Star, Lit. 85.000 – Due autentici “sogni” per un ragazzo d’allora!)

Piemonte

Piemonte ti vedo / nei vecchi edifici mattone / la bruma che bagna le strade / e il sole improvviso che bacia / corone lontane di vette. / Colline rossastre che sanno di vino / pianure solcate da fiumi impetuosi / dimora dei Re di Savoia / che ancora galoppano a caccia / le valli selvagge dell’Argentera. / La prima sciata / il freddo calor della neve / il fumo dai tetti / arroccati alla Pieve / antichi rifugi la sera / di vecchi / scaldati agli ultimi fuochi / dei tuoi contadini. / Tu scivoli a fianco / senza rumore / sul bianco lenzuolo di neve /  per non disturbarne la vita. / Ma ormai sono spazi di piste / o bar dove fare una sosta / e allora ti chiedi un po’ triste / se quella cultura / e l’amore / che lega la gente al suo monte / sia proprio finita: / e a questa domanda / preferisci non dare risposta. / Salve Piemonte!

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POST … A DI BABBO NATALE

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 2 Gennaio, 2020 @ 11:43 am

Detto altrimenti: post … a “da” Babbo Natale    (post 3732)

Matilde e Bianca affascinate da Masha e l’orso!

Eh sì, è andata così: la mia nipotona (Sara, 9 anni; le altre sono la nipote Bianca di due anni;  la nipotina Matilde di cinque mesi) tutta raggiante mi ha mostrato i nuovi sci ricevuti in regalo da Babbo Natale con una bella lettera di accompagnamento che mi ha autorizzato di pubblicare. Eccola

Santo Natale 2019
Cara Sara buongiorno! Sono Babbo Natale, quello dei regali, sai … senti un po’ cosa mi è successo. L’altra sera ero a cena da amici alla Trattoria “Luna” … sì, proprio sulla Luna e sai come succede, un bicchiere tira l’altro e alla fine ero un po’ su di giri. Salutando gli amici, mi son ricordato che dovevo ancora completare la raccolta dei regali da consegnare ai bambini ed allora via, veloce come il vento! Le mie renne letteralmente “volavano”! Ed ecco che all’incrocio con la Via Lattea sono stato fermato da un Angelo della Polizia della Strada che mi contesta l’eccesso di velocità. Cerco di spiegargli le ragioni della mia fretta ma non c’è stato niente da fare: ho dovuto pagare tre panettoni di multa. Evvabbè.

Sara in Paganella, in cima alla pista S. Antonio
(ombre lunghe: mattina presto!)

Riprendo la guida e arrivo al magazzino regali. Sapendo che vai a sciare in Paganella e poiché io stesso sono uno sciatore ho pensato di regalarti un paio di sci “a crescita”. Cosa vuol dire “a crescita”? Che gli sci crescono man mano che tu aumenti di statura? No, diamine! Vuol dire che alla fine della stagione li puoi restituire e poi all’inizio della nuova stagione te ne daranno un altro paio un po’ più lunghi. Per semplificare la cosa ho fatto un accordo con un negozio di sci, quello che sta alla base della salita che porta in Bondone, così fra l’altro faccio riposare un po’ le mie renne, che hanno già tanta strada da fare! Cosa? Mi dici che dovrai far regolare i tuoi scarponi sugli attacchi degli sci? Eh no cara mia, mica per niente io sono un Babbo Natale esperto! Quattro notti fa sono venuto a Lavis, sono entrato in casa tua, zitto zitto, senza fare rumore, ho preso la misura dei tuoi scarponi e sono volato via! Vedrai che calzeranno gli sci alla perfezione!

Infine, quanto alla tua richiesta della Pace nel Mondo che mi hai fatto nella tua letterina, ne ho parlato a lungo con Gesù Bambino: vedrà Lui quello che si può fare. Un abbraccio dal tuo Babbo Natale in tedesco, che sa che hai fatto un bel  20/20 alla prova di quella lingua!

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EMOZIONI MONTANE

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 1 Gennaio, 2020 @ 8:11 pm

Detto altrimenti: di ieri e di oggi    (post 3731)

Emozioni montane e lontane, che rivivono. Da ragazzo e poco più, salivo sulle montagne. Poi ho iniziato a scalarle: roccia e ghiaccio. Anche la neve, soprattutto lo scialpinismo, in primavera: base Cesana Torinese (abitavo e lavoravo a Torino) si partiva con il buio per certe stradicciole di avvicinamento nelle valli del Piemonte al confine con la Francia. Il fondo ghiacciato, ogni volta rischiavamo di rovinare a valle, l’auto e noi.  Ci è sempre andata bene. E poi su, con le pelli. Arrivava il sole e alla fine anche la vetta. Una volta con un amico a causa di una di quelle partenze al buio, con tutto quel bianco … siamo saliti sulla montagna “sbagliata” per cui arrivati in vetta ci sembrò che … avessero spostato il Monviso, uno dei nostri punti di riferimento usuali! E invece era il Gran Pic de Rochebrune!

Pareva il Monviso un po’ “spostato” (!) e invece era il Gran Pic de Rochebrune!

Passano gli anni, il lavoro, la famiglia, cambiano le abitudini. E poi anche una bronchitina cronica che quando uno lavora e gli viene una bronchite normale e lui mona non la cura poi se la ritrova cronica così impara, ma questa è un’altra storia. Comunque basta salite, solo discese. Un paio di settimane fa. In Paganella ci sono i campionati europei femminili di sci alpino: gli impianti di risalita entrano in funzione oltre mezz’ora prima dell’orario solito. Siamo nelle giornate più corte dell’anno. Io salgo sulla cabinovia alle 07,40. Arrivati alla stazione a monte, tutti vanno a sinistra, verso la zona degli allenamenti e delle gare. Io mi dirigo a destra, verso la zona S. Antonio-Prati di Gaggia. Sono solo. Anche nelle due seggiovie che devo prendere in successione per raggiungere la sommità della zona sciistica. La raggiungo.

Solo (questa però è stata scattata un altro giorno, dalla Cima Paganella: ma il significato rimane)

E qui l’emozione. Sono solo. Il manto nevoso è intatto, un tappeto bianco perfettamente zigrinato dal gatto delle nevi che lo ha “battuto” alla perfezione. Alzo lo sguardo e vedo rosa: le Dolomiti di Brenta assolutamente rosa! Non mi raggiunge alcun altro sciatore. Ed ecco che mi pare di essere su una di quelle cime che salivo con le pelli di foca, tanti anni fa, in zone non “servite” da alcun impianto di risalita. Ecco l’emozione montana del titolo di queste righe, una magìa difficile da rendere con le parole sia parlate che scritte.

Il Brenta, questa volta “in bianco” (foto dal mio repertorio 2014)

Chissà perché non le ho fotografate. Forse perché non riuscivo a prendere alcuna decisone, a muovermi, quasi che potessi spaventare quell’immagine e che essa si dileguasse come un cervo sorpreso da un turista o da un cacciatore.
Una sensazione “antica”, pari a quella che provai una mattina d’estate quando, uscendo dal rifugio Pedrotti alla Tosa, mi trovai di fronte le Dolomiti imbiancate da una spruzzata di neve che si sarebbe sciolta ai primi raggi di un sole che nasceva, lontano, colorato di arancione!

Dopo pochi minuti gli sci si sono mossi da soli, quasi a dirmi “Dai, scendiamo su questo manto intatto finchè è tale: poi arriverà la gente e non sarà la stessa cosa”. Avete ragione, dico anzi penso, ma prima fatemi salutare le mie montagne rosa, il gruppo centrale del Brenta luogo magico di tante mia scalate giovanili: la Cima Tosa, la Cima Margherita, il Campanile Alto, il “Basso”, la Torre, gli Sfulmini per citarne alcune. Poi via! Si vola su un velluto di neve – o neve di velluto, se preferite – sempre soli noi tre: io e i miei due sci blu cobalto Salomon Race.

MAS-MEMENTO ANDARE SEMPRE (a sciare!)

La mia seconda rialita, arrivano altri sciatori, ancora sono pochi ma non è più come prima. In famiglia mi dicono perché vado a sciare così presto la mattina, perchè sono così bonorivo. No, raga, non vado a sciare, vado a fare il pieno di emozioni “super” il cui distributore chiude molto presto. Se arrivi dopo puoi sempre sciare ma farai il pieno di altre emozioni, emozioni “normali”, assai meno intense. Ma non potevo finire queste poche righe senza riportare qui una mia vecchia poesiola che narra della prima volta che vidi le Dolomiti, da ragazzo, avrò avuto 15 anni, un genovese in visita con la mamma alla zia di Bolzano. Era il gruppo del Sella, in autuno avanzato.

Dolomiti la prima volta

Si sale pian piano /con una seicento che sbuffa / fra nuvole stanche / sedute nei prati rossi di umori / e di foglie. / E sotto il maglione d’autunno / compare / dapprima ogni tanto / e quindi ogni poco / il bianco sparato di neve. / D’un tratto si apre / nel sole / una torre dorata / adagiata su coltri / di freddo vapore d’argento. / Il ricordo di Lei / profuma nei sogni nascosti /di un solitario turista / un po’ fuori stagione / che ha spalancato per caso / la porta di un camerino / e s’innamora alla vista / della Prima Donna / intenta a rifarsi il trucco / per lo spettacolo d’inverno.

Il Crozzon di Brenta

Cinque anni dopo stessa emozione forte, in estate: Gruppo del Brenta, salivo a piedi da Vallesinella verso il Brentei e improvvisamente dalla nebbia sbuca verso l’alto la cima del Crozzon di Brenta galleggiante sulle nuvole e indorata dal sole. Ditemi voi se poi rientrando a casa (in allora a Genova) uno non deve correre a iscriversi ai corsi di alpinismo sino a diventarne istruttore sezionale, ditemi voi!

Alpinismo, il mio primo alpinismo nacque nella Alpi Marittime. Ed eccone il ricordo:

Val Maira

Ripide / chiuse / selvagge le valli / aspre al percorso / della mente / e del passo / attendono fredde / gli scalatori. / Erba fra rocce / sferzata da un vento / che impregna / radente / lo spazio prezioso / del chiodo / taglia le mani. / Muschi discreti / coloran l’appiglio in granito / del loro frusciare alla corda / collana di vita / a cinger di sè la montagna / ed il tuo corpo. / Si ergono ardite sul muro / la Torre e la Rocca Castello / a far sentinella al confine / fra ieri e futuro / affinchè il ricordo non muoia. / E’ terra Savoia!

Torre e Rocca Castello, Val Maira (CN)

Buone emozioni montane, lontane e vicine a tutte e a tutti!

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LETTERE AL DIRETTORE

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 1 Gennaio, 2020 @ 9:51 am

Detto altrimenti: anzi, a due direttori, di un quotidianio locale e di un blog! (post 3730)

Michele Andreaus, professore universitario, da me intervistato al post
http://www.trentoblog.it/riccardolucatti/?p=46223 . Una persona che stimo molto e che in tal senso credo di poter dire amica, (e poi, il mio secondo nome è Michele!), prendendo lo spunto dal dibattito Facoltà di Medicina sì/no a Trento e se sì come, ha scritto un articolo molto illuminante sull’università italiana ampliando l’indagine sul “sistema cultura” in Italia: nel senso che se non si predispongono i porti per accogliere le migliori giovani menti, queste navigheranno verso porti esteri, lasciando spazio alle carrette del mare alle quali peraltro non potrà essere concesso l’ormeggio nazionale rimasto deserto ed al quale tuttavia aspirano. I porti, cita Andreaus, quale quelli dell’Australia, del Regno Unito, del Canada, della Nuova Zelanda, della Spagna, del Portogallo, della Norvegia, tanto per fare qualche nome: tutti con sistemi universitari meritocratici, carriere aperte, borse di studio e stipendi adeguati, serietà nelle selezioni, garanzia di stabilità, nessun nepotismo o fidelizzazione politica richiesta. E purtroppo qui da noi i migliori se ne vanno, i mediocri ci provano e riescono solo quelli “inseriti” in un sistema tutto nostro, nel quale talvolta i valutatori per l’accesso al dottorato di ricerca sono veri e propri “salgariani”, cioè sono come Emilio Salgari che scriveva dei mari della Malesia senza essere mai uscito dall’Italia (questa è bellissima e purtroppo non è mia, bensì sua!). Quindi il problema è ben più ampio del sì/no/come la Facoltà di Medicina a Trento. Al che ecco la mia lettera ai giornali: al quotidiano locale e al mio stesso blog:

Inizia

Egregio Direttore, mi riferisco all’ottimo intervento del Professor Michele Andreaus su l’Adige  del 31 dicembre “Mancano medici ma anche docenti” che mi permetto di condividere in pieno.  Andreaus, che ogni giorno nuota nel mare delle percezioni sensoriali del suo lavoro, è salito sulla cima della scogliera e del mare dei problemi ha mostrato di avere anche un’ottima una visione d’insieme. Altri sono rimasti immersi fra le loro onde e “del” problema hanno solo percezioni sensoriali. Quello che Andreaus afferma per l’università vale anche per le aziende, per il management, per le associazioni, per la scuola (che insiste a dare ai giovani la capacità di eseguire i lavori dell’oggi e non la conoscenza necessaria per affrontare quelli del domani: questa è mia! N.d.r.). E se avessi dovuto intitolare io il suo articolo avrei scritto: “Mancano medici, ma anche politici”. Già, perchè il suo è un discorso di Alta Politica intesa alla greca ove il termine “politica” era un aggettivo del sostantivo teknè, tecnica, cioè “tecnica di governare la polis” che per loro era la città stato, per noi la provincia e lo Stato. Oggi noi abbiamo sostantivato quell’aggettivo e abbiamo perso per strada il sostantivo, la teknè, la tecnica, l’abilità, la capacità di governare non solo in funzione dell’oggi ma soprattutto in prospettiva: d’altra parte Alcide De Gasperi diceva che “il politico pensa alle prossime elezioni, lo statista alle prossime generazioni”. L’Istat ci dice che siamo una popolazione “vecchia” e noi cosa facciamo? Ci preoccupiamo dell’entrata degli immigrati e non diamo centralità al dramma della fuga all’estero dei nostri migliori giovani: il nostro paese sta diventando un grande sud, pari a quello che creammo nel meridione con la conquista piemontese del Regno delle due Sicilie: 1) le ricchezze vennero depredate (le banche del nord prelevarono l’oro di quelle del sud contro cartamoneta; le fabbriche di treni vennero trasferite; le acciaierie chiuse, etc.); 2) le persone migliori migrarono; 3) i poveri rimasero; 4) i peggiori governarono.

Finisce

In ogni caso, Buon Anno a tutte e a tutti!

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SOCIOLOGIA: UNA BUONA NOVELLA PER IL 2020

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 1 Gennaio, 2020 @ 12:00 am

Detto altrimenti: una Buona Novella per la gestione della vita per il 2020     (POST 3729)

BUON ANNO!

Nei prossimi giorni oltre a nuovi post vedrete arricchirsi via via questo dal quale può nascere un esperimento: ciascun lettore potrà prendere lo spunto da uno dei temi trattati  e far nascere un approfondimento sulla materia scrivendomi a riccardo.lucatti@hotmail.it facendo riferimento al n. di pagina ivi citato

Buona Novella  per la gestione laica, amministrativa, aziendale, etc. ? Si, anche, ma soprattutto per la gestione della nostra vita!

Novella-Gestione laica? Sì, nel senso di diversa, cioè componente di un pluralismo. Ma laica anche in senso di non-religiosa, anche se i principi che professa sono in linea con il Codice di Hammurabi che fra l’altro prescriveva: “Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te; fai agli altri ciò che vuoi sia fatto a te” e anche se qualche millennio dopo ci fu un Tale che l’ha copiato, questo Hammurabi …

Novella-Gestione amministrativa? No di certo, bensì General Management!

Novella-Gestione aziendale? Sì. In alcuni post precedenti ho scritto che la migliore gestione aziendale non è quella che pone al primo posto il profitto, ma la motivazione dei lavoratori.

Un giorno dissi ad un mio conoscente ex commesso ed ex magazziniere che il primo fattore della produzione non è né il denaro né il lavoro, bensì la motivazione dei lavoratori. Lui controbattè: “No, quello che conta è l’aumento del fatturato.” Eh, caro mio … qui casca l’asino: infatti un fatturato crescente può anche significare una perdita crescente e poi in ogni caso se proprio ti sta a cuore il suo incremento, sappi che il miglior mezzo per ottenere ciò è motivare chi ci lavora al tuo fatturato! Ma già … a Milano dicono “Ofelè fa ‘l to’ mestè”, cioè pasticciere fa’ il tuo mestiere: ognuno faccia il mestiere suo! E io il commesso magazziniere non lo so proprio fare!

Novella-Gestione della vita? Sì. In altro post scrissi che i buoni principi della buona gestione aziendale possono ben essere trasferiti nella gestione delle associazioni, della politica e in quella di governo. Oggi mi permetto di dire che dobbiamo trasferirli anche nella gestione della nostra vita.

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Dice: ma … caro blogger, di quali principi stai parlando? Rispondo: li sto estraendo dall’ottimo libro di Pier Luigi Celli ”Il potere, la carriera e la vita – Memorie di un mestiere vissuto controvento”, Ed. Chiarelettere ottobre 2019, 194 pagine per  €17,00 molto, molto ben spesi! Un libro che mi ha appassionato perché io – da vecchio manager – mi ci sono ritrovato in pieno! Quindi, raga, vi attende una scopiazzatura che però è anche una confessione-dichiarazione del mio sentire e di quella che è stata la mia vita di manager al lavoro. Il mio è un invito a leggere integralmente quel libro. Intanto iniziate da questi estratti sui quali potreste ad aprire la discussione.

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Pier Luigi Celli, classe 1942: un sociologo laureato a Trento, prestato al management

Pagg. 8, 9 : … occorre avere a mente quattro fondamentali: 1) la precarietà di ogni modello di  carriera manageriale; non prendere mai sul serio i propri successi; non contare sulla tenuta delle relazioni ad esso collegate; 2) per dar vita alle storie che sarà bello ricordare occorre avere rispetto per coloro che le hanno condivise; 3) immaginiamo come vorremmo essere ricordati da chi ha lavorato con noi; 4) per sopravvivere nel ricordo dobbiamo costruirci i nostri eredi.

Pag. 14: … non basta essere nel giusto per pretendere di superare le gerarchie. Se il tuo capo diretto vale poco ciò non ti autorizza scavalcarlo.

Pag. 19: … una malattia del potere è l’auto isolarsi anche distanziando logisticamente la direzione dalle sedi operative.

Pag. 21: … il manager non deve improntare la sua carriera al relazionarsi con gli altri semplicemente in ragione della posizione raggiunta.

Pag. 22: … l’organigramma, la rincorsa ad accreditare processi e procedure sotto forma di regole di condotta stabili ed asettiche aride come una traversata nel deserto … l’organizzazione gerarchica è la tomba dei desideri personali … e inaridisce le storie che sono il contenitore principe dell’identificazione dei dipendenti nell’azienda … inaridendo in ognuno la prospettiva di evocare un futuro e di potersi collocare come attore per quanto piccolo in una trama che dovrebbe diventare anche la sua storia personale.

Pag. 23: … occorre che il manager accentui la valorizzazione delle persone come asse fondante della strategia di governo manageriale … la pretesa di chiarezza procedurale rischia di fare più male alle imprese di quanto non gioverebbe loro la revisione del modello.

Pag. 24: … sulla base della sola efficienza tecnica non si potrà mai dire se gli investimenti in innovazione porteranno i risultati attesi … occorre potere disporre di persone capaci di adattamento e anticipazione, indipendentemente dalla loro collocazione nella scala gerarchica, persone in grado di muoversi, di connettersi, di pensare, di produrre in modo creativo …

Pag.25: … purtroppo spesso sopravvivere è la vera aspirazione di chi raggiunge la vetta … il potere non vuole eredi e quindi si guarda bene dall’allevare sostituti … invece la strategia vincente è quella delle competenze convergenti dove la collaborazione, la cooperazione, la diversità e lo scambio alimentano una visione più adatta ad affrontare cambiamenti e sfide.

Pagg. 25-26: … il potere che avanza è quello delle idee, della leadership come coordinamento e governo delle pluralità, con la capacità di stare in mezzo ai propri collaboratori, ascoltando, confrontandosi, motivando.

Pag. 26: … il capo che trascura chi non ha pedigree non fa gli interessi dell’azienda … è la causa del malfunzionamento degli apparati e soprattutto è la causa della sofferenza delle persone.

Pag. 27: … sta per finire il destino di un potere unificante fondato sulle strategie di pressione dall’alto sul basso, senza necessità di ascolto rispetto a quanti dovevano solo ubbidire. Un potere affidato alla pressione non ha più significato.

Pag. 28: … un capo non è legittimato se gli manca la stima e la fiducia dei dipendenti.

Pag. 31: … conta non solo il curriculum, ma la storia di ogni lavoratore: nella Olivetti di Adriano Olivetti, nei colloqui di selezione ci si informava sugli ultimi libri letti dal candidato, sulle sue radici familiari … per coglierne inclinazioni, preferenze, aspirazioni prima e più che non le competenze professionali.

Pag. 33: … i fatti decisivi per la vita di ognuno avvengono prevalentemente nella biografia e non nel curriculum di ogni persona.

Pag. 35: … i manager mediocri si adeguano subito ai modelli di relazione dominanti e capiscono che comandare “a prescindere” li mette al riparo dall’essere discussi.

Pag. 37: … le vere carriere nascono in contesti in cui gruppi affiatati esprimono, attraverso uno dei propri membri, il meglio che l’insieme è stato in grado di produrre lavorando con intelligenza collettiva in forme collaborative.

Pagg. 37-38: … chi raggiunge posti di potere senza suo merito o sulla base di forzature, avrà un destinio mediocre ma quello dei suoi dipendenti sarà tragico.

Pag. 43: … il “capo intermedio” è il vero custode dell’ortodossia organizzativa, quello che spegne le velleità, custodisce l’ordine “in nome e per conto”. Nelle organizzazioni “per bene”, quelle che “funzionano”, non è previsto che la parola sia un diritto di tutti. sarebbe il caos.

Pag. 45: … per fortuna questi riti e rituali hanno perso gran parte del loro peso … resta la percezione, amara, di essere per lo più ingranaggi acefali di meccanismi costruiti più sui processi e sulle procedure che sulle qualità dei dipendenti.

Pag. 46: … continuare a difendere il distacco mortificante tra chi ha ruoli di comando e chi deve eseguire i comandi, non rappresenta solo un affronto verso i dipendenti, ma configura un vero e proprio danno per l’azienda … la colpa più grande del potere è il coefficiente di ansia e di passività che induce nei governati.

Pagg. 47-55: Capitolo autobiografico, molto utile a comprendere tutto il libro e chi lo ha scritto.

Pag. 56: … purtroppo l’organigramma non considera i processi che guidano il modo di pensare e di sentire delle persone, la loro propensione naturale a tessere relazioni che non siano solo funzionali, la voglia di autonomia e di iniziativa rispetto a obiettivi anche comuni.

Pag. 57: … la variabilità tecnica e dei mercati richiedono competenze molto diverse dalla mera obbedienza alle regole … si tratta di potenzialità presenti dei dipendenti, spendibili senza costi aggiuntivi.

Pag. 58: … così, l’azienda-solo-organigramma, nell’ansia di raggiungere un obiettivo inchiodato a scadenze vincolate, causa un’oggettiva perdita di ricchezza di cui disporrebbe nella persona di ogni dipendente.

Pag. 59: … l’azienda-solo-organigramma farà sì che ognuno finirà per capire sempre meno il perchè di quello che fa o se quello che sta facendo è proprio ciò che serve. E nessuno può sentirsi appagato se non capisce il perchè del proprio agire …. usare gli uomini solo come macinatori di risultati non è una scelta intelligente … le storie di ciascun dipendente sono l’unica salvezza delle imprese che vogliono durare … è necessario creare un’organizzazione che venga vissuta come un mondo ospitale.

Pag.61: … lo spreco delle risorse umane interne non ha mai prodotto cultura di governo e spesso ha portato all’uso e all’abuso di grandi società di consulenza con un forte impegno finanziario e scarsi risultati effettivi.

Pag.62: … l’irrompere della teconologia delle reti sta per dare una salutare spallata al sistema azienda-solo-organigramma, decostruendo le architetture gerarchiche che ingabbiano tante potenzialità oggi sprecate e rendendo superflui molti (falsi, n.d.r.) manager posizionati sulla difensiva e con l’ossessione del controllo.

Pagg. 63-65: … il governare è (purtroppo spesso, n.d.r.) diventato un esercizio titanico di (eccessiva, n.d.r.) semplificazione: il trionfo del pensiero tecnico, impersonale, standardizzato; la ricerca della condivisone su formulari precompilati conduce alla ricerca del consenso più che al confronto. Chi cerca di andare (giustamente, n.d.r.) controcorrente, diventa un testimone ingombrante inutile per questo tipo di (pessima, n.d.r.) organizzazione.

Pag. 66: … la gestione di cui sopra da strumento operativo in grado di risolvere problemi è diventata un’ideologia aziendale.

Pag. 68: … nonostante il percorso minato di cui sopra … l’impresa come organismo vivente dipende più dall’esperienza dei suoi uomini che non dal condizionamento dei suoi processi di funzionamento … anche perchè …

Pag. 70: … il rischio sarebbe di irrigidire le relazioni e i processi proprio quando le condizioni dei business e la turbolenza dei mercati richiederebbero più attenzione alle risorse disponibili ed una diversa distribuzione delle responsabilità interne.

Pag. 71: … occorre invece allargare i rigidi confini degli organigrammi perchè è sui confini che l’esistenza riprende vita, è sui confini che si apprende.

Pag. 72: … le storie più belle nascono dal coraggio di forzare il limite, i confini.

Pag. 73: … le molte storie delle persone sono la vitalità del sistema: il tema di fondo è la capacità dell’organizzazione di farsi carico della pluralità delle sue risorse.

Pag. 74: … segmentare, compartimentare, selezionare le informazioni per livelli di privilegio, intricare i percorsi senza chiarezza, alimentare distanze e contrapposizioni sono attentati alla vitalità dell’impresa.

Pag. 75: … non va bene essere semplicemente parte di un tutto. Occorre la partecipazione attiva ai processi comuni. L’azienda deve potere disporre di processi abituali di dislocazione dei saperi e delle capacità dialoganti.

Pagg. 76-77: … il buon capo sa che le risorse umane vanno riconosciute non solo per quello che danno, ma anche per ciò che non si chiede loro di dare ma che sarebbero capaci di dare. In caso contrario, trionfano le procedure e si perde l’anima: ciò avviene quando il capo considera i dipendenti una risorsa fungibile che il mercato oggi offre in abbondanza e a sconto.

Una mia considerazione : nel mestiere e nella cultura del manager oggi più che mai occorre inserire più sociologia e più filosofia, per il bene delle Persone e quindi dell’azienda. Nel frattempo le nostre università continuano a proporre agli studenti “percorsi separati”: le scienze dure e pure da una parte, le arti e le lettere dall’altra: io invece propongo che – ad esempio – nei corsi di ingegneria o di economia siano inseriti esami di filosofia e di sociologia.

Pag. 79: … la testa non ha più la flessibilità di un tempo mentre spesso ciò che cambia non è solo il contesto organozzativo, bensì il tipo di business che si deve affrontare …

Pag.81: … nella comunicazione girano le informazioni e trova espressione la gerarchia dei ruoli: c’è chi è abilitato a “emettere” e chi a “ricevere”. La conversazione invece riduce le distanze, accetta il confronto, scambia informazioni e emozioni …

Pag. 89: … farsi seguire, da parte del nuovo capo, da un codazzo di collaboratori più o meno collaudati, è solo un modo, persino poco elegante, per tentare di ovviare alle proprie insicurezze … ciò è testimoniato dalla tendenza ad assumere personale che non ha niente di manageriale ma che proviene da carriere militari di ogni grado.

Paggg. 90-91: … il nuovo capo non deve commettere l’errore di condannare all’oblio il lavoro di chi lo ha preceduto: sarebbeuna forma di damnatio memoriae, un oblio verticale volto a ripulire ogni riferimento al prima: uomini, progetti,decisioni, stili di governo, assetti organizzativi … e invece i nuovi mondi non nascono dal nulla … soprattutto se questo “nuovo” è solo uno scimmiottamento in difetto di cultura da parte di chi ostenta muscoli che non ha e racconta il passato (storytelling) in assenza di contraddittorio.

Pag. 92: … la disaffezione dei vertici per quello che passa per la testa e nelle sensazioni dei dipendenti … aumenta la voglia di controllo che viene venduto come tutela aziendale ma che in realtà è solo “controllo dei dipendenti”, non dell’azienda.

Pag. 94: … il funzionamento di un modello dovrebbe dipendere più dagli uomini che lo vivono che dalle regole che lo inquadrano.

Pagg. 96-97: … il capo “analfabeta emozionale” fa sì che il lavoratore non trovi condizioni gratificanti e non si senta parte di un insieme più ampio … e il lavoratore perde motivazione, lavora peggio, si carica di stress, irrigidisce le risposte e finisce anche con l’ammalarsi.

Pag. 99: … occorre “rifare società” all’interno dei sistemi, con l’allargamento della partecipazione … in tal modo creatività e responsabilità assumono un peso prima impensabile …

Pag. 100: … il comandare in solitario danneggia l’impresa.

Il libro che state “leggendo” con me è di 196 pagine, quindi abbiamo doppiato la boa della metà percorso. Mi permetto di evidenziare questo primo traguardo con una riflessione personale: occorre passare dal primato delle cose (ad esempio, delle cose vendute cioè del fatturato) al primato delle relazioni e dei processi, soprattutto di quelli umani.

Pagg. 102-103: … l’apertura a rete di molte strutture determinata dalla necessità di fronteggiare interlocutori diversi … cambia l’antropologia dell’uomo sui confini … rovescia il modello … la gerarchia assorbe i saperi maturati localmente … torna in primo piano il valore strategico delle persone.

Pag. 104 – 107: … la rete non ha rispetto per la verticalità tradizionale … ad andare in crisi è la sacralità dei territori separati … la rete diffonde l’abilitazione di ognuno ad esprimersi, ad entrare in relazione con altri, spinge alla condivisione, costruisce canali relazionali che non obbediscono alle procedure e ai percorsi dei processi … consente di discutere anche le regole … conduce ad una composizione-scomposiziione di gruppi … rende coscienti le persone del prorio valore.

Pag. 108: …gli ordini di servizio emanatio per consevare lo status quo sono solo masse di parole tese a compensare il vuoto di comprensione di qquello che accade nella realtà: il passaggio da “decideer” a “governare coordinando”.

Pag. 109: … i dipendenti “sopravvissuti” all’antico regime verticalistico sviluppano ora competenze e saperi superiori al proprio ruolo e posizione, per compensare i danni fatti nel passatoe superare il prosciugamento di ridondanze occupazionali dovute alle nuove tecnologie.

Pag. 111: … il nuovo potere in azienda deve essere meno paradigmatiuco è più liberale.

Pag.112-113: … tuttavia le nuove tecnologie accelerano troppo il nostro agire e conducono a “dimostrare più che a capire”: occorre invece “rallentare per capire” … e non farsi espropriare la possibilità di conferire un significato personale a ciò che si sta facendo.

Pag. 115: … per evitare l’anarchia servono regole, ma che siano ragionevoli e basate sul rispetto reciproco fra il capo e i dipendenti.

Pag. 117: … il clima aziendale migliora molto per la presenza di personale femminile, maggiormente orientato alle relazioni.

Pag. 119: … le parole “vere”, quelle che dicono senza bisogno di orpelli, sono quelle che un capo puà spendere perchè la sua storia personale le legittima … sprecare le parole è un modo di danneggiare l’impresa.

Pag. 132-136: … in azienda occorre la generosità … occorre considerare l’altro di sè come importante per sè … occorre mettere in atto una disponibilità che nessuna procedura prevede … i comportamenti di apertura trasformano il lavoro in un progetto condiviso … pensare e fare bene, generando fiducia, è un investimento anche personale sul futuro … la tutela degli interessi generali passa attraverso la valorizzazione dei singoli … ogni spirito “generoso” rasserena i climi, crea consenso su obiettivi che divengono credibili come “riferimenti comuni” … una persona “generosa” ha una concezione lunga del tempo … sottrarre tempo ai riti del ruolo per ampliare la disponibilkità verso i dipendenti fa la vera differenza … la decadenza nella formazione dei ricambi dei vertici aziendali è dovuta all’egoismo del “vecchio” vertice … “generoso” è chi ha maturato gratitudine per le persone inccontrate nel suo percordo, per quello che ha ricevuto, per cui si sente in grado di sdebitarsi …

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