IL CORO FEMMINILE DI CHILBURY di Jennifer Ryan, Feltrinelli

pubblicato da: Mirna - 23 maggio, 2018 @ 4:36 pm

Un delizioso romanzo epistolare.images[3]

Pagine di diari e di lettere scritte da vari personaggi che vivono in un villaggio del Kent durante la seconda guerra mondiale. Proprio a cavallo della Battaglia d’Inghilterra .

Le protagoniste principali sono Kitty, una tredicenne spigliata e Mrs. Tilling un’infermiera vedova dolce e altruista. Sono loro che daranno vigore e alternative alle vicende di Chilbury.

Sebbene Miss Prim sia la “fata” arrivata da lontano che  organizza il coro femminile.

Si può cantare anche senza uomini. E cantare sarà un po’ domenticare i bombardamenti, i lutti, i Nazisti che avanzano.

Kitty racconta di sè e di tutto ciò che avviene intorno a lei. Ha un padre terribile, il generaleWinthrop, una mamma mite e triste per la perdita del figlio maschio (fratello però non troppo amato perchè somigliante al cattivo papà) e una sorella maggiore, Venetia,  una bellezza vanesia e pericolosa.

Mrs Tallin ha un figlio nella RAF ed è costretta ad ospitare a casa sua un colonnello che deve lavorare lì vicino. Se sulle prime è seccata lentamente i sentimenti e gli accadimenti cambieranno. Anzi lei stessa da mite e arrendevole si trasforma in una donna forte e risolutrice dei molti problemi che si presenteranno.

Intanto Venetia si innamora e il suo carattere diventerà meno superficiale, il generale Wintroph  vuole a tutti i costi un figlio maschio dalla moglie che è già al nono mese. Altrimenti perderà Chilbury Manor.

Chiede aiuto  a  Edwina Paltry,  una  levatrice trafficona,  che impareremo a conoscere attraverso le lettere che invia a sua sorella.

Insomma riusciamo a conoscere un gruppo di donne indomite che tratteggiano un affresco di vita piena di verve e sorprese..

Con uno stile facile e chiaro Jennifer Ryan ispirandosi ai racconti della nonna e delle sue amiche che vissero gli anni della seconda guerra tra privazioni, tessere annonarie, rifugi antiaerei, ci diletta con una storia da gustare in pomeriggi pigri in cui non ci si vuole impegnare. .

 

 

 

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FIN QUI TUTTO BENE di Hendrick Groen

pubblicato da: Mirna - 21 maggio, 2018 @ 11:23 am

FIN QUI TUTTO BENE di Hendrik Groenimages[2]

E’ un diario di un ottancinquenne che vive in una comoda casa di riposo olandese e che deve fare i conti con l’invecchiamento che procede implacabile.

Ma ironia, autoironia e disincanto sono gli ingredienti che possono salvare dall’ineluttabilità del destino.

Gli acciacchi che peggiorano, gli amici che muoiono, le domande del futuro…ma il segreto è in ogni caso avere un progetto e cercare di carpire piccoli momenti di felicità.

Formare un gruppo di amici simpatici all’interno della struttura, (Vecchi – ma -mica morti) di organizzare qualche gita o uscite in ristoranti etnici e soprattutto essere tollerante con tutti .

Insomma cercare di sperimentare le piccole gioie che ci possono essere, come una bella chiacchierata con un amico, un bicchierino di cognac, una carezza ad una cara amica. E scrivere un diario perchè la scrittura fa capire meglio ciò che si sta vivendo sia la tristezza che la speranza.

Finchè c’è vita c’è speranza, dunque.

E Hendrik ha già qualche progetto per il nuovo anno che verrà.

Giorno dopo giorno conosciamo la vita di molti anziani ospiti di case di riposo dove sicuramente la mancanza più grande è quella degli affetti familiari e dove non sempre l’organizzazione è attenta alle esigenze delle persone anziane e malate.images[2] (2)

Ma Hendrik Groen che usa il suo pseudomino letterario per l’Io narrante è lucido e attento e vuole a tutti i costi carpire ciò che di piacevole può regalare ancora la vita.

Da leggere anche il suo precedente romanzo tenero ed esilarante “Piccoli esperimenti di felicità”

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Intervista di Francesca Bianchi a Elena Dak

pubblicato da: Mirna - 19 maggio, 2018 @ 2:01 pm

http://www.ftnews.it/articolo.asp?cod=1591

Molto interessante e coinvolgente lo scritto di Francesca Bianchi “In viaggio tra le pagine di Elena Dak” FTNEWS:IT

La scrittrice che ama”viaggiare con i nomadi” era stata ospite del nostro gruppo di lettura alcuni anni fa. Anzi ripropongo il libro che avevamo presentato insieme al bar -libreria Galileo. Sana’a e la notte. (cercate nel mio archivio)

bianchi[1]

Francesca Bianchi
FtNews ha intervistato la studiosa Elena Dak, autrice di tre emozionanti libri di narrativa di viaggio: Sana’a e la notte, La carovana del sale, Io cammino con i nomadi. La scrittrice, che ha all’attivo numerosi viaggi in Medio Oriente, Asia Centrale e Nord Africa, ha parlato del fascino esercitato su di lei dalle tribù nomadi dell’Africa Sahariana, che ha avuto modo di conoscere e di frequentare, sviluppando un forte interesse antropologico nei loro confronti, di cui ha voluto renderci partecipi attraverso i suoi meravigliosi diari di viaggio.
Nel corso della nostra conversazione la Dak, che forse è stata l’unica donna occidentale ad aver partecipato ad una traversata di 1200 km nel deserto del Sahara assieme a trenta Tuareg, la cosiddetta “carovana del sale”, ci ha resi partecipi delle emozioni che questa straordinaria avventura tra i Tuareg ha lasciato in lei, soffermandosi sui rituali e sulla straordinaria apertura mentale delle popolazioni berbere. Ha parlato anche della sua esperienza di viaggio presso i Wodaabe, una popolazione nomade che vive a cavallo tra il Niger e il Ciad, che ha un vero e proprio culto per la bellezza e per la cura di sé.
La scrittrice ha raccontato della grande considerazione di cui godono le donne presso le culture Tuareg e dellaG1-Elena2[1] calorosa accoglienza ricevuta dalle tante popolazioni nomadi incontrate.
Infine ha ricordato l’incanto e la bellezza della città mediorientale di Sana’a, nello Yemen, che Pasolini considerava una piccola, selvaggia Venezia.
Ha espresso il sincero auspicio che i suoi libri possano contribuire a salvare la memoria di realtà culturali destinate alla scomparsa e a promuovere il confronto con la diversità, che è sempre fonte di arricchimento e di crescita.
Elena, Lei lavora per diversi tour operator ed ha alle spalle numerosi viaggi in Nord Africa, Medio Oriente e Asia Centrale. Quando è nata la Sua grande passione per i viaggi e per il nomadismo?
La passione per i viaggi e per il nomadismo non sono nate prestissimo. Ho avuto modo di lavorare per Alitalia per alcuni mesi. Un giorno mi è capitato tra le mani un catalogo di viaggi di Kel 12, dove ho potuto ammirare foto stupende. Così ho deciso di lavorare per questo tour operator. Lavorando per Kel 12, è nata la passione per viaggi. Solo in seguito, viaggiando molto per il deserto del Sahara e in Libia, ho avuto modo di conoscere le tante popolazioni nomadi che vivono in quei territori. Ho sempre frequentato Paesi sahariani in cui i nomadi vivono da pastori. A tal proposito, intendo subito precisare che quando parlo di nomadismo, parlo di pastoralismo.

Tra le Sue tante esperienze di viaggio, ce n’è una che ricorda con particolare affetto? C’è un posto che Le è rimasto nel cuore più di altri?
Indubbiamente tutti i luoghi che ho percorso attraverso le ricerche di antropologia. Ho nel cuore il Niger e il Ciad, ma anche la Libia e il Mali sono due Paesi nordafricani che amo profondamente. In generale, tutti i Paesi dell’Africa Sahariana mi sono particolarmente cari e, ogni volta che torno lì, sento di tornare a qualcosa che mi appartiene. Al di fuori dell’Africa, ho nell’anima lo Yemen, il Paese più bello che io abbia visto, dopo l’Italia

Il Suo ultimo libro di narrativa di viaggio, pubblicato nel 2016 da Corbaccio Editore, si intitola Io cammino con i nomadi. Una straordinaria esperienza di viaggio insieme ai Wodaabe attraverso il Sahel. Chi sono i Wodaabe? Che ricordo conserva di quella che Lei nel sottotitolo definisce una straordinaria esperienza di viaggio?
Il Ciad è un mosaico di popolazioni molto diversificate dal punto somatico, linguistico e religioso. Uno dei tanti gruppi etnici del Ciad è costituito dai Wodaabe, che appartengono all’etnia dei Peulh e vivono a cavallo tra il Niger e il Ciad. Sono pastori bovari, allevatori di mucche dalle bellissime corna a lira; vivono in clan dispersi per il territorio, un territorio in prevalenza arido. Una volta all’anno possono convergere e condividere per qualche settimana le stesse terre. Quando i vari clan si ritrovano dopo tanti mesi di lontananza, celebrano l’evento attraverso canti e danze che esaltano uno dei valori su cui si fonda la loro cultura e il loro codice etico, ossia la bellezza. Io ho avuto modo di seguire una famiglia sin da quando è cominciata la dispersione dei vari gruppi e devo dire che è stata un’esperienza di grande coinvolgimento sia dal punto di vista antropologico che umano. In cinque settimane abbiamo fatto otto transumanze in territorio ricoperto da foresta spinosa (Sahel), una zona con vegetazione ostile, di notte piena di scorpioni. Ho cercato di vivere la loro vita per un po’ di tempo, inglobata e accolta all’interno di tante famiglie composte da uomini, donne e bambini. Ho condiviso la vita durissima di questi pastori che il governo vorrebbe indurre alla sedentarizzazione, ma che resistono con fierezza. Io ho voluto testimoniare la loro tenacia e l’attaccamento alle loro tradizioni.
Come è stata accolta dai Wodaabe? Hanno avuto qualche diffidenza iniziale nei confronti di una donna occidentale?
Inizialmente, quando insieme alla guida locale che mi accompagnava abbiamo chiesto al sultano di accogliermi, la reazione è stata una sonora risata. Lui, che conosce bene i disagi di questa vita, vedendo me, una donna occidentale sola, ha temuto che non fossi pienamente consapevole delle fatiche cui andavo incontro. C’è voluto qualche giorno di trattativa per fargli capire che ero preparata ed allenata per affrontare questa esperienza. E’ stato rassicurato molto dal fatto che con me avessi un telefono satellitare, attraverso il quale, nel caso in cui fossero sorti problemi, avrei potuto dare l’allarme e chiedere aiuto. Al di là della diffidenza iniziale, l’accoglienza è stata calorosa da parte delle donne del villaggio, dei bambini e anche da parte dei pastori delle altre etnie. Mi sono sentita al sicuro tra persone che in nulla avrebbero potuto nuocermi.

Cosa può dirci della cultura, dei rituali, dello stile di vita e delle tradizioni religiose di questa popolazione?
Negli ultimi decenni i Wodaabe si sono quasi tutti convertiti all’Islam, ma si tratta di conversioni strategiche, poiché il fatto di non essere musulmani li rendeva ancora più malvisti ed emarginati di quanto già non lo fossero agli occhi degli altri gruppi etnici; inoltre, sono stati indotti a convertirsi anche per non perdere diritti di accesso a pascoli, terreni e pozzi.
I Wodaabe aderiscono ad un codice di comportamento, il Pulaaku, che prevede di imparare e rispettare cinque obblighi relativamente ai valori morali: il riserbo; il rispetto; l’intelligenza; la pazienza e la resistenza nel loro significato fisico e morale; il senso dell’onore, la fierezza e il rifiuto di tutti gli atteggiamenti di mancanza di rispetto verso sé. Il Pulaaku include anche aspetti che noi non includeremmo mai all’interno di un codice etico, come l’esigenza di camminare, atteggiarsi, vivere in un certo modo: bellezza e cura di sé fanno parte del codice etico. Per quanto riguarda lo stile di vita, i Wodaabe si dedicano all’allevamento dei bovini, transumano molto e, come ho detto sopra, alla fine della stagione delle piogge i vari clan si ritrovano con i loro zebù in pascoli verdeggianti e ricchi di sale.

Lei è stata forse l’unica donna occidentale ad aver partecipato ad una traversata di 1200 km nel deserto del Sahara assieme a trenta Tuareg, la cosiddetta “carovana del Sale”, cui ha dedicato un libro dall’omonimo titolo (Corbaccio Editore, 2013).
Cos’è una carovana del sale e in cosa consiste questo viaggio? Come è nata l’idea di cimentarsi in questa coraggiosa e non semplice avventura?

La carovana del sale è stata la mia prima esperienza nomade ed è consistita in un attraversamento del deserto di 1200 km. I Tuareg sono grandi commercianti di sale, di cui hanno il monopolio dell’acquisto e della rivendita. Ogni anno, tra l’autunno e l’inverno, i Tuareg del nord del Niger attraversano il Ténéré con centinaia di dromedari, per andare a rifornirsi di sale e datteri presso le saline e le oasi di Bilma e di Fachi. Sale e datteri che saranno, poi, trasportati, nei paesi del sud, per essere scambiati con il miglio, il cereale sul quale si basa la loro alimentazione. L’idea è nata perché, durante i miei numerosi viaggi di lavoro in Niger, avevo spesso visto queste carovane mentre attraversavano il deserto, e mi avevano letteralmente tolto il fiato, lasciandomi una tale emozione non spiegabile a parole. Io volevo capire l’origine di questa meraviglia, volevo starci dentro e viverla. Nel 2004 ho conosciuto il figlio di un capo carovana, al quale ho chiesto di intercedere presso suo padre, che l’anno dopo mi accolse nella sua carovana di trenta uomini con trecento dromedari. Per questa esperienza mi sono allenata 9 mesi, facendo triathlon, alternando tutti i giorni corsa, bici e nuoto. La carovana è durata 34 giorni. Attraversare il deserto in questa specie di “villaggio in viaggio” è stata un’esperienza superiore alle mie aspettative in termini di bellezza ed emozioni.

E’ stato difficile per una donna, per di più occidentale, partecipare ad un’esperienza simile ed essere accolta dai Tuareg?
Inizio subito col dire che la mentalità dei Tuareg è figlia di una cultura matrilineare che vede nella donna il pilastro della famiglia e della società. La loro accoglienza è stata la migliore che potessi immaginare e desiderare, perché è proverbiale l’atteggiamento di grande apertura mentale dei Tuareg nei confronti di tutto ciò che è diverso. Più che altro erano incuriositi, perché non riuscivano a capire il motivo per cui stessi affrontando quella fatica.
A quali rituali ha assistito nel corso di questo viaggio? Cosa L’ha colpita maggiormente della cultura, dei rituali, dello stile di vita e delle tradizioni religiose dei Tuareg?
Ho assistito al rito del Ragò, a cui era previsto che venisse sottoposto chi faceva la carovana per la prima volta. Questo rito consiste nell’impaurire i giovanissimi che sono alla loro prima carovana. I neofiti vengono rincorsi da uomini travestiti che imbracciano delle asce per mettere alla prova il loro coraggio e la loro sopportazione. Io sono stata risparmiata perché il capo carovana si preoccupò che io non venissi sottoposta al rito, offrendo per la mia incolumità una banconota e un pezzo di formaggio di capra. Un altro rito di grande fascino cui ho assistito è il rito del tè, che si svolgeva in movimento; nella cultura tuareg, fatta di pastori che vivono di nomadismo, tutto accade mentre si cammina.

Alla città yemenita di Sana’a ha dedicato il libro San’a e la notte (Alpine Studio Editore, 2012). Pasolini sosteneva che se l’idea di Venezia è nata in qualche punto dell’Oriente, questo punto è lo Yemen. Sana’a è la città più bella dello Yemen, è una piccola, selvaggia Venezia posata sulla polvere del deserto, tra giardini di palme e orzo, anzichè sul mare. Quanto c’è di vero nelle parole di Pasolini? Cosa L’ha affascinata di questa città?
Condivido perfettamente quando affermato da Pasolini. Sana’a è un luogo di straordinaria bellezza, dove mi sono sempre sentita al sicuro, senza mai avvertire la sensazione di essere in pericolo; basti pensare che ho girato da sola anche di notte in totale tranquillità. E’ un luogo di grande fascino, stritolato tra arretratezza medievale ed anelito verso la modernità, un affresco che raccoglie le contraddizioni e la bellezza che ovunque regna sovrana. La forma, la luce, l’impasto di fango e pietra avevano qualcosa di unico, perché preservato e non stravolto o trasformato, come è avvenuto in altre città mediorientali. Come in tutti i piccoli villaggi yemeniti dove abitano cento persone, l’impianto medievale di Sana’a era ed è ancora ben visibile. Nello Yemen ogni città, ogni villaggio ha una bellezza indicibile. In ogni paese l’architettura si è espressa in maniera differente, privilegiando lo sviluppo in verticale degli edifici, tutti di pietra o di argilla. Lo Yemen ha espresso con l’argilla un’architettura di straordinaria bellezza, una bellezza che rasenta la perfezione. Sana’a era una delle tappe dell’antica via dell’incenso e ancora oggi si percepisce chiaramente che è stata un’antica città giardino, una città carovaniera.

Cosa L’ha colpita delle donne appartenenti alle diverse popolazioni con cui è venuta in contatto? Di quale considerazione godono all’interno delle rispettive società? A quali attività si dedicano?
Presso i Tuareg le donne godono di grande considerazione e non possono essere relegate in casa. Gli uomini indossano il turbante che copre il viso, mentre le donne non sono velate. Presso i Tuareg, se una donna ha un figlio prematuro o che nasce in fin di vita o addirittura morto, le colpe vengono attribuite al marito, che magari non è stato in grado di proteggere la propria donna.
Presso i Wodaabe sono tutelati i diritti delle donne, che fanno tutte vite difficili e non godono della considerazioni delle donne Tuareg. Presso questa popolazione, infatti, le donne si occupano di montare e smontare la capanne, si occupano dei figli, delle pecore, rivestono un ruolo tanto importante nella società, perché altrimenti casa, bambini e anziani sarebbero lasciati soli.
In Yemen, invece, ci sono tantissime spose bambine. Da questo punto di vista lo Yemen è uno dei paesi più arretrati del Medio Oriente. Fino agli anni Settanta più del 90% delle donne era analfabeta. Negli ultimi anni è sorta una corposa letteratura, sia di mano maschile che femminile, che affronta la questione femminile in maniera molto interessante, approfondendo il difficile cammino delle donne yemenite sulla via dei diritti e dell’emancipazione.

Quale messaggio si augura possa giungere ai lettori dei Suoi meravigliosi diari di viaggio?
Mi avvicino ai mondi nomadi perché sono molto fragili: sono tali e tante le pressioni che subiscono, che queste culture sono destinate ad una rapidissima trasformazione. Io non posso fermare tale processo, ma con i miei lavori posso contribuire a salvare la memoria di queste realtà culturali. Ritengo, inoltre, che il confronto con la diversità sia arricchente, perché quando le culture si diluiscono nel grande mare dell’appiattimento e dell’omologazione, che vedono sopprimere le diversità, siamo tutti più poveri. Raccontando le diversità culturali, i miei libri hanno lo scopo di promuovere l’alterità vista come fonte di arricchimento. Ecco, mi auguro con tutto il cuore che questo messaggio possa arrivare ai miei lettori!

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MARIE ASPETTA MARIE di Madeleine Bourdouxhe

pubblicato da: Mirna - 15 maggio, 2018 @ 4:37 pm

IMG_20180512_083002Finalmente Adelphi ha pubblicato questo secondo romanzo di Madeleine Bourdouxhe  pubblicato in Belgio nel 1943 subito dopo La donna di Gilles che siamo riusciti a leggere qualche anno fa (cercatelo nel mio archivio ).

Se la moglie di Gilles viveva per e attraverso suo marito fino a immolarsi quando l’amore per lui non c’è più,  qui la protagonista rappresenta l’energia femminile e l’ottimismo. Ed è una donna, giovane sposa trentenne , pienamente padrona di sè.

Perchè ama la vita e riesce a vivere la pienezza del momento con consapevolezza.

Ama suo marito, sa che è   un amore dalle mille sfaccettature che può modificarsi nel corso del tempo, ama sua sorella fragile ed inconsistente, ama i suoi genitori e ama quel giovane universitario conosciuto in vacanza.  Lo ama perchè si assomigliano: entrambi sono forti, parlano poco e lasciano l’altro padrone di se stesso.

Questo è il tema bellissimo del romanzo.

Se lo avessi letto a vent’anni lo avrei preso come modello. Meno male sono ugualmente convinta che occorra essere indipendenti senza dipendere da altri. (Per questo La donna di Gilles mi aveva  un po’ irritato).

Marie vive questa avventura erotica con sano piacere senza pensare al domani, perchè il futuro – pensa – si sarebbe creato da solo, giorno dopo giorno. Conta il presente, l’attimo da vivere.

Occorre essere capaci di trovare piacere nella solitudine per comunicare con se stessi. Incontrarsi, vedersi, trovare in se stessi le possibilità della vita. E amare ogni cosa. Anche gli oggetti domestici, le persone amabili, la Parigi affascinante che regala coins di bellezza  in ogni stagione.

Camminare per Parigi – diversamente da Modiano che perlopiù vaga di notte in dimensioni oniriche e lontane nel passato – Maria è dentro, è centrata in se stessa ed in ogni attimo. Bellissima la descrizione del giro in giostra con un gentile giostraio che la sorregge.

Questo è il sorriso che la vita può regalarti se sei disponibile e non timoroso dell’altro.

Quando il marito di Marie deve trasferirsi nel piovoso Belgio Marie accetta con tristezza, ma non soccombe. Lei è forte, alta, piena di energia. Dovrà tornare a Parigi per aiutare la sorella, deciderà di rimanerci per molti giorni per dare le sue lezioni di latino e incontrerà il suo giovane amante in una bella città francese piena di archi e palazzi dorati.

Una vera donna dunque che non rinnega il piacere delle cure domestiche, una donna libera e indipendente che ama ritrovarsi da sola per non avere altro testimone che se stessa. Per gironzolare, bere un caffè, fumare una sigaretta e pensare a chi ama.

Come non trovare stupendo il momento in cui Marie, una sera di vacanza al mare, lascia il marito allegrotto e ciarliero e tutta la compagnia, per avventurarsi con una barchetta al largo per starsene in silenzio ed in pace sul mare della notte?

Splendida donna. Prima cosa è riconoscere se stessi, andarvi incontro.

Simone de Beauvoir ha ripreso molte sue riflessioni per scrivere alcuni capitoli de Il secondo sesso.

 

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CON LA TERRA SOTTO I PIEDI di Andrea Bianchi, ed. Mondadori

pubblicato da: Mirna - 9 maggio, 2018 @ 8:06 am

Camminare scalzi nella Natura per fare bene all’AnimaIMG_20180504_090505

Un bellissimo saggio, una profonda ricerca, un coinvolgente desiderio di condividere un percorso sempre più appagante.

Questo testo fa parte di una trilogia iniziata con Il silenzio dei passi, A piedi nudi dalla A alla Z scritti da Andrea Bianchi dopo la scoperta illuminante di quanto si possa entrare in più stretto contatto con l’essenza delle cose toccandole con la  pelle nuda.

Togliersi le scarpe è togliersi un baluardo, una difesa, ma anche un impedimento al compenetrare con la nostra  pelle le vibrazioni della terra.

Leggendo dell’esperienza tattile delle passeggiate di Andrea in montagna, sulla neve, sull’erba, in giardini speciali di rose e alberi antichi mi assale il desiderio di provare a rimettermi in contatto con la terra e la sua energia.

Libro molto ricco di riflessioni, ricordi, esperienze.

Ogni capitolo un importante tema legato alla biofilia, l’amore innato dell’uomo per la vita.

Andrea-Bianchi-profilo-biografico[1]E non solo: la ricerca del punto di ascolto perfetto che si trova nell’ascesi non solo fisica, bensì interiore. Insegnamenti del grande Spiro della Porta Xydias cantore del “sentimento della vetta”.

Guardare verso l’alto da dove viene la luce della conoscenza. “Salire” sempre dunque. E Andrea fa un ulteriore passo scegliendo di camminare e salire a piedi nudi per interagire con la natura come l’uomo faceva ai primordi della sua umanità. E come farebbero volentieri i bambini.

L’importante è arrivare al centro, a prescindere dal modo un altro insegnamento di Spiro che Andrea fa suo.

Che belle le pagine dedicate al Giardino. Il Giardino è l’essere: il microcosmo entro il macrocosmo. Dove cercare il silenzio e ritrovarsi. Percorrerlo a piedi nudi è la via più sicura per giungere alla propria essenza. Ci sembra di denudarci anche mentalmente da strutture difensive.

Aumenta conseguentemente anche la nostra attenzione sul luogo dove siamo : dove mettere i piedi, come possiamo appoggiarli, presagire la sensazione di erba fresca, neve cristallina, ciottoli ruvidi. Morbidezze e asperità.fullsizeoutput_113f-270x251[1]

Accanto ad alberi secolari, racconta Andrea, si provano vibrazioni incredibili. E passeggiare in un labirinto di rose nel grande giardino di Palazzo Piccolomini-Freschi?  Una magia. Che tentazione.

Da un gesto semplice suggeritogli dalla figlioletta Alice, quello di togliersi le scarpe in un prato in montagna quanti penseiri, quanti accadimenti ne sono scaturiti. Molte emozioni dimenticate, molte scoperte, molte idee.

Ci sarebbe moltissimo da dire ancora su queste ricche  pagine perchè si parla di Filosofia, di Meditazione, di propriocezione ovvero della percezione  che abbiamo di noi stessi nello spazio.

E direi che non è poco.

Ne consiglio la lettura.

Si trova nelle librerie Mondadori e Artigianelli.

varia novembre 13 006“Andrea Bianchi conduce workshop di camminata scalza un po’ ovunque, dalle Dolomiti alla via Francigena, in meno di due anni è diventato il punto di riferimento del barefoot hiking.  Nel 2017 ha dato vita alla prima scuola italiana di barefoot hiking,  “Il silenzio dei passi” (ilsilenziodeipassi.it)  con cui propone il cammino a piedi nudi come una pratica di benessere psicofisico accessibile a tutti, per riconnettersi alle energie della Terra ma anche per imparare a diventare interiormente leggeri e silenziosi. Studia pratica yoga da più di vent’anni, e quando indossa le scarpe è ingegnere e consulente di comunicazione, giornalista, fondatore ed editore del magazine online Mountainblog, oggi uno dei più seguiti siti web sul mondo della montagna e degli sport outdoor.

“Con la terra sotto i piedi” è anche un documentario: doc.conlaterrasottoipiedi.com

 

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AMARCORD V. Si può fare…

pubblicato da: Mirna - 1 maggio, 2018 @ 8:37 am

IMG_20180428_162446Non bisogna mai rimandare le cose piacevoli quando tutto riesce ad allinearsi armonicamente.Amarcord V 28 Aprile 18 002 (2)

Come  questo Amarcord 5.

Noi, le  antiche bambine e gli  ex ragazzi adolescenti non abbiamo ascoltato gli eventuali acciacchi, ma ci siamo “buttati” per ricreare una giornata allegra, legata al passato, presente e futuro. Ma soprattutto legata  al momento che volevamo IMG-20180428-WA0012condividere.

Ciò che mi regala sempre magia e delizia è ritrovare la Carpi dei miei sogni, sempre inondata di sole e luce d’oro. La piazza che percorriamo è ancora quella di noi giovanissimi, le stesse voci intonate di dialetto, i tanti sorrisi , i profumi.

Sembrano rotolare i nostri ricordi di avventure ed abitudini, le passeggiate nei viali in bicicletta tra il profumo dei tigli, i caffè nei bar sotto i portici. E al punto d’incontro iniziale si aggiunge sempre qualche altra persona di Cantarana e vicinanze. E amici di amici.

Amarcord V 28 Aprile 18 008Al ristorante La Secchia in campagna, accanto all’argine del fiume, incontriamo Corrado con Giuliano  e Gianni con Amarcord V 28 Aprile 18 013 Rosanna. L’estate sembra Amarcord V 28 Aprile 18 009esplosa in tripudio di erbe brillanti, fiori colorati, farfalle , api.

Amarcord V 28 Aprile 18 011Brunella, Vincenzo ed io – i fautori degli Amarcord (termine assegnatoci  da Stefania la prima volta) – siamo felici .

C’è anche la bella Gabriella Leporati, nostra compagna di scuola, Donatella carissima vicina di orti e giardini.  Carla, la sorella magnifica di Vincenzo piena di vita e progetti. Altri amici di Vincenzo: Silvano e Luisa. E poi Marisa e Federico, la famiglia di Vincenzo.

Ci sono  caldo, allegria e odore di cibo buono e genuino. Salame, cappelletti in brodo, tortellini alla ricotta e erbette, misto di carne con…galletto, la mitica zuppa inglese e fiumi di lambrusco chiaro, rosa come i nostri pensieri.

Trovo questi incontri , ormai biennali, fortificanti, rasserenanti, curativi. Mi sento bene mentre vivo la giornata con loro, mi sento bene quando me la rivivo.

Amarcord V 28 Aprile 18 020E questa incipiente estate ci ha regalato l’angolo di paradiso di Brunella ancora più magico della prima volta.  Biancospini IMG_20180428_163154profumati, rigagnoli azzurri di fiorellini,  cespugli, alberi, edera da calpestare come tappeti, noccioli che stanno crescendo per futuri tartufi…le viti che ci aspettano in autunno per la vendemmia.

Brunella ci regala i mughetti, sostiamo all’aperto parlando di noi, di come siamo ora, di come eravamo.

Ci riconosciamo sempre più.IMG_20180428_165401 Nella fresca cucina un altro gruppo ripercorre sentieri lontani ma sempre accanto a noi.

Amarcord V 28 Aprile 18 007E grazie agli autisti.

Federico, Stefania e Giuliano.

 

 

 

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DALL’OBLIO PIU’ LONTANO di Patrick Modiano

pubblicato da: Mirna - 24 aprile, 2018 @ 4:21 am

IMG_20180420_092601Leggere Modiano è vagare per una Parigi perlopiù notturna che si espande tra passato e presente, ma sempre racchiusa nella mente e nel cuore  dello scrittore.

Dai primi anni sessanta si arriva a trent’anni dopo sempre ripercorrendo gli stessi quartieri bohémiennes, gli stessi bar e bistrot. Ma ieri e oggi si intersecano e confondono in una dimensione quasi onirica per cui la vita è un arazzo forse già compiuto in cui si cerca di rimediare a qualche strappo. Forse per trovare senso ed armonia negli accadimenti.

L’io narrante , scrittore ed osservatore della vita, è sempre attento agli altri e alle intermittenze del cuore, ma ne è sempre un po’ distaccato come se l’umanità fosse racchiusa in una teca.Un piccolo mondo che è Parigi, il  paradigma dell’intero universo e dei meccanismi della memoria e dell’oblio.

Jacqueline conosciuta quando entrambi avevano appena vent’anni vive con lui qualche mese intenso di ricerca, di fatica di crescere, di curiosità, trasgressioni  e poi sparisce.

Anch’essa come tutti gli altri personaggi di Modiano rimane per sempre nella sua carta geografica mentale e lui la cerca, la rivede, la ritrova. Ma anch’essa, come parte dei nostri anni si perde e scompare per poi riaffiorare nei sogni e nell’immaginazione.

Scrittura impeccabile del premio Nobel 2014.

Ed. Einaudi

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IL RUMORE DEL TEMPO di Julian Barnes

pubblicato da: Mirna - 19 aprile, 2018 @ 7:10 am
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Incollo gli appunti di lettura che Maria Grazia, “assente giustificata! al  nostro LibrIncontri ci ha inviato:il rumore del tempo

“Carissima Mirna,

con piacere ti invio una breve nota informativa relativa le mie recenti letture…Terminato il romanzo dal titolo ‘Un gentiluomo a Mosca” ho voluto rimanere nella cornice russa accostando l’opera di Julian Barnes dal titolo” Il rumore del tempo”sulla vita da artista, ovvero da intellettuale di Dmitri Sostakovich nell’Unione sovietica di Stalin, e poi di Crushev, e poi di Breznev .
Il ritratto che tratteggia Julian Barnes è quello di una persona tormentata, costantemente incerta sulla strada da percorrere; seguire il suo destino di intellettuale, con tutta la solitudine e il dolore che comporta, o accettare i compromessi della vita reale?
Sotto il governo stalinista una tale alternativa non esisteva.
Barnes è molto abile a farci cogliere il terrore per il futuro.Ma Dmitri aveva, per sua fortuna, la musica. Una musica come scopo irrinunciabile che, gradualmente, lottando e cedendo al regime, riesce ad elevare.
Sostakovich vorrebbe un mondo più regolare, più sensato, più affine alla sua musica. Rifiuta il cinismo e rifiuta la stupidità, ma non è possibile restare fermi mentre la storia scorre. E Sostakovich la sente scorrere, ne sente il suono, la sua musicalità: il rumore del tempo.
J. Barnes scrive a pg 131-132: ‘ Che cosa poteva contrapporre al rumore del tempo? Solo la musica che viene da dentro-la musica del nostro essere che alcuni sanno trasformare in musica reale.E che se nei decenni a venire sara’abbastanza forte e pura e autentica da annegare il rumore del tempo, si trasformera’ nel mormorio della storia. Ecco si aggrappava a questo’.
Ora sto leggendo invece il bellissimo romanzo russo di Gogol, ‘Anime morte’, una  denuncia della mediocrita’ umana ove il termine’anime’durante l’impero russo designava i servi della gleba maschi.

 
Buon incontro per domani, un abbraccio caro, Maria Grazia”
Gli altri consigli nei prossimi post. 

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FRED VARGAS ed altri consigli

pubblicato da: Mirna - 7 aprile, 2018 @ 4:37 pm

il baco della reclusaIL MORSO DELLA RECLUSA di Fred Vargas è il solito avvincente thriller che la scrittrice francese, archeologa e medievista, ci regala ogni due anni circa.

Senza mai deluderci. Soprattutto se le indagini le conduce il commissario Adamsberg, soprannominato “spalatore di nuvole” perchè le sue intuizioni sempre azzeccate cominciano come proto-pensieri per poi perdersi e ritrovarsi tra la  nebbia.

Potete immaginare dunque che oltre all’interesse per la trama – sempre originale e spesso con  con agganci  alla storia medioevale – viene sollecitato in noi la curiosità per i percorsi mentali assai tortuosi del commissario.

Come in questo caso: perchè mentre sta concludendo un’indagine per omicidio  egli viene distratto e preso completamente da alcuni casi di avvelenamento di alcuni ultraottantenni da parte  di ragni violino, detti recluse?  Se all’inizio tutto sembra senza senso lentamente attraverso le sue bolle di pensiero che vagano di qua e di la si arriva ad una storia interessantissima che si collega ad un orfanotrofio ed ad una banda di ragazzini terribili che molestavano e ferivano i compagni.  Ma anche ai casi di donne che si rinchiudevano in piccionaie per vivere di carità, nei pressi di Lourdes.

Proprio Adamsberg rintraccia nel suo inconscio grazie au un amico psicoanalista ( che si chiama Martin-Pescatore !) il ricordo di una  donna reclusa che lo aveva spaventato quando bambino con la mamma era andato alla sua casupola per lasciare un’offerta. Sono esistite veramente queste recluse volontarie, poi liberate dalle autorità.

Altri personaggi particolarissimi fanno da corollario a questo detective: tutti divertenti, persino il gatto del commissariato che sta sempre sulla fotocopiatrice e mangia soltanto se lo portano in braccio  fino alla sua ciotola.

“Nebbioso, beccheggiante, indolente. Sempre perso nelle sue vaghezze. E’ il commissario Adamsberg, capo dell’Anticrimine al tredicesimo arrondissement parigino”

Per me una gioia.

Ai nostri LibrIncontri emergono però tantissimi altri titoli che voglio trascrivervi. Tutti consigliatissimi dai partecipanti

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IMG_20180328_171655Un gentiluomo a Mosca” di Amor Towles.

1948. Attentato a Togliatti di Avagliano Palmieri

Sorgo rosso di Moyan

L’uomo che cadde sulla terra di Walter Tevis

Testimone inconsapevole di Gianrico Carofiglio

Accendimi di  Marco Presta

Nessuno può volare di Simonetta Agnello Hornby

Amore del paesaggio di Vittorio Lingiardi

e tanto tanto altro ancora…

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Che cosa leggevano i nostri genitori?

pubblicato da: Mirna - 28 marzo, 2018 @ 12:39 pm

IMG_20180201_111015Durante le nostre riunioni di lettura – il famoso LibrIncontri – ci siamo chiesti di quali libri avevamo sentito parlare in casa. Che cosa leggevano i nostri genitori?

Sono partita dagli appunti di mio padre, Marino Moretti -omonimo del poeta –  che mi hanno fatto ricordare quanto egli amasse alcuni grandi scrittori.

Ho trovato un piccolo blocchetto dal quale posso ricopiare di sana pianta quello che egli  scrisse forse pochi anni prima di IMG_20180328_122458morire:

Emilio Salgari, “I tre boys scouts”, “Nik Carter”, “Nat Pinkerton”. Queste sono state le prime letture della mia adolescenza.

Sandokan e i suoi amici mi facevano sognare di viaggi misteriosi nelle isole del Golfo del Bengala e dell’Arcipelago della Sonda.

A 15 anni accantonai definitivamente questo tipo di romanzo perchè il mio interesse si era rivolto verso i grandi scrittori quali

Dostojevskij, Zola, Hugo, London.

Del primo ricordo che una sera alle 22 iniziai a leggere Delitto e castigo e continuai fino all’alba:  sette ore di lettura continua. .

Poi I fratelli Karamazov, Il Giocatore, l’Idiota.

Di Emile Zola lessi La bestia umana: la trama era talmente complessa e avvincente che in una  notte me lo lessi tutto.. .Purtroppo ho smarrito questo libro e non sono più riuscito a rintracciarlo. Di Zola lessi poi Nanà Teresa Raquin, anch’essi validissimi ma a parer mio non come La bestia umana.

I Miserabili di Victor Hugo, nonostante la mia giovane età, incisero profondamente il mio essere in quanto mi resi conto che un uomo che aveva commesso un reato può trovare la forza per redimersi. Ed anche il mio giudizio divenne meno intransigente.

Di Jack London lessi subito Zanna Bianca ma quando conobbi Martin Eden ritenni quest’ultimo molto superiore al tanto declamato Zanna Bianca.”

Mia madre Maria invece leggeva generalmente soltanto di sera a letto e solamente libri gialli:  Agatha Christie, Rex Stout e Ellery Queen ecc. Diceva che i delitti le conciliavano il sonno.

Anche Maria Teresa dedica ora qualche riga a quel che ricorda delle letture dei suoi  genitori.dicembre-2016-008

Mio padre, che era laureato in economia e commercio ma aveva l’animo del linguista, amava leggere libri ed articoli giornalistici di Aldo Gabrielli o Paolo Monelli i, e forse altri linguisti che io non ricordo. Godeva proprio nell’immergersi tra le parole e le storie di parole. Amava anche le lingue straniere e, pur avendone studiate tre (inglese, francese e spagnolo), i primi tempi delle scuole medie di noi figli si era messo in testa di seguire anche il nostro tedesco! Ma non è andato molto avanti. Era un tipo assai riservato e non parlava molto. Amava l’umorismo composto di stile anglosassone e leggeva i libri di P.G. Wodehouse, che abbiamo letto anche noi figli. C’era da sbellicarsi dalle risate, senza mai neppure la minima ombra di volgarità.

La mia mamma, che era maestra, adorava i romanzi di Bruce Marshall, che ho in parte letto anch’io. E pensa che questi sono poi stati scoperti anche da Valentina, che ha requisito quelli di casa delle nonna e se n’è procurati anche altri! Mio padre ad ogni ricorrenza gliene regalava uno. Anche qui c’è un umorismo assai composto. A mia mamma piaceva perché questo Marshall, pur inglese, era vissuto moltissimo in Francia e lì aveva ambientato i suoi romanzi. Lei come lingua straniera aveva studiato proprio il francese ed aveva anche iniziato l’università di Ca’ Foscari a Venezia per laurearsi in francese, appunto. Poi guerra, matrimonio e noi figli l’hanno costretta a lasciar perdere. Sicuramente le piacevano altri libri con storie delicate: ricordo che aveva letto IL CUCCIOLO e IL PICCOLO PRINCIPE. Altro al momento non mi viene in mente”

Aspettiamo i vostri ricordi…

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