FUNIVIA TRENTO – BONDONE: DALL’IDEA, ALLA RETE, ALLA PROGETTO

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 3 Ottobre, 2020 @ 1:56 pm

Detto altrimenti: il tutto in periodo Covid     (post 4027)

Per gli amici che non sono su Facebook, riporto tre miei recenti post su quel social. Qualcuno anni fa ha sviluppato un progetto. Molti stanno sviluppando l’idea.  Adesso occorre passare da un’idea aggiornata ad un progetto aggiornato. Ed ecco i miei post citati:

Inizia (l’idea, la rete, il progetto)

1 – ZERO BASE BUDGET. In ogni settore dobbiamo “ripartire da zero”, ripensare tutto, creare, innovare, fare veramente un “salto di qualità concettuale”: infatti le emergenze ormai sono ripetitive. Non basta più gestire al meglio l’esistente. Occorre immaginare nuovi obiettivi molto, molto ambiziosi. Occorre non avere paura di “osare” nel porsi traguardi impensabili fino a ieri, così come occorre aggiornare vecchi pensieri.

Creatività, coraggio, determinazione: è il momento dei “poeti” cioè, dalla lingua greca, dei “creativi”.

Chi ha raggiunto sino ad oggi posizioni di assoluto rilievo nel suo settore – sia esso una città, un circolo velico, una regione – rischia di perdere molto da un eventuale immobilismo. Occorre unire le forze e che ognuno dia il meglio di se stesso, rispetti e accetti “il meglio” altrui. Dobbiamo perseguire insieme le utopie e l’utopia – si noti – è un traguardo semplicemente “non ancora” raggiunto. E allora, cosa aspettiamo? Utopie: come sarebbe piatto un mondo senza di esse!

2 – FUNIVIA TRENTO-MONTE BONDONE? SI, GRAZIE! Tirol Bike Safari, Austria, 14 funivie in rete, 700 km di ciclo discese. Non è solo una questione di biciclette, bensì di turismo! E noi, nella nostra regione, possiamo FARE RETE, METTERE A SISTEMA: attivare, goderci noi stessi e vendere ai turisti una REGIONE BIKELAND: Passo del Tonale, di Resia, del Brennero, San Candido: da qui a Merano, Bolzano, Trento, Verona: tutto quasi completamente già oggi bici collegato, con le ramificazioni verso Val di Fiemme e Fassa, la Valsugana e presto, ci auguriamo, “sul” Monte Bondone è da qui giù, Valle dei Laghi e Riva del Garda (e nel frattempo cosa ci vuole a illuminarle meglio le gallerie fra Torbole e Malcesine, dai …) per poi salire da Malcesine sul Monte Baldo a quota 1650 e scendere dove … si vuole! L’occasione della nuova Funivia Trento-Monte Bondone può essere la scintilla che fa di Trento il promotore general manager dell’Idea, parola questa che non a caso scrivo con la lettera maiuscola in quanto è un’Idea che vuole e deve essere trasformata in un vero e proprio Progetto: una REGIONE BIKELAND. Noi siamo pronti ad accettare questa sfida regionale.

3 – FUNIVIA TRENTO-MONTE BONDONE. Deve essere un vero e proprio PROGETTO AGGIORNATO AL TEMPO ATTUALE

  • nel quale c’è l’attuale fortissimo sviluppo del ciclo turismo, del ciclo escursionismo e spopolano le e-bike;
  • nel quale esiste l’esempio e la concorrenza del Tirol Bike Safari austriaco;
  • nel quale esistono le ondate Covid e la rivoluzione climatica.

Quale sarà la sede ed il soggetto che svilupperà questo progetto? Un assessorato? Una SpA? In ogni caso mi permetto di suggerire che si proceda sulla base di un FUNZIONIGRAMMA con un CAPO PROGETTO GENERAL MANAGER che abbia il diritto-dovere-capacità di fare sintesi e sviluppare le numerose diverse componenti specialistiche (societaria, finanziaria, economica, urbanistica, turistica, ingegneristica, ambientale, sociale, di immagine, di comunicazione, etc.) e sappia proporre ai capi dell’ ORGANIGRAMMA POLITICO una gamma di alternative.

Finisce

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CAPIRE LA FINANZA

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 2 Ottobre, 2020 @ 6:04 am

Detto altrimenti: è un po’ come capire l’ossigeno     (post 4025)

1 – CAPIRE LA FINANZA. C’è quella di impresa, ovvero il reperimento e l’utilizzo del denaro per fare funzionare un’impresa produttrice di beni o servizi. C’è quella fine a se stessa, “la finanza finanziaria”, ovvero quella che ricerca il denaro per investirlo in altre “forme di denaro” cioè in altre “imprese” che vogliono “fabbricare denaro”.

2 – RECOVERY FUND. Denari in parte regalati in parte prestati dall’UE all’Italia a fronte di progetti di un certo tipo: speriamo di presentare per tempo questi progetti!

3 – IRREDIMIBILI. Titoli di rendita (non di debito) emessi dagli enti pubblici per raccogliere denaro senza indebitarsi. Hanno un ottimo rendimento, non hanno scadenza di rimborso, il capitale investito può essere recuperato attraverso la vendita sul mercato. Potrebbero essere emessi quanto meno in sostituzione volontaria delle tranche di redimibili in scadenza e/o come “ponte” in attesa dell’arrivo del Recovery Fund.

4 – BANCA INTESA SANPAOLO. Il 27 agosto scorso ha emesso 750 milioni di suoi irredimibili ed ha ricevuto offerte di acquisto per 6,5 miliardi.

5 – LIQUIDITA’ FINANZIARIA DEL SISTEMA MONDO. Il mondo è molto liquido. I soldi non sanno dove andare. Tutto quello che i soldi hanno toccato è diventato oro, ma adesso chi lo possiede, cosa se ne fa? Prima o poi se lo mangerà?

6 – I SOLDI STANNO CERCANDO INVESTIMENTI FINANZIARI. Potrebbero bene essere indirizzati a sottoscrivere titoli pubblici irredimibili, per dare all’Ente Pubblico i mezzi per fare direttamente o per far fare “finanza d’impresa” (purchè questi soldi arrivino presto alle imprese “vere”!)

7 – L’INIZIO DELLO SVILUPPO ECONOMICO DELLA CINA? Fu determinato da fatto che il governo centrale diede contributi direttamente alle imprese locali, saltando gli enti pubblici intermedi.

8 – OBIEZIONE CONTRO GLI IRREDIMIBILI. Si, va bene, ma alla fine per azzerare quei flussi, i “debitori sostanziali” si avvarranno (o genereranno?) una forte inflazione.

9 – ACCETTO L’OBIEZIONE. Esiste questo rischio ma … amici, ditemi: qual è l’alternativa che proponete per fare arrivare in tempo i soldi alle imprese? Ricordate Tito Livio? Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur!

10 – GRAZIE SE MI DITE. Qui sul blog o al mio indirizzo e-mail riccardo.lucatti@hotmail.it.

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IRREDIMIBILI E RECOVERY FUND

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 1 Ottobre, 2020 @ 12:54 pm

Detto altrimenti: “alta” finanza per tutte e per tutti      (post 4024)

FINANZA DEL COVID PERIOD

Sto pensando a quanto tempo ci vorrà a che siano utilizzabili dai singoli progetti italiani i denari del Recovery Fund. Esperienza insegna che siamo lenti nella programmazione necessaria ad incassare fondi dall’UE. E nel frattempo? Vivremo di speranze e di attese? No.

PER LO STATO

Che lo Stato emetta urgentemente Titoli Irredimibili di Rendita (si veda il mio libro pubblicato in aprile scorso) in sostituzione volontaria delle tranche di titoli di debito redimibile in scadenza e anche emissioni originarie. Il 25 agosto scorso Banca Intesa Sanpaolo ne ha emessi per 750 MILIONI ed ha ricevuto prenotazioni per 6,5 MILIARDI. Ci avevo visto giusto! Sarà interessante conoscere il taglio sottoscrivibile e quanti siano stati prenotati da sottoscrittori esteri. Fra l’altro, questi irredimibili bancari a più del 4% netto circa spiazzeranno gli attuali titoli di debito di Stato che rendono molto meno: soprattutto se il sistema bancario – anche estero – seguirà questa strada.

PER IL COMUNE

Un ragionamento analogo può essere fatto per i BOC- Buoni Ordinari Comunali, emessi solo a fronte di investimenti, con rendimento e tassazione privilegiata, convertibili in azioni delle SpA comunali di scopo e con durata superiore a 5 anni, quindi anche … senza scadenza, quindi irredimibili, quindi un non-debito, come un non-debito sono le azioni delle citate Spa. E se si deve aggiornare la legge che li prevede (art. 35 L. 724 dd 23.12.94), , la si aggiorni prevedendo anche un incremento del livello della rendita, oggi – per i BOC redimibili – superiore di un punto al rendimento dei titoli di debito di Stato.

E se mi sbaglio, mi corigerete o almeno mi telefonerete al 335 5487516 o scriverete a riccardo.lucatti@hotmail.it

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BOCCADASSE

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 1 Ottobre, 2020 @ 6:05 am

Detto altrimenti: vabbè che vivo a Trento da 35 anni, ma non scordo Boccadasse (Buca d’ase, bocca d’asino), il vecchio quartiere di Genova a due passi dalla casa nella quale sono cresciuto (post 4023).

Gatto di mare

Non insegui il Tempo / e grato / il Tempo / non ti rincorre. /Immobile sulla tela di un gozzo / assapori l’amico profumo di pesce / il caldo insperato del sole invernale / e mi osservi / col nobile sguardo / del marinaio antico / al quale ogni giorno tu presti la barca. / Voglio indossare / pantaloni di tela / colore del mare profondo / sfumati di bianco salino / sedere in silenzio al tuo fianco / su questo gradino / dal bordo ormai liso e rotondo / per non disturbare / segreti / ricordi / speranze / e tesori / dei gatti del posto / e dei pescatori.

Lo stesso colore blu dei pantaloni sbiancati dal salino ...
Cianin cianin, sans’asbriu … piano piano, senz’ abbrivio …
La chiesetta, e dietro, Boccadasse e Portofino

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OBIETTIVO E SCOPO (DELLA FUNIVIA TRENTO-MONTE BONDONE)

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 30 Settembre, 2020 @ 3:35 pm

Detto altrimenti (in inglese): mission & purpose     (post 4022)

Ormai usiamo anche noi il termine mission: la mission (obiettivo) di questa società è …  Molto meno frequentemente utilizziamo il termine purpose, cioè lo scopo che, attraverso la realizzazione dell’obiettivo, si vuole raggiungere. Un esempio: una multinazionale ha come obiettivo (mission) di riuscire ad avere la maggioranza del pacchetto azionario di una certa società, “al fine di” (ecco il purpose) di avere il monopolio di quel tipo di produzione. Normalmente ogni SpA dichiara espressamente quali siano i propri obiettivi (mission); molto meno quale sia la ragione ultima (purpose) del proprio agire.

Comunque amici, non ci siamo inventati nulla: già qualche annetto fa un tale avvocato … mi pare si chiamasse Cicerone, in una sua celebre arringa, per contestare il comportamento della controparte, pose provocatoriamente la domanda: “Cui prodest? Cui bono? Ovvero, a chi giova, chi ci guadagna?  Ecco, quell’avvocato era alla ricerca della ragione ultima dell’agire (altrui).

Ma torniamo ai tempi nostri. Una SpA pubblica più di una privata deve avere ben chiaro il proprio purpose, ovvero la ragione del suo agire nel raggiungimento degli obiettivi del suo piano  triennale scorrevole (aggiornato di anno in anno): ben oltre quindi il raggiungimento della sua mission. E faccio un esempio concreto. Prendiamo un importante ente fiera pubblico di una grande città. Sicuramente avrà come obiettivo (mission) l’organizzazione di fiere e congressi; sicuramente avrà come obiettivo (mission) anche quello di non generare perdite ma, possibilmente, utili. Altrettanto sicuramente avrà come purpose (scopo) quello di generare un rilevante indotto per il proprio territorio.

Nella mia vita ho lavorato anche per il Gruppo Siemens. Alla capogruppo non bastava che una sua SpA controllata producesse “un” utile. Si voleva che producesse un utile maggiore di quello che avrebbe prodotto sul mercato l’intero capitale in essa investito. A tale scopo, il bilancio delle SpA controllate veniva figurativamente peggiorato degli interessi “calcolatori” cioè di quella quota di reddito che sarebbe stata generata da un investimento sul mercato delle somme investite nella SpA. Solo se dopo tale addebito il risultato economico fosse rimasto ancora in attivo, solo allora lo si sarebbe valutato positivamente la SpA.

Da qui traggo un ragionamento opposto e parallelo: se l’ente fiera del nostro esempio avesse prodotto a bilancio una perdita di 10 ma avesse generato un indotto di 100, prima di valutare negativamente tale risultato bisognerebbe accreditargli figurativamente quel 100.

Ma il purpose non può essere solo o principalmente un ritorno economico, diretto o indotto. Esso può consistere anche nello sviluppo di una visione del futuro, di integrazione con progetti trasversali, nell’accettazione di una sfida che al suo nascere potrebbe sembrare visionaria, ma che tale non è se si è visionari in maniera attrezzata e pragmatica.

Quanto sopra vale per l’ente fiera del nostro esempio. Lo stesso dicasi per una funivia urbana.

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PENSIERINI DEL MATTINO

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 30 Settembre, 2020 @ 6:44 am

Detto altrimenti: miei, copiati dal mio profilo FB, per chi non utilizza quel social.   (post 4021)

A cosa sto pensando? Al web. Per alcuni aspetti ha migliorato, per altri ha peggiorato la nostra vita, nel senso che ha indotto una certa superficialità sostituendosi a) al salutare e formativo sforzo culturale che ha fatto crescere e maturare le generazioni precedenti e b) al rapporto diretto (relazione) fra le persone. Da qui la maggiore possibilità che un mediocre raggiunga – grazie ad un consenso superficiale – posizioni di potere, procurando un duplice danno al sistema: 1) essendo mediorcre, governa male: 2) stimola la gara fra mediocri: “Se c’è riuscito quello lì …” Per nostra fortuna alle comunali ha vinto Franco Ianeselli, una persona che ha impostato la sua campagna sulle relazioni personali e dirette, quelle che ci fanno conoscere agli altri per quello che siamo. E ha vinto.

Balbido, la porta di casa di Marcello Farina. Sopra il campanello, un’iscrizione: “Le parole sono pietre”

A cosa sto pensando? Al fatto che ora dobbiamo trasformare le idee della nostra campagna elettorale in veri e propri progetti. Si attiveranno gruppi di lavoro, riunioni nelle quali ognuno non dovrà dimostrare di essere migliore degli altri, bensì fornire il proprio contributo originario di idee; nelle quali ognuno non dovrà far emergere le problematiche ovvero perchè questo o quello non si può fare, bensì dovrà far emergere le soluzionatiche; nelle quali non si lavorerà per “organigramma” aziendale e/o politico, bensì per ” funzionigramma”, ovvero secondo un ordine semplicemente funzionale ad ogni singolo progetto. Anche per la Nuova Funivia Trento – Monte Bondone.

A cosa sto pensando? Al lavoro di gruppo e alla firma delle proprie idee. Io nella mia lunga vita di manager prima e di top manager poi, ho sempre creduto a) nel lavoro di gruppo- intelligenza collettiva e b) nella motivazione delle persone, quale primo fattore della produzione di risultati. Questi due principi ispiratori dell’azione inizialmente e durante tutta la fase lavorativa convivono su di un piano di parità: tuttavia alla fine, prevale quello della motivazione dell’individuo che deve consentire ad ogni singolo partecipante al processo di firmare le proprie idee.

A cosa sto pensando? Al fatto che “le parole sono pietre”, come scriveva Don Lorenzo Milani ad una professoressa. E allora usiamole con precisione. Le mie parole di questa mattina sono “mondo” e  “terra”. Il mondo è l’insieme delle relazioni umane; la terra è il pianeta sul quale si generano le nostre relazioni. E noi non dobbiamo distruggere nè il mondo nè la terra: infatti uno non può esistere senza l’altra. E viceversa.

A cosa sto pensando? Al fatto che m’era sfuggito un altro pensierino serioso: alluvione, una casa isolata è inondata da un metro d’acqua. Arrivano i vigili del fuoco. La padrona di casa: “Guardate il soffitto, quella macchia di umidità ..”. “Signora, prima eliminiamo questo metro d’acqua: all’umidità pensiamo dopo”. Ecco, anche nelle riunioni di lavoro, mettiamo in ordine i problemi e affrontiamoli (e risolviamoli) secondo l’ordine della loro pregiudizialittà progressiva, ovvero in ordine logico. Usando altre parole: eliminamo innanzi tutto il primo lilello superficiale della sabbia, quello che ci impedisce di capire dove siano i veri problemi. Poi, dopo avere tolto anche un secondo strato … allora sì, andiamo a fondo, scaviamo e risolviamo ogni singolo aspetto.

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SOCIETA’ MISTE PUBBLICO PRIVATE, DI SCOPO E DI GENERAL MANAGEMENT

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 29 Settembre, 2020 @ 5:37 am

Detto altrimenti: solo poche riflessioni, state tranquilli!    (post 4020)

La forma giuridica di società di capitali, tipicamente la SpA, Società per Azioni, è tipica del settore privato. Il suo obiettivo – fino a poco tempo fa – è stato quello di produrre il maggiore utile possibile: in altre parole, l’etica che “doveva” animare chi era a capo di quelle entità, era l’etica del risultato economico, con il risultato (scusate il gioco di parole) di trasformare il capo azienda in un cinico: occorre perseguire il massimo utile economico, costi quel che costi: ai dipendenti, alla collettività in genere.

Sul fronte opposto troviamo i sistemi comunisti che in ossequio al principio della negazione della proprietà privata e al (presunto) bene di tutta la collettività, sacrificavano la ricerca dell’utile economico. Operando in base all’etica dei principi, i capi di quel sistema tendevano a diventare integralisti.  Sullo stesso lato metodologico si collocano oggi quei servizi pubblici che “operiamo in base alle finanze djsponibili, poi chiudiamo bottega, cioè blocchiamo la nostra attività, anche se non abbiamo realizzato tutte le opere e fornito tutti i servizi necessari alla comunità e/o programmati”; come pure quagli altri settori pubblici nei quali si realizzano comunque opere e si prestano servizi senza la minima preoccupazione del costo finale (in termini di volume di risorse finanziaria impegnate e di perdite economiche causate al sistema).

Ed allora, che fare? In medio stat virtus, diceva quel tale: infatti occorre arrivare ad un compromesso e i compromessi – come ci ricorda Paolo Mieli in un capitolo del suo bel libro “I conti con la storia” – possono ben essere virtuosi come i tanti compromessi che “hanno fatto la storia”. In altri termini: occorre che la SpA privata si ponga sempre di più il perseguimento anche dell’utile sociale e che la SpA/servizio pubblico abbia più attenzione anche agli aspetti finanziari ed economici.

Ed ecco nascere le SpA miste con azionariato pubblico privato come pure le SpA cosiddette inhouse, cioè con forma giuridica privata. Orbene, sia nel caso di SpA miste che di Spa inhouse occorre che ognuna delle parti in causa – azionisti privati e pubblici nelle Spa miste; azionisti pubblici e manager societari, nelle SpA inhouse – riconosca e sia rispettoso dei legittimi interessi, del ruolo e della funzione della controparte. In altre parole: nelle SpA miste non deve accadere che il pubblico neghi la componente di interesse privata e viceversa; nelle SpA inhouse non deve accadere che il pubblico dia “ordini politici” al management societario che siano in contrasto con le finalità statutarie e/o con l’equilibrio funzionale, finanziario ed economico delle stesse.

Ma … come si programma all’interno di una SpA mista di scopo? Ogni programmazione che si rispetti ha un obiettivo statutario che poi si sviluppa in un piano triennale scorrevole, con ogni anno dotato di un budget. Orbene, all’interno di questo sistema si avviano i progetti. E qui “casca l’asino” perché spesso non si progetta bene perché non si è sicuri del successivo finanziamento; e spesso non si finanzia perché il progetto non è redatto in forma completa. Come si ovvia a tutto questo? Per le grandi opere – soprattutto pubbliche – occorre investire inizialmente su una società-start up-strumentale, la SpA di scopo che abbia l’obiettivo di organizzare e gestire il general management del progetto inquadrando tutte le sue componenti interne ed esterne, 1) per poi diventare essa stessa la SpA operatrice oppure 2)  per promuovere la società operatrice: ad esempio una SpA di Project Financing. Nel primo caso la Spa di scopo dovrà anche provvedere alla propria capitalizzazione per arrivare a finanziare essa stessa i propri investimenti. Nel secondo caso la finanza sarò fornita da chi interverrà come finanziatore, realizzatore e gestore dell’opera. In ogni caso, nella SpA di scopo di entrambi i tipi vanno fatte tassativamente confluire tutte le componenti di interesse e tutte le conoscenze relative al progetto che si vuole eseguire. Va da se’ poi che il Project Financing è applicabile sono nei casi in cui l’investimento sia previsto essere produttivo di utili economici.

E i BOC attuali, redimibili ma quasi già irredimibili visto che sono convertibili in azioni delle SpA di scopo? Io credo che siano un ottimo strumento per coinvolgere il capitale privato in opere pubbliche, senza dovere applicare alcuna tassa patrimoniale.

Un’ultima considerazione: essere indebitati non è una negatività, purchè le risorse finanziarie acquisite siano produttive. Quindi il problema non è impuntarsi a criticare chi cerca in ogni modo di migliorare il sistema finanziario, ma destinare ogni energia nella programmazione, nella gestione e nel controllo dell’impiego delle risorse finanziarie generate  direttamente o acquisite attraverso l’indebitamento.

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I VALORI DELLA FINANZA ITALIA E LA LORO MIGLIORE GESTIONE

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 29 Settembre, 2020 @ 5:29 am

Detto altrimenti: la finanza pubblica per tutti      (post 4019)

Di cosa e di quanto stiamo parlando? Il PIL Prodotto Interno Lordo vale 1800 miliardi l’anno (e sta diminuendo). Il nostro debito pubblico ammonta a 2400 miliardi (e sta aumentando). Il nostro deficit finanziario annuo ammonta al 2,4% del PIL. La ricchezza finanziaria privata degli Italiani vale circa 4500 miliardi (il patrimonio immobiliare dello stato vale 250  miliardi e quello dei privati, un valore multiplo, ma in questa sede ci occupiamo di dati finanziari e non patrimoniali). Ora … si tratta di agire su due fronti: su quello dell’economia reale che produce un prodotto, un utile o una perdita e non è materia di questa trattazione; su quello della materia “finanza”, ovvero della disponibilità del denaro e del suo migliore utilizzo, e ci proveremo qui di seguito.

Innanzi tutto occorre ridurre il debito pubblico anche attraverso strumenti finanziari, ad esempio con l’emissione di titoli irredimibili di rendita, iniziando ad offrirli in sostituzione gratuita dei titoli di debito redimibili in scadenza e proseguire con ulteriori nuove emissioni “originarie”.

Poi occorre dare centralità al valore ed al significato delle particolari caratteristiche dei BOC-Buoni Ordinari Comunali (Provinciali, Regionali) di cui alla legge 23.12.1994 art. 35 e cioè al fatto che non possono avere scadenza inferiore a cinque anni; che sono emessi solo a fronte di investimenti; che hanno un rendimento maggiore dei titoli di Stato; che hanno un trattamento fiscale interessante e soprattutto che  sono convertibili nelle azioni delle SpA di scopo create per realizzare l’investimento.

Infatti occorre condurre la disponibilità finanziaria dei privati a concorrere alle esigenze dello Stato senza l’applicazione di alcuna tassa patrimoniale. Ciò si può ottenere proprio con l’emissione di TIR-Titoli Irredimibili di Rendita il cui ricavato sia destinabile esclusivamente a investimenti. La loro emissione, inizialmente, potrebbe essere fatta in sostituzione volontaria di tranche di titolo redimibili in scadenza.

Agli scettici di questa sia pure parziale soluzione propongo: si dotino di una calcolatrice HP finanziaria tascabile del costo di circa €50,00 e calcolino di quanto i mancati flussi in uscita per mancati rimborsi di titoli redimibili siano enormemente superiori ai maggiori flussi in uscita per la corresponsione di interessi ad un tasso di rendimento più elevato.

Occorre però dare centralità ad un altro aspetto, alla denuncia dei “falsi irredimibili” proposti da una certa parte politica sulla scia dell’idea originaria, e cioè alla denuncia di quei pseudo irredimibili chiamati “titoli patriottici o tricolori”. Si tratta di titoli a lunghissima scadenza, quindi pur sempre di debito; riservati agli italiani e esentasse. Questi titoli sarebbero uno sgarbo per gli stranieri che ci hanno finanziato da decenni, quindi ci allontanerebbero dall’UE; escluderebbero l’apporto della finanza estera; drenerebbero i conti correnti bancari mettendo in crisi le nostre banche; sono un regalo ai ricchi nostrani. Assolutamente da evitare sul piano finanziario e sul piano politico.

Occorre infine  fare un cenno a possibili TIR Semi-UE, ovvero a quegli Irredimibili “veri”  che potrebbero essere emessi solo da alcuni stati dell’UE: in tal caso, poiché il livello di rendimento sarebbe assai interessante, questi TIR-Semi UE sarebbero sottoscritti anche dalla finanza privata dei paesi non emittenti (ad esempio, in Germania i tioli di stato hanno un rendimento … negativo!) inducendoli a convincersi all’idea che tutto sommato converrebbe anche a loro partecipare a quelle emissioni: ed ecco che questi TIR semi UE diventerebbero TIR UE a tutti gli effetti e sarebbero un fattore di coesione del sistema finanziario di tutta l’UE e quindi dell’UE. Esattamente l’opposto di ogni sovranismo politico, economico e finanziario.

Per completezza ed onestà di ragionamento v’è da dire che un paragrafo della normativa di bilancio UE definisce “debito” i titoli irredimibili. Questa norma è una “decisione di estetica contabile”, non rappresenta la realtà, è datata, non è funzionale alle crisi dei nostri tempi, è modificabile e deve essere modificata, evitando di fare confusione con fra costi e dati patrimoniali. Infatti se voi accendete un mutuo per acquistare un immobile per la vostra attività commerciale, nella vostra situazione patrimoniale avrete due voci: un bene immobile e un debito. Ma se quell’immobile lo prendete in affitto, nella situazione patrimoniale non avrete né l’immobile né il debito, bensì solo un costo mensile, il canone di affitto (voce del conto economico – finanziario e non dello stato patrimoniale). Sotto il profilo strettamente finanziario, il TIR è uno swap, uno scambio: l’investitore riceve una rendita maggiore rispetto ai titoli redimibili e in cambio consente che a restituirgli il capitale non sia più l’ente emittente bensì la borsa valori.

E chi è contrario per principio anche solo a sentire parlare di “debito pubblico”, di “gestione del debito pubblico” e/o di “miglioramento della struttura del debito” solo perché per fare tutto ciò occorre usare la parola “debito”, agisce sulla base di un principio (negazionista) e come tale tende a diventare un integralista.

E mentre scriviamo apprendiamo che la Commissione UE a partire dal 2021 potrà emettere obbligazioni UE finanziandosi direttamente sui mercati con emissioni congiunte per finanziare la spesa corrente. Per finanziare gli investimenti resta la possibilità della proposta TIR, Titoli Irredimibili Rendita. Inoltre è stato varato il piano Recovery Fund che per l’Italia vale 82 miliardi a fondo perso (un vero e proprio regalo) e per 127 miliardi quale prestito a tasso vantaggioso. Uscire dall’UE? Ma chi lo dice? Follia …

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USCIRE DALL’UE E DALL’EURO? UNA TRAGEDIA!

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 29 Settembre, 2020 @ 5:17 am

Detto altrimenti: ricordare, conoscere, riflettere prima di spararle grosse!  (post 4018)

Sovranisti, lend me your ears, datemi ascolto: uscire dall’Euro in una certa misura equivarrebbe per l’Italia a quando il nostro Paese fu privato della copertura dell’ombrello degli accordi di Bretton Woods.  Luglio 1944, le potenze ormai quasi vincitrici si riunirono in quella località (oggi stazione sciistica) USA e stabilirono il regime dei cambi fissi rispetto all’oro, a sua volta fissato a 35 dollari USA l’oncia. Questi accordi garantirono stabilità fino a quando non furono cancellati nel 1971 e ciò avvenne anche perché molti paesi acquistavano oro dagli USA a quel prezzo e lo rivendevano sui mercati ad un prezzo non calmierato, realizzando notevoli utili, mentre gli USA si impoverivano delle loro riserve auree.  E la lira?  Fino al 1971 un dollaro USA valeva 625 lire. Poi tutto cambiò, nel senso che emerse il vero valore (inferiore) della lira solitaria, abbandonata a se stessa e di fronte ai provvedimenti di legge restrittivi iniziò a dilagare l’arte italica di arrangiarsi.  Ma cominciamo dai provvedimenti:

  • forte svalutazione;
  • aumento dei tassi bancari a livello di usura (25-35% quale costo effettivo annuo);
  • divieto di possedere valuta estera, con l’obbligo di cessione entro sette giorni all’ Ufficio Italiano dei Cambi al minor tasso di cambio del periodo;
  • feroce stretta creditizia e valutaria;
  • obbligo per gli importatori di pagare all’estero le importazioni con fondi obbligatoriamente prelevati da conti debitori in divisa estera denominati “conti anticipi” e obbligo di versare alla Banca d’Italia in un conto infruttifero vincolato per sei mesi una somma pari alla metà del prezzo pagato all’estero.

Come cercarono di arrangiarsi gli Italiani?

I singoli privati diedero inizio ad una molteplicità di mini atti di evasione valutaria, acquistando regolarmente in banca quel minino di valuta estera che la legge consentiva loro  – acquisto registrato sul passaporto e che mi pare di ricordare fosse la contropartita di 500.000 lire  – per poi rivendere con un nforte utile “in nero” quella valuta a cambiavalute compiacenti che in tal modo raccoglievano rilevanti quantità di banconote estere che poi contrabbandavano all’estero per conto di clientela facoltosa.

Fra le società ed i gruppi di società di maggior dimensioni solo pochissimi riuscirono a farsi concedere l’uso di “conti in divisa estera autorizzati” creando una ingiusta disparità di trattamento rispetto alla concorrenza in applicazione della massima che “la legge è uguale per tutti tranne le eccezioni di legge”.

E gli altri gruppi-società? Di fronte al proliferare delle posizioni debitorie in molte divise estere, dovettero organizzare un particolare sistema di controllo del rischio di cambio: uno fu quello di accendere le migliaia dei singoli conti anticipi debitori con scadenze compattate in modo da potere gestire masse omogenee di rinnovi e di rinegoziazioni (STET Società Finanziaria Telefonica per Azioni, Torino).

Di fronte alla stretta creditizia, proliferarono o le operazioni di concessione di crediti in pool: ovvero si organizzava un certo gruppo di banche coordinate da una banca capofila, ognuna di esse erogata una parte del credito e il gruppo industriale riceveva complessivamente un credito dimensionato rispetto alle proprie esigenze. Fra queste operazioni merita un cenno una in particolare, organizzata dalla citata STET, operazione denominata “Omnibus”: poiché le banche potevano prestare denaro  solo “a breve termine” mentre la STET aveva bisogno di un credito a medio termine, si ideò di raccogliere ogni mese un certo numero di quote di finanziamento con scadenza, ognuna, di sei mesi mentre la banca capofila, la Banca Popolare di Milano, per cinque anni garantiva (credito il suo al momento non per cassa e quindi non contingentato dalla legge) che sarebbe intervenuta per cassa al fine di garantire un livello predeterminato di concessione del credito. Al che la STET classificava l’intero ammontare quale debito a medio termine.

Le banche poi idearono un ulteriore strumento per “arrangiarsi” nella erogazione di un credito altrimenti vietato: lanciarono lo strumento delle “accettazioni bancarie” ovvero accettarono tratte emesse su loro stesse, tratte che poi il cliente poteva scontarsi presso chi avesse una buona liquidità. Per dare l’immagine del fenomeno, una delle banche maggiori, la Banca Commerciale Italiana, decise di accettare e di rilasciare un plafond di 200 miliardi di lire di accettazioni che andarono “bruciate” in pochi giorni.

E il Tesoro, come reagì? Nella necessità continuare a collocare i propri titoli di debito pubblico, ne innalzò il rendimento al punto che ad un certo punto alle imprese convenne indebitarsi in banca e investire in titoli di stato, lucrando sulla differenza dei due tassi: in altre parole, usarono il denaro per fare denaro e non quale strumento della produzione industriale.

Quanto sopra esposto è storia vissuta in prima persona da chi scrive (*) ed è solo una pallida immagine di ciò che potrebbe accadere se l’Italia uscisse dall’Euro. Quanti di chi oggi vorrebbero il ritorno alla lira hanno vissuto e/o conoscono e/o sono disponibili a studiare e riflettere su quanto avvenne? Storia maestra di vita … e di scelte di politica finanziaria ed economica!

(+) all’epoca, responsabile della Finanza Italia della STET, Torino/Roma

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RECOVERY FUND

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 28 Settembre, 2020 @ 5:19 pm

Detto altrimenti: Fondo di recupero     (post 4017)

Trento è viva: TrentoViva, appunto, città dell’UE (foto Pedrotti)

L’attuale pandemia ha avuto anche effetti positivi: farci apprezzare il valore della libertà di muoverci per le nostre città (un bene si apprezza soprattutto quando viene a mancare)  e – ciò che è massimamente importante e significativo – farci comprendere l’importanza di essere ed agire da Europei all’interno dell’Unione Europea. Sul fronte opposto, ha indotto l’UE a razionalizzare i suoi interventi sul duplice piano del reperimento delle risorse finanziarie comunitarie da destinare ai singoli stati e del loro impiego da parte dei destinatari.

Interventi finanziari dell’UE

La crisi generata dalla pandemia ha indotto l’Unione Europea a concentrare la propria azione su strumenti quali il MES – Meccanismo Europeo di Stabilità che vale 500 miliardi di prestiti la cui distribuzione dipende direttamente dagli Stati membri dell’UE e la cui assegnazione è subordinata al rispetto di stretti vincoli e condizioni, il che sta suscitato forti polemiche nel nostro paese fra chi non accetta limitazioni di sorta e gli altri. I fondi del MES in ogni caso aumentano il debito pubblico di ogni stato.

Vi è poi il SURE (Sicurezza): 100 miliardi di prestiti proposti dalla Commissione UE per finanziare direttamente gli effetti della disoccupazione. Questa è una medicina che lenisce gli effetti della malattia ma non ne elimina le cause.

Infine, vi sono gli acquisti da parte della BCE di titoli di debito pubblico dei singoli stati membri. Ma quanto sarà la quantità massima acquistabile?  I titoli di quali stati saranno acquistati? Quale tipo di titoli? In che misura? Fino a quando la BCE potrà acquistarli?

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Già nella prima edizione di questo libro scritto nel marzo scorso e pubblicato nel successivo mese di aprile, ipotizzavamo l’emissione da parte degli Stati e dell’UE di titoli di Rendita (cioè non di debito) irredimibili. Al riguardo si veda il successo del primo esperimento “privato” di cui ad apposito capitolo in questa seconda edizione del libro: infatti il 25 agosto scorso Banca Intesa Sanpaolo ha emesso 700 milioni  di suoi titoli di rendita irredimibili a fronte dei quali ha avuto 6,5 miliardi di richieste di acquisto!

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A sostegno della nostra idea “irredimibile”, mi piace citare il finanziere George Soros, il quale sul Il Sole 24 Ore del 22 aprile 2020 a pagina  1 ha citato la GB che con i titoli irredimibili ci finanziò le guerre napoleoniche, riscattando i titoli nel 2015. Egli inoltre ci ha ricordato come in USA dal 1870 ne furono emesse alcune serie per consolidare emissioni redimibili già esistenti ed evitarne l’onere del rimborso. Egli tuttavia in quella sede ha dimenticato di citare il successo dell’emissione italiana del 1935 per 42 miliardi di lire. Quali vantaggi degli irredimibili per la’UE, Soros cita:
1) eliminazione delle restrizioni per la BCE all’acquisto di titoli; 2) l’onere finanziario lieve per la UE malgrado la loro notevole “potenza di fuoco”; 3) a bilancio UE non si richiederebbero accantonamenti nè ammortamenti; 4) l’emissione può essere più facilmente emessa a scaglioni frazionati successivi; 5) la BCE non sarebbe più costretta a ribilanciare continuamente il proprio portafoglio titoli dei vari paesi aderenti.

Il Recovery Fund

E veniamo all’ultimo nato, il Fondo di Recupero, Recovery Fund creato per recuperare lo status quo rispetto ai danni dalla pandemia e per migliorare ulteriormente le condizioni di una ripartenza. Sul piano internazionale ci si deve rifare ad una prima idea francese –  poi sposata anche dalla Germania – che proponeva l’emissione di Eurobond, cioè di titoli di debito europei, il cosiddetto debito condiviso, per la raccolta dei fondi necessari ad aiutare la ripresa dei singoli stati. Da qui l’idea dei Recovery Fund  a cui  prima iniziativa è stata dei ministri finanziari dei paesi dell’UE, i quali hanno interessato i Capi di Stato e di Governo e il Consiglio Europeo il quale ha dato mandato alla Commissione Europea di predisporre una bozza  entro il 6 maggio scorso.

La Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha dovuto impostare la soluzione dei seguenti aspetti: l’ammontare totale dell’intervento; da dove e su quale bilancio recuperare questi fondi; con quali criteri e finalità destinarli agli stati; quando erogarli. L’ammontare del fabbisogno finanziario è stato definito in 750 miliardi di cui 209 all’Italia di cui 81,4 a fondo perso e 127,6 sotto forma di prestiti. La copertura del fabbisogno avverrà attraverso l’emissione di Eurobond il cui rimborso in favore dei sottoscrittori sarà garantito pro quote diverse dai singoli stati membri. I singoli stati devono proporre all’UE come utilizzeranno questi fondi con una bozza già entro il 15 ottobre prossimo e con un vero e proprio piano entro l’aprile 2021. I principali campi di applicazione indicati dall’UE sono: difesa del clima, digitalizzazione, produttività, equità e stabilità macroeconomica, sanità, sostenibilità ambientale.

Nuova Funivia Trento – Monte Bondone

 A quest’ultimo riguardo vi sono Regioni che stanno predisponendo piani da sottoporre al Parlamento con contenuti assolutamente in linea con le finalità UE stabilite ben prima della pandemia e cioè mirate alla riduzione delle emissioni inquinanti per il 2050. In questo ambito rientra la sostituzione del trasporto su acciaio (rotaia o cavo) al trasporto su gomma e quindi ad esempio una maggiore intermodalità ferroviaria, la realizzazione di metropolitane leggere di superfice e, per le città articolate su diversi livelli di altitudine, la realizzazione di funivie.

Il 15 settembre 2020 il Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte ha trasmesso al Parlamento una prima bozza di proposta di utilizzo. Sarà importante vedere come sarà gestito in dettaglio il totale assegnato all’Italia, se direttamente su singoli progetti e/o – sempre in linea con le prescrizioni UE – per somme complessive a Regioni e/o Provincie e/o Citta lasciando loro il potere di gestire a cascata  – con gli stessi criteri – l’assegnazione effettiva ai singoli progetti.


L’auspicio di chi scrive è che in capo agli Enti Pubblici Intermedi si ripeta il criterio di assegnazione generale adottato dall’UE che vede i fondi da assegnarsi in parte genericamente per la ripresa e in parte per progetti specifici.  In altre parole, l’esistenza di una “catena di distribuzione” dei fondi (Stato, Regioni, Province, Comuni) non deve impedire a che almeno una parte di essi sia destinata “di diritto” a progetti specifici di emanazione diretta e originaria comunale, provinciale, regionale.

Ho iniziato questo contributo con una considerazione di ordine generale, e con una di odine generale voglio chiuderlo. L’UE aveva stabilito che l’assegnazione dei fondi potesse avvenire a patto che nei paesi destinatari fosse garantito lo stato di diritto. Il premier ungherese Viktor Orban (in gioventù allievo di George Soros! Quali diverse strade ha poi percorso Orban rispetto al suo maestro!), sostenuto da Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, ha posto il suo veto. L’UE ha dovuto sfumare molto    trasformando la condizione in un auspicio. Questi paesi interpretano l’appartenenza all’UE in un modo non condivisibile, cioè ”alla carta”, ovvero “Reclamo e ricevo sussidi ma mi oppongo all’equa distribuzione degli immigrati e all’impegno del rispetto dello stato di diritto”. Quo usque tandem … fìno a quando?

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