UN MIO CAPO

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 29 Ottobre, 2012 @ 7:15 am

Detto altrimenti: il mio terzo genitore,  nel decimo anniversario della morte di una Persona alla quale devo molto: Ruggero Cengo Romano

Scrisse un libro, “Cengo e Sogno di Ternengo” (Ternengo, il loro paese d’origine, vicino a Biella). La vita delle famiglie dei suoi genitori, Tilde Sogno e Attilio Cengo. Rimasto orfano, fu cresciuto dalla zia, sposata Romano. Da qui il suo nome Ruggero Cengo Romano. Il libro fu pubblicato postumo. Chiesi di potere scrivere poche righe di prefazione. Mi fu concesso. Eccole:


Ho conosciuto Ruggero Cengo Romano quando ormai, da tempo, egli ricopriva a Torino un’importante carica (Direttore Centrale) alla Stet, la Finanziaria dell’IRI per l’elettronica e le telecomunicazioni, nella quale io ero stato assunto come dirigente.

Ho trascorso con lui cinque anni della mia vita lavorativa, anzi, cinque anni della mia vita. Infatti, dopo i miei genitori, è stata la Persona dalla quale ho maggiormente imparato ed alla quale maggiormente devo, sotto ogni profilo.
Più lungo che magro, capelli a spazzola, abiti molto tradizionali, automobile anch’essa tradizionale (perchè mai hanno smesso di produrre la 1100?), leggermente curvo in avanti, un po’ per l’abitudine al lavoro d’ufficio, molto più per la sua premura di assecondare linterlocutore.

Al centro di una scrivania ad anfiteatro stracarica di carte, come pure stracariche erano quasi tutte le sedie del suo studio e parte del pavimento, annotava via via su di un taccuino (che egli chiamava il panonto) ogni contatto telefonico e personale della giornata, salvo poi rielaborare, approfondire ed inquadrare ogni argomento. Di computer, neanche a parlarne. Una calcolatrice a mano di oltre quarant’anni andava benissimo. Matita nel taschino della giacca, gomma e temperamatite sulla scrivania.
Sempre molto serio in tutte le circostanze che richiedevano serietàò , sapeva anche cogliere ed apprezzare i lati umoristici della vita. Parco nei consumi, nel vitto e nelle bevande: riso ben cotto e acqua con una fetta di limone.

Tutti lo cercavano, tutti sentivano il bisogno del suo apporto professionale. Egli dava udienza a tutti, salvo occuparsi dei problemi in ordine inverso, trattenendo quindi presso di sè, in attesa, i primi interlocutori, quasi per paura di perderli senza aver dato loro la risposta che si aspettavano.

Era credente e viveva la sua Fede in modo discreto, non badando a sedersi in Chiesa in ordine gerarchico (con il che spiazzava il 90% dei colleghi intervenuti al Precetto Pasquale). La sua Fede era visibile attraverso l’attenzione che dedicava agli Altri, con la A maiuscola, ai loro problemi di lavoro e personali. Se gli chiedevi qualcosa, non ti dava un consiglio, ti dava un aiuto. E non demordeva sino a quando questo suo impegno non avesse portato a risultati concreti.

Altra sua caratteristica era non strumentalizzare le persone, comunicare loro la propria esperienza ed il proprio sapere, farle crescere professionalmente.
Comprendeva, anche se non approvava, la malvagità. Non sopportava l’incoerenza.

Aveva sofferto molto: padre morto combattendo in Africa, madre uccisa dalla guerra in Italia. Da allora era vissuto con gli zii e poi con la sola zia, che chiamava mamma. Comprendeva e condivideva la sofferenza altrui.

Taluno non lo sopportava completamente, per quel suo carattere all’apparenza scontroso, burbero, rigido. Tuttavia forse la ragione di tali riserve era un’altra: Ruggero, come uomo di principi, come professionista, come uomo di cultura e soprattutto come Uomo, era inarrivabile.

Fra i tanti episodi, uno. A pochi mesi dalla mia assunzione, mi trovai ad assistere ad un colloquio fra Ruggero, alcuni suoi colleghi di Torino e nostri superiori di Roma. Non ricordo chi mi chiese come mi trovassi con un simile capo. Io risposi d’istinto, semplicemente con la verità:  con un tale maestro, non potevo che ritenermi fortunato. Ma il fatto che voglio segnalare è tuttavia un altro e cioè la reazione di Ruggero a queste mie parole: gli si illuminarono gli occhi di felicità. Io, che non avrei mai creduto di poter essere già così tanto considerato da lui, io che ero un dirigentino neo assunto, gli fui grato per l’apprezzamento che aveva mostrato di riservare al mio giudizio.

Mia figlia Valentina si sposata. Gli abbiamo mandato la partecipazione, Ruggero ha subito telefonato. Io ero fuori casa. Mia moglie Maria Teresa gli ha detto che lo avrei richiamato. L’ho fatto. Troppo tardi. E’  come se avessi mancato l’ultimo saluto ad un genitore.

Ruggero ha lasciato una ricca eredità : al Comune ed alla Parrocchia di Ternengo tutti i sui risparmi. Inoltre, al Comune, che gli ha intitolato una piazza, tutti i suoi libri, che sono andati a costituire una nuova, ricca, preziosa biblioteca comunale. A me, la ricchezza del suo insegnamento, del suo ricordo e il dolore di averlo perso quando aveva solo 68 anni, l’età  che ho io oggi.

Trento, 29 ottobre 2012

2 Comments »

PADAM, PADAM …. (Parigi, Parigi …)

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 28 Ottobre, 2012 @ 10:12 am

Detto altrimenti: Padam … è così che i Parigini chiamano la loro  bella  citta’. Ed io …  come la chiamo?  “Museo a cielo aperto”, ecco come la chiamo!

(Attenzione: poiché le foto inserite sono molte, la dimensione scelta per la pubblicazione di alcune di esse è la “mini”. Tuttavia basta cliccare sulla foto per ingrandirla).

Parigi brucia? Parigi val bene una Messa? La ville lumière? Sotto i ponti di Parigi? Parigi o cara? “Sotto il ponte Mirabeau scorre la Senna, e il nostro amor …” scrive il poeta. Fra chi ne indovina il nome sarà estratto …. no, non un viaggio a Parigi, ma una foto di quella città!

C’ero stato altre volte. Per lavoro. Taxi. Hotel a tante stelle. Giacca e cravatta. Valigetta 24 ore. Ordinateur (computer). La testa altrove. Le sole cose che ero riuscito a rubare alla cravatta: un pranzo con tante ostriche e una visita al Museo d’Orsay. Troppo poco.

Prova di ballo

Tornarci con Maria Teresa (un regalo dei nostri “quattro” figli per i 42 anni de marriage), giubbotto Slam, Timberland ai piedi, blue jeans e macchina fotografica a tracolla è stata tutta un’altra cosa! Tre giorni pieni. Cosa abbiamo visto? Nell’ordine: Montmartre, Pigalle, Moulin Rouge, Sainte Chapelle, Notre Dame, lle de la Citè, Boulevard Saint Germain, Chiesa di S. Germain, Chiesa di S. Sulpicio, Tour Eiffel, la Senna dal battello, il Bois de Boulogne, il quartiere Trocadero, l’Arco di Trionfo, gli Champs Elysées, Place de la Concorde, il Louvre, Place des Vosges, l’Ile S. Louis (con i suoi deliziosi negozietti), la Gare d’Orsay. Mai preso un taxi o un bus. Metro e pedibus scarpantibus, per km e km.. Paris la nuit? La prochaine fois!

Tutte “cose” che molti di voi conoscono già. Ma la Parigi che io vi voglio raccontare è un’altra, quella delle sensazioni e dei piccoli grandi incontri ed episodi.

Gli aiuti spontanei ricevuti

State attenti ai borseggiatori, ci viene detto da molti manifesti e da una persona. Ok, staremo attenti, rassicuriamo e ringraziamo chi ci ha avvisato. Non gli diciamo che ci siamo abituati, qui in Italia, soprattttutto in certe città del centro sud che non nomino per non offendere nessuno … Tuttavia a  me è capitato di sventare tentativi a Genova e a Milano.

Giuliana e Maria Teresa

Sei un po’ in difficoltà con la tua mappa della città? In occasioni diverse ben tre persone si sono fermate spontaneamente ad aiutarci. Una l’ho anche fotografata, Giuliana, così gentile! Eravamo nel quartiere Trocadero che però i Parigini chiamano Passy, reduci da una bellissima passeggiata con spuntino al sole del Bois de Boulogne, alla ricerca della fermata della metropolitana. Ci vede un po’ imbranatelli, si ferma spontaneamente, ci indica la soluzione, sorridendo. E’ italiana e vive a Parigi da dieci anni. Abita in zona. Facciamo amicizia (o forse amicizia è un parola troppo impegnativa? Ma mi è venuta così, di getto! Io le cose me le sento … e se me le sento, mi lascio andare. Fino ad oggi mi è andata sempre bene e sono sicuro che sarà così anche questa volta). Le offro di fotografarla insieme a Maria Teresa per poi inserire la foto sul blog. Accetta. Ecco, detto, fatto. Grazie Giuliana! Fatti viva con un tuo commento qui sotto al post! L’avevi promesso! Fra l’altro ti ho lasciato un mio biglietto da visita di blogger …

La metropolitana (o il metrò?)

Le scarpe
Scarpe che lavorano e scarpe in pensione e in vacanza. A voi individuare le due categorie!
La rete
Bruce Marshall nel sul bel libro “Candele gialle per Parigi”, edito nel 1946 ma ambientato fra le due guerre, periodo durante il quale l’Autore abitava in quella città, testimonia come già all’epoca del racconto Parigi fosse dotata di una buona rete di metropolitane. Con carrozze di prima e di seconda classe. Oggi la rete è ottima.

La classe è unica. La rete ti conduce ovunque, ti senti libero di girare, sicuro di non perderti e di tornare a casa rapidamente da ogni punto della città. I costi? Una corsa €1,70, quindi cara per percorsi singoli e brevi, ma se devi attraversare la città utilizzando tre linee diverse, il costo dell’unico biglietto diventa accettabile. L’abbonamento tri giornaliero poi costa solo 23 euro. Complimenti, Parigi, anzi, complimenti, Padam!

I visi
Alcuni di persone di colore sono statuari. Peccato non poterli fotografare. Altri sono visi dormienti, di persone che stanche dal lavoro, cercano di recuperare anche in metro. Molte le cuffie alle orecchie. Tutti i visi svegli, comunque, guardano lontano, distaccati dall’ambiente in cui si trovano. Quasi estraniati. Il mio no. E’ lì apposta per indagare e conoscere la città anche attraverso i visi di chi la abita. Dimenticavo: un viso con i fiori, in autunno, in metro …
Come non pagare il biglietto
Ai cancelletti di entrata, saltare letteralmente immediatamente alle spalle di un passeggero pagante. Le sbarre e le ante che chiudono il passaggio sono sufficientemente lente e consentono a giovani atletici di sfruttare quell’attimo. Per le persone anziane si consigliano i cancelletti alle uscite, contando sulla comprensione di un passeggero in uscita. Ma voi non fatelo, come ovviamente non l’abbiamo fatto noi!

Risciò a pedali a Place de La Concorde

Una prima nota negativa
Il metro non è idoneo ad essere utilizzato dai portatori di handicap motorio. Infatti la maggior parte dei dislivelli fra le varie linee non sono servite da scale mobili.
Seconda nota negativa
Le stazioni del centro sono molto più manutenzionate di quelle in periferia. Oppure, se volte, le stazioni periferiche sono poco manutenzionate rispetto all’ottimo stato di manutenzione delle stazioni centrali.
Terza ed ultima nota negativa
Ben quattro giovani, in occasioni successive mi hanno ceduto il loro posto a sedere. Una era una bella ragazza. Che io sia diventato così vecchio?

Orientarsi a Parigi

Raffrontate la mappa stradale con quella del metrò ed il gioco è fatto. Una sola volta – ci trovavamo all’aperto – non riuscivamo ad orientare la cartina. Stavamo procedendo verso nord o verso sud? Da buon velista me la sono cavata con un’occhiata alla luce del sole che stava tramontando … quello è l’ovest, etc.

I ponti sulla Senna

Lucchettati.

Le code

Ordinate, non stressanti, diverse dalle nostre che invece ricalcano strategie militari o calcistiche di attacchi lungo le ali per aggredire l’avversario lungo i fianchi del suo schieramento!

I caffè, WC pubblici

Pochi WC pubblici, molti caffè. Se avete un’esigenza “idraulica”, mettete in conto di entrare in un caffè, per berne uno, appunto. Nel frattempo potrete utilizzate la toilette. Da seduti. No, cosa avete capito? Il “da seduti” riguarda la degustazione del caffè. Non necessariamente l’utilizzo del WC!

The pretty, little, strong american climber!

La scalata della torre con foto

Torri. Io ero molto più esperto delle torri dolomitiche, della Torre del Brenta ad esempio, che scalai da giovane. Qui si tratta di una torre ben diversa ma ugualmente emozionante, la Torre Eiffel. Ed ecco una giovane scalatrice americana. Alla mamma, un mio biglietto da visita di blogger accanito.

Liberté, Egalité, Fraternité

Sul frontone del Palazzo di giustizia. Leggere queste parole mi ha fatto venire i brividi, come quando si ascolta una musica che ti prende. Che sogno! Siamo nel paese delle meraviglie, e lo scrivo senza alcuna ironia, sia chiaro. D’altra parte qualche post fa (3 ottobre 2012) ho elogiato i provvedimenti del Presidente Hollande. Tuttavia, non è tutto oro quel che riluce, che riluce come le statue dei ponti della Senna o delle statue sopra l’Opera. Infatti ho incrociato molte persone “senza tetto” che dormivano sui sedili el metro o che per strada faticosamente trascinavano tutti i loro miseri averi ammucchiati su di un carrello “preso in prestito” da qualche supermercato. Non li ho ritratti per rispetto della loro condizione.

Prefettura Francese e (una sola, per fortuna!) Prefettura Italiana

Confrontate quanto da me scritto nel post precedente con il significato della foto qui accanto, della Prefettura di Parigi.

La chiesa più bella e quella più vecchia

La più bella, la Sainte Chapelle. La più vecchia: una parte della chiesa di Saint Germain, che risale al 500, si .. al 500 non al 1500. Nel passare lungo l’abside, dietro l’altare maggiore, osservando queste “rovine” (meglio sarebbe dire “reliquie storiche”) mi sono venuti i brividi, più intensi che altrove, non me ne voglia la Sainte Chapelle. Qui tuttavia mi è venuto da pensare quanto sia “giovane “ Parigi rispetto alla “vecchia” Roma.

Evviva le biciclette!

Quelle che potete prendere a noleggio sulla strada, con un sistema elettronico di self servicee …,

… quelle che la stessa polizia utilizza …

… i risciò a pedali!

I Parigini non patiscono il freddo

Quanti ne abbiamo visti/e di Parigini/e in maglietta con le maniche corte, senza calze! Io indossavo una giacca imbottita! Ma non hanno freddo? La temperatura? Dai 10 ai 17 gradi. Fate voi.

Le auto elettriche e il traffico

Molte, per strada, presso le colonnine per la ricarica. Abbiamo notato che in tre giorni non abbiamo mai visto un ingorgo del traffico del tipo “romano”.

I recipienti per la spazzatura

Molti. Un semplice sacchetto di plastica. Alla sommità una piastrina di metallo sulla quale spegnere le sigarette, prima di buttare la cicca, ben spenta, nel sacco (e non per terra!) senza danneggiarlo. Non abbiamo visto nemmeno un sacco bruciato. Il fatto che la cosa mi abbia colpito avrà pure un significato!

Il cibo  ed il suo costo

Si mangia bene. Se volete spender molto, nessun problema. Ma è possibile mangiare assai decentemente a costi contenuti: un buon piatto con contorno ed una bevanda si trova con estrema facilità a 15 euro. Un esempio? Il piccolo ristorante Le Petit Plateau al n. 1 del Quai aux Fleurs, poco distante da Notre Dame. Lungo la Senna. I tavolini sono ricavati da vecchie macchine da cucire Singer. Volete acqua minerale non gassata? Chiedete acqua naturale, pas mineral, altrimenti vi danno quella del rubinetto al prezzo della minerale non gassata. Del resto anche a Venezia l’acqua “del rubinetto” è la stessa di una nota marca di acque minerali gassate e non gassate, lo so per certo!

Il senso della grandezza

Moi, Ã la Place des Volsges

Parigi è “grande”. Non intendendo “big”, ma “great”. La sua è una grandezza “moderna”. L’osservazione mi è sorta spontanea rispetto a Roma, che è “grande” di una grandezza “antica”. I corsi e i ricorsi della storia di Gianbattista Vico esistono anche in architettura ed urbanistica. Rispetto a Roma, inoltre, gli spazi, sono assai maggiori (big, bigger). D’altra parte la pubblicità di una grande monovolume francese, la Espace, recita “E se il vero lusso fosse lo spazio?”.
Grandezza di oggi e grandezza di ieri, … grandezza della Sainte Chapelle, eretta nel 1100: pensate quale significato la sua magnificenza poteva avere in allora se ancora oggi ci lascia stupefatti …

Vittorio Ugo abitava a la Place des Volsges

I prezzi delle case a Place des Vosges

La piazza è veramente bella. Vicina alla Senna che conta. I prezzi? “Appartamento da 20 metri quadri, ottimo come primo acquisto, solo €290.000”. Poi, se si sale a 50. 70, 100 metri quadrati, i prezzi vanno da 900.000 a 2.000.000 di euro. Fate vobis!

Raffaello, Leonardo, Michel Angel, Giulio Verne e Vittorio Ugo

I nomi dei “nostri” sono stati tradotti in francese, forse per “vendicarsi” di quanto noi abbiamo fatto con Giulio Verne. Tuttavia i conti non tornano. Siamo in svantaggio. Ed allora traduciamo la targa della casa di VITTORIO UGO a Place des Vosges!

Controlli agli accessi

Molto più severi quelli per l’accesso al Palazzo di Giustizia – Sainte Chapelle che non al Louvre.

Quadri da brivido

No, per me non tanto davanti a Monna Lisa (per quanto …), quanto davanti alla notte stellata, alla camera di Arles di Van Gogh, davanti al campo di papaveri in Olanda, a La pie, alla figura di donna al sole di Monet o ai paesaggi innevati di Sisley.

25 ottobre 2012: colazione al Bois de Boulogne, al sole, a 20 gradi!

Ostriche a volontà

Ristorante “La Poisonniere” all’incrocio fra Rue Tourrenne e Rue S. Antoine. In alcuni giorni della settimana, venerdì compreso, ostriche a volontà al prezzo fisso di €35,00.

Le truffe

All’uscita del Louvre. Ragazzine finte sordomute. Vi fanno scrivere nome, nazionalità e codice postale su di un foglio per il sostegno della categoria, e fino a qui … Poi vi chiedono un’offerta. E anche fino a qui …Ma se accettate di dare loro qualcosa, specificano “minimo 20 euro”. I giochi son fatti … capite che non può essere vero …

L'oro dell'Opera

Una persona fa finta di raccogliere davanti ai vostri piedi un anello di (presunto) oro, affermando che voi l’avete appena perso, che vi era appena caduto. Se voi volete “fare i furbi”, se accennate a prendervi l’anello e dire “Grazie!”, la persona vi chiede la ricompensa per avervi evitato la perdita del gioiello. Noi abbiamo detto no grazie non è nostro se lo tenga, quell’oro ….

Le chevalier

Alla radio, accesa per caso, apprendiamo che le chevalier è stato condannato a quattro anni di carcere ma tre  sono cancellati dall’ultimo indulto.

... tener bravi quattro figli, per tre ore, all'areoporto ...

Bambini all’aeroporto Charles De Gaulle

Una mamma italiana. Quattro figli (uno non è “entrato” nella foto). Tanta pazienza, tanta vitalità, tanta inventiva. Fotografo e lascio alla mamma  il mio terzo ed ultimo biglietto da visita di blogger impenitente.

In attesa dell’imbarco, ritardato di tre ore

Leggo Carmine Abate, “La collina del vento”: la Ninabella del romanzo espone quadri a Parigi. Sarà una coincidenza?

L’ignoranza, l’arricchimento, la comprensione …

L'Arco di Trionfo, il trionfo di un viaggio!

Più viaggi più ti accorgi della tua ignoranza. Più viaggi, più ti arricchisci. Più viaggi, più comprendi gli altri, più apprezzi la diversità, più la diversità ti si rivela per quello che è: una ricchezza, una risorsa. Più viaggi, più hai la possibilità di migliorare te stesso ed il paese nel quale vivi. Ma è vero anche che più viaggi, più riesci a scoprire gli aspetti migliori del Paese nel quale vivi. Ci sono anche quelli. Non solo i peggiori.

10 Comments »

ISTITUZIONI: TALVOLTA ARROGANTI SINO ALL’INVEROSIMILE

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 23 Ottobre, 2012 @ 12:10 pm

Detto altrimenti: per fortuna solo talvolta … per fortuna la maggior parte di esse non è così…

RAI 3 – 22 ottobre 2012, prima serata. Trasmissione di Fabio Fazio “Che tempo che fa”. Parla Massimo Gramellini, vicedirettore de La Stampa. Mostra un video.

Un sacerdote parla di fronte ad una tavolata di “autorità”. Con voce calma e toni assolutamente rispettosi illustra una situazione di grave pericolo sociale rispetto alla quale chiede di essere aiutato, rispetto alla quale chiede che venga posto rimedio da parte delle autorità. Nel far questo cita un suo incontro con “la signora”, e la indica. Infatti la signora era seduta al tavolo delle autorità. Il sacerdote viene interrotto bruscamente da un’altra autorità, che si leva in piedi e gridando, riprende il parroco: ma come si permette di chiamare signora la signora prefetto? E’ un prefetto, lei ha insultato l’istituzione, anzi tutte le istituzioni etc. etc. con toni sempre più accesi, gridando. Il povero parroco ammutolisce. Si guarda intorno sperduto, incredulo, quasi a domandare agli astanti cosa stia succedendo. Fine del video.

Cosa sta succedendo? E’ la domanda che ci poniamo tutti. La signora in questione non si era offesa né sconvolta, ascoltava in silenzio le ragioni del parroco. L’intervento di quel “signore” è da condannare sotto ogni profilo. Le cosiddette autorità sono tali in quanto al servizio della gente, non per umiliarla, aggredirla, insultarla. Mantenere quel signore al suo posto sarebbe come mantenere un pedofilo alla gestione di un asilo. Entrambi sono assolutamente inadeguati al ruolo.

E poi, diciamola tutta. Quell’autorità gridante era:

Un inferiore della signora, ed allora la sua è una captazio benevolentiae fuori luogo anche perchè la sua (di lui) capa sarebbe stata ben in grado – se solo l’avesso voluto - di replicare da sola. Quindi con il suo (suus, di lui medesimo) intervento ha preteso di sostituirsi a lei, colmando una sua  (eius, di lei) pretesa lacuna.

Un pari grado della signora, ed allora è anche un maschilista, finto galantuomo, perchè con il suo (suus, vedi sopra) intervento segnala l’incapacità della collega di  sesso “debole” di auto-gestire la propria eventuale replica (della serie: “Guarda, impara, ti insegno io come si fa”).

Un superiore della signora: men che meno! “Pensa un po’ ho dovuto scomodarmi io per difenderti visto che tu non sei capace di difendere te stessa e le istituzioni, visto che tu permetti che le istituzioni vengano offese!”

Comments Closed

INTERVALLO

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 23 Ottobre, 2012 @ 7:21 am

Detto altrimenti: me ne vado via, una settimana, senza computer

 

Evvabbè … così respirate anche voi. Me ne vado (ma poi torno, cosa credevate?). In vacanza a visitare una bella capitale europea. Quale? Ve lo scrivo e fotografo al mio ritorno. E vado senza computer e senza quella altre piccole nuove funzionalissime diavolerie che lo potrebbero sostituire quali telefonini con su internet o aipad, aifone, ai-non-so.-che-cosa, ahi, ahi! E chi più ne ha più ne metta. Sono un vecchietto, non inseguo la tecnologia. Di fronte ad essa scappo, ma non troppo velocemente. Mi lascio raggiungere da quel tanto che mi serve, anche perché, a voler essere aggiornati in tutto, dovreste imparare come funzionano tutti i sistemi di comunicazione, le complicatissime TV, la bilancia elettronica, macchine fotografiche e cineprese (elettroniche, ovviamente), sveglie elettroniche, forno –bimbi elettronico, programmatori di lavapiatti e lavastoviglie, televideoregistratore, navigatore dell’auto per non parlare di tutto quello che può darvi ancora il vostro PC che voi state usando più o meno come una macchina da scrivere!
Vado in vacanza senza bicicletta, anche perché vado al nord e comunque inizia a fare freddino. La, anzi, le mie biciclette … le ho salutate un po’ mesto, le ho ripulite, le ho portate a fare un giretto, una alla volta, s’intende, forse l’ultimo della stagione visto che al mio ritorno pare che arrivi una botta di aria polare e quindi l’inverno. Quest’anno mi hanno accompagnato per 3700 km durante 78 uscite: la prima di 89 km., la più corta di 8, la più lunga di 137, l’ultima  di 35. In media 47,44 km ad uscita.

Su è giù per tutte le ciclabili della regione, soprattutto. La Valle dell’Adige è la pista più usuale: esci di casa e via, verso nord o verso sud, tenendo conto dei venti, anche se non sei in barca a vela. Infatti, provate un po’ a pedalare contro vento! E’ come essere in salita. L’ottimo lo si ottiene andando verso sud con la tramontana, la mattina, e tornare a Trento nel pomeriggio con l’Ora (da sud). Tutti campioni, velocissimi!

Una delle ultime gitarelle è stata la Trento- Riva del Garda, una cinquantina di km. in due ore e mezza, senza forzare. Ho scattato qualche foto con il telefonino. Fiori gialli in autunno, un tronco arenato in mezzo al letto dell’Adige subito dopo Rovereto, le spiagge di Rovereto alla centrale idroelettrica, la vista sul lago al tornante prima di Torbole, una festa “paesana” a Riva del Garda, sul Piazzale della Costituzione sopra il Parcheggio Interrato Terme Romane.

La qualità delle foto ovviamente non è eccelsa, data la data (ah ah!) del telefonino, ma è il pensiero che conta.
Ora vi lascio. Devo rifinire i bagagli. A fra una settimana, dunque!

1 Comment »

NOI LA VOGLIAMO CALDA E SUBITO

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 21 Ottobre, 2012 @ 8:55 am

... a figassa zeneize, la   focaccia genovese

Detto altrimenti: oltre cinquanta anni fa, a Genova …

… a Genova, vedemmo le strade tappezzate da enormi manifesti, enigmatici, con questa scritta: “Noi la vogliamo calda e subito”. Molti pensarono alla focaccia genovese, buona sempre, ottima appena sfornata. Tuttavia i più maliziosi, fra i quali io stesso  poco più che diciottenne, qualche bella e sana risatina se la fecero. Vuoi vedere che in Comune c’è qualche mattacchione, un eterno goliarda che vuole smentire la fama di genovesi troppo seri, lavoratori musoni, chiusi in se stessi, poco comunicativi e poco spiritosi?

Poi, riflettendo, in attesa che il mistero venisse svelato – come poi accadde dopo alcuni mesi di messaggi criptati – feci una analisi più seria del messaggio. “Noi la vogliamo…”. Noi vogliamo? Voi chi? Voi uomini? O solo una parte di essi? E gli altri? E poi, “l’erba voglio non nasce nemmeno nel giardino del re”, almeno così mi avevano insegnato da bambino. Forse sarebbe stato meglio quantomeno scrivere “Calda e subito? Certo, per tutti”. Ma probabilmente il messaggio avrebbe colpito di meno di quanto fece.

Don Milani in “Lettera ad una professoressa” fra l’altro scrisse “le parole sono macigni”. Condivido in pieno, anche se Don Milani, un vero “gigante” del pensiero ( e dell’azione!) non ha certo bisogno della condivisione di un piccolo nano (sempre del pensiero e dell’azione, perchè per il resto, grazie a Dio, nonostante l’età continuo ad essere alto 1,78. Almeno questo!). E poi mi scuso se avvicino Don Milani alla banalità del discorso che sto imbastendo. Ma ricordare quella Persona non fa mai male …

Il mistero delle parole. Fu svelato mesi dopo questi prolungati “bombardamenti”. Si trattava dell’acqua che la nuova rete cittadina di metano avrebbe garantito alla cittadinanza, a tutta la cittadinanza, calda e subito. Appunto.

Ieri sera sono stato in Piazza Dante, a Trento, alla manifestazione di un gruppo di volontariato, per sollecitare la soluzione del problema delle notti dei senza tetto, che dovrebbero essere calde da subito. Una manifestazione per sollecitare le Autorità … ecco, “Autorità“, questo termine stona, le Autorità non dovrebbero porsi in alto, sopra la gente, ma in basso, per servire la gente. Come fece Gesù che  “senza dimora” ci nacque! Ma questa è un’altra storia …

Questo, per Lui, sarà letto e dimora, dimora e letto

“Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”, mentre a Roma di discute (se mandare o meno un esercito in suo aiuto), l’alleata città di Sagunto viene espugnata (dai Cartaginesi). Mentre (a Roma e) a Trento si discute, la temperatura notturna scende. Ieri sera solo a +10 gradi, ma presto sotto lo zero. E nel frattempo esistono centinaia di posti letto caldi e vuoti, cioè inutilizzati. Talvolta si obietta che quella tale struttura non può essere utilizzata perché “non è a norma”. Ma in caso di calamità naturali e di emergenze, legittimamente si supera ogni prescrizione.

E poi, “Si, qui abbiamo una struttura … ma quell’altro Ente ne ha una migliore, chiedete a loro, confrontiamo … e poi mi è giunta voce sì, che si potrebbe utilizzare quell’altra ancora, …” Io dico che “me par na talianada”, per dirla in dialetto trentino! Che ci vuole? Basta (voler) dare centralità al problema e fare un rapidissimo censimento delle unità disponibili per il ricovero notturno e impostare un semplicissimo sistema su di un foglio excell! Via … e lo stesso dicasi per la disponibilità dei volontari. Il problema, di volta in volta, va risolto in tempo reale, come reale è il bisogno di chi una dimora non ha (dimora, di casa manco a parlarne!), nemmeno per la sola notte invernale.

Noi. Tutti noi. La vogliamo calda e subito. La notte. Non per noi. per LORO

Comments Closed

EVENTI – Terza puntata: “LA VIA VERTICALE” (con post scriptum)

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 20 Ottobre, 2012 @ 6:26 am

Detto altrimenti: non è solo un libro …

Ieri pomeriggio, presso il centro Studi Bernardo Clesio, a Trento, il Professore Paolo De Lucia dell’Università di Genova, ha presentato il suo ultimo libro “La via verticale – Dalla dissoluzione dell’Umanità al ritorno ai valori”. Queste mie righe non sono la “recensione di un libro”, ma la sottolineatura di un evento che richiama la nostra attenzione sulla necessità di “fermarci a riflettere”, da un lato e di “metterci in moto con energia” per un altro aspetto. Sapete, io non sono né uno studioso né tanto meno un filosofo, quindi chi è tale – studioso o filosofo – perdonerà il mio approccio quanto meno singolare dal suo punto di vista.

De Lucia e Marcello Farina

D’altra parte credo proprio che la maggior parte dei “miei” lettori (siete 10.000 al mese, lo sapevate?) possano ben essere né studiosi né filosofi! Come riassumere la conciliazione delle due posizioni contrapposte “fermiamoci” ed “agiamo”? Bè, un tale ben prima e assai meglio di me, ha fatto questa sintesi con l’espressione “Pensiero ed azione”. Un Altro, e lo ricordo soprattutto ai credenti, disse: “Ora et labora”. Laborare, appunto …

Per Capirsi. Don Marcello Farina ha evidenziato i quattro punti della “pars destruens” del libro: il tramonto della religione, la morte della patria (patria non intesa in senso politico, ma nel senso della “appartenenza”); la metamorfosi della famiglia; l’estinzione del lavoro, evidenziando come prioritaria l’opportunità di soffermarsi su quest’ultimo aspetto, il lavoro e la “mancanza di –“. Marcello (Persona rara, sensibile, attenta, un amico del prossimo, un amico per onuno che ricerchi, che tenda, che si sforzi a …, un amico di chi nutre dubbi e cerca di risolverli, un amico di ogni cercatore di Fede – lo scrivo per chi non lo conosca “di suo”, ovviamente! - ) Marcello, dicevo, interpreta il libro come una visione ed una rappresentazione dinamica del pensiero volto al riconoscimento del valore delle cose (da farsi, n.d.r.). Ed evidenzia come la “pars costruens” sia trattata in ordine inverso alla “pars destruens”, e cioè iniziando dal “Lavoro” (non è a caso che lo scrivo con la L maiuscola!). E come la “scalata” sia veramente tale, verticale, ardua ma non impossibile, come ogni scalata in montagna. L’immagine è sua.

De Lucia

L’esposizione dell’Autore che si è concentrata sulla “pars destruens” è stata abbastanza scioccante. Diciamocelo. Una rappresentazione molto cruda di alcuni aspetti, numerosi, di denuncia e protesta per la distruzione di molti riferimenti cari sicuramente ai “conservatori”. Ma quando si è passati alle riflessioni sul “Lavoro”, De Lucia si è trasformato in un “conservatore di sinistra”,  se reclamare un ruolo nel mondo del lavoro soprattutto per i giovani significa s’essere di sinistra.

In una mia “replica commento” ad un commento del mio post del 17 ottobre (“Incontri”) trovate brevemente elencata la sintesi dei rimedi proposti dall’Autore contro la calamità “mancanza di lavoro”.

 In aggiunta, nel corso del dibattito, è emersa la inadeguatezza dell’orientamento scolastico rispetto alle necessità di chi il lavoro lo offre; il decadimento del rigore nella preparazione scolastica, per cui, come risulta da un intervento, “se all’esame di maturità viene promosso il 98% egli alunni, tanto vale abolirlo!”; la grande responsabilità dei mass media nel creare modelli falsi, illusori, devianti (“veline” in testa alla lista! “Il cinema è immagine della realtà. La realtà è immagine della televisione”, Woody Allen) ; la responsabilità delle “finanza” che ha sostituito una economia virtuale” a quella “reale”; la mancata attuazione delle statuizioni della nosttra Carta Costituzionale.
Don Marcello, nel suo intervento di chiusura, sempre molto significativo, ha sottolineato come da queste considerazioni sicuramente amare, si debba ripartire guidati da quell’ ”Ora et labora” da me prima ricordato (ma la citazione di S. Benedetto d’Aquino era sua, e di chi altro avrebbe potuto essere?). Io, molto più modestamente e laicamente, mi permetto di ricordare le statuizioni della nostra Costituzione, alle quali si è richiamato un intervento nel corso del dibattito, sottolineando come ai bravi e meritevoli debba essere comunque garantito il diritto allo studio. Vè da dire che se la nostra Carta Costituzionale si preoccupa che lo studio sia reso accessibile si bravi e meritevoli (nello studio, appunto!), essa afferma anche che il lavoro deve esser garantito a tutti, anche a chi “bravo e meritevole” nello studio non sia, ma che però deve essere tale nel lavoro, che è sì un suo diritto, ma anche un suo dovere.

“Null’altro essendovi da discutere e da deliberare, la seduta è sciolta ad ore 19,30′

P.S.: per la seconda volta in pochi giorni (la prima, in occasione della lettura di “Uccelli” di Aristofane, cfr. post del 14 ottobre scorso) è stato citato tale Lorenzini, alias Collodi, che con il suo “Pinocchio”, -vero libro per adulti,  oggi più che mai – ha messo in guardia contro i falsi idoli. Falsi idoli e falsi dei Gli  ” dei  falsi e bugiardi” (Marte, Venere, Bacco & C.) dell’inferno dantesco  sono ritornati! Non adoriamoli. Ricacciamoli nella loro “selva oscura” dalla quale noi dobbiamo uscire.

3 Comments »

EVENTI – Seconda puntata: L’anima, la scienza e la vita

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 19 Ottobre, 2012 @ 5:47 am

Detto altrimenti: cogito ergo sum …

 

Elena Dak

Giornate impegnative per un blogger, piene di “impegni” piacevoli. Anche le cose belle “impegnano”. Ed è il mio caso in questi giorni. Nel pomeriggio del 18 ottobre 2012 – scrivo l’anno perché mi illudo che queste mie righe possano essere lette anche … fra qualche anno! – al caffè letterario “Il Papiro” di Via Galilei in Trento, presentazione del libro “San’a e la notte” di Elena Dak, di cui riferirà Mirna nel suo blog. La stessa sera, a Riva del Garda, seconda (“seconda” per noi del caffè letterario citato, nel quale ci riunisce Mirna Moretti) presentazione del libro dell’ Ing. Giovanni Straffelini, homus rivanus, “L’anima e i confini dell’umano. Tra scienza, fede e bioetica”. Il giorno dopo, a Trento – Centro Studi Bernardo Clesio, ore 17,30 -presentazione del libro del Professor Paolo De Lucia “La via verticale”.

Ma veniamo al lavoro di Straffelini

Giovanni ci spiega subito che la sua opera è divisa in due parti: la prima sull’anima. La seconda sulla bioetica dell’inizio e del fine vita.
L’anima. Giovanni è ingegnere, “uomo di scienza” quindi. E la scienza opera e ragiona sul riscontrabile, sulla osservazione della realtà. La scienza si domanda cosa sia l’anima e “scopre” che esistono e come funzionano i neuroni. Il che è di per sé un limite. Infatti i neuroni ed il loro funzionamento non riescono a spiegare i sentimenti di amore, di percezione della bellezza, tanto per fare solo un paio di esempi.
E poi, se noi funzioniamo solo grazie ai neuroni, dovremmo constatare che non siamo liberi. Infatti a comandare non siamo noi ma il nostro cervello. “Io sono l’ultima persona a conoscere le decisioni del mio cervello”, afferma uno scienziato …
Il fatto è che il cervello non riesce a spiegare se stesso.
I neuroni operano secondo un codice genetico, che regola la nostra auto crescita, il nostro comportamento, la nostra coscienza, ove per coscienza si intende la capacità di reagire agli stimoli esterni, nelle forme più semplici – se tocco un ferro rovente, ritraggo subito la mano – sino alla forma di gran lunga più esclusiva e complessa – imparo il linguaggio.
Ma allora, l’anima è la coscienza?
No. Esiste infatti anche “qualcosa” d’altro. Infatti L’uomo non funziona solo a codice genetico ma anche a seguito dei “contributi” che riceve dall’esterno e della “presa di coscienza “ (ma allora ci risiamo, direte voi!)  di principi innati, insiti in noi – “insiti”, questa è la differenza sostanziale rispetto agli impulsi dall’sterno – di istanze ed impulsi innati, dicevo, e innati non dalla nascita di ogni singolo individuo ma dalla nascita dell’uomo stesso. Lo dimostra il fatto che da sempre l’uomo ha l’idea di un dio, se non del Dio al quale noi oggi facciamo riferimento o che deneghiamo, a seconda dei casi. Quindi forse non accade che alla nascita di ognuno di noi ci venga assegnata la “nostra anima individuale”.
E poi … se il primo a parlare dell’anima è stato Eraclito, come ci ricorda Marcello Farina, citandolo: “Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell’anima: così profondo è il suo lógos“.  (Eraclito, fr. 45 Diels-Kranz).  Aristotele ci ha provato e dal 300 A. C. sino al 1700 d. C. la sua “De anima” ha guidato il pensiero filosofico a ragionare sui tre livelli dell’anima, vegetativa, sensoriale, riflessiva. Anche le piante hanno un’anima, un po’ di più gli animali, al massimo grado gli uomini.
Ma il diverso grado di “dotazione di anima” non è solo quantitativo, bensì soprattutto qualitativo. La coscienza di un bimbo che abbia la stessa quantità di cervello (espressa in grammi) di uno scimpanzè adulto, è di gran lunga superiore a quella dell’animale. E’ quindi la “qualità” della nostra coscienza che ci distingue dagli altri esseri viventi (piante, animali).
La “teoria dei neuroni” ci spiega la quantità, non la qualità. In altre parole: la scienza, così intesa, ucciderebbe l’anima.
Ma la scienza non è nemica della fede, afferma Giovanni. La massima espressione della scienza è l’evoluzionismo, che esiste, che è una reale in quanto frutto della osservazione della realtà. Ed ecco la prima conclusione dei ragionamenti sino a qui emersi: evoluzionismo e fede non sono in contrapposizione. Quel qualcosa in più di cui siamo dotati, l’anima appunto, è un elemento che arricchisce ciò che noi siamo in quanto studiati, scoperti e quindi definiti attraverso la nostra stessa evoluzione.
Dei tre “big bang”, il primo, circa 15 miliardi di anni fa, la nascita dell’universo (si fa per dire, “universo” … in realtà stiamo parlando di una sua parte infinitesimale, quella da noi conosciuta, o se vogliamo “allargarci”, quella da noi immaginata, ma sempre infinitesimale resta, di fronte all’Infinito! N.d.r.); il secondo, la comparsa dell’uomo; il terzo, l’affermazione della piena coscienza umana, comprensiva del suo “navigatore”, l’anima, il terzo, appunto, è il più importante.
Il mio intervento? Ho citato una frase di tale Einstein: “I want to know the God’s thought. The rest are details”. Desidero conoscere il pensiero di Dio. Il resto sono dettagli. Ho proseguito: la scienza studia, scopre, de-finisce, non crea. Spiega il “come”, non il “perché”. Come agisce la forza di gravità? Elementare, Watson, “tira” verso il basso! Ma perché la forza di gravità attira verso il basso e non verso l’alto? Questa è la domanda centrale (lo ammette espressamente anche Stroffella, ed io sono orgoglioso di non avere parlato a vanvera!). Proseguo: perché alcune sostanze chimiche reagiscono con altre e altre no? E così via. Lo stesso vale per i principi morali. Perché sono questi e non altri? Notate, principi che non ci ha dato la nostra religione ma che le erano preesistenti: già Hammurabi codificava il “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso”. Proseguo: la scienza ci dimostra tutto. Certo, tutto ciò che riesce a dimostrare. Non altro. Ma c’è ben di più … pensiamo all’  ”infinito”. Pensiamo a ciò che esiste o non esiste al di là di tutto ciò che non solo riusciamo a riscontrare, ma anche – ve l’ho già concesso, oggi voglio rovinarmi! – anche al di là di tutto ciò che riusciamo ad immaginare.

Giovanni Stroffella e Marcello Farina

Inserirsi sulle parole di Marcello, poi, è sicuramente più arduo … me ne perdonerà l’interessato … La struttura dell’universo non è solo “logos” ma anche “eros”, amore, cioè quella “entità operante non neuronica”(queste sono parole mie, assolutamente da dilettante e soprattutto da ignorante!) che la scienza non riesce a spiegare. Eros, il frutto dell’azione di Chi opera, magari senza lasciare tracce della Sua azione, se non il risultato stesso del Suo operare. Di chi opera “in segreto”.

La discussione ha solo sfiorato la bioetica dell’inizio della vita. Quanto al “fine vita” è emersa una riflessione, sulla quale ognuno può – ovviamente – riflettere ulteriormente: la vita potrebbe non essere un bene, un valore “assoluto”, ma essere “strumentale” cioè fatta per essere un “soggetto che dona agli altri”. Ad esempio che in luogo di vedersi imposto l’accanimento terapeutico, sia libera di scegliere di offrire l’estremo dono agli altri, quelli dei propri organi.

Su “La via verticale” di De Lucia, ci sentiamo al prossimo post.

2 Comments »

INCONTRI – 19) ANONIMO … ITALIANO

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 17 Ottobre, 2012 @ 4:40 pm

Detto altrimenti: lasciate che i giovani … lasciate che i giovani possano trovare lavoro ed essere trattati con rispetto!

Nell’ambito di una ricerca di testimonianze sul lavoro giovanile, ho intervistato una giovane, oggi circa trentenne, la quale mi ha permesso di pubblicare i contenuti del nostro colloquio. Su mia proposta, abbiamo concordato di mantenerne l’anonimato.

“La mia prima esperienza lavorativa? Assistente di direzione. Se non fossi scesa a patti … “particolari” con il capo non avrei avuto alcuna forma di gratificazione. Mi sono licenziata, avendo già maturato ben due manate sul sedere. Nel frattempo per un anno e mezzo avevano intercettato le mie mail con le quali inviavo ad altre società il mio curriculum e mi avevano definita “pessima dipendente”. Ma se ero “pessima”, perchè non mi avevano licenziato? Non l’ho mai capito. Ero stata assunta con il contratto di apprendistato, iniziavo alle 8.00 e finivo alle 18.00. Dopo le 18.00 ci si fermava spesso e volentieri per una birra o un aperitivo, se si saltava la prendevano male. Ho conquistato cosi 10 chili in più e sino a 1000€ in busta paga (evviva gli straordinari!). Quando presentai le dimissioni, in quanto per di più per l’ennesima volta mi era stato negato il permesso per andare a sostenere un esame all’Università (“la laurea non serve ad un c….! Tu hai il diritto al permesso ma io non ho l’obbligo di dartelo!”), mi fu assicurato che mi avrebbero “rovinato la vita”. “Conseguentemente” a quanto sopra, sono rimasta disoccupata per un anno e mezzo. Nel frattempo ho scoperto che sul direttore c’erano tre denunce per mobbing e una per “molestie sessuali”… Non cito nemmeno più questa esperienza nel mio curriculum.

Seconda esperienza. In un call center. Dopo esser stata additata come “extracomunitaria venuta col barcone” (in effetti ero stata extracomunitaria, ma ero arrivata con l’aereo insieme alla mia nuova famiglia ed ormai ero cittadina italiana a tutti gli effetti da ben 25 anni!) mi hanno minacciato di rimandarmi a casa se solo mi fossi permessa di lamentarmi anche una sola volta. E se avessi detto qualcosa ai giornali mi avrebbe denunciato. La motivazione? “Se salta la mia sedia, chi paga il mio mutuo? Tu?”. Notare bene, l’80% degli operatori provenivano dalla stessa area geografica del responsabile, tutti raccomandati. Il resto, da società attigue. Una conoscente che lavora ancora li (lei è della zone geografica “giusta”) mi ha riferito che di me dicono che ero sempre in pausa, non lavoravo, fumavo troppe sigarette e che li chiamavo razzisti solo per invidia. Per andare in bagno bisognava chiedere il “permesso” al team leader che chiedeva il motivo (in bagno, le cause potevano essere solo due … o le devo citare espressamente?) e ricordava che avevo solo cinque minuti esatti e che nella zona fumatori c’erano le telecamere!

Terza esperienza. Avevano trovato il mio curriculum presso un parente del direttore, titolare di altra azienda. Orario di lavoro? Tutti i giorni dalle 7.00 alle 20.00. Una sera vengo ricoverata in ospedale. Il giorno dopo mi presento puntuale al lavoro. Mia madre viene a portarmi un farmaco. Alle 10.00 si presenta all’entrata. Io metto fuori il naso, prendo il farmaco e rientro. Al mio rientro mi chiamano in direzione e mi comunicano il licenziamento. Motivazione? Arrivavo al lavoro quando volevo e facevo ciò che volevo. Quel giorno poi ero arrivata alle 10.00! Ho ricordato loro che avevo chiesto il badge aziendale, ma mi era stato negato. Li invitai a visionare le telecamere di accesso. Niente da fare. Li ho anticipati: prima che scrivessero la lettera di licenziamento, mi sono dimessa io stessa. Ho scoperto poi che in quell’azienda ci sono molte cause di “mobbing”.

Quarta esperienza. Altro call center. Lavoravo in uno sgabuzzino a fianco delle caldaie, senza servizi igienici, su turni dalle 6.00 alle 14.00 e dalle 14.00 alle 22.00. La pausa pranzo/cena/tirare il fiato? “Non è previsto nulla per voi”. Nemmeno fare la pipì. “Se proprio la devi fare devi farti sostituire”. “Ma, dico io, alle 21.15 di sera chi trovo che mi sostituisca? E poi, alla pipì … mica la si fa a comando!” Vengo poi a sapere da ex colleghi rimasti miei amici che ero “Troppo brava e con troppa inventiva”. forse perché davo fastidio ad un dirigente del reparto, in quanto i miei lavori – che peraltro lui mandava avanti a proprio nome!- venivano considerati da tutti migliori dei suoi.

Quinta esperienza, quella attuale. Un giorno è venuto a trovarmi il mio ragazzo. Ha visto dove lavoravo e in quali condizioni e mi ha letteralmente trascinata a Milano. Tempo di inviare un curriculum, uno solo… ed ho trovato lavoro! Questa non è solo fortuna. Evidentemente sono stata valutata per le mie capacità. Hanno guardato ben oltre il colore della mia pelle, ben oltre alle apparenze (lavoretti da 3 mesi ai 6 mesi non hanno pesato). Hanno valutato le potenzialità e soprattutto mi rispettano. Mi trovo Benissimo. E soprattutto non lavoro per una piccola azienda o una azienda semi provinciale ma in un’azienda di livello mondiale.

Mi domando: quanti altri giovani stanno vivendo esperienze simili alle mie passate disavventure? Io ho vacillato, parecchie volte. Ero arrivata a credere che io fossi sbagliata per questo mondo del lavoro. Ma non era vero. Io credo che se ogni giovane scrivesse una sola frase sulle offese ricevute sul posto di lavoro, o circa una situazione che ha dovuto subire, questi italian graffiti riempirebbero interi muri in ogni città”. Perché in una città come Milano basta un curriculum per trovare lavoro e in un’altra grande città no? Grande … l’altra? Intendiamoci, grande come un viale di Milano!”

Che dire? “Una rondine non fa primavera”, “Non si può fare di tutt’erba un fascio”, “Tutto è bene quel che finisce bene”, “La verità non è tale che la si possa enucleare con un taglio secco dalla non- verità”, etc.. Che volete, noi Italiani abbiamo proverbi per tutte le occasioni. Solo che occasioni come questa descritta non dovrebbero esistere. E se ci fosse l’obbligo legale per tutte le società di ottenere la Certificazione Europea di Responsabilità Sociale RS 8000? Di cosa si tratta? Ecco qui, da internet:

“Alle aziende viene oggi sempre di più esplicitamente richiesto di dimostrare la propria attenzione, attività ed impegno in termini di principi etici (Responsabilità Sociale), che sono una garanzia per uno sviluppo sostenibile e quindi solido e duraturo sia dal punto di vista sociale che economico.  Adottare un sistema di gestione aziendale, conforme alla normativa internazionale chiamata Social Accountability SA 8000, che raccoglie quelli che sono i requisiti minimi in termini di diritti umani e sociali, può rappresentare per ogni azienda, grande e piccola, pubblica e privata, uno strumento per rafforzare e definire la propria politica sociale, commerciale e di marketing, per proteggere e migliorare la propria immagine, per rispettare requisiti e disposizioni a tutela dei lavoratori definiti da Governi e llegislazioni locali, nazionali e internazional. La convinzione che la Responsabilità Sociale sia una leva competitiva sia per il Mercato che per le Aziende è comprovata dalla scelta della Regione Toscana, che in occasione delle gare indette per assegnare i servizi di Trasporto Pubblico Locale, ha inserito nei bandi anche il requisito della certificazione SA 8000 con un punteggio di gradimento (5 punti su 100); la stessa Regione ha citato nel DOCUP la SA 8000 accanto alla ISO 14001 ed alla ISO 9001 come uno dei fattori premianti per canalizzare finanziamenti nel settore del Turismo e delle imprese in genere.”

Lettori del blog, che ne dite?

3 Comments »

INCONTRI – 18) ASILI NIDO FRANCESI

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 16 Ottobre, 2012 @ 6:11 am

Detto altrimenti: guardiamoci intorno …

Maxim, Elena, David (F) e la "mia"  Sara (I)

Oggi si cambia “filone”. Ho ricevuto la visita di una mia carissima nipote, Cristina e di suo marito Manuel, con i loro tre splendidi bimbi. Lei è italiana. Lui francese, i bimbi … “entrambi”. Da  neo nonno di Sara, ho voluto chiedere a Cristina come sia la situazione degli asili nido sulla Costa Azzurra, dove loro due abitano e lavorano. Ed ecco la sua risposta:

Il nostro asilo è un piccolo asilo comunale. Apre alle 7,30 e chiude alle 18,30. Nel corso dell’anno chiude due settimane a Natale, una settimana in primavera e quattro settimane a metà estate. I bimbi “piccoli” che non camminano ancora stanno al primo piano e scendono in giardino solo la mattina. I “grandi” stanno in giardino quasi tutto il tempo.
Nei nidi di maggiori dimensioni i bimbi sono divisi in tre classi, grandi medi e piccoli e fanno anche delle attività, quali uscire in spiaggia oppure vanno in un negozio ad assaggiare – ad esempio – tutti i tipi di miele, oppure vanno allo zoo. Nel nostro non fanno nulla, a parte una parata mascherata a carnevale con i più grandi. In questa occasione le maestre chiedono a noi genitori di essere presenti a dare una mano, in quanto da sole non ce la farebbero a controllarli tutti. La legge francese stabilisce che vi sia un adulto per ogni cinque bimbi che non camminano o per otto che camminano. Poi c’è la festa di Natale. Viene presa in affitto una sala del comune e si organizza uno spettacolo con la distribuzione dei regali. In estate, altra festa con uno spettacolino per i più grandi. Un tempo c’era una mia vicina maestra di danza che andava a fare dei corsi di motricità o qualcosa del genere.
Costi: adesso che al nidone ho solo una  (Elena) e che mia suocera  la tiene al venerdi paghiamo circa 7-8% del nostro reddito mensile. Il costo dell’asilo è calcolato sui redditi, con formula degressiva in funzione del numero dei figli a carico. Quando ne avevamo due eravamo arrivati a pagare 20% del nostro reddito mensile, che se ci pensi  è un po’ pesante: c’è gente che fa il secondo figlio tre anni dal primo perché dice che due insieme al nido non puo’ permetterseli. Poi una parte del costo si puo’ dedurre dalle imposte, per un massimo di €1.150 per bambino all’anno. Per noi la deduzione vale circa circa 1/4 della spesa effettiva.
I posti al nido non è che abbondino, ma da quello che ho sentito dalle mie amiche italiane mi sembra che in Italia stiate peggio.
Qui da noi però ci sono le “nounous”, che è una parola “da bambino” entrata nell’uso comune anche per i grandi al posto di “nourrice”, che anticamente sarebbe la nutrice e più recentemente la babysitter. Se scegli una nounou agréée, lo stato ti paga i contributi, la “caisse d’allocations familiales” ti paga una parte degli stipendi (parte variabile secondo i tuoi redditi) e tu paghi quello che resta, che è un po’ più caro del nido ma presenta il vantaggio che la maggior parte delle nounous te li tengono anche se sono malati mentre all’asilo no. Però se è la nounou che si ammala o se è incinta devi arrangiarti e trovarti qualcuno nel giro di pochi giorni. Anche i posti dalle nounous non abbondano, bisogna organizzarsi per tempo e prenotarne una fin dai primi mesi di gravidanza. Le nounous possono avere un agrément per un massimo di quattro bambini, di cui almeno uno di più di tre anni (la materna al mercoledi è chiusa ed alcuni genitori mettono i figli dalla nounou, oppure se i bambini che vanno alla materna sono malati e la loro ex-nounou ha l’agrément per quattro bimbi, i malatini possono andare da lei finché non guariscono). Le nounous tengono i bambini a casa propria, e possono ricevere delle visite non preannunciate da parte di una specie di ispettori.
Poi ci sono le nounous non agréées, più o meno “clandestine”, che paghi meno ma non ti deduci nulla, che se non sono agréées un motivo ci sarà.
Esistono anche les crèches familiales, sono dei nidi più piccoli, che richiedono meno investimenti, credo che tengano da otto a dieci bimbi. Infine i genitori che hanno fortuna hanno una “crèche d’entreprise” nella loro azienda, che costa meno perché una parte te la finanzia l’azienda e suppongo che il posto per i figli un dipendente ce l’abbia di diritto”.

Grazie, Cristina, e complimenti per la tua bella famiglia!

P.S.: molto aprrezzabile l’orario, abbastanza prolungato e la retta rapportata al reddito (n.d.r.)

2 Comments »

LA PIOGGIA NEL VIGNETO

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 15 Ottobre, 2012 @ 4:28 pm

Detto altrimenti: talvolta le fotografie parlano, ispirano …

Oggi sento la necessità di una pausa. Lo so che un post al giorno leva il medico di torno, ma sto aspettando la visita della mia nipotina Sara per festeggiare il compleanno di Maria Teresa, ed allora mi sono detto: cerca di cavartela alla svelta, sempre attaccato a ‘sto computer!  Ed ecco l’idea. Una poesia? No. Una fotografia che richiami una poesia. Viaggiavo in auto da Riva del Garda verso nord, in direzione Trento, lungo la Valle del Sarca. Pioveva. Tanto. Una visione improvvisa, un’immagine, una frenata, una breve sosta, una foto:  “La pioggia nel vigneto”. E la poesia? L’avevo scritta … ora la cerco e poi ve la trascrivo.

Comments Closed