Fortepiano e pianoforte

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 1 Febbraio, 2012 @ 8:23 am

Detto altrimenti: non è un gioco di parole, ma solo osservazioni di una persona (molto) dilettante (vedi mio post del 26 gennaio scorso)

I primi pianoforti erano dei fortepiani. La storia del fortepiano la trovate in internet. Inoltre io non sono né un musicista né un tecnico di tali strumenti. Sono solo un amante della bella musica e della musica bella. Quindi … dovrete accontentarvi!

Cliccate l'immagine: Stefania e Marco, i preparativi

Recentemente, ho assistito a due concerti su fortepiano (a Trento e a Riva del Garda) e ad una lezione conferenza sul fortepiano, tutto ad opera della pianista trentina e collezionista di fortepiani Stefania Neonato, assistita da  Marco Barletta, restauratore e pianista anch’egli. A Trento, nell’ambito dei Concerti della Domenica organizzati dal Comune (con la partecipazione della violinista Francesca Vicari). A Riva del Garda conferenza e concerto rientravano nell’ambito delle iniziative della locale “Associazione Amici della Musica” presieduta da Ruggero Polito.

Il giorno dopo, all’interno del ciclo dei concerti “Le (quattro, n.d.r.) domeniche in Musica” tenuti con la partecipazione dell’orchestra “Camerata Musicale della città di Arco” diretta dal Maestro Giorgio Ulivieri, ho assistito ad un concerto che comprendeva brani di canto con accompagnamento di pianoforte: ho quindi potuto provare sul campo – certamente in misura parziale, ma sicuramente “a caldo” – la differenza fra i due strumenti.

Fortepiano

Il fortepiano era il pianoforte del ‘700 ed anche di un po’ dopo, diciamo quanto meno a sino a Beethoven compreso, cioè all’inizio del romanticismo. Il fortepiano, dalla sua nascita agli inizi del ‘700 sino a quando, a metà ‘800 è stato “soppiantato” dal pianoforte, ha avuto una forte evoluzione tecnica. Esso è tutto in legno. Le sue corde metalliche sono parallele, in linea con le nervature lignee della tavola armonica. Non ha pedali, bensì ginocchiere. I suoi tasti hanno una corsa assai più breve di quelli del pianoforte e richiedono una pressione anch’essa minore, tuttavia molto più modulabile. La sua meccanica infatti valorizza moltissimo la qualità della percussione del tasto da parte del musicista. Esso è stato concepito e realizzato per le “sale dell’epoca” cioè per salotti e per le piccole sale adatte alla

Pianoforte

musica dell’epoca. Il suono di una sua nota scende rapidamente d’intensità, per protrarsi poi a livelli sonori minori. Ciò costituisce una “musica parlata” al cui interno distinguete le “parole” e soprattutto le “consonanti” all’interno delle “parole”. In altri termini, le sue note non si sovrappongono e voi distinguete ed apprezzate la struttura dello spartito e l’enorme varietà di sfumature che ciascun musicista può e sa trarne.

Il pianoforte inizia ad affermarsi a metà dell’800. Esso contiene una cassa in ghisa che regge la tensione di corde lunghissime che applicano alla struttura una forza di trazione sino a 20.000 kg! Esso è stato realizzato per le esigenze USA di grandissime sale. Al di sotto, è stata applicata una “campana” per esaltare i toni alti. Le corde son incrociate e non sono in linea con le nervature della tavola armonica. Ancora oggi il modello e la tecnica sono quelle originali. Il

Stefania Neonato

suono è molto standardizzato, forte e prolungato, tal che si può avere sovrapposizione delle note.

Quale preferire? Direi che il meglio si ha eseguendo ogni brano con lo strumento per il quale esso è stato scritto.

Molto illuminante è stata la conferenza che Stefania Neonato ha tenuto nella mattinata del 28 gennaio 2012 nella sala del Conservatorio in Riva del Garda (Direttore Franco Ballardini) , per gli studenti del Conservatorio e per tutti gli appassionati.

Ruggero Polito: un "giovane" allievo

Stefania ha iniziato facendo salire tutti noi sul palcoscenico, invitando gli allievi a suonare il fortepiano, al quale i ragazzi si avvicinavano quasi con timore. Invitati ad eseguire alcuni passaggi musicali, venivano indirizzati da Stefania alla loro migliore esecuzione. “Ecco, il polso, così .. la prima nota un po’ più marcata, la seconda meno …” e così via. Una giovane mamma!

E poi, le stesse note ripetute sul fortepiano e sul pianoforte, di seguito, facilitava la percezione delle differenze. Quindi, la storia della nascita e della successiva produzione artigianale ed industriale dei forte piani, in  Italia, Germania, Inghilterra ed Austria, ed il rapporto fra i musicisti dell’epoca e il “nuovo” strumento.

Marco Barletta

l tutto, integrato dall’intervento di Marco Barletta, restauratore e pianista, il quale ha parzialmente smontato lo strumento per farci vedere come si accorda, per mostrarci il meccanismo, i martelletti, lo “scappamento” (che libera la corda dal martelletto, immediatamente dopo la percussione).

 

Stefania Neonato

Nel pomeriggio, stessa sala, concerto di Stefania, appaluditissimo, su musiche di Mozart, Beethoven, Haydn. Scusate se è poco!

Ultima nota di colore. Svitate le gambe, racchiuso lo strumento in una morbida custodia protettiva, il tutto pesa cento chili ed è stato trasportato al pian terreno, per ripide scale, da tre persone. Vi sfido a fare altrettanto con un pianoforte!

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BIBLIOTECA DI TRENTO – GRUPPI DI LETTURA “MARIA LIA GUARDINI”

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 31 Gennaio, 2012 @ 2:55 pm

Detto altrimenti: This is Trento too …

Sarà che “once upon a time” … “illo tempore” … una volta ….ho frequentato il Liceo Classico … ma quando ho sentito di questa iniziativa, dovevo conoscerla. Il nome poi, Guardini, lo conoscevo dai miei due figli, Edoardo e Valentina, ambedue ex Liceo Prati, che pure non erano stati suoi allievi. La “terribile” Guardini … così severa (… di tal fatta “averghene anchoi, disente”  … dopo tutto il Blog si chiama “Trento” blog …).
Terribile … ne ho avuti io, di professori “terribili” al Liceo D’Oria di Genova, che se – ad esempio – guardavi un attimo fuori dalla finestra un ramo fiorito della primavera in arrivo, era un “due” sul registro! Questi erano ”terribili” ma negativi. Avevo poi quelli severi, bravissimi e soprattutto “giusti”. Terribili? Ma che dico? Piuttosto rigorosi, amati e ricordati con affetto. Anche dopo mezzo secolo. E credo che la Guardini appartenga a questa categoria. Innanzi tutto perché, ascoltandola, impari, ti arricchisci e molto, ad ogni età. Ed allora, di che lamentarsi?

Questa era l’anteprima. Ora iniziamo sul serio.

A seguito del successo della giornata mondiale della poesia, durante la quale ci fu l’incontro con la Professoressa Maria Lia Guardini sulla poesia lirica greca, si ebbe l’idea di attivare gruppi di lettura sulle opere dell’antichità classica. Perché ce lo dice la stessa Guardini.

“Le opere classiche fanno riflettere su molti aspetti. In primo luogo sulla funzione della cultura. I tiranni ateniesi Ipparco e suo figlio Pisistrato, ad esempio, ritenevano fosse necessario diffondere la cultura per poter governare su cittadini migliori (non sui migliori cittadini!) e in questo senso ad essi spetta il merito di avere “cosparso” gli Ateniesi, fin nelle classi più basse, della migliore cultura possibile: Omero, le tragedie, la poesia lirica”. (averghene anchoi, disente … di questi “tiranni”! N.d.r.)

Come vedete eravamo ben lontani dal successivo panem et circenses che invece oggi, “grazie” alla TV, sembra aver ripreso campo oggi. Panem et circenses, date al popolo quel tanto da sfamarsi ed i giochi del Circo. sarà perfettamente governabile. Ed oggi il nostro “Circo” è in buona parte la nostra TV. Altro dirti non vo’ …

Omero

Ma torniamo a noi. A noi, dunque (ma si può dire “a noi” senza essere fraintesi? Voglio sperarlo!). Il gruppo di lettura ha letto e discusso l’Odissea, l’unica, quella di Omero, due tragedie di Euripide (Medea ed Elena) ed ora sta leggendo l’Iliade (sempre di Omero). Le tragedie … oggi si dice così di qualcosa che finisce male … mentre in realtà sono nate come “la rappresentazione di un MITO cioè di un racconto-riflessione sui processi e sui meccanismi costitutivi della società”. Da dove veniamo … insomma. Ben più quindi di un tipo di auto Alfa Romeo, la “Mito”, appunto!

Su Iliade e Odissea, che dire? Che rappresentano la forma scritta della precedente forma orale, l’evoluzione del pensiero orale, legato alla natura, ai suoi spazi ai suoi tempi, verso il pensiero scritto, al suo “spazio politico, spazio della collettività”, al suo “tempo” anch’esso “della politica”. “Se dai una testata contro il Crozzon di Brenta, ti rendi conto del tuo spazio fisico, ovvero, di quale sia lo spazio della tua singola persona, cioè tuo. Anche se più semplicemente scivoli e sbatti la testa per terra”. Tuttavia, da ex alpinista del Brenta, ringrazio la Guardini per la citazione del Crozzon, il cui spigolo rappresenta una salita di 1.000 metri di dislivello di quarto grado. Sarebbe terzo, ma viene “promosso” quarto per la lunghezza.
Tanto per capirsi, Clìstene, politico ateniese, nel 508 a. C., pose le basi per il passaggio alla democrazia e, per restare in tema, allo spazio della persona sostituì lo spazio della collettività: non si era più “Tizio figlio di Caio”, ma “Tizio della demo”. cioè di questa o quella regione, città, stato.
E qui una mia aggiunta personale: dal pensiero scritto siamo ormai passati al “pensiero TV” e a quello “Internet”. Il pensiero TV è sicuramente negativo. Se non altro perché – a differenza del pensiero internet – è unidirezionale. E qui mi riallaccio a quanto evidenziato dalla professoressa ormai Preside in quel di Rovereto e splendida scrittrice (si legga il suo romanzo “La vita accanto”, cfr. il mio post del 20 gennaio scorso) Signora Mariapia Veladiano. Oggi viviamo tendendo a modelli, canoni che altri hanno costruito e ci impongono. Cioè in realtà, non viviamo, l’unica, l’irrinunciabile, l’irripetibile “nostra” vita! Chi ne è fuori – dal canone obbligatorio, intendo – è sfigato. Altezza, magrezza. colore dei capelli, marca degli occhiali, dei blue jeans, modo di allacciare (o meglio, di tenere slacciate) le scarpe, marca delle scarpe, tipo di telefonino etc.. O sei dentro o sei fuori. Il tragico, afferma Mariapia, è che la peggiore discriminazione si fonda sull’aspetto fisico, il che nulla lascia a considerazioni sulla qualità intrinseca della persona. In questo gli Eroi di Omero sono un po’ simili ai nostri “Eroi secondo il canone di oggi”: non sono descritti per il loro essere interiore, ma per gli aspetti esteriori, per di più sempre esaltati al massimo, al pari dell’ira funesta del Pelide Achille.

Maria Lia Guardini - Paolo Malvinni

Che altro dire? Dicono che i “post” devono essere brevi, ma come si fa, dico io? Semmai non leggeteli, but I cannot help myself writing them in such a way … non posso fare a meno di scriverli così.

P.S.. sarebbe bellissimo un “incontro-pensiero” Maria Lia/Mariapia

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DORIAN

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 30 Gennaio, 2012 @ 7:22 am

Persiano? Siamese? Birmano? Sicuramente regale

 

Un re .... dolcissimo

DORIAN, IL MIO GATTO

Detto altrimenti: … questa volta non so proprio come dirlo … “altrimenti” …

Ciao, Dorian. Sei nato il giorno del mio onomastico, il 3 aprile (del 2001). All’inizio stavi a Bologna, eri uno studente in trasferta anche tu. Ma poi il padrone di casa di Edoardo ha protestato …  ed eccoti diventato Trentino!
Hai superato indenne un volo dal terzo piano qui a Trento (eri veramente “minimo”, piccolissimo, pesavi “una piuma”!) ed uno, un po’ più grandicello,

Un cruciverba ... o salto giù, oltre i gerani, nel giardino di Sandra?

dal primo piano, a Riva del Garda, dove andiamo tutti i week end per assistere la nonna. Già, perché lì, nel giardino di sotto, c’erano i coniglietti di Sandra. Non che tu li volessi mangiare, ci mancherebbe altro! Volevi solo giocare. Ed una mattina – eravamo ancora in pigiama – Sandra suona alla porta e ci chiede, con un sorriso, se il gattino che aveva in braccio era nostro …

Con la cagnetta di Annalisa? Nessun problema!

E le serenate che hai fatto alle due gattine dei vicini, nelle due città … dove le mettiamo?
In casa sapevi come muoverti e cosa volevi. Sapevi chiedere, ma sempre con molta dignità. Le crocchette? Bastava sedersi fermo, muto, davanti alla ciotola. Che gli umani capissero, diamine! Lo stesso dicasi per l’acqua, le coccole, per uscire sui balconi. Per rientrare no: ti alzavi sulle zampette posteriori e spingevi il vetro. Il più delle volte riusciva.

... sto ascoltando "Cats" ...

Dormire nella apposita cuccia? Ma nianca a parlarle, per usare un po’ di dialetto! Dia … letto .. ecco, sì, sul letto, sui nostri piedi, a mo’ di calorifero! Anzi, mattina e sera, appena svegliato e poco prima di “andare a letto” venivi ad accocolarti sul mio petto, e con la manina … pardon … con la zampina spostavi il libro che stavo leggendo o la tazzina del caffè che sorseggiavo … non è così che si fanno le coccole, diamine! Ma quando lo capirà, Riccardo?!
E quando hai catturato un uccellino, poi liberato da Maria Teresa (“Ma è il mio mestiere, il mio lavoro!”, hai protestato!) che poi Maria Teresa mi aveva telefonato in ufficio, agitata, per chiedermi cosa fare? Chiama la Lipu, le avevo detto! Ma si può?

Sì, qui si dormirà bene ...

E di giorno avevi i tuoi “posti” garantiti: una sedia accanto alla mia, sia al computer che a pranzo. La poltrona accanto alla mia, alla TV. E mi seguivi, passo passo, da una stanza all’altra. Avevo un bel dirti che non eri un cagnolino … anche quando giocavi con i tegolini (fagiolini, n.d.r.) , che poi talvolta me li riportavi perchè io te li rilanciassi lontano!
In macchina, poi, a parte il tragitto casa-macchina nella gabbietta, il sedile posteriore era tutto tuo, salvo quando ti “affacciavi” sul davanti, appoggiandoti sul bracciolo, per vedere se … avevo sbagliato strada.
Sai, io non aveva mai avuto una bestiolina in casa, cane, gatto, niente … ah, dimenticavo, tranne le

Il re della cucina ...

tartarughine d’acqua di Valentina, ma quelle erano altra cosa …

Uno degli ultimi risvegli insieme

Dorian, tu mi hai insegnato tanto, cioè  quanto tu, un dolcissimo gattino poi diventato un bel gattone, mi hai saputo dare, chiedendo in cambio solo qualche crocchetta e molte coccole.
Il prossimo 3 aprile avresti compiuto 11 anni. Sì, da ieri sera, improvvisamente … improvvisamente come eri arrivato …  improvvisamente devo scrivere “avresti compiuto”. Ciao, Dorian, grazie per i dieci anni della tua vita che mi hai regalato.

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PENSIERI(NI) IN LIBERTA’ – 1

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 29 Gennaio, 2012 @ 8:01 am

Detto altrimenti: si tratta di un mia amica che non nomino per rispetto della privacy … fa il maestra … l’altra sera  mi mostrava con orgoglio i lavori dei suoi scolaretti. Un lavoro mi ha colpito particolarmente. Eccolo:

“Bambini, ieri vi avevo dettato alcuni pensierini. Come compito avete dovuto scrivere, su ognuno di esso, un vostro breve commento. Oggi ho ritrascritto tutto, riportando di seguito le osservazioni che ho giudicato migliori in quanto veramente originali, nel senso che evidenziano aspetti dei quali non si era mai sentito parlare. Bravi !”

 

1 – I poteri dello stato sono tre: giurisdizionale, legislativo, esecutivo. Cosa occorre fare per ricoprire queste funzioni?
Per diventare magistrati occorre studiare, laurearsi, vincere concorsi, fare tirocinio etc.. Per fare le leggi e per governare il mio papà dice che negli ultimi anni è bastato essere amici del capo di un partito. (Pierino)

2– C’è stato chi ha detto: “Anche i giudici, se sbagliano, devono pagare, al pari degli avvocati, dei medici, degli ingegneri etc..” Vi sembra giusto?
Signora Maestra, ma se sbaglia chi governa e chi fa le leggi, loro non devono pagare? (Carmelina)

3 – Si parla della riduzione dello “stipendio” dei parlamentari. Voi cosa ne dite?
Si parla anche di rimborsare solo le loro spese documentate. Ma non si parla però della somma dei benefici aggiuntivi che da soli valgono un altro stipendio. La mia mamma dice che occorre rivedere tutto. (Francesco)

4 – Se tutti pagano le tasse, le tasse ripagano tutti. Lo dice la televisione. E voi cosa pensate?
Non capisco perché gli emolumenti dei parlamentari siano esentasse. (Giovannino)

5 – I parlamentari affermano che il loro stipendio se lo possono modificare solo loro.
Allora dirò al mio papà che fa l’operaio di modificarsi il suo e di aumentarselo un po’ così mi può comperare la bicicletta nuova, che io sono cresciuta e quella che ho è diventata troppo piccola che sbatto le ginocchia sul manubrio e mi faccio male. (Cecilia, sorella di Luigi)

6 РLa legge ̬ uguale per tutti.
Ma allora perché i ricchi evasori possono “concordare” quanto devono al fisco e pagare molto meno del dovuto e il mio papà, se sbaglia di pochi euro la sua dichiarazione, deve pagare la multa? (Luigi, fratello di Cecilia)

7 – Bisogna fare a lotta all’evasione fiscale.
Nella quinta B accanto alla mia classe c’è un bambino che suo papà aveva una fabbrica che ora dice che non è più sua ma di un padrone che sta all’estero ma che poi lui dice che chi comanda è sempre suo papà perché poi alla fine lui ha fiducia (o una fiduciaria? Non ho capito) che poi fa quello che lui gli dice di fare, ma che così paga meno tasse e nessuno gli può dire niente e possono cambiare la macchina tutti gli anni.(Emanuele ma tutti mi chimano Lele ma ora la mamma dice che Lele non va più bene perchè questo nome ce l’ha anche uno che non è una brava persona)

8 – Ascoltando la pianista Stefania Neonato eseguire magistralmente al fortepiano brani di Beethoven, Haydn e Mozart, avete constatato  come il cuore ed cervello umano riescano ad amare, assimilare, interpretare e governare  all’istante le migliaia e migliaia di informazioni dello spartito, e quanto la pianista sia stata applaudita. Cosa vi suggerisce questa constatazione?

Proprio perchè il cervello umano è così dotato, non si capisce come mai chi ha governato il Paese negli ultimi anni non sia stato capace di prevedere  un fatto tanto ovvio: l’evolversi  del debito pubblico  sino al punto da far quasi fallire il Paese. E noi …  non potevamo mandarli a studiare un po’ di musica, quei signori? (Wolfgang) 

 

 

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INCONTRI – 8) ALFONSO MASI – “TU PASSERAI PER IL CAMINO”

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 28 Gennaio, 2012 @ 7:12 am

... tu passerai per il camino ...

Il Sindaco Michele Moser

Siamo nella sede di Zambana (Nuova) della Biblioteca Intercomunale di Lavis-Zambana, accolti dalla bibliotecaria e dal saluto del Sindaco di Zambana Michele Moser. Alfonso Masi, è uno dei “nossi”, fa parte dell’Accademia delle Muse. E’ uomo di grande sensibilità, un “attore civile” bel senso che vive e fa vivere in noi il senso della civis, della città e soprattutto della “civiltà”. Nei sotterranei di Piazza Italia, fra le rovine romane, ha fatto rivivere Dante, Virgilio e Omero, solo per citare alcuni suoi recital. Questa sera ci aiuta a non dimenticare. Come per Luigi Sardi, è molto facile intervistarlo, ricco com’è della “storia di sé”.

Alfonso, da quanto è che ti dedichi a questa splendida attività di “testimone raccontatore”?

Alfonso Masi

E’ un hobby ho iniziato quando avevo 13 anni nelle filodrammatiche a Bologna. Arrivando a Trento dopo una breve pausa ho ripreso con il Teatro Ragazzi ed anche con poesie d’autore per ragazzi, anche per le medie. Con “Che cos’è la poesia” ho replicato 50 volte. Indi ho iniziato con i recital per adulti. Il primo è nato grazie ad una frattura. S’era nel 1977, l’anno dopo ricorreva il centenario della nascita di Ungaretti ed io non avrei trovato il tempo di preparare un recital. “Provvidenzialmente” mi fratturai una spalla e stetti a casa ingessato “libero” di leggere a tempo pieno e di scrivere. Nacque il mio primo recital. Dopo ne sono venuti tanti altri, oggi sono ben 53!
Attività molto intensa, non c’è che dire. Io ho recentemente assistito presso la Biblioteca di Lavis a quello sui 150 anni dell’Unità d’Italia, bellissimo.
Grazie, quello l’ho ripetuto una decina di volte sia nelle scuole superiori sia per un pubblico adulto.
Come ti inserisci nel circuito delle rappresentazioni?
Attraverso le Biblioteche e le scuole, cui mando le mie proposte.
Pensi di documentare ciò che fai? Mi parrebbe un materiale più che degno di essere pubblicato.
Lascerò traccia solo di quello sull’Unità d’Italia perché fra 50 anni lo facciano i miei due nipotini, a Bolzano, dove ho recitato la “prima assoluta”, loro abitano lì, l’ho già annunziato, perché lo recitino loro, fra 50 anni
A Bolzano … dove?
Presso la Biblioteca civica.
C’era anche pubblico di lingua tedesca?
No, certe iniziative culturali sono (purtroppo, n.d.r.) “separate”
Il titolo del recital di questa sera?
E’ preso da un libro, a partire dal quale ho ideato il canovaccio. Si tratta di un sopravvissuto che tutte le notti rivive ciò che gli è successo nel lager e lo racconta. Il testo è tratto dal libro di Primo Levi “Se questo è un uomo”, dalla testimonianza di tre donne e dai verbali del processo di Norimberga.
Ho sentito che parlavi di quella foto… di quel bambino ebreo con le mani alzate
Si, la foto è stata scattata il giorno della mia nascita, il 13 luglio 1043. Pensa, poi lo hanno lasciato perché avevano un visto per gli Stati Uniti Quel bambino ha poi fatto il medico in America. In un mio recital lo rappresento e “lui” dice “vorrei che un milione e mezzo di bambini fosse tutto qui con me”.
Racconti anche altre tragedie del genere?
Me lo hanno chiesto questa mattina gli studenti dell’istituto di S Michele all’Adige, se scrivo qualcosa sulle foibe. Ci sto pensando… sono un po’ stanco … tuttavia se se avrò una decina di richieste lo scriverò.

...su Mozart ...con Cristina Endrizzi

E con Cristina, cosa “tramavi”?
Stiamo pensando di scrivere un recital su Mozart. Poi, il giorno di S. Valentino, presso la Niblioteca di Trento terrò un recital molto diverso da quello di oggi, ovviamente: “Caro amore ti scrivo – Viaggio negli epistolari amorosi”. E per la festa della donna, a Caldonazzo, “Come ammazzare il marito e perchè e come ammazzare la moglie senza tanti perché”.
Grazie, Alfonso.

Quindi il recital. Un piccolo Comune, una grande iniziativa. La sala, piccola come il Comune, era piena. Piena come l’attenzione di noi tutti, anche quella di alcuni ragazzi, giovani uomini del domani perché non dimentichino ciò che è successo ieri, perché nel passaggio generazionale non si perda il “mai più!”, dovunque e sempre.

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La Giornata della Memoria

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 27 Gennaio, 2012 @ 2:22 pm

Detto altrimenti: ricordiamo, perchè tutto ciò non si ripeta.

La tragedia degli Ebrei sotto il nazismo non deve essere dimenticata. Bene quindi alla ripubblicazione del libro “Exodus”.
Mi permetto di unire a questo drammatico ricordo anche tutti gli altri popoli perseguitati e martoriati sia pure con modalità diverse. Per citarne solo alcuni: i Moldavi, ad opera del nazismo e del comunismo; gli stessi Palestinesi; gli Armeni; gli indios della Patagonia.
Al riguardo, suggerisco alcuni libri, rispettivamente nell’ordine: “Nel sonno non siamo profughi” di Paul Goma; “Con il vento nei capelli, di Salwa Salem; “La masseria delle allodole” di Antonia Aslran (e la sua continuazione, della stessa Autrice, “La strada per Smirne”); “Cacciatori di indios” di Francisco Coloane.

P.S.: Questa sera siamo presso la biblioteca del Comune di Zambana Nuova (TN) ad ascoltare il monologo di Alfonso Masi “Tu passerai per il camino”. Segue mio post fra un giorno o due.

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INCONTRI – 7) MARCO BARLETTA: I “FORTEPIANO” IN TRENTINO

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 26 Gennaio, 2012 @ 4:38 pm

Detto altrimenti: un’esperienza particolare. Ieri, a Riva del Garda ho visto accordare un fortepiano. Forse in Trentino si potrebbero valorizzare maggiormente questi strumenti, alcuni dei quali già presenti sul territorio, come parte importante della nostra Storia, molto vicina a quella austriaca, anche musicalmente …

Trentino e Liguria … già … il mio post precedente era dedicato a Fabrizio De Andrè … e con questo riequilibro la partita. Domani non pubblico, riposo. Comunque, queste due Terre hanno molto in comune. Soprattutto sono entrambe Terre di Confine: un confine d’acqua ed uno di terra, ma sempre confini sono. Ma c’è ben altro … state un po’ a sentire …

Infatti, domenica scorsa , Stefania Neonato, musicista Trentina figlia di un Ligure e di una Meranese, insieme alla violista Francesca Vicari  ha inaugurato a Trento i Concerti della Domenica, suonando un fortepiano. Stefania  sabato prossimo eseguirà un secondo diverso concerto a Riva del Garda (ore 17,00, Conservatorio di Riva), sempre su fortepiano. Stefania e suo marito Marco (rivierasco di Chiavari) ne hanno una collezione di fortepiani! Marco è restauratore e accordatore.

Marco, galeotto fu il … fortepiano!? E’ ben così che hai conosciuto  Stefania?
No, si trattò di un concerto d’organo, ma è andata bene lo stesso!
Mi pare di capire che anche tu come Stefania sei figlio d’arte ….
No, i miei facevano tutt’altro. Solo un nonno organista. Alla musica sono arrivato per mio interesse diretto a cinque anni d’età …
Ti senti più restauratore di pianoforti storici e accordatore o pianista?
Senza dubbio più restauratore. Ormai suono solo per diletto.
Qual è la differenza fra un fortepiano ed un pianoforte?
Il fortepiano sta a metà fra il cembalo ed il pianoforte moderno. Del primo conserva la struttura interamente lignea. Del secondo i meccanismi a martelletti che permettono le gradazioni sonore.
Esiste musica per l’uno e musica per l’altro strumento?
Gran parte della musica che abitualmente ascoltiamo eseguita su pianoforte moderno è stata scritta per fortepiano. Questo vale, ad esempio, per Mozart, Beethoven, Schubert, Schumann, Chopin.
Come ti è venuta la passione per questo strumento?
Studiando pianoforte, ho percepito l’intima connessione fra musica d’epoca e strumento sul quale è stata composta ed in inizialmente eseguita, della stessa epoca.
Se non erro tu e tua moglie siete collezionisti …
Si, è stato un passo molto naturale: l’evoluzione del fortepiano nell’800 è paragonabile a quella dell’auto nel ‘900, per cui ne esistono modelli con caratteristiche diverse. A noi piace seguirne l’evoluzione.

Come nascono i fortepiano?
Grazie all’intuizione di un Italiano, Bartolomeo Cristofori, il quale nel 1700 applicò per primo un meccanismo a martelli ad un clavicembalo. Il nome originario dello strumento  era “gravicembalo col piano e col forte”.
Come è fatto il fortepiano?
Il concetto essenziale è comune a tutti gli strumenti a corda: una tavola armonica che funge da membrana amplificatrice, le corde, un ponticello che mette in contatto le corde con la tavola armonica e un meccanismo di percussione con martelletti in legno rivestiti di pelle.
Qual è il significato musicale di questi strumenti, oggi?
Può sembrare un paradosso, ma è un modo per attualizzare la musica dell’epoca, per riavvicinarci alle sonorità originali ed alla prassi esecutiva d’un tempo. E’ un po’ come rivedere i colori originali di un vecchio quadro, dopo il restauro.

Come si ricollega la cultura italiana del fortepiano alla cultura musicale austriaca?
L’Austria è stata la terra dove  il fortepiano ha avuto il suo maggiore sviluppo, grazie agli Autori citati che hanno composto soprattutto a Vienna. L’influenza fra le due nazioni è stata fortissima e reciproca. Ad esempio, a S. Michele all’Adige, nel Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina, è conservato un bellissimo esemplare di fine ‘700 di fattura austriaca sul quale mia moglie ha inciso un CD e tenuto numerosi concerti.
Tu e Stefania, avete avuto esperienze “estere”?
Si, come studio e come concerti. L’ultimo è dell’estate scorsa, a Graz (Austria), dove abbiamo portato un nostro fortepiano Pleyel del periodo di Chopin. Se per un violinista portarsi appresso il proprio strumento è normale, per un pianista è un privilegio.
Tu e Stefania, avrete anche esperienze estere? L’attività concertistica di Stefania è più all’estero che in Italia.
Tu hai un laboratorio?
Si, a Chiavari. Lo puoi vedere sul mio sito www.barlettapianiforti.it
Ma Stefania è Trentina! Cosa ne diresti se il Trentino catturasse anche te?
Mancherebbe il mare … ma posso farci un pensierino, visto che ieri ero a veleggiare sul Garda!

Grazie, Marco. Auguro a tutti noi che la vostra attività possa essere maggiormente valorizzata localmente. Infatti ciò che voi rappresentate – e non mi riferisco solo alla musica bensì anche alla Storia della cultura del nostro territorio – è un patrimonio da non perdere ma anzi da valorizzare come risorsa di cultura, civiltà e – perché no – anche economica. Sai, temo che certe volte noi non ci si renda conto della fortuna che abbiamo di avere una storia così ricca … mentre vi sono altre nazioni, internazionalmente molto più “importanti” di noi, che la cosa più vecchia che hanno sono le pantofole della nonna.

Trentino e Liguria sicuramente quindi, ma anche Trentino e Austria!

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Fabrizio De Andrè: Creuza de ma’ ( e caruggio)

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 26 Gennaio, 2012 @ 7:24 am

... creuxa de ma' ...

Detto altrimenti: stavo canticchiando questa canzone-poesia del mio conterraneo. Un amico mi ha detto:” Mi piace molto, sai, questa canzone, ma non capisco il dialetto ligure, tu che sei genovese … “.

Fabrizio De Andrè

E’ un dialetto “di sti anni”, di tanti anni fa, non semplice da capire nemmeno per me, che per di più sono “Trentino” da 25 anni. Comunque ecco qui testo e traduzione. Prima però sappiate che la creuxa è la stradicciola che porta vesro il mare fra due muri di cinta delle “ville”, cioè di poderi quasi urbani gestiti dal “villan” o “bacan”. Il caruggio invece è la stradicciola fra le case, nel centro storico, il quale, all’epoca, era semplicemente il centro. Ho provato a mia volta a descriverlo. Lo troverete in coda al capolavoro di Fabrizio. Vedrò se qualcuno mi insegna ad inserire l’audio  della canzone …

 

 

Creuza de ma’

... a lun - a se mustra nua ...

Umbre de muri muri de mainè
dunde ne vegni duve l’è ch’anè.
De ‘n scitu duve a lun-a a se mustra nua
e a neutte a n’a puntou u cutellu a
ghua.
E a munta l’ase u gh’è restou Diu
u diau l’è in ce e se ghe faetu u niu.
Ne sciurtimu da u ma’ pe sciugà e ossa da u Dria
a funtan-a di cumbi nta ca’ de
pria.

a funtan- a di cumbi ...

E in ta ca’ de pria chi ghe saia
‘in ta ca’ du Dria che u nu l’è
mainà.
Gente de Luganu facce da mandilla’
quei che de luassu preferiscian l’a.
Figge de famiglia udù de bun
che ti peu ammiale sensa
u gundun.

E a ste panse veue cose ghe daia’
Cose da beive cose da mangià.

Portufin

Frittua de pigneu, giancu de Portufin
cervelle de bae ntu u meiximu vin.
Lasagne da fiddià ai quattro tucchi
paciughi in agrouduse de levre
de cuppi.

E’ n sca barca du vin ghe navughiemu
‘n sci scheuggi
emigranti du rie cu’ i cioi
‘nti euggi.
Finchè u matin crescià da pueilu recheugge
praticament fre du ganeuffeni e de figgie.
Baccan da corda marsa d’aegua e de
sa
che a ne liga a ne porta nte ‘na creuxa de ma’.

Creuza di mare

... facce di marinai ...

Ombre di facce, facce di marinai
da dove venite dov’è che andate.
Da un posto dove la luna si mostra
nuda
e la notte ci ha puntato il coltello alla
gola.
E a montare l’asino ci è rimasto Dio
il diavolo è in cielo e ci si è fatto il nido.
Usciamo dal mare per asciugare
le ossa dall’Andrea
alla fontana dei colombi e nella casa di pietra.

E nella casa di pietra chi ci sara’
nella casa dell’Andrea che non è
marinaio.

... della spigola ...

Gente di Lugano facce da tagliaborse
quelli che della spigola preferiscono l’ala.
Ragazze di famiglia odore di buono
che le puoi guardare senza
il preservativo.

E a queste pance vuote cosa gli dara’
cose da bere cose da mangiare.
Frittura di pesciolini, bianco di Portofino
cervella di agnello nello stesso vino.
Lasagne da tagliare ai quattro sughi
pasticci in agrodolce di lepre
delle tegole (gatto).

... garofani ...

E nella barca del vino ci navigheremo sugli scogli
emigranti della risata con i chiodi
negli occhi.
Finchè il mattino crescerà da poterlo raccogliere
praticamente fratello dei garofani e delle ragazze.
Padrone della corda marcia d’acqua e di sale
che ci lega e ci porta in una creuxa di mare.

 

caruggio, dove passavano i carri trainati dai cavalli ... (Porticciolo di Genova Nervi)

Caruggio 

La storia / è passata di qui. / Ha lasciato il suo umore / nelle pietre levigate / nelle ombre / requenti /negli stretti ritagli di cielo /nelle case addossate. / Ascolta la voce (di quello che vedi. /Sofferma il pensiero /su chi riempie di sé / la piccola via. / Persone diverse /che un antico crogiuolo / difende /dal moderno artiglio rapace, / confusa umanità / padrona di un mondo / che tu / passante distratto / puoi solo violare / oppure / cercar di capire / in silenzio / ed amare.

 

 

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1) Liberalizzazioni – 2) Privatizzazioni – 3) Varie ed eventuali

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 25 Gennaio, 2012 @ 6:32 am

Detto altrimenti: non facciamo eccezioni e cominciamo “dall’alto”. E poi: saranno sufficienti nuovi “metodi” a garantirci la ripresa del Paese o non è forse meglio intervenire anche sulla sostanza?

Innanzi tutto grazie, Presidente Napolitano, grazie Presidente Monti. Grazie a voi infatti avvertiamo che il veliero Italia non è più nave senza nocchiero in gran tempesta … ed ha finalmente, di nuovo, dopo tanto tempo, un timoniere alla barra (anzi due, mi stavo sbagliando, mi scusi Presidente Napolitano) e viaggia “a fil di ruota”, cioè con il vento delle riforme necessarie in poppa piena: per un clipper (foto a fianco) era l’andatura più veloce in assoluto, fino a 30 nodi (!) , cioè quanto un moderno traghetto aliscafo, ma anche la più pericolosa in caso di errore, anche minimo, del timoniere. 

1) Liberalizzazioni

Avrei apprezzato moltissimo che fosse stato reso noto a tutti noi l’elenco completo di tutte le liberalizzazioni possibili  (come si fa con la lista della spesa) con l’indicazione dei criteri adottati per stabilire la priorità ed il peso specifico di ognuna quanto agli aspetti economici e di catalizzazione dello sviluppo. Sapete … tanto per capire come stanno le cose … mica per altro … e poi come si inquadra il tutto rispetto ad un’altra lista, quella degli interventi contro le grandi evasioni ed elusioni fiscali e le super retribuzioni. Tutto sarebbe stato assai più digeribile.

 

Se è vero poi come è vero che la rete non deve essere di proprietà della “operating company”, cioè del fornitore del servizio o dei beni, una delle prime su cui intervenire sarebbe stata la rete dei distributori di carburante “liberandone/liberalizzandone” la proprietà, o, in subordine liberando i gestori dall’obbligo di acquistare il carburante di “quella” marca. Si sarebbe creata concorrenza e forse si sarebbero sconfitti anche eventuali cartelli, il prezzo del carburante avrebbe potuto diminuire e tale discesa avrebbe trascinato con sé tante altre discese ….

Edicolanti: possono fare sconti sui quotidiani? Ma a monte, gli edicolanti acquisteranno solo i quotidiani disponibili a fare a loro volta uno sconto?

Taxi: al momento li avrei messi in coda all’elenco delle liberalizzazioni, tanto ne avevo ben altre da fare prima, senza andarmi a cercare con il lanternino una protesta che, come quella dei camionisti,  ha una visibilità in termini di effetti (negativi) ben oltre il peso della rappresentanza degli interessi coinvolti.

Sciopero dei camionisti. Scioperare è legittimo. Abusare dello sciopero,  no. Occorre ripristinare la legalità. Tuttavia ciò che mi colpisce maggiormente è che si scioperi sempre a difesa di interessi di singole categorie e non a difesa del bene comune, della morale comune violata. Dobbiamo crescere tutti, quanto a sensibilità civica. Altro che il “panem et circenses” degli ultini 17 anni!

2) Privatizzazioni

… delle Spa pubblche, statali e locali, miste pubblico-private … a quando? (Si veda il mio post del 14 gennaio 2012).

3) Varie ed eventuali

Un agriturismo nel Delta del Po ... appunto ... uno

 A) Politiche per i giovani. Quanto allo sviluppo, ben vengano le SpA facili per i giovani, ma se poi le banche non fanno loro credito? E poi, lanciamo un programma con contenuti di sostanza e non solo di metodo. Tanto per fare un esempio si veda quanto  da me ipotizzato nel post del 18 dicembre per il Trentino (che invito i lettori a rileggere): valorrizzare i nostri punti di forza “diffusi”: la forza lavoro giovanile, il turismo culturale, i siti archeologici, le bellezze naturali. Ad iniziare, ad esempio, da una cooperativa giovanile che organizzi e gestisca la piena  valorizzazione (piena! Oggi non è certo così, ci sarebbe ancora molto da fare) delle attrattive turistiche del Delta del Po, tanto per dirne una … con un finanziamento pubblico per la fase d’avvio dell’iniziativa, o quanto meno con la garanzia pubblica su fidi bancari. 

B) Rafforziamo l’Europa. Da ultimo, in cauda venenum … Vogliamo far crescere l’Europa? Che tutti i singoli Stati diminuiscano di molto (molto!) le retribuzioni dei loro parlamentari e aumentino di molto (molto!) quelle dei parlamenari europei. Dopo, probabilmente, sarà più facile trasformare molte funzioni statali in funzioni europee e trasferirle ivi  … non credete?

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La rotta era corretta – Gli errori sono stati di altro tipo

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 24 Gennaio, 2012 @ 8:06 am

Detto altrimenti: come credo che possa essere andata

Pino Aprile, uomo di mare oltre che giornalista e scrittore, ci ricorda che un incidente in mare non è mai dovuto ad una sola causa. Questa è una regola verificata da sempre. Ed allora … 

 1) PRIMO ERRORE: navi troppo capienti. Oltre 4.000 persone sono assai difficili da gestire in caso di emergenza abbandono nave. In un prossimo post vi narrerò un naufragio “da 2.000 persone” finito bene, sempre della Compagnia Costa.

2) SECONDO ERRORE:  da quello che si è visto in TV: la nave procedeva con rotta circa zero  gradi, cioè verso Nord. La Compagnia, come tutte le altre Compagnie sue colleghe, sapeva degli “inchini”, anzi, da sempre voleva che fossero fatti  per farsi pubblicità (sin dai tempi del REX nell’Amarcord di Fellini!).

3) TERZO ERRORE: nonostante  si conoscesse perfettamente la rotta corretta, la nave si è avvicinata troppo alla costa.

 4) QUARTO ERRORE: la nave ha urtato con la fiancata di babordo (sinistra guardando verso prua). Ha poggiato un po’ a tribordo (destra, rotta 30 gradi?), poi a virato a babordo di 180 gradi circa, rotta circa 200 gradi verso SUD OVEST. Durante la virata, ovviamente la nave si è raddrizzata (il che è testimoniato dai passeggeri) , in quanto lo sbandamento verso babordo  dovuto all’urto,  all’acqua entrata e soprattutto all’effetto frenante e al peso dello spuntone di scoglio rimasto incstrato nella fiancata, è stato compensato dalla forza centrifuga verso tribordo  che fa inclinare la nave verso tribordo  ad ogni virata a babordo . Quindi la nave si è adagiata sugli scogli con la murata di tribordo nella posizione in cui la vediamo ora, e cioè mostrando al cielo la fiancata sinistra, quella lacerata dallo scoglio, con lo spuntone di roccia incastrato. L'”abbandonare la nave” non sarebbe stato dato subito dopo l’urto, perchè l’alaggio delle scialuppe avrebbe richiesto di fermare la nave là dove poi sarebbe affondata su di un fondale di 70 (?) metri, evitando nel frattempo sbandamenti laterali con immissione di acqua dal lato opposto, sempre che le apposite pompe funzionino, mentre invece – forse -da parte di taluno (chi? Ecco il punto da chiarire! ) si sperava di salvare la nave dal naufragio completo. Suppongo che ciò sia avvenuto con l’assenso o dietro suggerimento della Compagnia, la quale,  se le mie supposizioni sono esatte, sarebbe apparsa più interessata  a salvare la nave dal naufragio completo piuttosto che “salvare tutte le persone imbarcate, proprio tutte!” .  Infatti la Compagnia ha dichiarato. “Le nostre istruzioni “scritte” (sic)  non prevedevano gli inchini”. E ci mancherebbe altro! Infatti,  secondo voi, il “libretto di istruzioni” di una nave come la Concordia avrebbe mai potuto essere in forma “verbale”?  No, certo che era “scritto”! Ma allora, perchè la Compagnia ha sentito il bisogno  di specificare una cosa assolutamente ovvia, e cioè proprio che le istruzioni erano “scritte”? Excusatio non petita vera accusatio!  Forse per celarsi dietro  istruzioni “ufficiali” e nascondere il loro assenso verbale a due comportamenti autorizzati “verbalmente”? ( E cioè: 1) l’inchino; 2)  la manovra per salvare la nave, non necessariamente tutti i passeggeri).

5) QUINTO ERRORE? I comportamenti del Comandante dopo l’urto con lo scoglio, ma lasciamo lavorare gli inquirenti …

Tutte queste sono solo ipotesi, sono solo mie supposizioni, non accuse, badate! Fate conto che mi stia apprestando a scrivere un romanzo di mare … cosa volete, dopo tutto sono un velista e per di più genovese …

Ciò detto, ma come si calcola una rotta? Ecco qui, per aspiranti navigatori

State navigando a vela su una barca di sette metri (foto a destra, Bocche di Bonifacio, in solitaria, di bolina, vento a 25 nodi. Quella sullo sfondo, al centro, navigava a motore! Ohibò!). Disponete di una piccola bussola da rilevamento, no … non elettronica, bensì una di quelle con lo specchietto ed il mirino  (foto a sinistra) per traguardare un punto cospicuo sulla costa e leggere sotto che angolo lo si vede rispetto al nord. Avete anche un orologio; una carta nautica che avete fissato con degli elastici su di una tavoletta poggiata ben ferma anche a barca sbandata come nella foto  sulle vostre ginocchia a mo’ di tavolo da carteggio ( di notte illuminando il tutto con una piccola pila frontale); due squadrette di plastica; un compasso; una matita nera; una temperamatite; una gomma da cancellare. Fissate il timone con due sagole.  Con la vostra piccola bussola traguardate due punti sulla costa e incrociando i due rilevamenti riuscite a segnare sulla carta il vostro “punto nave”, cioè avete individuato dove vi trovate. Dopo un calcolo complesso constate che la vostra rotta vera è per 274 gradi. La vostra velocità è di 5 nodi (5 miglia all’ora). Sulla carta nautica riscontrate che fra 5 miglia, su questa rotta, c’è uno scoglio. Voi mantenete costanti rotta e velocità, ma poco prima che passi un ‘ora, deviate la rotta ed evitate di naufragare su quello scoglio.

E la Concordia non era a una “barchetta a vela”, non era sbandata, i suoi motori funzionavano perfettamente; la nave disponeva di ogni più moderna strumentazione compresi alcuni GPS con cartografia incorporata, alcuni radar, ecoscandagli, sonar, etc.; la plancia di comando era perfettamente illuminata; il tavolo da carteggio è assai ampio; lo scenario entro il quale la nave era condotta era arcinoto; la zona entro la quale navigava era di poche miglia marine; il mare era calmissimo; la visibilità ottima; sicuramente a bordo il Comandante aveva alcuni aiutanti (secondo ufficiale, ufficiale di rotta, alcuni timonieri, etc.) ed inoltre disponeva anche delle dotazioni di cui è dotata la vostra barchetta a vela! Ecco perchè non è il caso di parlare di errore di rotta.

Si … ma come si fa a calcolare una rotta?? Cominciamo dall’ a- b – c .

Un oggetto che si muove sulla superficie terrestre, ad esempio una barchetta a vela giocattolo da noi trascinata su di una superficie sabbiosa, nello stesso tempo può essere da noi fatta ruotare su se stessa e cioè, pur procedendo, può essere posizionata in modo diverso e quindi, nel suo muoversi a contatto con la sabbia, può presentare come propria “parte anteriore” un suo alto di volta in volta diverso. Orbene, indipendentemente dalla posizione che avremo dato alla barchetta, ed in particolare alla sua prua, essa disegnerà comunque una traccia ben riconoscibile sulla sabbia: il suo percorso sulla terra, cioè rispetto alla terra. Tecnicamente, ci dirà quale è stata la sua “rotta vera”. Ora, immaginate che l’oggetto in questione sia una barchetta a vela vera di sette metri in navigazione sul mare. Indipendentemente dalle indicazioni della bussola (“rotta bussola”) o dalla “prora” cioè dalla posizione della “prua” della barca, la “rotta vera” (che è quella che ci interessa in quanto riportabile sulla carta nautica) sarà la traccia rappresentata dalla proiezione sul fondo del mare del percorso che la barca sta compiendo sulla sua superficie.

Detto questo, traguardando due punti riconoscibili sulla costa e riportando tali rilevamenti sulla carta nautica, riusciamo a stabilire il “punto nave” cioè ad individuare dove ci troviamo. Oppure, più semplicemente, in barca abbiamo un apparecchio GPS che ci dà la nostra posizione (ma non la nostra rotta, perché non avevamo i soldi per acquistare un GPS più moderno che ci avrebbe dato anche il valore in gradi della nostra rotta). In entrambi i casi, come facciamo a sapere verso dove stiamo andando? Direte voi: hai la bussola, leggila! Stai facendo rotta per 270 gradi bussola! Ci vuole tanto? E quindi, sulla carta, iniziando dal “punto nave”, traccia una riga a matita in direzione 270° e vedrai dove stai dirigendo la tua barchetta. .Eh, no … non basta. state un po’ a vedere. Infatti la rotta bussola non è la rotta vera …

Infatti, in ciascuna parte della terra esistono valori particolari di declinazione magnetica, cioè di scostamento di qualche grado del Nord Magnetico (quello che attrae l’ago della bussola) dal Nord Vero (quello della carta geografica). Questo scostamento varia due volte: una prima volta a secondo della regione della terra nella quale ci troviamo; una seconda volta varia nel tempo, cioè progredisce o regredisce nel tempo. Per questa ragione, ogni carta nautica indica la data alla quale è stata stampata, il valore dello scostamento (declinazione) a quella data e il valore della sua variazione annua nella zona di riferimento. Chiarito ciò, guardiamo la nostra bussola, la qual ci dice, ad esempio, che stiamo navigando per direzione 270 gradi rispetto al Nord Magnetico (rotta magnetica). Ma quella non è la nostra rotta vera! Infatti, in quella regione del mondo la carta nautica ci dice che esiste uno scostamento dell’ago della bussola di 5 gradi a destra (rispetto al nord geografico o nord vero) all’anno (e la carta è stata stampata un anno prima), il che vuol dire che il nord vero è 5 gradi a sinistra (verso sud ovest), e cioè che noi stiamo andando in realtà per rotta 265 gradi. Quindi sulla carta nautica non dovremmo segnare a matita la nostra rotta con una riga che va ai 270 gradi, bensì con una riga che va a 5 gradi a sud ovest, cioè verso i 265 gradi. Questa è la correzione dell’errore indotto dalla declinazione magnetica (prima correzione).

A questo punto, partendo dalla rotta bussola, con una prima correzione siamo arrivai ad una rotta un po’più vera. Ma non basta.

Infatti sulla nostra barca esistono masse ferrose disposte in modo casuale o asimmetrico, che deviano l’ago della bussola attraendolo verso di sé in modo diverso a secondo del grado di rotta che stiamo seguendo. Infatti se abbiamo una grossa ancora metallica esattamente a prua, l’ago della bussola sarà comunque un po’ disturbato e in una qualche misura, sarà “un po’” deviato verso prua. Ora, se la nostra prua è esattamente verso il Nord magnetico, l’effetto della deviazione magnetica non si avrà. Ma se la nostra prua non è esattamente sul Nord magnetico, bensì se la nostra prora (rotta) è per 270 gradi già corretta in 265, allora l’ancora metallica di prua avrà già trascinato l’ago della bussola un po’ più a sinistra, e quel “265” avrà già scontato questo influsso. Pertanto, prima di salpare, con barca legata ad un palo per la prua, facendo compierle un giro di 360 gradi attorno al palo mostrando sempre la prua al palo stesso, avremo stabilito per ogni grado di rotta quale è la correzione da applicare. Compilata questa “tabella di deviazione” siamo in grado di correggere la deviazione magnetica (seconda correzione). Questa tabella ci avrà detto, nell’esempio in esame, che per rotta bussola 270 gradi, già da noi corretto in 265 gradi, l’ago della bussola era stato deviato dall’ancora di prua di 3 gradi a sinistra. Pertanto per compensare, dovremo aggiungere 3 gradi a destra e risalire da 265 a 268 gradi. Quindi cancelliamo sulla carta la riga a matita che andava verso i 265 gradi e la sostituiamo con altra riga verso i 268.

Dopo questa seconda correzione, abbiamo ulteriormente migliorato la veridicità della nostra rotta. Ma ancora non basta.

Infatti, posto che la nostra rotta ormai quasi vera sia di 268 gradi, dobbiamo ora calcolare lo scarroccio (sempre presente in una navigazione a vela che non sia con il vento esattamente in poppa,e pari a circa 8-10 gradi) dovuto al vento (terza correzione), e la deriva, dovuta alle correnti (quarta ed ultima correzione).
Ora, se il vento provenisse da sud ovest (Libeccio) alla nostra rotta di 268 dobbiamo aggiungere gradi altri 10 per lo scarroccio ed arriviamo ad una rotta di 278 gradi. Dopo un certo periodo tuttavia, rifacendo il punto nave, ci accorgiamo che la nostra posizione è spostata verso sud rispetto al previsto, come se, ad esempio in un’ora, avessimo navigato per rotta 266 gradi bussola e non per 270. Ciò significa che abbiamo subito lo scarroccio di una corrente da nord di 4 nodi (4 miglia all’ora). Correggiamo quindi la rotta per un’ora del valore doppio e per un’ora navighiamo a 278 gradi bussola e poi ci rimettiamo su rotta bussola per 270 gradi bussola. Ma a questo punto sappiamo che la nostra rotta vera è di 274 gradi, cioè quei 278 gradi di cui sopra meno 4 gradi per la corrente.

 

Tracciamo una riga sulla carta con direzione 274 gradi e sapremo verso dove ci stiamo dirigendo: verso quello scoglio di cui si diceva prima e che sicuramente saremo in grado di evitare!

P.S.: la seconda volta che passai al traverso della piramide qui a fianco, di fronte alla baia di Pinarello (innevata dal guano dei gabbiani) sulla costa est della Corsica, dall’acqua emergevano, paralleli, due alberi in legno di un veliero affondato da poco a seguito di uno “scontro frontale”  con mare calmo : mare calmo, sì, altrimenti le onde lo avrebbero sbriciolato e certamente i due alberi non sarebbero più stati paralleli!  Succede anche questo.

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