INCONTRI – 8) ALFONSO MASI – “TU PASSERAI PER IL CAMINO”

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 28 Gennaio, 2012 @ 7:12 am

... tu passerai per il camino ...

Il Sindaco Michele Moser

Siamo nella sede di Zambana (Nuova) della Biblioteca Intercomunale di Lavis-Zambana, accolti dalla bibliotecaria e dal saluto del Sindaco di Zambana Michele Moser. Alfonso Masi, è uno dei “nossi”, fa parte dell’Accademia delle Muse. E’ uomo di grande sensibilità, un “attore civile” bel senso che vive e fa vivere in noi il senso della civis, della città e soprattutto della “civiltà”. Nei sotterranei di Piazza Italia, fra le rovine romane, ha fatto rivivere Dante, Virgilio e Omero, solo per citare alcuni suoi recital. Questa sera ci aiuta a non dimenticare. Come per Luigi Sardi, è molto facile intervistarlo, ricco com’è della “storia di sé”.

Alfonso, da quanto è che ti dedichi a questa splendida attività di “testimone raccontatore”?

Alfonso Masi

E’ un hobby ho iniziato quando avevo 13 anni nelle filodrammatiche a Bologna. Arrivando a Trento dopo una breve pausa ho ripreso con il Teatro Ragazzi ed anche con poesie d’autore per ragazzi, anche per le medie. Con “Che cos’è la poesia” ho replicato 50 volte. Indi ho iniziato con i recital per adulti. Il primo è nato grazie ad una frattura. S’era nel 1977, l’anno dopo ricorreva il centenario della nascita di Ungaretti ed io non avrei trovato il tempo di preparare un recital. “Provvidenzialmente” mi fratturai una spalla e stetti a casa ingessato “libero” di leggere a tempo pieno e di scrivere. Nacque il mio primo recital. Dopo ne sono venuti tanti altri, oggi sono ben 53!
Attività molto intensa, non c’è che dire. Io ho recentemente assistito presso la Biblioteca di Lavis a quello sui 150 anni dell’Unità d’Italia, bellissimo.
Grazie, quello l’ho ripetuto una decina di volte sia nelle scuole superiori sia per un pubblico adulto.
Come ti inserisci nel circuito delle rappresentazioni?
Attraverso le Biblioteche e le scuole, cui mando le mie proposte.
Pensi di documentare ciò che fai? Mi parrebbe un materiale più che degno di essere pubblicato.
Lascerò traccia solo di quello sull’Unità d’Italia perché fra 50 anni lo facciano i miei due nipotini, a Bolzano, dove ho recitato la “prima assoluta”, loro abitano lì, l’ho già annunziato, perché lo recitino loro, fra 50 anni
A Bolzano … dove?
Presso la Biblioteca civica.
C’era anche pubblico di lingua tedesca?
No, certe iniziative culturali sono (purtroppo, n.d.r.) “separate”
Il titolo del recital di questa sera?
E’ preso da un libro, a partire dal quale ho ideato il canovaccio. Si tratta di un sopravvissuto che tutte le notti rivive ciò che gli è successo nel lager e lo racconta. Il testo è tratto dal libro di Primo Levi “Se questo è un uomo”, dalla testimonianza di tre donne e dai verbali del processo di Norimberga.
Ho sentito che parlavi di quella foto… di quel bambino ebreo con le mani alzate
Si, la foto è stata scattata il giorno della mia nascita, il 13 luglio 1043. Pensa, poi lo hanno lasciato perché avevano un visto per gli Stati Uniti Quel bambino ha poi fatto il medico in America. In un mio recital lo rappresento e “lui” dice “vorrei che un milione e mezzo di bambini fosse tutto qui con me”.
Racconti anche altre tragedie del genere?
Me lo hanno chiesto questa mattina gli studenti dell’istituto di S Michele all’Adige, se scrivo qualcosa sulle foibe. Ci sto pensando… sono un po’ stanco … tuttavia se se avrò una decina di richieste lo scriverò.

...su Mozart ...con Cristina Endrizzi

E con Cristina, cosa “tramavi”?
Stiamo pensando di scrivere un recital su Mozart. Poi, il giorno di S. Valentino, presso la Niblioteca di Trento terrò un recital molto diverso da quello di oggi, ovviamente: “Caro amore ti scrivo – Viaggio negli epistolari amorosi”. E per la festa della donna, a Caldonazzo, “Come ammazzare il marito e perchè e come ammazzare la moglie senza tanti perché”.
Grazie, Alfonso.

Quindi il recital. Un piccolo Comune, una grande iniziativa. La sala, piccola come il Comune, era piena. Piena come l’attenzione di noi tutti, anche quella di alcuni ragazzi, giovani uomini del domani perché non dimentichino ciò che è successo ieri, perché nel passaggio generazionale non si perda il “mai più!”, dovunque e sempre.

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La Giornata della Memoria

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 27 Gennaio, 2012 @ 2:22 pm

Detto altrimenti: ricordiamo, perchè tutto ciò non si ripeta.

La tragedia degli Ebrei sotto il nazismo non deve essere dimenticata. Bene quindi alla ripubblicazione del libro “Exodus”.
Mi permetto di unire a questo drammatico ricordo anche tutti gli altri popoli perseguitati e martoriati sia pure con modalità diverse. Per citarne solo alcuni: i Moldavi, ad opera del nazismo e del comunismo; gli stessi Palestinesi; gli Armeni; gli indios della Patagonia.
Al riguardo, suggerisco alcuni libri, rispettivamente nell’ordine: “Nel sonno non siamo profughi” di Paul Goma; “Con il vento nei capelli, di Salwa Salem; “La masseria delle allodole” di Antonia Aslran (e la sua continuazione, della stessa Autrice, “La strada per Smirne”); “Cacciatori di indios” di Francisco Coloane.

P.S.: Questa sera siamo presso la biblioteca del Comune di Zambana Nuova (TN) ad ascoltare il monologo di Alfonso Masi “Tu passerai per il camino”. Segue mio post fra un giorno o due.

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INCONTRI – 7) MARCO BARLETTA: I “FORTEPIANO” IN TRENTINO

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 26 Gennaio, 2012 @ 4:38 pm

Detto altrimenti: un’esperienza particolare. Ieri, a Riva del Garda ho visto accordare un fortepiano. Forse in Trentino si potrebbero valorizzare maggiormente questi strumenti, alcuni dei quali già presenti sul territorio, come parte importante della nostra Storia, molto vicina a quella austriaca, anche musicalmente …

Trentino e Liguria … già … il mio post precedente era dedicato a Fabrizio De Andrè … e con questo riequilibro la partita. Domani non pubblico, riposo. Comunque, queste due Terre hanno molto in comune. Soprattutto sono entrambe Terre di Confine: un confine d’acqua ed uno di terra, ma sempre confini sono. Ma c’è ben altro … state un po’ a sentire …

Infatti, domenica scorsa , Stefania Neonato, musicista Trentina figlia di un Ligure e di una Meranese, insieme alla violista Francesca Vicari  ha inaugurato a Trento i Concerti della Domenica, suonando un fortepiano. Stefania  sabato prossimo eseguirà un secondo diverso concerto a Riva del Garda (ore 17,00, Conservatorio di Riva), sempre su fortepiano. Stefania e suo marito Marco (rivierasco di Chiavari) ne hanno una collezione di fortepiani! Marco è restauratore e accordatore.

Marco, galeotto fu il … fortepiano!? E’ ben così che hai conosciuto  Stefania?
No, si trattò di un concerto d’organo, ma è andata bene lo stesso!
Mi pare di capire che anche tu come Stefania sei figlio d’arte ….
No, i miei facevano tutt’altro. Solo un nonno organista. Alla musica sono arrivato per mio interesse diretto a cinque anni d’età …
Ti senti più restauratore di pianoforti storici e accordatore o pianista?
Senza dubbio più restauratore. Ormai suono solo per diletto.
Qual è la differenza fra un fortepiano ed un pianoforte?
Il fortepiano sta a metà fra il cembalo ed il pianoforte moderno. Del primo conserva la struttura interamente lignea. Del secondo i meccanismi a martelletti che permettono le gradazioni sonore.
Esiste musica per l’uno e musica per l’altro strumento?
Gran parte della musica che abitualmente ascoltiamo eseguita su pianoforte moderno è stata scritta per fortepiano. Questo vale, ad esempio, per Mozart, Beethoven, Schubert, Schumann, Chopin.
Come ti è venuta la passione per questo strumento?
Studiando pianoforte, ho percepito l’intima connessione fra musica d’epoca e strumento sul quale è stata composta ed in inizialmente eseguita, della stessa epoca.
Se non erro tu e tua moglie siete collezionisti …
Si, è stato un passo molto naturale: l’evoluzione del fortepiano nell’800 è paragonabile a quella dell’auto nel ‘900, per cui ne esistono modelli con caratteristiche diverse. A noi piace seguirne l’evoluzione.

Come nascono i fortepiano?
Grazie all’intuizione di un Italiano, Bartolomeo Cristofori, il quale nel 1700 applicò per primo un meccanismo a martelli ad un clavicembalo. Il nome originario dello strumento  era “gravicembalo col piano e col forte”.
Come è fatto il fortepiano?
Il concetto essenziale è comune a tutti gli strumenti a corda: una tavola armonica che funge da membrana amplificatrice, le corde, un ponticello che mette in contatto le corde con la tavola armonica e un meccanismo di percussione con martelletti in legno rivestiti di pelle.
Qual è il significato musicale di questi strumenti, oggi?
Può sembrare un paradosso, ma è un modo per attualizzare la musica dell’epoca, per riavvicinarci alle sonorità originali ed alla prassi esecutiva d’un tempo. E’ un po’ come rivedere i colori originali di un vecchio quadro, dopo il restauro.

Come si ricollega la cultura italiana del fortepiano alla cultura musicale austriaca?
L’Austria è stata la terra dove  il fortepiano ha avuto il suo maggiore sviluppo, grazie agli Autori citati che hanno composto soprattutto a Vienna. L’influenza fra le due nazioni è stata fortissima e reciproca. Ad esempio, a S. Michele all’Adige, nel Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina, è conservato un bellissimo esemplare di fine ‘700 di fattura austriaca sul quale mia moglie ha inciso un CD e tenuto numerosi concerti.
Tu e Stefania, avete avuto esperienze “estere”?
Si, come studio e come concerti. L’ultimo è dell’estate scorsa, a Graz (Austria), dove abbiamo portato un nostro fortepiano Pleyel del periodo di Chopin. Se per un violinista portarsi appresso il proprio strumento è normale, per un pianista è un privilegio.
Tu e Stefania, avrete anche esperienze estere? L’attività concertistica di Stefania è più all’estero che in Italia.
Tu hai un laboratorio?
Si, a Chiavari. Lo puoi vedere sul mio sito www.barlettapianiforti.it
Ma Stefania è Trentina! Cosa ne diresti se il Trentino catturasse anche te?
Mancherebbe il mare … ma posso farci un pensierino, visto che ieri ero a veleggiare sul Garda!

Grazie, Marco. Auguro a tutti noi che la vostra attività possa essere maggiormente valorizzata localmente. Infatti ciò che voi rappresentate – e non mi riferisco solo alla musica bensì anche alla Storia della cultura del nostro territorio – è un patrimonio da non perdere ma anzi da valorizzare come risorsa di cultura, civiltà e – perché no – anche economica. Sai, temo che certe volte noi non ci si renda conto della fortuna che abbiamo di avere una storia così ricca … mentre vi sono altre nazioni, internazionalmente molto più “importanti” di noi, che la cosa più vecchia che hanno sono le pantofole della nonna.

Trentino e Liguria sicuramente quindi, ma anche Trentino e Austria!

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Fabrizio De Andrè: Creuza de ma’ ( e caruggio)

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 26 Gennaio, 2012 @ 7:24 am

... creuxa de ma' ...

Detto altrimenti: stavo canticchiando questa canzone-poesia del mio conterraneo. Un amico mi ha detto:” Mi piace molto, sai, questa canzone, ma non capisco il dialetto ligure, tu che sei genovese … “.

Fabrizio De Andrè

E’ un dialetto “di sti anni”, di tanti anni fa, non semplice da capire nemmeno per me, che per di più sono “Trentino” da 25 anni. Comunque ecco qui testo e traduzione. Prima però sappiate che la creuxa è la stradicciola che porta vesro il mare fra due muri di cinta delle “ville”, cioè di poderi quasi urbani gestiti dal “villan” o “bacan”. Il caruggio invece è la stradicciola fra le case, nel centro storico, il quale, all’epoca, era semplicemente il centro. Ho provato a mia volta a descriverlo. Lo troverete in coda al capolavoro di Fabrizio. Vedrò se qualcuno mi insegna ad inserire l’audio  della canzone …

 

 

Creuza de ma’

... a lun - a se mustra nua ...

Umbre de muri muri de mainè
dunde ne vegni duve l’è ch’anè.
De ‘n scitu duve a lun-a a se mustra nua
e a neutte a n’a puntou u cutellu a
ghua.
E a munta l’ase u gh’è restou Diu
u diau l’è in ce e se ghe faetu u niu.
Ne sciurtimu da u ma’ pe sciugà e ossa da u Dria
a funtan-a di cumbi nta ca’ de
pria.

a funtan- a di cumbi ...

E in ta ca’ de pria chi ghe saia
‘in ta ca’ du Dria che u nu l’è
mainà.
Gente de Luganu facce da mandilla’
quei che de luassu preferiscian l’a.
Figge de famiglia udù de bun
che ti peu ammiale sensa
u gundun.

E a ste panse veue cose ghe daia’
Cose da beive cose da mangià.

Portufin

Frittua de pigneu, giancu de Portufin
cervelle de bae ntu u meiximu vin.
Lasagne da fiddià ai quattro tucchi
paciughi in agrouduse de levre
de cuppi.

E’ n sca barca du vin ghe navughiemu
‘n sci scheuggi
emigranti du rie cu’ i cioi
‘nti euggi.
Finchè u matin crescià da pueilu recheugge
praticament fre du ganeuffeni e de figgie.
Baccan da corda marsa d’aegua e de
sa
che a ne liga a ne porta nte ‘na creuxa de ma’.

Creuza di mare

... facce di marinai ...

Ombre di facce, facce di marinai
da dove venite dov’è che andate.
Da un posto dove la luna si mostra
nuda
e la notte ci ha puntato il coltello alla
gola.
E a montare l’asino ci è rimasto Dio
il diavolo è in cielo e ci si è fatto il nido.
Usciamo dal mare per asciugare
le ossa dall’Andrea
alla fontana dei colombi e nella casa di pietra.

E nella casa di pietra chi ci sara’
nella casa dell’Andrea che non è
marinaio.

... della spigola ...

Gente di Lugano facce da tagliaborse
quelli che della spigola preferiscono l’ala.
Ragazze di famiglia odore di buono
che le puoi guardare senza
il preservativo.

E a queste pance vuote cosa gli dara’
cose da bere cose da mangiare.
Frittura di pesciolini, bianco di Portofino
cervella di agnello nello stesso vino.
Lasagne da tagliare ai quattro sughi
pasticci in agrodolce di lepre
delle tegole (gatto).

... garofani ...

E nella barca del vino ci navigheremo sugli scogli
emigranti della risata con i chiodi
negli occhi.
Finchè il mattino crescerà da poterlo raccogliere
praticamente fratello dei garofani e delle ragazze.
Padrone della corda marcia d’acqua e di sale
che ci lega e ci porta in una creuxa di mare.

 

caruggio, dove passavano i carri trainati dai cavalli ... (Porticciolo di Genova Nervi)

Caruggio 

La storia / è passata di qui. / Ha lasciato il suo umore / nelle pietre levigate / nelle ombre / requenti /negli stretti ritagli di cielo /nelle case addossate. / Ascolta la voce (di quello che vedi. /Sofferma il pensiero /su chi riempie di sé / la piccola via. / Persone diverse /che un antico crogiuolo / difende /dal moderno artiglio rapace, / confusa umanità / padrona di un mondo / che tu / passante distratto / puoi solo violare / oppure / cercar di capire / in silenzio / ed amare.

 

 

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1) Liberalizzazioni – 2) Privatizzazioni – 3) Varie ed eventuali

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 25 Gennaio, 2012 @ 6:32 am

Detto altrimenti: non facciamo eccezioni e cominciamo “dall’alto”. E poi: saranno sufficienti nuovi “metodi” a garantirci la ripresa del Paese o non è forse meglio intervenire anche sulla sostanza?

Innanzi tutto grazie, Presidente Napolitano, grazie Presidente Monti. Grazie a voi infatti avvertiamo che il veliero Italia non è più nave senza nocchiero in gran tempesta … ed ha finalmente, di nuovo, dopo tanto tempo, un timoniere alla barra (anzi due, mi stavo sbagliando, mi scusi Presidente Napolitano) e viaggia “a fil di ruota”, cioè con il vento delle riforme necessarie in poppa piena: per un clipper (foto a fianco) era l’andatura più veloce in assoluto, fino a 30 nodi (!) , cioè quanto un moderno traghetto aliscafo, ma anche la più pericolosa in caso di errore, anche minimo, del timoniere. 

1) Liberalizzazioni

Avrei apprezzato moltissimo che fosse stato reso noto a tutti noi l’elenco completo di tutte le liberalizzazioni possibili  (come si fa con la lista della spesa) con l’indicazione dei criteri adottati per stabilire la priorità ed il peso specifico di ognuna quanto agli aspetti economici e di catalizzazione dello sviluppo. Sapete … tanto per capire come stanno le cose … mica per altro … e poi come si inquadra il tutto rispetto ad un’altra lista, quella degli interventi contro le grandi evasioni ed elusioni fiscali e le super retribuzioni. Tutto sarebbe stato assai più digeribile.

 

Se è vero poi come è vero che la rete non deve essere di proprietà della “operating company”, cioè del fornitore del servizio o dei beni, una delle prime su cui intervenire sarebbe stata la rete dei distributori di carburante “liberandone/liberalizzandone” la proprietà, o, in subordine liberando i gestori dall’obbligo di acquistare il carburante di “quella” marca. Si sarebbe creata concorrenza e forse si sarebbero sconfitti anche eventuali cartelli, il prezzo del carburante avrebbe potuto diminuire e tale discesa avrebbe trascinato con sé tante altre discese ….

Edicolanti: possono fare sconti sui quotidiani? Ma a monte, gli edicolanti acquisteranno solo i quotidiani disponibili a fare a loro volta uno sconto?

Taxi: al momento li avrei messi in coda all’elenco delle liberalizzazioni, tanto ne avevo ben altre da fare prima, senza andarmi a cercare con il lanternino una protesta che, come quella dei camionisti,  ha una visibilità in termini di effetti (negativi) ben oltre il peso della rappresentanza degli interessi coinvolti.

Sciopero dei camionisti. Scioperare è legittimo. Abusare dello sciopero,  no. Occorre ripristinare la legalità. Tuttavia ciò che mi colpisce maggiormente è che si scioperi sempre a difesa di interessi di singole categorie e non a difesa del bene comune, della morale comune violata. Dobbiamo crescere tutti, quanto a sensibilità civica. Altro che il “panem et circenses” degli ultini 17 anni!

2) Privatizzazioni

… delle Spa pubblche, statali e locali, miste pubblico-private … a quando? (Si veda il mio post del 14 gennaio 2012).

3) Varie ed eventuali

Un agriturismo nel Delta del Po ... appunto ... uno

 A) Politiche per i giovani. Quanto allo sviluppo, ben vengano le SpA facili per i giovani, ma se poi le banche non fanno loro credito? E poi, lanciamo un programma con contenuti di sostanza e non solo di metodo. Tanto per fare un esempio si veda quanto  da me ipotizzato nel post del 18 dicembre per il Trentino (che invito i lettori a rileggere): valorrizzare i nostri punti di forza “diffusi”: la forza lavoro giovanile, il turismo culturale, i siti archeologici, le bellezze naturali. Ad iniziare, ad esempio, da una cooperativa giovanile che organizzi e gestisca la piena  valorizzazione (piena! Oggi non è certo così, ci sarebbe ancora molto da fare) delle attrattive turistiche del Delta del Po, tanto per dirne una … con un finanziamento pubblico per la fase d’avvio dell’iniziativa, o quanto meno con la garanzia pubblica su fidi bancari. 

B) Rafforziamo l’Europa. Da ultimo, in cauda venenum … Vogliamo far crescere l’Europa? Che tutti i singoli Stati diminuiscano di molto (molto!) le retribuzioni dei loro parlamentari e aumentino di molto (molto!) quelle dei parlamenari europei. Dopo, probabilmente, sarà più facile trasformare molte funzioni statali in funzioni europee e trasferirle ivi  … non credete?

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La rotta era corretta – Gli errori sono stati di altro tipo

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 24 Gennaio, 2012 @ 8:06 am

Detto altrimenti: come credo che possa essere andata

Pino Aprile, uomo di mare oltre che giornalista e scrittore, ci ricorda che un incidente in mare non è mai dovuto ad una sola causa. Questa è una regola verificata da sempre. Ed allora … 

 1) PRIMO ERRORE: navi troppo capienti. Oltre 4.000 persone sono assai difficili da gestire in caso di emergenza abbandono nave. In un prossimo post vi narrerò un naufragio “da 2.000 persone” finito bene, sempre della Compagnia Costa.

2) SECONDO ERRORE:  da quello che si è visto in TV: la nave procedeva con rotta circa zero  gradi, cioè verso Nord. La Compagnia, come tutte le altre Compagnie sue colleghe, sapeva degli “inchini”, anzi, da sempre voleva che fossero fatti  per farsi pubblicità (sin dai tempi del REX nell’Amarcord di Fellini!).

3) TERZO ERRORE: nonostante  si conoscesse perfettamente la rotta corretta, la nave si è avvicinata troppo alla costa.

 4) QUARTO ERRORE: la nave ha urtato con la fiancata di babordo (sinistra guardando verso prua). Ha poggiato un po’ a tribordo (destra, rotta 30 gradi?), poi a virato a babordo di 180 gradi circa, rotta circa 200 gradi verso SUD OVEST. Durante la virata, ovviamente la nave si è raddrizzata (il che è testimoniato dai passeggeri) , in quanto lo sbandamento verso babordo  dovuto all’urto,  all’acqua entrata e soprattutto all’effetto frenante e al peso dello spuntone di scoglio rimasto incstrato nella fiancata, è stato compensato dalla forza centrifuga verso tribordo  che fa inclinare la nave verso tribordo  ad ogni virata a babordo . Quindi la nave si è adagiata sugli scogli con la murata di tribordo nella posizione in cui la vediamo ora, e cioè mostrando al cielo la fiancata sinistra, quella lacerata dallo scoglio, con lo spuntone di roccia incastrato. L'”abbandonare la nave” non sarebbe stato dato subito dopo l’urto, perchè l’alaggio delle scialuppe avrebbe richiesto di fermare la nave là dove poi sarebbe affondata su di un fondale di 70 (?) metri, evitando nel frattempo sbandamenti laterali con immissione di acqua dal lato opposto, sempre che le apposite pompe funzionino, mentre invece – forse -da parte di taluno (chi? Ecco il punto da chiarire! ) si sperava di salvare la nave dal naufragio completo. Suppongo che ciò sia avvenuto con l’assenso o dietro suggerimento della Compagnia, la quale,  se le mie supposizioni sono esatte, sarebbe apparsa più interessata  a salvare la nave dal naufragio completo piuttosto che “salvare tutte le persone imbarcate, proprio tutte!” .  Infatti la Compagnia ha dichiarato. “Le nostre istruzioni “scritte” (sic)  non prevedevano gli inchini”. E ci mancherebbe altro! Infatti,  secondo voi, il “libretto di istruzioni” di una nave come la Concordia avrebbe mai potuto essere in forma “verbale”?  No, certo che era “scritto”! Ma allora, perchè la Compagnia ha sentito il bisogno  di specificare una cosa assolutamente ovvia, e cioè proprio che le istruzioni erano “scritte”? Excusatio non petita vera accusatio!  Forse per celarsi dietro  istruzioni “ufficiali” e nascondere il loro assenso verbale a due comportamenti autorizzati “verbalmente”? ( E cioè: 1) l’inchino; 2)  la manovra per salvare la nave, non necessariamente tutti i passeggeri).

5) QUINTO ERRORE? I comportamenti del Comandante dopo l’urto con lo scoglio, ma lasciamo lavorare gli inquirenti …

Tutte queste sono solo ipotesi, sono solo mie supposizioni, non accuse, badate! Fate conto che mi stia apprestando a scrivere un romanzo di mare … cosa volete, dopo tutto sono un velista e per di più genovese …

Ciò detto, ma come si calcola una rotta? Ecco qui, per aspiranti navigatori

State navigando a vela su una barca di sette metri (foto a destra, Bocche di Bonifacio, in solitaria, di bolina, vento a 25 nodi. Quella sullo sfondo, al centro, navigava a motore! Ohibò!). Disponete di una piccola bussola da rilevamento, no … non elettronica, bensì una di quelle con lo specchietto ed il mirino  (foto a sinistra) per traguardare un punto cospicuo sulla costa e leggere sotto che angolo lo si vede rispetto al nord. Avete anche un orologio; una carta nautica che avete fissato con degli elastici su di una tavoletta poggiata ben ferma anche a barca sbandata come nella foto  sulle vostre ginocchia a mo’ di tavolo da carteggio ( di notte illuminando il tutto con una piccola pila frontale); due squadrette di plastica; un compasso; una matita nera; una temperamatite; una gomma da cancellare. Fissate il timone con due sagole.  Con la vostra piccola bussola traguardate due punti sulla costa e incrociando i due rilevamenti riuscite a segnare sulla carta il vostro “punto nave”, cioè avete individuato dove vi trovate. Dopo un calcolo complesso constate che la vostra rotta vera è per 274 gradi. La vostra velocità è di 5 nodi (5 miglia all’ora). Sulla carta nautica riscontrate che fra 5 miglia, su questa rotta, c’è uno scoglio. Voi mantenete costanti rotta e velocità, ma poco prima che passi un ‘ora, deviate la rotta ed evitate di naufragare su quello scoglio.

E la Concordia non era a una “barchetta a vela”, non era sbandata, i suoi motori funzionavano perfettamente; la nave disponeva di ogni più moderna strumentazione compresi alcuni GPS con cartografia incorporata, alcuni radar, ecoscandagli, sonar, etc.; la plancia di comando era perfettamente illuminata; il tavolo da carteggio è assai ampio; lo scenario entro il quale la nave era condotta era arcinoto; la zona entro la quale navigava era di poche miglia marine; il mare era calmissimo; la visibilità ottima; sicuramente a bordo il Comandante aveva alcuni aiutanti (secondo ufficiale, ufficiale di rotta, alcuni timonieri, etc.) ed inoltre disponeva anche delle dotazioni di cui è dotata la vostra barchetta a vela! Ecco perchè non è il caso di parlare di errore di rotta.

Si … ma come si fa a calcolare una rotta?? Cominciamo dall’ a- b – c .

Un oggetto che si muove sulla superficie terrestre, ad esempio una barchetta a vela giocattolo da noi trascinata su di una superficie sabbiosa, nello stesso tempo può essere da noi fatta ruotare su se stessa e cioè, pur procedendo, può essere posizionata in modo diverso e quindi, nel suo muoversi a contatto con la sabbia, può presentare come propria “parte anteriore” un suo alto di volta in volta diverso. Orbene, indipendentemente dalla posizione che avremo dato alla barchetta, ed in particolare alla sua prua, essa disegnerà comunque una traccia ben riconoscibile sulla sabbia: il suo percorso sulla terra, cioè rispetto alla terra. Tecnicamente, ci dirà quale è stata la sua “rotta vera”. Ora, immaginate che l’oggetto in questione sia una barchetta a vela vera di sette metri in navigazione sul mare. Indipendentemente dalle indicazioni della bussola (“rotta bussola”) o dalla “prora” cioè dalla posizione della “prua” della barca, la “rotta vera” (che è quella che ci interessa in quanto riportabile sulla carta nautica) sarà la traccia rappresentata dalla proiezione sul fondo del mare del percorso che la barca sta compiendo sulla sua superficie.

Detto questo, traguardando due punti riconoscibili sulla costa e riportando tali rilevamenti sulla carta nautica, riusciamo a stabilire il “punto nave” cioè ad individuare dove ci troviamo. Oppure, più semplicemente, in barca abbiamo un apparecchio GPS che ci dà la nostra posizione (ma non la nostra rotta, perché non avevamo i soldi per acquistare un GPS più moderno che ci avrebbe dato anche il valore in gradi della nostra rotta). In entrambi i casi, come facciamo a sapere verso dove stiamo andando? Direte voi: hai la bussola, leggila! Stai facendo rotta per 270 gradi bussola! Ci vuole tanto? E quindi, sulla carta, iniziando dal “punto nave”, traccia una riga a matita in direzione 270° e vedrai dove stai dirigendo la tua barchetta. .Eh, no … non basta. state un po’ a vedere. Infatti la rotta bussola non è la rotta vera …

Infatti, in ciascuna parte della terra esistono valori particolari di declinazione magnetica, cioè di scostamento di qualche grado del Nord Magnetico (quello che attrae l’ago della bussola) dal Nord Vero (quello della carta geografica). Questo scostamento varia due volte: una prima volta a secondo della regione della terra nella quale ci troviamo; una seconda volta varia nel tempo, cioè progredisce o regredisce nel tempo. Per questa ragione, ogni carta nautica indica la data alla quale è stata stampata, il valore dello scostamento (declinazione) a quella data e il valore della sua variazione annua nella zona di riferimento. Chiarito ciò, guardiamo la nostra bussola, la qual ci dice, ad esempio, che stiamo navigando per direzione 270 gradi rispetto al Nord Magnetico (rotta magnetica). Ma quella non è la nostra rotta vera! Infatti, in quella regione del mondo la carta nautica ci dice che esiste uno scostamento dell’ago della bussola di 5 gradi a destra (rispetto al nord geografico o nord vero) all’anno (e la carta è stata stampata un anno prima), il che vuol dire che il nord vero è 5 gradi a sinistra (verso sud ovest), e cioè che noi stiamo andando in realtà per rotta 265 gradi. Quindi sulla carta nautica non dovremmo segnare a matita la nostra rotta con una riga che va ai 270 gradi, bensì con una riga che va a 5 gradi a sud ovest, cioè verso i 265 gradi. Questa è la correzione dell’errore indotto dalla declinazione magnetica (prima correzione).

A questo punto, partendo dalla rotta bussola, con una prima correzione siamo arrivai ad una rotta un po’più vera. Ma non basta.

Infatti sulla nostra barca esistono masse ferrose disposte in modo casuale o asimmetrico, che deviano l’ago della bussola attraendolo verso di sé in modo diverso a secondo del grado di rotta che stiamo seguendo. Infatti se abbiamo una grossa ancora metallica esattamente a prua, l’ago della bussola sarà comunque un po’ disturbato e in una qualche misura, sarà “un po’” deviato verso prua. Ora, se la nostra prua è esattamente verso il Nord magnetico, l’effetto della deviazione magnetica non si avrà. Ma se la nostra prua non è esattamente sul Nord magnetico, bensì se la nostra prora (rotta) è per 270 gradi già corretta in 265, allora l’ancora metallica di prua avrà già trascinato l’ago della bussola un po’ più a sinistra, e quel “265” avrà già scontato questo influsso. Pertanto, prima di salpare, con barca legata ad un palo per la prua, facendo compierle un giro di 360 gradi attorno al palo mostrando sempre la prua al palo stesso, avremo stabilito per ogni grado di rotta quale è la correzione da applicare. Compilata questa “tabella di deviazione” siamo in grado di correggere la deviazione magnetica (seconda correzione). Questa tabella ci avrà detto, nell’esempio in esame, che per rotta bussola 270 gradi, già da noi corretto in 265 gradi, l’ago della bussola era stato deviato dall’ancora di prua di 3 gradi a sinistra. Pertanto per compensare, dovremo aggiungere 3 gradi a destra e risalire da 265 a 268 gradi. Quindi cancelliamo sulla carta la riga a matita che andava verso i 265 gradi e la sostituiamo con altra riga verso i 268.

Dopo questa seconda correzione, abbiamo ulteriormente migliorato la veridicità della nostra rotta. Ma ancora non basta.

Infatti, posto che la nostra rotta ormai quasi vera sia di 268 gradi, dobbiamo ora calcolare lo scarroccio (sempre presente in una navigazione a vela che non sia con il vento esattamente in poppa,e pari a circa 8-10 gradi) dovuto al vento (terza correzione), e la deriva, dovuta alle correnti (quarta ed ultima correzione).
Ora, se il vento provenisse da sud ovest (Libeccio) alla nostra rotta di 268 dobbiamo aggiungere gradi altri 10 per lo scarroccio ed arriviamo ad una rotta di 278 gradi. Dopo un certo periodo tuttavia, rifacendo il punto nave, ci accorgiamo che la nostra posizione è spostata verso sud rispetto al previsto, come se, ad esempio in un’ora, avessimo navigato per rotta 266 gradi bussola e non per 270. Ciò significa che abbiamo subito lo scarroccio di una corrente da nord di 4 nodi (4 miglia all’ora). Correggiamo quindi la rotta per un’ora del valore doppio e per un’ora navighiamo a 278 gradi bussola e poi ci rimettiamo su rotta bussola per 270 gradi bussola. Ma a questo punto sappiamo che la nostra rotta vera è di 274 gradi, cioè quei 278 gradi di cui sopra meno 4 gradi per la corrente.

 

Tracciamo una riga sulla carta con direzione 274 gradi e sapremo verso dove ci stiamo dirigendo: verso quello scoglio di cui si diceva prima e che sicuramente saremo in grado di evitare!

P.S.: la seconda volta che passai al traverso della piramide qui a fianco, di fronte alla baia di Pinarello (innevata dal guano dei gabbiani) sulla costa est della Corsica, dall’acqua emergevano, paralleli, due alberi in legno di un veliero affondato da poco a seguito di uno “scontro frontale”  con mare calmo : mare calmo, sì, altrimenti le onde lo avrebbero sbriciolato e certamente i due alberi non sarebbero più stati paralleli!  Succede anche questo.

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Banche: forti utili di breve periodo divorati da fortissime perdite a medio termine. Quasi scomparso il credito a famiglie e imprese

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 23 Gennaio, 2012 @ 8:37 am

Detto altrimenti: chi dobbiamo ringraziare?

Le banche avrebbero dovuto investire nell’economia vera il denaro raccolto presso i risparmiatori. Invece hanno investito nella finanza speculativa. In altre parole; le banche hanno “giocato al casinò”, tanto, anche se perdono, noi tutti, tramite gli Stati, copriamo le loro perdite con la ricapitalizzazione (aumenti di capitale “anche” a copertura perdite). Mica possiamo permetterci che falliscano, travolgerndo tutti i nostri risparmi e distruggendo uno strumento indisopensabile allo sviluppo economico … mica possiamo … “Forti” di ciò, le banche hanno acquistato titoli pubblici e titolo derivati (vedi il mio post del 4 gennaio) che davano ottimi rendimenti nel breve periodo ma rischiosissimi a medio termine. Nel fare questi investimenti si sono ben guardate dall’applicare le severe norme di cautela alle quali si attengono quando prestano denaro alle imprese “vere”. Dicevano che lo facevano per venire incontro alle esigenze degli Stati, dicevano …. In parte sarà stato anche vero, ma non si è trattato certo nè di beneficienza, nè di far guarire il malato, quanto piuttosto di dargli un antidolorifico momentaneo  facendoglielo pagare salato, cioè esigendo rendimenti alti, speculando sulla sua malattia: multa paucis (lingua latina), molti rendimenti con poco sforzo. Ma … dura minga (dialetto milanese) … infatti, come era prevedibile, il malato si è presto aggravato e le banche con lui. Ed ecco che il malato stesso, costretto a pagare comunque il proprio medico che a sua volta sarebbe fallito e come tale avrebbe causato danni gravissimi ai suoi molti clienti “minori” (i risparmiatori), emette altri titoli di debito pubblico ed altra carta moneta e la spirale diventa micidiale. Dal casinò al … al …. basta che leviate l’accento!

"In banca avevate chiesto chiesto un fido? Eccomi! "

Chi dobbiamo ringraziare per tutto ciò? Sicuramente anche i supermanager di banche e delle agenzie di rating. Ora le cose stanno cambiando. Infatti, per far vedere che hanno capito, le banche (cioè quelle stesse persone) stanno limando i loro stipendi o licenziando alcuni loro colleghi (ir)responsabili dell’accaduto, con decine di milioni di euro di buonuscita. Dice … sapete, si tratta di diritti acquisiti … Nel frattempo hanno appeso un cartello alla porta. “Non si fa credito a famiglie e imprese”

Su La Stampa, “Primo piano”, 15 gennaio 2012 pag. 16, si riporta che Giuseppe Mussari, Presidente dell’ABI, Associazione Bancaria Italiana, ha invitato per lettera le banche aderenti a moderare le retribuzioni dei top manager “in una logica di equa distribuzione e di sostenibilità complessiva delle misure imposte dalla congiuntura”…. invocando “sistemi di remunerazione equilibrati, in linea con le strategie e gli obiettivi di medio e lungo periodo e strettamente collegati con i risultati aziendali, con particolare riguardo al personale più rilevante ed ai c.c. risk takers” (assuntori di rischi, n.d.r.), …indirizzando le politiche retributive verso la moderazione … Riterrei opportuno le predette figure apicali partecipassero allo sforzo con il 4% della loro retribuzione fissa”.

L’Adige del 21 gennaio 2012, pagina 8, riporta che gli azionisti forti di una primaria banca italiana stanno per sottoporre a verifica il top management di livello immediatamente inferiore all’ Amministratore Delegato, rispetto alle loro scelte gestionali e risultati positivi e negativi maggiormente rilevanti. E’ già qualcosa. Infatti si parla di verificare i risultati di medio e lungo periodo, non più solo quelli a breve. Infatti anche recentemente quella stessa banca ha “premiato” un suo top manager con una buona uscita da capogiro per risultati realizzati nel breve periodo, senza considerare che, dopo un anno dalla sua uscita, i risultati a medio termine avrebbero potuto essere, come poi sono stati, catastrofici.

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Post di intervallo: veleggiare in inverno nel Garda Trentino

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 22 Gennaio, 2012 @ 5:43 pm

Il Vento del nord respinge la nebbia

Detto altrimenti: visto che non sta nevicando molto, tre post fa ho cominciato a parlarvi di bicicletta. Ora vi parlo della vela d’inverno

Vele rivane

 Il cielo è pulito, fa freddo.
Il Vento del nord respinge la nebbia.
Le palme e gli ulivi son scossi e muovon le foglie
qual ali che voglian migrare.

... gli ulivi ... muovon le foglie qual ali che voglian migrare

C’è Vento sul Lago da giorni.

Le cime nevose dei monti
dipingono l’aria di candidi sbuffi.

Nel porto un’orchestra.
Ascolta
tintinna di magico timpano
sartia d’acciaio
e insieme a folate impetuose
dà fiato ad un oboe solenne.
E l’onda, smorzata dal molo, applaude il concerto
lambendo gli scafi seduti in poltrona
nel proprio teatro di luci e di suoni.

... le cime nevose dei monti ...

In alto un gabbiano galleggia nel fiume sospeso.
Sull’acqua reali due cigni attendono il tempo.
Dal seno materno del porto si stacca una prora:
s’avanza invelata e scruta l’invito del Vento.
Dapprima procede più lenta
poi prende vigore sull’onda che s’apre e l’accoglie
nell’umido abbraccio d’amante in attesa.
Carena sussulta si slancia
respira lo stesso respiro del cielo
e all’acqua regala la forma.
Le creste dell’onde s’uniscono all’aere in spume rapite.
Lo scafo ormai vola: e mentre ti portan sue ali
Lo senti vibrare, gioire e chiederti: “Ancòra!”.

Ma devi tornare ...

 

Ma devi tornare
e volti la rotta in faccia alla furia che avverti più vera.
Non lotta con l’onda la prora che s’alza:
l’affronta, ricerca un’intesa, la trova, procede:
la senti che parla di te con l’acqua e col vento.

rl

 

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In Trentino, di tutto un po’ …

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 21 Gennaio, 2012 @ 1:03 pm

Detto altrimenti: di tutto nel blog … anzi, di tutto in un solo “post” Ovvero: recentemente ho pubblicato post abbastanza lunghi: ora voglio “fare media”. Ecco qui, quindi, due argomenti “trentini” importantissimi, in poche righe. D’altra parte, meno si scrive, più si è letti.

A) Il Governatore Lorenzo Dellai e il Ceto Medio

Il 28 dicembre scorso pubblicavo un post sulla necessità della sopravvivenza del ceto medio, come modello di crescita della fascia economica “di base” e come soggetto che garantisce il consumo e quindi la produzione. Sull’Adige di sabato 21 gennaio 2012, pag. 25, leggo che la Giunta provinciale sta per varare un piano per l’edilizia “un po’ più che popolare”, cioè per il ceto medio.

 

 

B) La gara per l’A 22 (L’Adige 1 gennaio 2012, pag. 8: rinvio di un anno? Magari!)

Nei miei precedenti post del 12 e 27 dicembre 2011 e 7 gennaio 2012 evidenziavo due proposte:
1. per la regolamentazione della mobilità d’ogni tipo lungo l’Asse del Brennero, impostare un unico sistema progettuale e gestionale a valenza euro regionale in funzione europea. Fatto ciò, pretendere che non sia messa a gara la gestione locale di una delle sue componenti strategiche (indispensabile e insostituibile): la gestione dell’A22. Ben altro quindi che “i conti ragionieristici romani!”. Ciò, inoltre, anche come eccezione europea in contropartita di altre eccezioni europee (che hanno riguardato la GB, vedi qui sotto al n. 2);
2. in subordine, escludere comunque partecipanti inglesi dalla gara, in quanto la GB rifiuta di farsi carico di “oneri, doveri e impegni europei” (trasparenza bancaria, contributo al fondo salva stati, etc.). Ubi commoda ibi incommoda …

Coraggio, lettori del blog, fatevi avanti con i vostri commenti: carne al fuoco non ne manca!

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INCONTRI – 6) MARIAPIA VELADIANO

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 20 Gennaio, 2012 @ 3:43 pm

Detto altrimenti: una nuova Trentina ad honorem, il suo romanzo: “La vita accanto”

Mariapia Veladiano

Malvinni, Veladiano, Reina

“Mariapia Veladiano da Vicenza”, teologa, già professoressa, da poco Preside in una scuola di Rovereto, scrittrice al suo primo romanzo è stata meritatamente assai corteggiata e contesa a Trento. Infatti:
o ai nostri gruppi privati di lettura e culturali è indicata da Camilla Pacher;
o ha formato oggetto di lettura e commento sul blog “Tra un libro e l’altro” di Mirna Moretti (www.trentoblog.it/mirnamoretti);
o il suo romanzo ha formato oggetto di una serata di discussione da parte del Circolo l’Accademia delle Muse presieduto da Cristina Endrizzi Garbini;
o “La vita accanto” ha suggerito un viaggio a Vicenza alla scoperta dei “luoghi di Rebecca”, sulla cui scia è stato redatto un album fotografico poi donato all’Autrice;
o l’Autrice è stata invitata Trento dalla Biblioteca Comunale, con l’organizzazione di Paolo Malvinni, per una riunione condotta da Nadia Reina;
o questo “post” avrebbe dovuto essere scritto da Mirna, quale titolare del blog letterario. Tuttavia, essendo lei impossibilitata a partecipare all’incontro, ha chiesto a me di sostituirla.

Biblioteca Civica di Trento, 19 gennaio 2012, ore 17,30. Sala degli affreschi, stracolma. Mariapia Veladiano entra. Scrivere ora del suo ingresso nella sala dopo averne ascoltato le parole …  parole che hanno richiamato alla mia memoria alcuni versi …

…Ella “se ‘n vien” sentendosi laudare
benignamente d’umiltà vestuta
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare …

… infatti, così, semplicemente, portatrice di un grande messaggio, Mariapia entra e si rapporta alle persone con assoluta naturalezza,  umanità e disponibilità. Prima della conferenza le rivolgo qualche domanda:

Buongiorno Signora, sono qui per il blog ….
Sì, l’ho visto, la ringrazio, mi ha segnalato, che dire …
Niente, siamo noi a doverLe molto. Mi permette qualche domanda? Lei è di Vicenza?
Si.
“La vita accanto” è il suo primo romanzo?
E’ il primo che pubblico.
E prima?
Ho sempre scritto. Ho collaborato con una rivista “Il Regno” di Bologna, con articoli di teologia, sulla Chiesa, su Chiesa-ambiente. Come narrativa ho svolto solo attività privata. Tuttavia, ad un certo momento, ho avvertito il bisogno di un ascolto.
E l’ascolto ora posso garantirLe che ce l’ha, e come! Lei è teologa?
Si.
Allora conosce Vito Mancuso? Sa, è stato qui a Trento pochi giorni fa, in occasione del suo libro “Io e Dio”.
Non l’ho seguito. Lui è un teologo in senso pieno, ha sviluppato un pensiero teologico. Io sono solo laureata in teologia. La mia formazione è teologica ma non ho mai elaborato un pensiero teologico. La teologia mi è servita per avere uno “sguardo dal basso sul mondo”, dalla parte dei più deboli … è importante …
Come Le è venuta l’ispirazione del romanzo?
Non si sa come accadano certe cose … ovvero, le storie arrivano addosso … ci investono … io credo che questa mi sia arrivata dalla mia esperienza di scuola, dai ragazzi i quali, nel tempo, mi hanno trasmesso le loro incertezze legate alla percezione del loro stesso essere, che la pseudocultura moderna impone adeguato a rigidi canoni sociali ed estetici dai quali è molto facile essere fuori. Infatti, basta non essere alti, magri, ricchi, non essere vestiti in un certo modo, non avere certi accessori, non essere abbastanza giovani, e si è fuori. I giovani oggi hanno questa grande paura, dell’esclusione dal canone. Volendo io raccontare una storia di esclusione ho scelto l’esclusione più stupida, quella legata all’aspetto fisico, quella che trascura la vera essenza della persona umana e non tiene conto della personalità di ognuno.
Rebecca è rimasta vittima di questa concezione della vita?
Quella di Rebecca è la storia di una vita possibile comunque, di una “vita salvata”. Ciò che salva la nostra vita è che essa sia originale e che qualcuno la riconosca come importante. Se abbiamo questa fortuna, se qualcuno la riconosce come tale siamo salvi, abbiamo la nostra felicità, anche piccola, ma nostra e fondamentale. Oggi invece, purtroppo, la felicità è assoluta (denaro, bellezza, giovinezza, successo, palcoscenico a disposizione etc.) oppure c’è infelicità, non c’è vita, il che è un inganno tremendo perché condanna la stragrande maggioranza di noi a non essere nessuno, mentre invece ognuno di noi è importante: questa è la nostra vita, la nostra unica vita …
Avevo una domanda da farLe, cioè se il romanzo è autobiografico. ma ora che L’ho conosciuta di persona, ora che vedo davanti a me una bella signora ed una signora bella … la risposta l’ho già: no.
Io dico sempre che sono autobiografiche tutte le emozioni e tutti i sentimenti che si sono vissuti o che altri ci hanno trasmesso. E poi una brutta percezione di noi stessi … chi di noi non l’ha mai avuta … è una sensazione molto diffusa … quindi posso attingere anche da qui.

Monte Berico

Grazie, La lascio al suo pubblico. Non prima di averLe fatto dono di questo piccolo album di fotografie da noi scattate a Vicenza, “Viaggio in Vicenza”, durante una visita ai “luoghi di Rebecca”. L’album è firmato anche da Cristina Endrizzi e da Mirna Moretti. Non siamo riusciti a raccogliere in tempo la firma di Camilla Pacher, l’amica che ci ha segnalato la Sua opera e che ora Le presento.
Non ho parole, grazie …
Grazie a Lei, Signora.

Nel corso del successivo ampio scambio di idee fra l’Autrice, la conduttrice della riunione Nadia Reina  ed il pubblico sono emersi ulteriori spunti. Ne riferisco alcuni, in forma sintetica per ragioni di spazio.

Si tratta di un romanzo-letteratura, una storia umana quindi universale, con la quale l’Autrice si è rivelata a se stessa. Ma … qual è il Suo pubblico?
E’ un pubblico molto diversificato. Molti vi si sono riconosciuti, ciascuno in una delle tante situazioni. I miei ragazzi poi navigando su internet, prima dell’uscita del libro hanno scoperto che lo avrei pubblicato. Hanno cercato di indovinare “come va a finire”. Di fronte alla mia ovvia indisponibilità ad anticipare loro la risposta, sapete cosa hanno detto, in successione?
o Rebecca diventa bella.
o Si suicida.
o Muore di suo.
In altre parole: per loro è inaccettabile essere “fuori” dai canoni. Sono quindi particolarmente lieta che il mio libro sia stato adottato in una scuola superiore …
Ma … Rebecca diventa bella?
Si, in quanto sente che la sua vita diventa “riconosciuta” e quindi “importante”. Anche nella vita lavorativa è bello “essere riconosciuti” per quello che si fa.
Lei parla del “bel mondo e bella gente”, non di “mondo bello e gente bella”.
Sì, sono concetti diversi. Oggi alla parola bellezza vengono collegati ”abbronzatura, altezza, magrezza, giovinezza, istituti di bellezza, centri del benessere, cure dimagranti. etc.”, mentre il bello è tutt’altro. Il bello è nella profondità dell’essere di ognuno di noi. I ragazzi d’oggi sono portati a combattere ciò che è non è “bello”, che è fuori canone; sono indotti a combattere per conquistarsi ciò che è previsto dal canone. Vedono il mondo diviso in due: chi ce la fa e chi no. E ciò è terrificante. Invece, dobbiamo essere vicini a chi, accanto a noi, sembra “non farcela”, dobbiamo “vederlo” e “riconoscerlo” come persona comunque importante. Anche nel lessico, io insisto con i miei ragazzi, non voglio la “lingua del mercato”: bello – brutto, grande – piccolo, si – no. Una lingua conosciuta poco è una lingua usata male e non esprime non ciò che si desidera dire, ma solo ciò che si riesce a dire. E spesso si è fraintesi. E’ la lingua delle guerre, della non-comunicazione. Una mia allieva ha scritto in un tema: “Una donna amata si sente bella”. Ho aggiunto, a fianco: “Ogni persona amata si sente bella”.
Viene tirato in ballo anche il ruolo della famiglia.
Sì, la famiglia è importante, ma da sola non ce la può fare. Mancano asili nido, gli orari scolastici e degli uffici non tengono conto delle esigenze familiari. Si dice “politiche per la famiglia”. Si dice, si parla … appunto …
Il romanzo è la sconfitta del male.
Si, Rebecca viene “riconosciuta” e quindi si salva, raggiunge la sua “piccola” felicità. Il bene trionfa.
Poche pagine, molti capitoli, corti, a diminuire …
Spesso il non detto parla più di ciò che viene detto. Gli Ebrei della prima generazione, quelli che hanno vissuto la Shoà non ne hanno quasi mai parlato. Gli Ebrei della seconda generazione, i loro figli, la conoscono alla perfezione.
Un libro nasce due volte, quando è scritto e quando viene letto. Questo è nato tre volte, cioè anche oggi, quando viene ri-letto, grazie ai Suoi interventi.
…
Questo libro mi ha cambiato la vita, grazie
…
In questo romanzo Lei ha affidato molto agli odori e ai profumi. A parte i “profumi del paesaggio”, cioè quelli che appartengono alla natura, ve ne sono altri che si sostituiscono alle parole. A proposito del “non detto”: Rebecca, a scuola, seduta nel primo banco, “sente l’odore” della curiosità dei compagni dietro di sé. E alla fine del libro l’esplosione di un profumo narra il ri-trovamento, da parte di Rebecca, di qualcosa di cui era stata privata.
Sì, è vero. Io stessa ho una grande sensibilità olfattiva. Molto importante è un particolare. Rebecca non conosceva l’odore della mamma che l’ha sempre allontanata da sé. Ma un giorno, quando si rompe la boccetta del profumo della mamma ormai morta, Rebecca può recuperarlo come ricordo di lei.

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