CRONACHE DI BORZONASCA. IL GIARDINO NELL’ANIMA

pubblicato da: Mirna - 20 giugno, 2018 @ 10:59 am

 

Luglio caldissimo 2015 001IL GIARDINO NELL’ANIMA

E’ sempre dentro di noi il desiderio di giardino, quel luogo circoscritto, sicuro, ancestrale, che ci accompagna daiIMG_20180613_204236 primordi dell’umanità quando nell’Eden eravamo felici.

C’è nell’infanzia di tutti un giardino dove erba, fiori, alberi erano nostri compagni e IMG_20180612_132340complici. Poteva essere segreto, non nostro, lontano, vicino, ma quando ci trovavamo accanto a cortecce, fili d’erba, fiorellini, farfalle, api ci sentivamo a casa.

Perchè un giardino è anche uno stato mentale nel quale ci si può spogliare dalle maschere, dai condizionamenti e tornare fiore che cresce, foglia che si muove senza regole umane.

Da bambina avevo un cortiletto piccolissimo, ma c’erano alcune alberelli, violaciocche e un amico al di del muretto. Luogo che IMG_20180611_182737sentivamo solo nostro. Non ricordo adulti, ma solo bambini.

Come nel bellissimo libro per ragazzi  “Il giardino segreto”

E poi intorno a noi c’era la campagna con fiordalisi e papaveri ai tempi delle spighe.

E lucciole e profumi di tiglio. Atmosfere magiche.

IMG_20180607_111935IMG_20160630_182842Ho molti libri che raccontano giardini.

Stupendo “Il giardino di Virginia Woolf”curato con maestria e cuore da suo marito Leonard.

Anche soltanto sfogliando le pagine ci si può immergere in visioni di fiori bianchi, gialli, i famosi “daffodils” (giacinti, di cui parla Woosdworth in una romantica poesia). Mi piace soltanto nominare i nomi di clematide, cerfoglio, viburno,euphorbia, anemoni, astri, nasturzi, delphinium (anche se alcuni non li conosco) per sentirmi in una zona franca dove regnano bellezza ed armonia.

Elizabeth von Arnim ha scritto “Il giardino di Elizabeth” che divenne la sua vera “home” dove scappare IMG_20180614_180126dal marito autoritario e dalla noia.

Un’ appendice postuma al suo racconto è un delizioso libretto “Il giardino perduto” che altro non è che il IMG_20160619_163446ricordo dell’infanzia quasi magica vissuta nella proprietà dei nonni.

Quando mio marito Piero volle ristrutturare questa vecchia casa con giardinetto a fasce sul retro feci un po’ di resistenza, ma a lavori ultimati e nonostante scale e scalette per accedere sia all’appartamento, alla mansarda e ai giardinetti rimasi affascinata.

Fu un amore a prima vista.

In quella lontana estate del 1996 potevate sentirmi declamare Montale “Meriggiare pallido e assorto”, vedermi in estasi di fronte agli allori, agli amareni, alle camelie, alle rosse rose antiche dette rose d’amore, comporre poesie dove dicevo “Soprattutto io amo possedere fiori d’amarene e di limoni, ecc”.

Pur essendo un giardino piccolo, verticale, scoprivo bellezze e sorprese: roselline rosa che si arrampicavano in IMG_20160624_201907alto dove edera, bosso nascondevano un altro piccolissimo camminamento che dà su un sentierino in alto, c’è addirittura un po’ d’uva.

Ci sono poi una palma, un nespolo, un pruno, un albero di cachi, un arancio selvatico e rosmarino, melissa, gelsomino che a sera, insieme ai tigli vicini, ci avvolgono in un profumo intenso.

Agosto, Borzone, varie 002Mi meraviglio sempre quando dopo aver goduto del sole accanto a ortensie, spadoni, belle di notte, mi affaccio dal balconcino del salotto e noto che presto fioriranno le dalie, le rose rosa stanno sbpcciando , il lillà freme, Mimilla è felice e vedo persino alcune lucciole brillare timidamente sulla porta del casotto e nell’orto del vicino.

E’ un microcosmo lo so, ma ogni fiore, ogni odore che sale nella notte calda , ogni garrito IMG_20180614_111556delle ultime rondini rappresentano il nostro mondo desiderato, mondo che possiamo sempre ricreare nel nostro cuore e nella nostra anima affidandoci alla Natura che procede nonostante tutto.

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LA FATTORIA DEI GELSOMINI di Elizabeth von Arnim

pubblicato da: Mirna - 15 giugno, 2018 @ 4:15 pm

 

LA FATTORIA DEI GELSOMINI

Da non perdere questo delizioso racconto di Elizabeth von Arnim.IMG_20180615_100914

Ottima romanziera, questa scrittrice nata nel 1866 in Australia, riesce a mantenere salda una trama colma di ironia sociale e  che fa divertire come un romanzo di Woodhouse.

Dalla residenza lussuosa di Lady Midhurst dove un troppo uso di uva spina nei menu causa malesseri e disagi tra gli ospiti fino a una casetta in Provenza.

La pura e casta vedova Daisy Midhurst adora la propria figlia Terry che sembra crescere con le stesse materne virtù vittoriane tra Londra e le residenze di campagna. Devotissima figlia non si decide però mai a sposarsi.

Ma che è successo nella lussuosa dimora tra una crostata e uno spumone all’uva spina?

Alcun ospiti giocano a scacchi, tra questi Andrew  l’amministratore della grande ricchezza di Lady Midhurst, altri corteggiano Rosy la giovane e attraente moglie di Andrew.

Rosy è di un altro ambiente sociale, l’unica cosa che le piace è farsi ammirare con i vestitini nuovi che la madre è riuscita a procurarle. Infatti generalmente non sa che dire e ripete spesso per non sbagliare “Scusi, diceva?”

La giovane virginale Terry, spesso vestita di bianco, non è però come la società pensa che sia.

Lei è moderna, anticonformista, detesta l’ipocrisia ed è fiera di essere l’amante di Andrew, il quasi sessantenne amministratore e… pure marito di un’altra.

Relazione che viene celata, pur amandosi, per non far soffrire l’adorata madre di lei.

Ma c’è un’altra madre, quella di Rosy, la formosa e vitale Mrs.de Lacy che vive con figlia e genero.

E che presto saprà della tresca…

che fare per poterne trarre vantaggio?

Circostanze e dialoghi divertenti, un allegro cinismo e un dileggio sia del conformismo dell’aristocrazia inglese sia dei parvenu;  però alla fine  un punto a favore va alla  poco raffinata ma sincera Mrs.de Lacey.

IMG_20180613_204236Le due dame saranno a confronto proprio in Provenza, nella fattoria dei gelsomini dove Mrs.Midhurst è fuggita per nascondersi dallo scandalo.

E questa parte del romanzo è veramente da gustare: due mondi antitetici a confronto con il  “contorno” di altri personaggi arrivati a sorpresa.

Da non tralasciare i due esterrefatti custodi, uno silenzioso, l’altra che commenta ogni accadimento con “Tiens”.

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CRONACHE DI BORZONASCA 2018

pubblicato da: Mirna - 10 giugno, 2018 @ 8:40 am

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CRONACHE DI BORZONASCA

Potremmo chiamarle “Transilvania, mon amour”: piovaschi, nuvole basse, sensazioni di IMG_20180607_111933autunni incipienti, non certo di estati folgoranti liguri e montaliane.

Ma è nella natura cercare la soluzione ottimale, n’est pas?

Ed allora troviamo meraviglie nelle piante rigogliose, godiamo della felicità di una gattina nera che osserva uccellini canterini dalla finestra IMG_20180609_120222della cucina, che si avventura tra erba rorida di pioggia di giugno , nell’arrivo di P1000431verdure freschissime dei miei vicini tutelari.

E poi la cara amica che arriva con libri e racconti ed insieme aggrediamo l’umidità andando a mangiare in trattorie collinari. Stoccafisso bianco a Cichero, baciocca ed altre leccornie liguri a Belpiano.

Località dai nomi suggestivi che ci rimandano a boschi e boschetti di latifoglie, a momenti di pace arcadica.

Ma già l’arrivo in questa mia seconda casa mi abbraccia con l’affetto di mio marito.IMG_20180603_173806

Tutto è stato scelto insieme: da dove arriva la luce, la disposizione delle poltroncine, dove sistemare i fiori del giardinetto. E quest’anno, IMG_20180609_111840meraviglia delle meraviglie, gigli profumatissimi.

IMG_20180608_183741Sempre salire le scalette delle tre fasce mi regala sorprese: le ortensie, i fiori degli spadoni -  mai visti – !, amarene pronte per essere gustate all’istante o per fare la marmellata.

Sensazioni diverse da quelle cittadine mi assalgono e stemperano l’abitudine della monotonia. Le sorprese sono tra l’era, tra melissa fiorente, rosmarino profumato, rose d’amore e cascate di roselline. I canti di certi uccellini queruli che disturbano Stefania mentre prova le polacche e i valzer di Chopin che suonerà a Postdam.

Predisponiamo l’animo e il corpo (le stanche membra come diceva Giuliana) a piaceri semplici di aria buona, IMG_20180608_184042pigri pomeriggi tra letture e tisane, a cercare di rimescolare la nostra vita alla luce di piccoli grandi  cambiamenti cercando di non farci suggestionare dalle nubi che qui a Borzonasca incombono sul monte Cucco , indicatore meteorologico di grande rilevanza, ma pensando che il sole è lì dietro pronto a splendere per farci rifiorire…

…noi e i fiori.

 

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PIZZA DI CLASSE PER IL LIBRINCONTRI E CONSIGLI DI LETTURA

pubblicato da: Mirna - 2 giugno, 2018 @ 6:50 am

IMG-20171206-WA0003Da Roberto Menestrina, IMG-20180601-WA0015

“Carissima Mirna

Come ti dicevo, di interessante in questo periodo ho letto il diario di Henry Morton Stanley “Come ho trovato il dottor Livingstone”.

I due protagonisti non emergono come figure impeccabili; il primo era un giornalista e avventuriero a caccia di notorietà e di finanziamenti. Livingstone, d’altra parte, era forse un missionario, ma soprattutto un cacciatore di notorietà tramite esplorazioni geografiche, sull’esempio di Richard Francis Burton, lo scopritore delle sorgenti del Nilo.

Il diario è piuttosto ingenuo, volto ad esaltare gli sforzi fatti nella missione, ma lascia trasparire qual’era l’atteggiamento comune relativamente alla conquista dell’Africa nell’ ‘800.

Gli occidentali, europei e americani, non ci fanno una gran bella figura, ma emerge anche il ruolo che hanno avuto arabi e indiani nelle vicende connesse alla tratta degli schiavi e al finanziamento delle guerre interne tribali. Il tutto molto poco “politically correct”.

A me ha ricordato “Cuore di tenebra”, un po’ gli stesi fatti ma visti con uno sguardo opposto a quello critico e addolorato di Conrad.

Ho letto un giallo di Connelly, tipicamente americano, senza troppe esagerazioni, buono per addormentarsi.

Ho letto un giallo di Indridason, tipicamente nordico, un po’ cupo e umido, ma si legge bene. Ne leggerò altri.

Mi ha un po’ deluso “Il giocatore occulto “ di Arturo Perez-Reverte.

Sono stato invogliato dall’autore: avevo letto “Il club Dumas” (vedi film “La nona porta”) e di “La tavola fiamminga”, due libri molto intriganti, ben congegnati e ben scritti. Il primo fra collezionisti di libri antichi e satanismo; il secondo con una memorabile partita di scacchi..

Ero già stato deluso dal ciclo del capitano Alatriste, veramente povero, secondo me scritto per far cassetta, e l’ho presto abbandonato dopo un volume.

Quest’ultimo romanzo è appena sufficiente, un brodino allungato sull’assedio di Cadice da parte dei napoleonici e una serie di efferati delitti.

Ho anche letto “Una pinta d’inchiostro irlandese” di Flann O’Brien. Narrativa d’avanguardia degli anni ’40. Ricorda Joyce, fortuna è più corto. Solo notevoli alcune pagine scritte a imitazione delle saghe nordiche . Vedi saga di Cuchulain.

Infine ho letto “Hotel Angleterre” di Nico Orengo. Purtroppo. Qualche notizia e qualche storia su Puskin. Ma quanto si ama questo scrittore, quanta gente famosa conosce, quanto sa scrivere elegante. Cala Trinchetto.

Volevo infine ringraziarti per i gentili inviti ricevuti e per le piacevoli riunioni a cui mi hai fatto partecipare. Con l’arrivo dell’estate mi trasferisco a Pozza di Fassa fino a settembre e non sarò pertanto presente. Spero ci rivedremo ad ottobre, dopo aver letto molti altri libri. Ti manderò qualche altro resoconto di libri, nel frattempo.”

Abbiamo concluso l’altra sera con la pizza di classe i nostri incontri al bar Città sempre in allegria e con voglia di parlare delle nostre ultime letture. Evviva. IMG_20180531_204336

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LA SAGA DEI CAZALET di Elizabeth Jane Howard

pubblicato da: Mirna - 2 giugno, 2018 @ 6:40 am

Cinque volumi di circa 600 pagine l’uno.Cazalet

Letti in un mese o poco più. Consumati per consolazione dopo l’addio della mia amica.Vicenza Novembre 2011 023

Siamo in Inghilterra, il luogo immaginifico e letteraturizzato che  ha fatto incontrare me e Giuliana. Luogo dei nostri desideri e del nostro immaginario. La lentezza, le tradizioni inglesi, il rito rassicurante  del tè delle cinque. Le storie della nostra adolescenza si svolgevano  a Londra e dintorni,tra cabine del telefono, cassette postali  e bus rossi, i Beatles erano in Abbey Road.

Già pronte, sebbene italiane provinciali, a vestirci in minigonna e indossare il basco di Mary Quant

Ci sentivamo libere eppure a casa perchè stavamo vivendo il nostro sogno. Gli anni più spensierati anche grazie alle nostre affinità, al nostro gusto per la vita e per le scoperte, al nostro sense of humour, sono stati quelli abroad. All’estero. .

Giuliana non ha letto la saga dei Cazalet. Troppo occupata ad accudire i gatti di Aquileia, ma non solo. Torte per tutti. E soprattutto  impegnata  a dispensare la sua arguzia intelligente e buona.

Avevo cominciato a parlarle di questi romanzi: la famiglia dell’alta borghesia industriale vissuta soprattutto  nell’arco delle due guerre.

Ho già descritto alcuni libri.Amarcord V 28 Aprile 18 003

L’albero genealogico campeggia nelle prime pagine. I capostipiti , i tre figli maschi, l’unica femmina Rachel che si scoprirà attratta dalle donne, Zoe la seconda moglie, ecc. . ,

E tutto ciò che può portare una vita matrimoniale. Amore, tradimenti, felicità, dolore,

E i giovani. Quante storie dunque.

Dove riconoscersi in parte perchè tutto ciò che accade a un essere umano può accadere ad un altro.

Sfondo storico le due guerre, le privazioni, la battaglia d’Inghilterra, il dopo guerra.Cazalet (2)

Romanzi più adatti a noi donne che amiamo rifugiarci spesso nelle piccole cose quotidiane che ci difendono, rilassano, ma danno sapore alla vita intera. Anzi ne sono il paradigma.

Libri che conserverò nella mia biblioteca, che rileggerò soprattutto in momenti difficili perchè potrò entrare di nascosto in altre vite che mi consoleranno e che mi porteranno in quell’Inghilterra divenuta per me ormai il luogo della fine estate 2016 + Giuly 012giovinezza, dell’allegria, delle scoperte.

E a Giuliana che mi manca come l’aria.

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COME CADE LA LUCE di Chaterine Dunne e PRIMA DI ME di Julian Barnes

pubblicato da: Mirna - 28 maggio, 2018 @ 10:42 am

IMG_20180519_091329Consigli di lettura agli amici che mi seguono.

Un romanzo soprattutto  per donne Come cade la luce perchè Catherine Dunne, l’autrice del fortunato La metà di niente, è bravissima ad indagare l’universo femminile, il suo modo di sentire e di vedere le cose.

Rimaniamo nell’universo domestico e seguiamo la vita di una famiglia cipriota costretta ad abbandonare Cipro  dopo il colpo di stato del 1974. Una famiglia composta di cinque persone trasferitesi in Irlanda . Seguiamo la storia , i dolori e le gioie dei personaggi secondo il punto di vista delle due sorelle Alexia e Melina.

La trama è ricca e forse un po’ ridondante, ma sicuramente  interessante.  Si parla di malattia, di matrimoni, di morte, di tradimenti  e di amore. Come nella vita di noi tutti.

Più adatto forse ai lettori uomini il romanzo trasgressivo di  PRIMA DI ME di Julian Barnes, ottimo scrittore inglese. Autore di Il senso di una fine, Il pappagallo di Flaubert, Il rumore del tempo che vi ho presentato già nel blog.

Il protagonista è Grahm Hendrick  un accademico, un marito annoiato, un padre distratto. Un uomo senza qualità.

All’improvviso dopo 18 anni di matrimonio incontra Ann, un’effervescente ex- attricetta, spontanea, franca, desiderabilissima.

Divorzia ed è convinto di iniziare una nuova vita di miele.

Ma la gelosia retrospettiva lo avvelenerà e il suo modo d’essere cambierà in modo surreale e paranoico.

Romanzo quasi comico, ma scabroso. Un trattato lucidissomo sull’amore, il sesso, la gelosia, l’indedeltà, e non ultimo, il potere dell’immaginazione malata

 

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PENELOPI…FOR EVER

pubblicato da: Mirna - 23 maggio, 2018 @ 4:55 pm

maggio 2018 032E poi a Maggio c’è la serata conclusiva della stagione delle Penelopi.

Chi mi legge conosce questo salotto musicale, artistico e colorato di Cristina.

Le Penelopi  sono ormai un’istituzione: fondata decenni or sono da Cristina, mamma e sorelle come incontri di maggio 2018 033ricamatrici  si  è trasformato con il tempo in raduni più artistici e goderecci.

Questo viene ricordato dal nostro inno penelopesco.

Un mondo incantato dunque: un mondo a parte nel quale, appena entrate, si riescono a dimenticare affanni e tristezze.

maggio 2018 006Cristina ci diletta al pianoforte, ci spiega e ci racconta, alcune di noi cantano, altre recitano poesie o leggono raccontini.

A Carnevale poi c’è un’apoteosi di creatività teatrale grazie ai costumi che Cristina, mamma e sorelle, hanno creato in tutti questi anni.

maggio 2018 008Insomma ognuna di noi è orgogliosa e felice di essere Penelope.

A maggio veniamo accolte da un giardino di azalee, gelsomini in fiore, da luci soffuse e poi entriamo nel salotto sorridente di questa bella signora bionda che ci ospita sempre con garbo e originalità.

Non dimentichiamo che una volta al mese ci accoglie anche nella sua Accademia delle Muse.

E’ bello rivedersi, aggiornarci.

Questa volta abbiamo ascoltato Cristina al pianoforte, Giovanna che maggio 2018 024maggio 2018 026cantava, Maria Teresa e Anita che recitavano poesie. Abbiamo cantato in coro  l’arrivederci amiche, una canzone che si ripete ogni anno e che ci dà la sicurezza della continuazione di questo nostro legame femminile.

Importante anzi importantissimo il momento delle libagioni. Si fa a gara nel portare torte salate e dolci ed è tutto un cicaleccio, uno scambio di ricette, ma non solo.

Si brinda, ci raccontiamo, balliamo, ridiamo.maggio 2018 034

Soprattutto ci sentiamo bene  avvolte come siamo da fiori, profumi, sorrisi, musica.

Grazie Cristina.

 

 

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IL CORO FEMMINILE DI CHILBURY di Jennifer Ryan, Feltrinelli

pubblicato da: Mirna - 23 maggio, 2018 @ 4:36 pm

Un delizioso romanzo epistolare.images[3]

Pagine di diari e di lettere scritte da vari personaggi che vivono in un villaggio del Kent durante la seconda guerra mondiale. Proprio a cavallo della Battaglia d’Inghilterra .

Le protagoniste principali sono Kitty, una tredicenne spigliata e Mrs. Tilling un’infermiera vedova dolce e altruista. Sono loro che daranno vigore e alternative alle vicende di Chilbury.

Sebbene Miss Prim sia la “fata” arrivata da lontano che  organizza il coro femminile.

Si può cantare anche senza uomini. E cantare sarà un po’ domenticare i bombardamenti, i lutti, i Nazisti che avanzano.

Kitty racconta di sè e di tutto ciò che avviene intorno a lei. Ha un padre terribile, il generaleWinthrop, una mamma mite e triste per la perdita del figlio maschio (fratello però non troppo amato perchè somigliante al cattivo papà) e una sorella maggiore, Venetia,  una bellezza vanesia e pericolosa.

Mrs Tallin ha un figlio nella RAF ed è costretta ad ospitare a casa sua un colonnello che deve lavorare lì vicino. Se sulle prime è seccata lentamente i sentimenti e gli accadimenti cambieranno. Anzi lei stessa da mite e arrendevole si trasforma in una donna forte e risolutrice dei molti problemi che si presenteranno.

Intanto Venetia si innamora e il suo carattere diventerà meno superficiale, il generale Wintroph  vuole a tutti i costi un figlio maschio dalla moglie che è già al nono mese. Altrimenti perderà Chilbury Manor.

Chiede aiuto  a  Edwina Paltry,  una  levatrice trafficona,  che impareremo a conoscere attraverso le lettere che invia a sua sorella.

Insomma riusciamo a conoscere un gruppo di donne indomite che tratteggiano un affresco di vita piena di verve e sorprese..

Con uno stile facile e chiaro Jennifer Ryan ispirandosi ai racconti della nonna e delle sue amiche che vissero gli anni della seconda guerra tra privazioni, tessere annonarie, rifugi antiaerei, ci diletta con una storia da gustare in pomeriggi pigri in cui non ci si vuole impegnare. .

 

 

 

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FIN QUI TUTTO BENE di Hendrick Groen

pubblicato da: Mirna - 21 maggio, 2018 @ 11:23 am

FIN QUI TUTTO BENE di Hendrik Groenimages[2]

E’ un diario di un ottancinquenne che vive in una comoda casa di riposo olandese e che deve fare i conti con l’invecchiamento che procede implacabile.

Ma ironia, autoironia e disincanto sono gli ingredienti che possono salvare dall’ineluttabilità del destino.

Gli acciacchi che peggiorano, gli amici che muoiono, le domande del futuro…ma il segreto è in ogni caso avere un progetto e cercare di carpire piccoli momenti di felicità.

Formare un gruppo di amici simpatici all’interno della struttura, (Vecchi – ma -mica morti) di organizzare qualche gita o uscite in ristoranti etnici e soprattutto essere tollerante con tutti .

Insomma cercare di sperimentare le piccole gioie che ci possono essere, come una bella chiacchierata con un amico, un bicchierino di cognac, una carezza ad una cara amica. E scrivere un diario perchè la scrittura fa capire meglio ciò che si sta vivendo sia la tristezza che la speranza.

Finchè c’è vita c’è speranza, dunque.

E Hendrik ha già qualche progetto per il nuovo anno che verrà.

Giorno dopo giorno conosciamo la vita di molti anziani ospiti di case di riposo dove sicuramente la mancanza più grande è quella degli affetti familiari e dove non sempre l’organizzazione è attenta alle esigenze delle persone anziane e malate.images[2] (2)

Ma Hendrik Groen che usa il suo pseudomino letterario per l’Io narrante è lucido e attento e vuole a tutti i costi carpire ciò che di piacevole può regalare ancora la vita.

Da leggere anche il suo precedente romanzo tenero ed esilarante “Piccoli esperimenti di felicità”

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Intervista di Francesca Bianchi a Elena Dak

pubblicato da: Mirna - 19 maggio, 2018 @ 2:01 pm

http://www.ftnews.it/articolo.asp?cod=1591

Molto interessante e coinvolgente lo scritto di Francesca Bianchi “In viaggio tra le pagine di Elena Dak” FTNEWS:IT

La scrittrice che ama”viaggiare con i nomadi” era stata ospite del nostro gruppo di lettura alcuni anni fa. Anzi ripropongo il libro che avevamo presentato insieme al bar -libreria Galileo. Sana’a e la notte. (cercate nel mio archivio)

bianchi[1]

Francesca Bianchi
FtNews ha intervistato la studiosa Elena Dak, autrice di tre emozionanti libri di narrativa di viaggio: Sana’a e la notte, La carovana del sale, Io cammino con i nomadi. La scrittrice, che ha all’attivo numerosi viaggi in Medio Oriente, Asia Centrale e Nord Africa, ha parlato del fascino esercitato su di lei dalle tribù nomadi dell’Africa Sahariana, che ha avuto modo di conoscere e di frequentare, sviluppando un forte interesse antropologico nei loro confronti, di cui ha voluto renderci partecipi attraverso i suoi meravigliosi diari di viaggio.
Nel corso della nostra conversazione la Dak, che forse è stata l’unica donna occidentale ad aver partecipato ad una traversata di 1200 km nel deserto del Sahara assieme a trenta Tuareg, la cosiddetta “carovana del sale”, ci ha resi partecipi delle emozioni che questa straordinaria avventura tra i Tuareg ha lasciato in lei, soffermandosi sui rituali e sulla straordinaria apertura mentale delle popolazioni berbere. Ha parlato anche della sua esperienza di viaggio presso i Wodaabe, una popolazione nomade che vive a cavallo tra il Niger e il Ciad, che ha un vero e proprio culto per la bellezza e per la cura di sé.
La scrittrice ha raccontato della grande considerazione di cui godono le donne presso le culture Tuareg e dellaG1-Elena2[1] calorosa accoglienza ricevuta dalle tante popolazioni nomadi incontrate.
Infine ha ricordato l’incanto e la bellezza della città mediorientale di Sana’a, nello Yemen, che Pasolini considerava una piccola, selvaggia Venezia.
Ha espresso il sincero auspicio che i suoi libri possano contribuire a salvare la memoria di realtà culturali destinate alla scomparsa e a promuovere il confronto con la diversità, che è sempre fonte di arricchimento e di crescita.
Elena, Lei lavora per diversi tour operator ed ha alle spalle numerosi viaggi in Nord Africa, Medio Oriente e Asia Centrale. Quando è nata la Sua grande passione per i viaggi e per il nomadismo?
La passione per i viaggi e per il nomadismo non sono nate prestissimo. Ho avuto modo di lavorare per Alitalia per alcuni mesi. Un giorno mi è capitato tra le mani un catalogo di viaggi di Kel 12, dove ho potuto ammirare foto stupende. Così ho deciso di lavorare per questo tour operator. Lavorando per Kel 12, è nata la passione per viaggi. Solo in seguito, viaggiando molto per il deserto del Sahara e in Libia, ho avuto modo di conoscere le tante popolazioni nomadi che vivono in quei territori. Ho sempre frequentato Paesi sahariani in cui i nomadi vivono da pastori. A tal proposito, intendo subito precisare che quando parlo di nomadismo, parlo di pastoralismo.

Tra le Sue tante esperienze di viaggio, ce n’è una che ricorda con particolare affetto? C’è un posto che Le è rimasto nel cuore più di altri?
Indubbiamente tutti i luoghi che ho percorso attraverso le ricerche di antropologia. Ho nel cuore il Niger e il Ciad, ma anche la Libia e il Mali sono due Paesi nordafricani che amo profondamente. In generale, tutti i Paesi dell’Africa Sahariana mi sono particolarmente cari e, ogni volta che torno lì, sento di tornare a qualcosa che mi appartiene. Al di fuori dell’Africa, ho nell’anima lo Yemen, il Paese più bello che io abbia visto, dopo l’Italia

Il Suo ultimo libro di narrativa di viaggio, pubblicato nel 2016 da Corbaccio Editore, si intitola Io cammino con i nomadi. Una straordinaria esperienza di viaggio insieme ai Wodaabe attraverso il Sahel. Chi sono i Wodaabe? Che ricordo conserva di quella che Lei nel sottotitolo definisce una straordinaria esperienza di viaggio?
Il Ciad è un mosaico di popolazioni molto diversificate dal punto somatico, linguistico e religioso. Uno dei tanti gruppi etnici del Ciad è costituito dai Wodaabe, che appartengono all’etnia dei Peulh e vivono a cavallo tra il Niger e il Ciad. Sono pastori bovari, allevatori di mucche dalle bellissime corna a lira; vivono in clan dispersi per il territorio, un territorio in prevalenza arido. Una volta all’anno possono convergere e condividere per qualche settimana le stesse terre. Quando i vari clan si ritrovano dopo tanti mesi di lontananza, celebrano l’evento attraverso canti e danze che esaltano uno dei valori su cui si fonda la loro cultura e il loro codice etico, ossia la bellezza. Io ho avuto modo di seguire una famiglia sin da quando è cominciata la dispersione dei vari gruppi e devo dire che è stata un’esperienza di grande coinvolgimento sia dal punto di vista antropologico che umano. In cinque settimane abbiamo fatto otto transumanze in territorio ricoperto da foresta spinosa (Sahel), una zona con vegetazione ostile, di notte piena di scorpioni. Ho cercato di vivere la loro vita per un po’ di tempo, inglobata e accolta all’interno di tante famiglie composte da uomini, donne e bambini. Ho condiviso la vita durissima di questi pastori che il governo vorrebbe indurre alla sedentarizzazione, ma che resistono con fierezza. Io ho voluto testimoniare la loro tenacia e l’attaccamento alle loro tradizioni.
Come è stata accolta dai Wodaabe? Hanno avuto qualche diffidenza iniziale nei confronti di una donna occidentale?
Inizialmente, quando insieme alla guida locale che mi accompagnava abbiamo chiesto al sultano di accogliermi, la reazione è stata una sonora risata. Lui, che conosce bene i disagi di questa vita, vedendo me, una donna occidentale sola, ha temuto che non fossi pienamente consapevole delle fatiche cui andavo incontro. C’è voluto qualche giorno di trattativa per fargli capire che ero preparata ed allenata per affrontare questa esperienza. E’ stato rassicurato molto dal fatto che con me avessi un telefono satellitare, attraverso il quale, nel caso in cui fossero sorti problemi, avrei potuto dare l’allarme e chiedere aiuto. Al di là della diffidenza iniziale, l’accoglienza è stata calorosa da parte delle donne del villaggio, dei bambini e anche da parte dei pastori delle altre etnie. Mi sono sentita al sicuro tra persone che in nulla avrebbero potuto nuocermi.

Cosa può dirci della cultura, dei rituali, dello stile di vita e delle tradizioni religiose di questa popolazione?
Negli ultimi decenni i Wodaabe si sono quasi tutti convertiti all’Islam, ma si tratta di conversioni strategiche, poiché il fatto di non essere musulmani li rendeva ancora più malvisti ed emarginati di quanto già non lo fossero agli occhi degli altri gruppi etnici; inoltre, sono stati indotti a convertirsi anche per non perdere diritti di accesso a pascoli, terreni e pozzi.
I Wodaabe aderiscono ad un codice di comportamento, il Pulaaku, che prevede di imparare e rispettare cinque obblighi relativamente ai valori morali: il riserbo; il rispetto; l’intelligenza; la pazienza e la resistenza nel loro significato fisico e morale; il senso dell’onore, la fierezza e il rifiuto di tutti gli atteggiamenti di mancanza di rispetto verso sé. Il Pulaaku include anche aspetti che noi non includeremmo mai all’interno di un codice etico, come l’esigenza di camminare, atteggiarsi, vivere in un certo modo: bellezza e cura di sé fanno parte del codice etico. Per quanto riguarda lo stile di vita, i Wodaabe si dedicano all’allevamento dei bovini, transumano molto e, come ho detto sopra, alla fine della stagione delle piogge i vari clan si ritrovano con i loro zebù in pascoli verdeggianti e ricchi di sale.

Lei è stata forse l’unica donna occidentale ad aver partecipato ad una traversata di 1200 km nel deserto del Sahara assieme a trenta Tuareg, la cosiddetta “carovana del Sale”, cui ha dedicato un libro dall’omonimo titolo (Corbaccio Editore, 2013).
Cos’è una carovana del sale e in cosa consiste questo viaggio? Come è nata l’idea di cimentarsi in questa coraggiosa e non semplice avventura?

La carovana del sale è stata la mia prima esperienza nomade ed è consistita in un attraversamento del deserto di 1200 km. I Tuareg sono grandi commercianti di sale, di cui hanno il monopolio dell’acquisto e della rivendita. Ogni anno, tra l’autunno e l’inverno, i Tuareg del nord del Niger attraversano il Ténéré con centinaia di dromedari, per andare a rifornirsi di sale e datteri presso le saline e le oasi di Bilma e di Fachi. Sale e datteri che saranno, poi, trasportati, nei paesi del sud, per essere scambiati con il miglio, il cereale sul quale si basa la loro alimentazione. L’idea è nata perché, durante i miei numerosi viaggi di lavoro in Niger, avevo spesso visto queste carovane mentre attraversavano il deserto, e mi avevano letteralmente tolto il fiato, lasciandomi una tale emozione non spiegabile a parole. Io volevo capire l’origine di questa meraviglia, volevo starci dentro e viverla. Nel 2004 ho conosciuto il figlio di un capo carovana, al quale ho chiesto di intercedere presso suo padre, che l’anno dopo mi accolse nella sua carovana di trenta uomini con trecento dromedari. Per questa esperienza mi sono allenata 9 mesi, facendo triathlon, alternando tutti i giorni corsa, bici e nuoto. La carovana è durata 34 giorni. Attraversare il deserto in questa specie di “villaggio in viaggio” è stata un’esperienza superiore alle mie aspettative in termini di bellezza ed emozioni.

E’ stato difficile per una donna, per di più occidentale, partecipare ad un’esperienza simile ed essere accolta dai Tuareg?
Inizio subito col dire che la mentalità dei Tuareg è figlia di una cultura matrilineare che vede nella donna il pilastro della famiglia e della società. La loro accoglienza è stata la migliore che potessi immaginare e desiderare, perché è proverbiale l’atteggiamento di grande apertura mentale dei Tuareg nei confronti di tutto ciò che è diverso. Più che altro erano incuriositi, perché non riuscivano a capire il motivo per cui stessi affrontando quella fatica.
A quali rituali ha assistito nel corso di questo viaggio? Cosa L’ha colpita maggiormente della cultura, dei rituali, dello stile di vita e delle tradizioni religiose dei Tuareg?
Ho assistito al rito del Ragò, a cui era previsto che venisse sottoposto chi faceva la carovana per la prima volta. Questo rito consiste nell’impaurire i giovanissimi che sono alla loro prima carovana. I neofiti vengono rincorsi da uomini travestiti che imbracciano delle asce per mettere alla prova il loro coraggio e la loro sopportazione. Io sono stata risparmiata perché il capo carovana si preoccupò che io non venissi sottoposta al rito, offrendo per la mia incolumità una banconota e un pezzo di formaggio di capra. Un altro rito di grande fascino cui ho assistito è il rito del tè, che si svolgeva in movimento; nella cultura tuareg, fatta di pastori che vivono di nomadismo, tutto accade mentre si cammina.

Alla città yemenita di Sana’a ha dedicato il libro San’a e la notte (Alpine Studio Editore, 2012). Pasolini sosteneva che se l’idea di Venezia è nata in qualche punto dell’Oriente, questo punto è lo Yemen. Sana’a è la città più bella dello Yemen, è una piccola, selvaggia Venezia posata sulla polvere del deserto, tra giardini di palme e orzo, anzichè sul mare. Quanto c’è di vero nelle parole di Pasolini? Cosa L’ha affascinata di questa città?
Condivido perfettamente quando affermato da Pasolini. Sana’a è un luogo di straordinaria bellezza, dove mi sono sempre sentita al sicuro, senza mai avvertire la sensazione di essere in pericolo; basti pensare che ho girato da sola anche di notte in totale tranquillità. E’ un luogo di grande fascino, stritolato tra arretratezza medievale ed anelito verso la modernità, un affresco che raccoglie le contraddizioni e la bellezza che ovunque regna sovrana. La forma, la luce, l’impasto di fango e pietra avevano qualcosa di unico, perché preservato e non stravolto o trasformato, come è avvenuto in altre città mediorientali. Come in tutti i piccoli villaggi yemeniti dove abitano cento persone, l’impianto medievale di Sana’a era ed è ancora ben visibile. Nello Yemen ogni città, ogni villaggio ha una bellezza indicibile. In ogni paese l’architettura si è espressa in maniera differente, privilegiando lo sviluppo in verticale degli edifici, tutti di pietra o di argilla. Lo Yemen ha espresso con l’argilla un’architettura di straordinaria bellezza, una bellezza che rasenta la perfezione. Sana’a era una delle tappe dell’antica via dell’incenso e ancora oggi si percepisce chiaramente che è stata un’antica città giardino, una città carovaniera.

Cosa L’ha colpita delle donne appartenenti alle diverse popolazioni con cui è venuta in contatto? Di quale considerazione godono all’interno delle rispettive società? A quali attività si dedicano?
Presso i Tuareg le donne godono di grande considerazione e non possono essere relegate in casa. Gli uomini indossano il turbante che copre il viso, mentre le donne non sono velate. Presso i Tuareg, se una donna ha un figlio prematuro o che nasce in fin di vita o addirittura morto, le colpe vengono attribuite al marito, che magari non è stato in grado di proteggere la propria donna.
Presso i Wodaabe sono tutelati i diritti delle donne, che fanno tutte vite difficili e non godono della considerazioni delle donne Tuareg. Presso questa popolazione, infatti, le donne si occupano di montare e smontare la capanne, si occupano dei figli, delle pecore, rivestono un ruolo tanto importante nella società, perché altrimenti casa, bambini e anziani sarebbero lasciati soli.
In Yemen, invece, ci sono tantissime spose bambine. Da questo punto di vista lo Yemen è uno dei paesi più arretrati del Medio Oriente. Fino agli anni Settanta più del 90% delle donne era analfabeta. Negli ultimi anni è sorta una corposa letteratura, sia di mano maschile che femminile, che affronta la questione femminile in maniera molto interessante, approfondendo il difficile cammino delle donne yemenite sulla via dei diritti e dell’emancipazione.

Quale messaggio si augura possa giungere ai lettori dei Suoi meravigliosi diari di viaggio?
Mi avvicino ai mondi nomadi perché sono molto fragili: sono tali e tante le pressioni che subiscono, che queste culture sono destinate ad una rapidissima trasformazione. Io non posso fermare tale processo, ma con i miei lavori posso contribuire a salvare la memoria di queste realtà culturali. Ritengo, inoltre, che il confronto con la diversità sia arricchente, perché quando le culture si diluiscono nel grande mare dell’appiattimento e dell’omologazione, che vedono sopprimere le diversità, siamo tutti più poveri. Raccontando le diversità culturali, i miei libri hanno lo scopo di promuovere l’alterità vista come fonte di arricchimento. Ecco, mi auguro con tutto il cuore che questo messaggio possa arrivare ai miei lettori!

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