ECONOMIA DELLA FELICITA’

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 30 Novembre, 2012 @ 8:58 am

Detto altrimenti: si, esiste anche questa branca della scienza economica

Università di Siena – Dipartimento di Economia Politica, Professore Associato Ricercatore Dr. Stefano Bartolini. Autore, fra l’altro – del libro “Manifesto per la felicità; come passare dalla società del ben-avere a quella dl ben–essere”, Ed. Donzelli, 2010.

Egli afferma: oggi, purtroppo, l’uomo è al servizio dell’economia. Dovrebbe essere il contrario: l’economia al servizio dell’uomo. Questo sul piano macroeconomico. Io mi voglio soffermare su di un aspetto micro-economico-aziendale: Bartolini sottolinea come sia scientificamente provato che la tecnica di gestione aziendale di spremere, stressare, strumentalizzare, sfruttare al massimo i dipendenti sia molto meno produttiva di risultati di una gestione basata sul loro rispetto, sul loro coinvolgimento, sulla loro motivazione.

Nella scienza della gestione e della info-comunicazione aziendale, in linea con quanto sopra, la IT, Information Technology, si è trasformata nella ICT, Information Communication Technology. “Prima” si diceva: ”Tutte le informazioni a me. Io le gestisco”. Oggi si dice “Riuniamoci, scambiamoci le informazioni, maturiamo insieme la migliore decisione comune per l’azienda. E se avete idee, coraggio, metettele sul tavolo!”

Il “vecchio” capo: “Decido solo io”. Il risultato era la “delega al contrario”, cioè tutta la filiera dei successivi livelli gerarchici scaricava il problema sulla scrivania del livello superiore. Tutto finiva su tavolo del “capo” che “fa quello che può, poveraccio, encomiabile, si ammazza di lavoro, 14 ore al giorno” ma, nella realtà, riesce a smaltire solo una parte del lavoro e solo ciò che riesce a capire lui personalmente. L’azienda trova un limite proprio nel capo. Se poi il capo si ammala o muore, è la fine (ecco perchè diffido di quei capi che hanno la scrivania stracarica di carte!).

I dipendenti? Stressati dalla mancanza di coinvolgimento, di deleghe, di potere, di responsabilità, di motivazione. Hanno paura di assumere una iniziativa qualsiasi., frenano ogni loro idea, ogni possibile proposta. Lavorano male. Vivono peggio. La loro società va ancor peggio. Siamo all’età delle caverne.

Tutto questo è testimoniato da numerosi studi internazionali citati dal professore Bartolini. Io posso testimoniarlo non per averli letti, ma per avere sperimentato di persona, più volte, nelle SpA, queste diverse situazioni: prima, come dipendente, entrambe. Poi, come capo, solo quella che fa riferimento all’ICT.

1 Comment »

ALCUNI ASPETTI “OSCENI” DELLA VITA: RACCONTARLI O PALUDARLI?

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 30 Novembre, 2012 @ 8:20 am

Detto altrimenti: prendere atto degli aspetti deteriori della nostra moderna “civiltà” per condannali e cercare di eliminarli, oppure sorvolare, nasconderli, ignorarli … cioè, “sopire, troncare, molto reverendo padre”, come scriveva il Manzoni?

La superficialità, la distrazione, l’indifferenza e l’ipocrisia sono piaghe terribili del nostro tempo. Una tragedia sociale? Siamo sicuri che vada raccontata? Non è forse meglio travestirla in qualche modo, depurarla degli aspetti più crudi, addolcirla, così, tanto per non urtare la sensibilità di nessuno?

E se proprio la si vuole raccontare, La si racconta fino a quando fa notizia, fino a quando non è superate da altro fatto analogo, più recente. Idem per gli scaldali. Di volta in volta, l’ultimo scaccia il penultimo. Oggi siamo tutti presi delle primarie di destra e di sinistra. Ma che ne è stato della riduzione dl numero dei parlamentari? Dei controlli su tutti i denari dati ed “utilizzati” dalle segreterie di tutti i partiti politici? Della limitazione dei super stipendi-pensioni-benefit-buonuscite? E che si sta facendo circa i denari gestiti o dati alla Fondazione Mauceri di Pavia? In un mio intervento precedente scrissi che ci vorrebbe un nuovo giornale: quello dedicato a seguire lo sviluppo di ogni scandalo, nel tempo, periodicamente. Nulla deve cadere nel “dimenticatoio della pubblica consapevolezza”. Ma questa è un’altra storia.

Avevo pubblicato un post dal titolo “Burro o cannoni” nel quale facevo un parallelo fra il nostro paese ed un altro paese estero, notando come in entrambi si stia assistendo a rilevanti investimenti in armamenti pur in presenza di situazioni di gravissimo disagio sociale, qual è ad esempio, scarsa cura per l’occupazione, l’assistenza sanitaria e il sistema pensionistico;  o l’abbandono sul marciapiede del figlio neonato o poco più. Da due lettori sono stato definito “il solito uomo di razza bianca”, e quando replicavo che per me la razza è una sola, quella umana, mi è stato detto “Ecco, vedi, da parte tua dire questo è segno di razzismo”.

Ho cercato di rispondere pacatamente. Mi è stato replicato che avrei dovuto scrivere semplicemente che “una bella coppia adottava un bel bambino” e non che in quel paese i bambini vengono spesso abbandonati sul marciapiede. Meninos de rua, si chiamano, o no? E dire che non avevo nemmeno scritto del fatto che in un altro paese, nel quale i mariti non vogliono figlie femmine, il marito stesso costringe la moglie ad abortire ove il nascituro si sia rivelato del sesso indesiderato. Tal che quello Stato ha vietato quel tipo di indagine prenatale, la quale tuttavia viene eseguita in compiacenti cliniche private gestite dalla mafia, entro le quali poi le mogli sono fatte abortire “in tempo reale” contro la legge e soprattutto contro al loro stessa volontà. Ecco, a mio avviso invece queste atrocità vanno raccontate e quindi combattute, in ogni sede, anche se possono urtare la sensibilità di qualcuno.

 Le mie osservazioni poi – da chi mi scriveva: “Per carità, senza alcuno spirito polemico” – sono state definite “discorsi da bar” perché citavo il binomio “burro e cannoni” del Samuelson o l’angoscia kirkegaardiana sempre insita nei momenti in cui si devono fare delle scelte (il famoso aut-aut), facendo io un parallelo fra lo Stato che sceglie fra armamenti e finanziamento del servizio sanitario nazionale o della scuola pubblica ed una famiglia, la quale – per carenza di denaro – deve scegliere sceglie fra due spese alternative: sostituire la porta blindata dell’appartamento e curare un suo membro gravemente malato. Tanto per capirsi …

Io ho le mie idee. Rispetto quelle degli altri e le pubblico, purchè espresse sempre con rispetto. Come non stava avvenendo. Pertanto ho oscurato il mio post e tutta la corrispondenza che vi aveva fatto seguito, così come non pubblicherò eventuali ulteriori interventi di questo tipo. Continuerò invece a pubblicare ogni commento, ogni diversa opinione, purchè espressa in forma non offensiva dell’opinione e della persona “altrui”.

Per concludere. Sto per arrivare alla fine del mio primo anno di blogger (6 dicembre 2’011 .- 5 dicembre 2012). Ad oggi ho pubblicato 376 post. Ho ricevuto e pubblicato una media di 1,76 commenti scritti per ciascun post e sto ricevendo  10.000 visite (“contatti”) al mese della durata media di 9 minuti cadauna. Ho cestinato 28 spam e i commenti al post citato.

Quella di cui sopra è stata l’unica contestazione “violenta” nella sostanza e nella forma che ho ricevuto, se si esclude l’altra nella quale mi si contestava la critica che io muovevo alle manganellate “gratuite” che hanno massacrato i ragazzi della Diaz a Genova. In quella occasione, almeno, una certa forma è stata rispettata. Ma solo quella. La sostanza resta, tutta.

1 Comment »

ASCOLTARE IL VICINO e poi agire responsabilmente

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 29 Novembre, 2012 @ 9:22 am

Detto altrimenti: … ascoltare il vicino, oppure? Oppure,  leggerne le riflessioni

Sto leggendo un Libro (non a caso uso a caso la “L” maiuscola), un Libro di Don Marcello Farina, “A rinascere si impara – Filosofia per tutti”, Ed. Il Margine, 2006. Un Libro da leggersi con “una matita sulla coscienza” (cioè, con una matita nella mano e la mano sulla coscienza), per evidenziarne i passaggi significativi. Un Libro composto da capitoletti corti, ognuno dei quali vi chiede di essere riletto più volte, tanto non volete perdere “quel” contenuto, “quella” riflessione che invece condividete, amate, volete che diventi anche vostra o che era già vostra, magari “a vostra insaputa”.

Mi ero riproposto di farne oggetto di un post, ma poi ho pensato che i contenuti sono tanti e tali che non ce l’avrei fatta a trattenermi e quindi ne parlo “in itinere”.

Il male. Un po’ come il gasolio rovesciato in mare: sta sulla superficie (n.d.r.). Se rinunciamo a pensare con la nostra testa, se ci limitiamo ad agire secondo i contenuti superficiali di ordini o ordinamenti, ecco che, nuotando nella superficie degli eventi, il male ci ricopre, ne diventiamo parte, dolosamente, se ci rendiamo conto di ciò; colpevolmente, se ciò avviene “a nostra insaputa”. Il petrolio stando in superficie può devastare l’intero Golfo del Messico. Il male, dilagando sulla superficie della nostra coscienza, può devastare il mondo intero (n.d.r.).

Orbene, “una società che non fa pensare, che non rende accessibile a tutti la capacità di giudizio e l’opportunità di approfondire criticamente la propria storia, trasforma donne e uomini in tanti Ponzio Pilato, cioè in esseri senza responsabilità, meschini esecutori di ordini … Eppure, la fatica del pensare e del far pensare non sembra un esercizio diffuso all’interno di una società che preferisce le frasi fatte e gli slogan ad effetto, dentro la banalità quotidiana”.

La politica del bene e quella del male. “Una politica che produce vittime, profughi, diseredati (disoccupati, n.d.r.), orfani, impoveriti, esclusi, “silenziati” è una politica sacrificale, distruttiva e pericolosa”. E’ la politica del male (n.d.r.).  Molti si dicono contro questa politica, ma alle parole devono fare seguire i fatti. “Una politica non deve essere efficace, ma feconda, cioè non deve “vincere, imporsi”, ma “portare responsabilità dove c’era irresponsabilità, riconoscimento dove c’era anonimato, dialogo dove tutto era bloccato da fanatismi e idolatrie”.

 Questo “cammino collettivo” e questa “azione politica” meglio si realizza attraverso quattro tappe:

1) Il rispetto dell’altro, cioè la restitutio in integrum dei suoi diritti
2) La sincerità anche se tutti gli altri mentono
3) La testimonianza, cioè l’assunzione di responsabilità personale senza nascondersi dietro la burocratizzazione (partiti politici, gruppi, istituzioni)
4) La solidarietà, non limitandosi a sanare le situazioni più vicine a noi ma intervenendo su tutti coloro che sono stati relegati nelle “ultime posizioni” della griglia di partenza del Gran Premio della Vita. (n.d.r.).

Oggi. Tempo di votazioni, di elezioni. E noi? Rifuggiamo dagli slogan, dalle frasi fatte, dalle frasi ad effetto. Piuttosto, pensiamo con la nostra testa, secondo la nostra coscienza, e costruiamo il “nostro” modello anche se poi, e ciò è normale,  non lo ravvisiamo integralmente nel modello di quel personaggio, di quel partito politico. Ed allora? Un partito politico per ogni nostra singola coscienza, cioè per ognuno di noi? Non credo che ciò sia nè auspicabile nè possibile. E allora? Aut-aut, ecco la scelta, ecco l’angoscia kirkegaardiana: scegliamo chi sostiene il “nostro contenuto preminente” e sosteniamo quello (n.d.r.). Salvo poi esporre e vivere concretamente tutti i nostri principi.

Comments Closed

ILVA DI TARANTO: DANNI, COLPE, RESPONSABILITA’, RISARCIMENTI

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 27 Novembre, 2012 @ 4:06 pm

Detto altrimenti: espropriamo l’ILVA, risaniamola e facciamola ripartire. Con costi a carico di chi? Di chi ha sbagliato e contemporaneamente “lucrato”.

 

Gilberto Govi. Commedia “Colpi di timone”. Un passaggio: “Se il timoniere timona male perché ha un occhio pollino, la colpa è del comandante: vuol dire che non doveva imbarcare un timoniere con l’occhio pollino”. Saggezza popolare.  In ogni SpA il Presidiente è caricato di una “responsabilità oggettiva” a prescindere dal fatto che abbia compiuto una certa azione personalmente o meno. Ubi commoda, ibi incommoda.

ILVA di Taranto (e non solo di Taranto). Decine di migliaia di posti di lavoro a rischio. La produzione a rischio. Molti personaggi della società, della politica e dell’università indagati o arrestati.  Da anni. La cosa durava da anni. Oggi le mancanze di chi ha agito, ha omesso di agire o avrebbe dovuto agire diversamente o controllare diversamente stanno generando danni enormi. A tutti i livelli. Orbene, la responsabilità penale è personale. Quella economica no. Le istituzioni che avrebbero dovuto controllare e intervenire devono essere chiamate responsabili dei “danni patrimoniali “ alla produzione nazionale e ai lavoratori. Salvo rivalersi sui più diretti responsabili.

Posso testimoniare di persona. In una SpA mista pubblico-privata un operaio, superato inconsapevolmente lo sbarramento di recinzione, cade da un solaio (un pavimento, per intendersi) e precipita al piano sottostante. Pochi metri, ma sul cemento. Quasi moribondo. L’autorità esamina immediatamente le posizioni e le azioni del Presidente, del Direttore dei Lavori, del Responsabile della sicurezza, del Capo cantiere. Inoltre verifica il posizionamento e la tenuta della barriera di sicurezza. Tutto risulta essere stato fatto secondo la legge da parte di tutti. Nessuno viene incriminato.

Ora mi domando: se tutto ciò accade per il caso di un singolo incidente, quanto maggiore avrebbe dovuto esser l’attenzione dei preposti al controllo nel caso ILVA? Lo Stato ha mancato. Direttamente o tramite i suoi organi. Lo Stato deve pagare. Subito. Potrà poi esercitare la rivalsa sui diretti responsabili. Infatti non possiamo permettere che si giochi a scaricabarile o a nascondino, non possiamo scaricare il peso (economico) di questo scempio sulle spalle dei lavoratori, i quali hanno lavorato in ambiente malsano ed ora, a causa di quel tipo di ambiente, resterebbero senza lavoro. Cornuti e mazziati. No. Non può essere.

Occorre “risalire lungo la catena delle responsabilità” penali e civili. La risposta non può essere la chiusura degli impianti. Se necessario, che gli impianti, anzi, la società, sia espropriata agli attuali proprietari ad un prezzo al netto del costo delle sospensioni/interruzioni del processo industriale, dei costi del risanamento ambientale e dei risarcimenti alle persone già purtroppo danneggiate dall’inquinamento prodotto dalla loro società.

A mali estremi, estremi rimedi. Inoltre, varrà d’esempio per il futuro. The rest are details …

P.S.: apprendo che Hollande per evitare licenziamenti della Peugeot, le ha aperto una linea di credito di 7 miliardi di euro con una opzione a trasformare il proprio credito in aumento di capitale, cioè in azioni della società, al fine di diventarne azionista a tempo e di rimettere successivamente in borsa le azioni non appena passata la crisi. Pare che analogo intervento Hollande  stia effettuando nel settore dell’acciaio francese.

2 Comments »

LA STRAGE DELLE T–SHIRT IN BANGLADESH

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 27 Novembre, 2012 @ 7:57 am

Detto altrimenti: la mancata globalizzazione della (nostra) “responsabilità occidentale”: alcuni precedenti (segnalo solo i morti. Poi vi sono centinaia di feriti e mutilati)

• Febbraio 2010. Bangkadesch. Brucia la Garib & Garib. 21 morti. Vende soprattutto alla svedese H&M.
• Dicembre 2010. Bangladesch. Brucia la That’s it Sportwear. 29 morti. Vende soprattutto ai gruppi USA Gap, Abercrombie-Fitch,  IC Penney.
• Settembre 2012. Pakistan. Bricia la Ali Enterprises. 289 morti. Vende soprattutto alla tedesca Kik.

Novembre 2012. Bangladesch. Uno dei paesi più poveri al mondo. Secondo esportatore mondiale di vestiti dopo la Cina. TF – Tazree Fashion. Una fabbrica. Un edificio di nove piani. 1600 schiave al lavoro. Giorno e notte. Turni massacranti. 37 dollari USA al mese. Fatturato annuo 35 milioni di dollari USA. La TF Vende i suoi prodotti a Wal Mart (USA); Carrerfour (F); KIK (D); C&A (GB): Ce n’è per tutti. Un corto circuito. Un incendio. Ennesima strage.

L’ipocrisia occidentale. La nostra. Globalizziamo la produzione ma non la responsabilità

Per le società che operano in Italia vogliamo i “durc”, le misure di sicurezza, i certificati antimafia, la tracciabilità del prodotto. Bene. Ma non vogliamo queste cose per tutte le società. No. Nemmeno in Italia, figuriamoci in Bangladesch. In Italia vi sono molte società “in nero”, gestite da Pakistani, Indiani, Italiani, etc., le quali operano quasi come in Bangladesch. I proprietari sono “nullatenenti”. Se li scopri e li arresti, dopo pochi giorni sono fuori e ricominciano, in altra sede, con altri prestanome. Andate un po’ a vedere cosa succede a Prato. Li costringete a metter in regola i dipendenti? A pagare i dipendenti secondo una corretta “busta paga”? Nessun problema: “Se vuoi continuare a lavorare per me, vai i banca, riscuoti la tua paga, vieni da me e me ne riversi la metà. Altrimenti sei fuori.”

Ma non basta. Avete letto “Gomorra”? Avete visto come fanno le grandi case della moda a farsi realizzare le migliaia di capi griffati che poi noi “furbi” acquistiamo a prezzi stratosferici? Facciamo qualche conto … cioè, altri li hanno fatti. Io li cito. Su di un paio di blue jeans che acquistate a 100 euro, solo 1 è andato al lavoratore che li ha realizzati.

Ma se un capo che è stato realizzato con un investimento minimo poi applichiamo un marchio famoso, ecco che può essere venduto a 500, visto che c’è chi lo compera a quel prezzo (cioè noi!). Ma allora le mafie riflettono e si dicono: “Facciamo anche noi come certe catene di negozi italiani: in vie cittadine diverse, in negozio diversi, vendiamo gli stessi capi di abbigliamento a prezzi diversi: i ricchi vorranno andare nel negozio centrale, “vorranno” spendere di più, ci mancherebbe altro! I meno ricchi saranno contenti di non doversi privare di quel capriccio e andranno a comperare quello stesso capo nel negozio periferico, risparmiando”. Detto, fatto. Ed ecco che le mafie mettono in vendita li stessi capi, a prezzi ridotti, sulle bancarelle, sui canali internet, etc.. Doppia delinquenza.

Non possiamo restare indifferenti a questo “grido di dolore”. “L’indifferenza non concede spazio allo scandalo del male, anche se talvolta accetta di crogiolarsi nell’emozione che deresponsabilizza. L’indifferenza opera perché il male venga rimosso, allontanato, coperto, mimetizzato. E se, con astuzia, essa lo esibisce, lo offre in pasto alla gente anche in forme insistite e truculente è proprio perché sa che svuotarlo della sua presa è il modo più diabolico per occultarlo” (Marcello Farina, “A rinascere si impara” Ed. Il Margine, Pagg. 108-109).

Cosa fare? Possiamo e dobbiamo risvegliare la nostra singola, fragile ma importantissima “coscienza individuale”, visto che le grandi mobilitazioni di massa sono fenomeni sempre più rari presso una comunità “civile, occidentale troppo distratta da se stessa”. Domandiamoci quali sono i successivi prezzi di vendita della nostra T-schirt nei vari passaggi, dove si forma l’utile, quanto è questo utile, e scopriremo che in qualità di “acquirenti finali” siamo la causa ultima di quelle morti.

Si obietta: “Ma comunque quella gente ha bisogno di lavorare …” Eh già, in questo modo allora non se ne esce più: “Ti tengo nella più squallida miseria, poi ti sfrutto perché tanto sei nella più squallida miseria … ma un tozzo di pane te lo dò: almeno .. ringraziami, no?”

Cosa fare? Reclamiamo regole europee per la certificazione dei sistemi di produzione delle merci che l’UE importa. Per il rispetto delle condizioni di sicurezza dei lavoratori, per il rispetto dei diritti umani.

Utopia? Forse. Ma nella vita guai a non averne, di utopie!

Nel frattempo, a livello personale, non acquistiamo più capi di abbigliamento firmati e griffati o anche semplicemente “made in chissadove”.

1 Comment »

STORIA, GIUSTIZIA, LEGALITA’, ORDINE PUBBLICO, POLITICA, FILOSOFIA: NELL’ IMMAGINARIO COLLETTIVO E NELLA REALTA’

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 26 Novembre, 2012 @ 9:35 am

Detto altrimenti: leggiamo dietro l’apparenza dell’immaginario collettivo somministratoci via via dai  mass media

La nozione di immaginario collettivo, pur essendo priva di valore scientifico, è ormai entrata nell’uso comune. Per immaginario collettivo si intende un insieme di concetti presenti nella memoria e nell’immaginazione di una molteplicità di individui facenti parte di una certa comunità. Memoria di ciò che soprattutto i mass media ci propinano. Immaginazione che noi stessi deriviamo da quella memoria. Ecco perché l’immaginario collettivo è diventato oggi più che mai il luogo privilegiato di ogni sorta di distorsioni e pregiudizi.

Gli Indiani d’America. Negli anni ‘50 e ’60 nell’immaginario collettivo erano “i cattivi”. Ma se erano cacciatori nomadi che difendevano la loro terra!

Nelle nostre ultime guerre, i nostri soldati erano “bonaccioni, Italiani brava gente”. Ma se abbiamo compiuto anche noi stragi, violenze e saccheggi! Soprattutto in Africa.

La legalità, la giustizia (secundum jus, secondo il diritto, cioè secondo la legge, cioè legale). Soprattutto si persegue e realizza tutto ciò sulle strade. L’auto della polizia insegue i cattivi e li arresta. Sulle strade. Questo è l’immaginario collettivo indotto dalle centinaia di telefilm che ci vengono somministrati per endovena. Ma voi, amici lettori, cambiate canale, cambiate canale, mi raccomando, finchè siete in tempo! Infatti quella legalità, quella giustizia è solo una parte minimale del tutto. La prima giustizia, la prima legalità è invece il pieno rispetto e la piena attuazione della nostra Costituzione, e che i poteri siano separati, anche nel senso che la “paga” dei parlamentari non sia decisa dai parlamentari, che i parlamentari siano eletti dal popolo e non nominati dai capi partito, etc.. Eccola la legalità, eccola la giustizia! Altro che il recupero delle auto rubate!

L’ordine pubblico. Non avvicinarsi alle “zone rosse”. Ecco, questo è l’ordine pubblico indotto nell’immaginario collettivo. E invece, “ordine pubblico” è anche che tutto ciò che è pubblico “sia in ordine” a cominciare dalle priorità del governo: che esse siano elencate tutte (non solo alcune) secondo un ordine di priorità responsabilmente aggiornato alle esigenze del moment(acci)o che stiamo vivendo. Un esempio? C’è voluto lo “sciopero della vita” per far destinare ai malati di SLA i 200 milioni necessari alla loro sopravvivenza. Ma non si doveva arrivare a questo punto! Evidentemente prima dello sciopero non c’era ordine nel (discernimento) pubblico.

La politica. Nell’immaginario collettivo quando va male (cioè quando chi ruba viene scoperto e condannato)  è “cosa sporca”; quando va bene (quando succede il contrario dell’esempio precedente, cioè quando non si è scoperti) è “alta politica”. Se poi se un importante senatore cambia spesso partito, è “persona politicamente attenta che sa seguire l’evoluzione della realtà, sa adeguarsi ai tempi ma solo per servirli meglio, saprà quel che fa, etc.” (che se la stessa cosa la fa una persona comune è semplicemente una banderuola).  Quante volte, di fronte ad un atto politico che non si giustifica sotto nessun profilo, abbiamo visto i sostenitori del politico di turno aggrottare le ciglia, porre lo sguardo all’infinito, una mano al mento e dire: “E’ politica, voi non potete capire, dietro vi sono considerazioni ben più profonde, inarrivabili “ E’ politica, appunto, e tutto viene giustificato. Spesso noi stessi non sappiamo reagire a quell’  “è politica”. Due visioni opposte radicate nell’immaginario collettivo. Entrambi sbagliate. La Politica sarebbe “occuparsi  – avendo potere e responsabilità, non solo potere – della Polis cioè della Città, dello Stato. Per fare il bene della Città, dello Stato. Non il proprio”.

La Filosofia. Nell’immaginario colletivo: chiacchere astratte, parole che non servono, tempo perso, roba da siori (signori) … roba da “Noi siamo gente concreta, che vi credete?”  Ma amici, filosofia non è “sapere” o “saggezza” (vera o presunta che siano), non è teoria, ma ricerca attiva della  verità, cioè vita vera, concreta: ecco, cosa c’è di vero in quello che la politica mi racconta? Cosa a me farebbe veramente bene? Appena l’ho capito, appena ho concluso la mia “fase filosofica della ricerca della verità”  voto o non voto questo o quel partito. E poi vivrò meglio. Più concreti di così si muore! Ecco, vedete che siamo tutti filosofi, anche se spesso “a nostra insaputa”? Che vi avevo detto?

E per voi, amici lettori, quali altri luoghi dell’immaginario collettivo dobbiamo prendere in esame? La discussione è aperta.

Comments Closed

CUI BONO? A VANTAGGIO DI CHI, la messinscena del rapimento Spinelli?

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 26 Novembre, 2012 @ 8:21 am

CUI BONO? A VANTAGGIO DI CHI? (Cicerone, Pro Roscio Amerino)

Detto altrimenti: ogni tanto alla TV c’è qualcosa di buono. In questo caso alla trasmissione “Ulisse, il piacere della scoperta” di sabato 24 novembre 2012. Un po’ di Storia della giusrisprudenza. E la Storia, si sa, è Maestra di vita!

Avv. Marco Tullio Cicerone

Cicerone nell’80 a.C. assunse la difesa di Sesto Roscio Armerino il cui padre era stato ucciso su mandato di due suoi parenti, d’accordo con Lucio Cornelio Crisogono, potente favorito e liberto greco di Silla. Crisogono aveva fatto inserire il nome dell’ucciso nelle liste di proscrizione per poterne acquistare all’asta, a un prezzo irrisorio (2.000 sesterzi), le proprietà terriere (del valore di sei milioni di sesterzi).

Gli assassini cercarono di sbarazzarsi del figlio dell’ucciso accusandolo di parricidio ma Cicerone svelò le responsabilità di Crisogono, con l’orazione Pro Roscio Amerino convincendo i giurati che l’assassinio favoriva gli accusatori e non l’accusato (cui bono, letteralmente un doppio dativo: a vantaggio a chi).
Apprendiamo inoltre che il “kalumniator”, il calunniatore, cioè colui che accusando qualcuno non era in grado di dimostrare la fondatezza dell’accusa, per punizione veniva marchiato a fuoco per sempre con una lettera K sulla fronte. Insieme al suo avvocato (attenti, avvocati, attenti!)

Avv. Azzeccagarbugli (A. Manzoni)

Il significato è pressochè identico al detto: “Id fecit cui prodest”, o più semplicemente “cui prodest”: il fatto è stato commesso da colui che ne trarrà vantaggio. (“Cui” si legge con la “C” di “cuoio”, non con la “Q” di “Qui -Quo-Qua”).

Comments Closed

IMU ALLA CHIESA ?

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 26 Novembre, 2012 @ 7:15 am

Detto altrimenti: IMU alla Chiesa !

Il nuovo regolamento emanato per l’applicazione dell’IMU alla Chiesa prevede una serie di se e di ma, di esenzioni e di sconti, per cui molti beni della Chiesa non pagheranno l’IMU. Ciò contro il parere del Consiglio di Stato e le prescrizioni dell’UE che potrebbe comminare all’Italia una multa di 3,5 miliardi di Euro per aiuti indebiti ad esercizi commerciali.

Fra l’altro di dice … se quegli enti, esercizi, scuole non fanno utili non pagheranno l’IMU. Ma l’IMU non è una tassa sull’utile ma sul patrimonio! Errare humanum est, perseverare diabolicum! Infatti già in altra occasione abbiamo forzato le parole  – e “le parole sono macigni” scriveva Don Milani –  chiamando Irpeg – Imposta sul reddito delle persone giuridiche quella che invece è una imposta sul loro utile, mentre l’Irpef sì, quella sì che è sul reddito delle persone fisiche!

Inoltre sentite un po’ comunque come si fa a “non avere utile”… (cioè se tanto mi dà tanto …):

… l’azzurra vision di S. Marino

1) Se si tratta di una SpA comunale, ad esempio, basta che il Comune alzi il canone di concessione ed ecco azzerato l’utile a bilancio della società. Il Comune riceve come canone ciò che avrebbe percepito come dividendo azionario e azzera l’utile a bilancio della sua SpA. E l’ “utile” ddel Comune non esioste, quindi non è tassabile.
2) Se si tratta di una SpA multinazionale, basta che la casa madre estera alzi i prezzi di trasferimento dei beni e dei servizi o il prezzo per utilizzo del brevetto estero. L’utile si forma all’estero.
3) Se si tratta di una SpA capogruppo, basta venderne le azioni ad un fondo estero che poi potrebbe (per carità, dico “potrebbe”) essere degli stessi proprietari. L’utile si forma all’estero.
4) Se si tratta di una piccola attività commerciale, basta che il suo titolare apra una piccola società a S. Marino, vi faccia transitare le fatture di acquisto e faccia maturare lì l’utile. Cioè: la società di S. Marino  compera dalla Cina a 100, rivende alla società italiana a 1000 la quale rivende al pubblico italiano consumatore finale a 1200. Domanda: dove si forma la maggior parte dell’utile? Fra tutti coloro che avranno fornito al risposta esatta verrà estratta una immaginetta del Santo dei miracoli: S. Marino.

Insomma, ci sono vari modi per non fare arrivare l’utile ad essere formalmente tale a bilancio. Lo si preleva prima e/o altrove.

Ora però è stato creato un nuovo strumento per eludere la tassazione: basta convertirsi al Cristianesimo.

Nel frattempo la gente non ha i soldi per arrivare a “metà mese” (il traguardo del  “fine mese” ormai è roba d’altri tempi)

4 Comments »

UN’ALTRA DOMENICA DIVERSA

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 25 Novembre, 2012 @ 7:09 pm
A mezza foto, a destra, fra i rami, s’intavede l’edicola della foto successiva

 

 

Detto altrimenti: questa mattina, a Messa … a Trento

Oggi. Siamo andati a Messa nella Chiesetta dei Frati Francescani in cima a Via Grazioli, a Trento. Dove  10 anni fa si è sposata mia figlia. Dove, a piedi, l’ho accompagnata all’altare. A piedi perché la chiesetta è a 200 metri da casa. La passeggiata più emozionante, più esclusiva, più preziosa della mia vita.

… sullo sfondo, lontano, il Brenta, innevato

Era parrocchia, allora. Oggi non più. Pochi i frati rimasti. Pare che il destino di questa piccola comunità, di questa piccola, bellissima, semplice chiesetta francescana sia segnato dalla mancanza di vocazioni. Saliamo lo stradello che dalla carrozzabile conduce al suo ingresso. Sulla piccola terrazza dalla quale di diparte l’ultima corta rampa di scale attraverso la quale si accede alla chiesa, ci fermiamo. Siamo in anticipo. Volgiamo uno sguardo verso la città. Lo spettacolo è bellissimo. Un gran senso di pace ci pervade. Per poco. Infatti …

… lo sguardo si abbassa. Al suolo vediamo decine di cicche di sigarette, bottiglie di birra vuote, altre rotte, un cavetto antiurto di una bici reciso. Alzo lo sguardo: l’ultima edicola della Via Crucis è stata vandalizzata. A martellate hanno distrutto l’affresco.

Entriamo in Chiesa. Aspettiamo. Arriva l’ora della Messa. Il sacerdote non c’è. Aspettiamo quasi mezz’ora. Arriva un sacerdote sostituto. Siamo sconcertati. Non dal ritardo, ma dalla sua causa: la scarsità di vocazioni e quindi di sacerdoti. Ci siamo sentiti offesi dagli ignoti vandali e privati della nostra “certezza” di sempre, e cioè che la Messa ci sarà, sempre, puntuale, in tutte le Chiese.

Esco. Un amico mi indica il primo cipressetto della discesa, “steccato” con paletti di sostegno. Mi spiega: “Vedi, questo qui … era stato mezzo estirpato”

Mezz’ora, in attesa, sconcertati …

Che dire?

Ai vandali: io rispetto la vostra posizione di atei, di credenti di altre religioni, di anti- … anti- che so? Voi rispettate la mia, di credente in questa religione.

Al Vescovo: provveda a far sistemare le edicole della Via Crucis (in altre, ignoti si sono “limitati” a incidere il nome della morosa di turno). Provveda a che la  Chiesa sia comunque “abitata” e che la Messa si possa sempre celebrare.

Al Comune: installate una luce ed una telecamera di sorveglianza, e mandate qualcuno a pulire, ogni tanto. Un po’ di rispetto per chi crede e per Colui nel quale si crede.

Alla Chiesa: a quando le donne sacerdote? A quando il matrimonio dei sacerdoti?

A tutti noi: il cattivo esempio che viene dall’alto (dalla politica, anzi, da molti politici) ha distrutto a mazzate il “l’affresco dei valori”. Restaurarlo oggi questo affresco sarà difficile ma possibile: dipenderà dalla debole, fragile coscienza di ognuno di noi, singolarmente presi. Vuol dire che alla fine in luogo dell’affresco avremo un  mosaico, forse anche più bello dell’opera originale …

1 Comment »

CARO BLOG TI SCRIVO ….

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 25 Novembre, 2012 @ 7:35 am

Detto altrimenti: stanno arrivando le proposte di voi lettori su quale potrà essere l’argomento del post del Bloggeanno, ma siccome nel frattempo “mi “scappa da scrivere” .. ecco, io lo faccio. Vuol dire che il primo Bloggeanno lo festeggeremo non con il post n. 366 (cioè con “Intermezzo di cronaca” di ieri, dedicato ad un particolare tipo di violenza su due Donne), bensì con quello che scriverò nell’ultimo giorno del mio anno “liturgico” che sarà il 5 dicembre 2012, visto che ho cominciato ad imbrattare files il 6 dicembre 2011.

Kierkegaard

Dunque … dicevo …. caro Blog, sono le sei di una domenica mattina. Ieri sera mi sono addormentato leggendo un libro (no, non è un “libro che fa addormentare”, anzi!) così interessante che mi sono detto “Questo lo devo dire al mio Blog, è troppo importante”. Si tratta di un filosofo, di tale Soeren A. Kierkegaard, danese, vissuto solo 42 anni nella prima metà dell’800. Kierkegaard, quello che tutti conoscono per il famoso “Aut-Aut”, cioè per una vita fatta di scelte che comunque comportano l’angoscia dello scegliere. Ma c’è ben di più. Sentite un po’.

Filosofo, che barba dirà taluno. E invece no. Filo-sofia, amica del sapere, ricercatrice del sapere, della saggezza, dell’intelligenza, cerca di stimolare in noi il desiderio di capire noi stessi e gli altri, di capire l’esser (ist) e il dover essere (soll), ciò che accade (ist) e ciò che vorremmo che accadesse (soll), ciò che i governi fanno e non fanno, e ciò che vorremmo che facessero o che dovrebbero comunque fare.

Kierkegaard afferma che il suo tempo (ma anche il nostro, n.d.r.) è ammalato di riflessione, cioè di chiacchere, di astrattezza, e quindi di “mancanza di decisione”. Afferma: “Tutti sanno cosa è la vita. Nessuno si occupa del come si vive”.

E’ come quel tale che per strada vede una vetrina al cui interno è esposto un cartello “Si stirano calzoni”. Corre a casa, li porta al negozio e … scopre che in quel negozio non si stira nulla, bensì si vendono cartelli con quella scritta!

Egli continua: tutto viene etichettato, catalogato, descritto (io dico: esodati, giovani disoccupati, contratti aziendali, contratti nazionali, minipensioni, livello minimo di sopravvivenza, recessione, crescita, misure anti crisi, misure per la crescita, etc.), ma non c’è alcun interesse per la vita concreta. Non ci si accorge che la vita, l’esistenza vengono prima, solo dopo viene la “teoria del vivere”. E ciò, per Kierkegaard vale sia nella politica che nella religione la quale si è trasformata in “dottrina” rinunciando ad essere vita, testimonianza e contemporaneità con Cristo.

Ministro senza portafoglio privato ma con Portafoglio Pubblico

Ma restiamo nel settore laico del ragionamento. Il Governo Monti è stata la nostra salvezza. Solo che … solo che io avrei visto anche un ulteriore Ministero, quello delle “Cose da fare subito” e come Ministro avrei scelto un “non ricco”, una persona senza un suo portafoglio privato troppo pieno di soldi, ma con un portafgoglio pubblico bene alimentato, persona scelta fra chi che mi avesse saputo rispondere subito alla domanda “quanto costa la super? E il gasolio? Quanto costava la settimana scorsa?”. Lo avrei voluto perchè rispondesse ai bisogni di subito della gente, in attesa di poterla soccorrere con i risultati di medio termine che discendono dagli interventi a medio termine.

Dove avrei voluto che fossero prese le risorse necessarie? Dalla riscalettatura delle priorità, retrocedendo progetti quali il TAV, l’acquisto di cacciabombardieri, il finanziamento alle scuole private, etc. e anticipando la effettiva riduzione dei costi della politica, l’introduzione del tetto ai super stipendi-benefit-buonuscite-pensioni, la trasformazione delle gestioni separate INPS in gestioni INPS, la lotta alla elusione fiscale, la tassazione dei grandi patrimoni, la lotta alla evasione fiscale.

Dice … ma la legge … E voi cambiatela, questa legge! Dice … ma la Costituzione … e allora cambiamola questa Costituzione … anzi, no, non cambiamola, semplicemente “applichiamola!”. Sarebbe già molto, moltissimo!

Giorgio la Pira stava assegnando le case popolari. Gli fecero notare che la legge prevedeva criteri diversi. Disse: “Io assegno le case. Voi andate a cambiate la legge”.

Non è più il tempo dei diritti acquisiti (che il nostro codice civile peraltro non contempla): da parte di pochi “fortunati”, diritti acquisiti a “stare bene, anzi benissimo, a prescindere” e di moltissimi altri (titolari di doveri acquisiti) “a star male, anzi malissimo, anzi a non stare”

Occorre farla questa “rivoluzione incruenta”, questo ristabilimento del primato “del vivere, della vita” sulla “catalogazione dei diversi modi di vivere”. Nell’interesse di tutti. E’ questo “di più” che mi aspetto dal dopo Monti o dal Monti bis.

Lo so amici, che Talete, qualche millennio fa, diceva che “la cosa più diffcile è conoscere se stessi e quella più facile è dare consigli agli altri”, ma io mica ho detto che sono perfetto! Quando mai!?

2 Comments »