EPISTOLARIO RILKE -SALOME' 1897-1926
pubblicato da: admin - 1 Dicembre, 2010 @ 8:19 pm
Durante l’inverno 2002 – 2003 trascorsi parecchi pomeriggi in compagnia di Rainer Maria Rilke e Lou Andreas Salomè. Ricordo la luce soffusa dell’abat-jour accanto al mio divano azzurro, la tazza di tè fumante e un sottile piacere che mi prendeva quando mi accostavo alle lettura della corrispondenza fra un mio amato poeta e una donna speciale e straordinaria ( e di cui vi ho già parlato).
Lou Salomè nasce nel 1861 a Pietroburgo. Si trasferisce in Svizzera dove studia filosofia, filologia, religione comparata, storia dell’arte. Conosce Paul Rée e Nieztsche con i quali coabita per un po’ di tempo. Sia Nietzche che Rée si inamorano di lei  e le propongono il matrimonio. Lei rifiuta.
Si sposerà invece con F.Carl Andreas, studioso delle lingue orientali, di quindici anni più vecchio di lei. Lou impone però un “matrimonio in bianco” ed esige per sè la più ampia libertà di movimento nonchè l’impegno ch’egli non interferisca nella sua vita sentimentale.
Lou viaggerà , scriverà , incontrerà Freud del quale seguirà ed eserciterà  il metodo psicoanalitico.
E poi nel 1897 a Monaco incontra il ventiduenne Rilke. E’ proprio lei, figura importante, maestra di vita, che gli cambierà il nome da René in Rainer. Diventano amanti, vivono insieme per quattro anni e compiono viaggi importantissimi in Russia.
Per Rilke lei rappresenta la “madre”, il faro, l’equilibrio interiore, la saggezza. Appena conosciuta le scrive che lei ha espresso “con magistrale chiarezza ciò che le mie fantasie epiche riportano in visioni….Vede, gentilissima Signora, grazie a questa inflessibile essenzialità , grazie all’incredibile forza delle Sue parole, la mia opera ha avuto nel mio animo una consacrazione, una sanzione.”
Pensa a lei; ogni  paseggiata nell’Englisher Garten di Muenchen è occasione per dedicarle versi su versi : “Ho trovato le rose / sui sentieri lontani. / Io ti vorrei incontare / col ramoscello / che appena so tenere./ E’ come ti cercassi insieme / a errabondi pallidi fanciulli, / e tu saresti madre / alle mie povere rose.
Ed ancora “Ciò che mi fa essere, – sei tu.”
Lou Salomè cerca di guidare con il suo buon senso, la sua estrema positività questo giovane poeta pieno di ansie e timori, ancora non consapevole del proprio talento.
Gli scrive nel febbraio 1901 in risposta ad un ‘ennesima lettera piena di panico ed incertezze: “Puoi capire la mia angoscia e la mia violenza quando sei rimasto di nuovo vittima di questi attacchi e io ho riveduto di nuovo una volontà paralizzata e contemporaneamente sussulti nervosi e subitanei che dilaniavano la tua unità organica, ubbidivano volubilmente alle suggestioni e non si immergevano nella pienezza del passato per assimilare in modo sano, per elaborare, per costruirsi delle fondamenta!”
Se Lou sente che il rapporto figlio-amante sta diventando debilitante e costrittivo, il sentimento di natura unica che lega i due non viene mai meno per un quarto di secolo. E’ sempre a Lou che Rilke scrive da Duino, luogo privilegiato per la composizione delle sue splendide Elegie. Ed è sempre a lei che il poeta sul letto di morte indirizzerà le ultime parole, memore della promessa della sua mentore di essergli vicino nell'”ora peggiore”.
“Cara, vedi, era dunque questo cui da tre anni mi preparava, mi preavvertiva la mia vigile natura: che ora deve lottare duramente, duramente, per farcela…E ora, Lou, non riesco a contare gli inferni, tu sai che ho collocato il dolore, quello fisico, quello veramente grande, tra le mie gerarchie…E ora. Mi copre. Mi subentra. Giorno e notte. Da dove trarre coraggio?. Cara, cara Lou…Addio mia cara”
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Leggevo questo libro… e aprivo le Elegie Duinesi. Che momenti bellissimi! Centellinavo parola per parola, entravo nelle loro lettere,  aperta ad ogni suggestione e piena di aspettative mai deluse. Ripensavo intanto alla passeggiata Rilke da me fatta parecchie volte , quella che da Sistiana va verso Duino e termina con il castello dove venne appunto ospitato il poeta.
La mia piccola foto del blog è scattata proprio a Duino.
E a proposito del blog. Oggi ho parlato con Andrea, il creatore di Trentoblog. Tutti gli spam che mi arrivano , ha detto, sono la prova di un’ampia visibilità !
Insomma vuol dire che i posts, Â i commenti vengono letti da moltissime persone.
L'UOMO CHE AMAVA LA CINA, di Simon Winchester
pubblicato da: admin - 30 Novembre, 2010 @ 8:02 pmRiccardo ci presenta un altro interessantissimo libro, per amanti della storia e dei viaggi, ma non solo…
 Adelphi, 2010
Pag. 350, €30,00
Passeggiavo in libreria (e dove altro, sennò?). L’angolo Adelphi mi attrae sempre. Scorgo il nome di Simon Winchester. Sarà che Winchester era la marca della carabina dei cow boys ed anche quella della carabina in mia dotazione quando ero allievo ufficiale …
Già una volta Winchester mi aveva catturato, quando lessi il suo “Il fiume al centro del mondo†(già oggetto di un mio post) cioè lo Yangtze, che nasce tra le montagne ai margini del Tibet e percorre circa 6300 chilometri di terra cinese prima di sfociare nelle acque del Mar Cinese Orientale. Quel libro ci narra gli eventi accaduti sulle sue sponde: gli anni dei difficili rapporti tra le compagnie commerciali europee e mandarini Manchu, l’atmosfera peccaminosa della Shanghai dominata dai gangster, lo stupro giapponese di Nanchino del 1937, le feroci lotte all’interno del Partito Comunista durante la Rivoluzione Culturale, la straordinaria caccia ai baiji (i delfini del fiume), la lotta immane per arginare le grandi piene estive, il tentativo di dominare lo Yangtze erigendo una nuova Grande Muraglia sulle sue acque, etc..
 Visto che ormai “la Cina è vicina†ho comperato anche questo suo libro, che sembra scritto dal personaggio di cui l’autore descrive vita e opere, cioè da Joseph Terence Montgomery Needham (Londra, 9 dicembre 1900 – 24 marzo 1995), storico della scienza, biochimico e orientalista inglese, eletto membro della Royal Society e della British Academy, conosciuto come autorità preminente nella storia della scienza e tecnologia in Cina.
Needham, mente enciclopedica, uomo di sinistra (fu definito “comunista buonoâ€), conoscitore di molte lingue fra cui il cinese, grande amatore (perché no?), attraverso il proprio contributo personale elargito in viaggi estremamente avventurosi e pericolosi attraverso la Cina assalita dai giapponesi, si impegnò per evitare la distruzione del sistema universitario e della ricerca cinese da parte dell’invasore.
A seguito di ciò, s’innamorò oltre che di una bella cinesina, la quale fu legata da una sincera reciproca amicizia con la consapevole moglie dell’autore, s’innamorò – dicevamo – anche soprattutto della storia della scienza, della scienza stessa e della cultura cinese, traducendo il tutto in un’opera enciclopedica: “Scienza e Civiltà in Cinaâ€.
Nella parte seconda del settimo volume di tale “panonto†egli elenca, datandole, le principali scoperte ed invenzioni cinesi, con il che ci dimostra come molti degli “inventori†occidentali in realtà fossero stati preceduti di anni, decenni e secoli da oscuri inventori cinesi. Ve ne cito alcune:
Deriva mobile (per barche a vela) 751 d.C.
Anemometro III° sec. d.C.
Armonica a bocca IX° sec. a.C.
Bussola magnetica per navigazione 1111 d.C.
Camera oscura 1086 d.C.
Contachilometri (carro a tamburo, che segna la
distanza percorsa) 110 a.C.
Cartamoneta IX° sec. d.C.
Coordinate polari-equatoriali I° sec a.C.
Cuscinetti a sfera II° sec. a.C.
Declinazione magnetica 1040 d.C.
Fiammiferi 577 d.C.
Gioco degli scacchi IV° sec. a.C.
Imbarcazioni con ruote a pale 418 d.C.
Libro a stampa 847 d.C.
Mappe topografiche III sec. a.C.
Composizione di melodie 475 d.C.
Mulinello per canne da pesca III sec. d.C.
Operazioni con numeri negativi I sec. d.C.
Orologio astronomico 120 d.C.
Paracadute VIII sec. d.C.
Spaghetti (!!) 100 d.C.
Pastorizzazione del vino 1117 d.C.
Razzi a due stadi 1360 d.C.
Rotore da elicottero 320 d.C.
Filatura della seta 2850 a. C.
Spazzolino da denti IX sec d. C.
Tè (bevanda) II sec d.C.
Timone assiale per la navigazione I sec d.C.
Niente male, non vi pare?
Ed ora, per finire, brani di un colloquio fra Mao Zedong e Needham:
Mao. “Lei è l’unico occidentale che io conosca al quale possa chiedere se permettere al popolo cinese di motorizzarsi o se per loro non sia meglio la biciclettaâ€
Needham: “Signor Presidente, se devo essere sincero, trovo che lassù, a Cambridge, dove vivo, la mia vecchia bicicletta soddisfa perfettamente quasi tutte le mie esigenzeâ€
Mao: “D’accordo, allora. Bicicletta sia!â€.
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Ebbene si, lo confesso, sono un appassionato ciclista!
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Riccardo Lucatti
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RACCONTO PER UN AMICO, o l'amore per la vita
pubblicato da: admin - 29 Novembre, 2010 @ 8:41 pmStamattina ho sentito per radio che stanno curando una nuova edizione de “La montagna incantata” di Thomas Mann, forse tradotta con il titolo “La montagna magica”. Un libro che segna la vita del Lettore che viene portato di peso nel mondo claustrofobico del sanatorio, metafora del malessere della civiltà occidentale dalla quale sembra non poter fuggire. Dovrei rileggerlo. Per ora è Stefania che si cimenta con quest’opera.
Il sanatorio, teatro della sofferenza umana, appare in moltissima narrativa sia come luogo  descritto da lontano, sia come esperienza vissuta.
Halina Poswiatowska l’autrice di queste pagine bellissime ne è stata testimone diretta. Vi soggiornò per parecchi mesi per curare il cuore indebolito da un’angina mal curata in tempo di guerra.
Queste pagine sono lettere, impressioni, ricordi che Halina racconta a un caro amico cieco che è stato nei brevi anni della sua vita adulta, una presenza costante, protettrice ed ammonitrice.
Halina nata nel 1935 e morta a soli 32 anni in Polonia, era anche una poetessa, venerata dai giovani del suo paese.
La sua scrittura poetica, chiara, immaginifica ci ricorda sia la Woolf che la Bachmann, dicono i critici. A me ricorda soprattutto Katherine Mansfield sia per questo suo raccontare la vita, pur piena di sofferenza, come un luogo in cui essere felice “Fuori ogni cosa sembrava fatta d’oro. Gli alberi muoiono diversamente dalla gente, paiono quasi felici pdi morire. Forse perchè viene la primavera e rifioriscono…” sia per l’attaccamento caparbio alla vita che però soccombe  alla debolezza del corpo. Anche in Halina come in Katherine c’è un attaccamento sensuale, fisico, quasi biologico alla vita.
Ho riconosciuto un’amica in questa donna per la quale vita e scrittura sembrano indissolubili, per la quale ogni istante di vita è prezioso come una conquista perenne e come una nuova scoperta.
Halina ci descrive la sua infanzia, segnata dagli orrori della guerra, la scuola, gli amici, i primi amori, il tempo trascorso nei sanatori ad osservare la sofferenza altrui e a vincere la propria. Racconta del marito artista scomparso pochi anni dopo il matrimonio e del soggiorno negli USA  come ultima speranza per guarire. Ed infine del ritorno in Polonia, dettato da nostalgia, imquietudine e disillusione.
Scrive al suo amico dal sanatorio:
“Ci sono notti, amico mio, in cui il mondo finisce. Il mondo se ne va, lasciandoci con gli occhi sbarrati e le braccia inerti. Dapprima è come la coscienza di una rigida legge matematica, la consapevolezza che domani il mondo non ci sarà più. Ma in questo momento, tante volte vissuto, in questo momento che cresce e matura dentro di noi, anzi, nell’attimo finale di questo momento, com’è il mondo? Com’è, quando c’è e non c’è nello stesso tempo, quando con il respiro e con il gesto tentiamo di fermare la parte di noi che fugge senza ritorno?”
Deve scrivere, comunicare Halina Poswiatowska , perchè” il silenzio divide più della distanza, il silenzio uccide persino i pensieri “. E scrive lettere, diari, poesie.
E nelle ultime pagine del racconto per il suo amico dice: “…chissà se mai lo leggerai. Guardo con diffidenza il fascio di fogli scritti: sapranno le parole difendermi meglio del silenzio? E’ ancora possibile esprimere qualcosa con le parole? Le ho cercate con fatica, riguardandole più volte una per una, confrontandole con il mio amore e con il mio dolore. Confrontavo il desiderio con la parola desiderio, e per il mio amore più grande -quello per la vita -cercavo le definizioni più belle. Amo la vita, amico mio, …amo guardare gli alberi piegati dal vento e lo scintillio lontano del faro. “
Scrive queste righe mentre sta tornando dagli Stati Uniti verso la Polonia, con il cuore irrimediabilmente malato. E’ sulla nave:
“Fuori di me sento il rombo dell’acqua schiumosa; dentro al petto sento pulsare, delicatissimo, il più sensibile degli strumenti che misurano il tempo: il cuore. E’ ancora debole, ma batte regolare e pompa, impavido, il sangue caldo.
Ascolta, amico mio: queste pagine non sono altro che il suo ritmo.”
IL SENSO DI SMILLA PER LA NEVE, di Peter Hoeg
pubblicato da: admin - 28 Novembre, 2010 @ 8:20 pm
“La terre est blanche,/ le ciel est noir, /cloches carillonez gaiement“ ecco i versi che ho recitato  stamattina aprendo la finestra sui fiocchi leggeri di questo novembre trentino mentre mi arrivava il suono lieto delle campane dell’Abbazia di San Lorenzo.
L’insegnante di francese delle scuole media ce li aveva fatti studiare a memoria.
Subito mi viene in mente anche il libro per il post quotidiano. Un libro che parla di neve, ma quella “tosta”, quella della Danimarca e della Groenlandia dove ci sono più di dieci modi per dire “neve” a seconda della sua  corposità , del disegno del fiocco, della sua consistenza, ecc.
E’ un libro adatto a lunghe domeniche invernali quando ci si vuole raccogliere in qualcosa di avvincente e nello stesso tempo “viaggiare” sia nell’altrove geografico che nell’altrove di nuove visioni della vita.
Smilla (nome che mi piace) è una glaciologa indipendente, scontrosa, con ricordi brucianti dell’adorata mamma Inuit morta tragicamente mentre pescava con il suo kayak in Groenlandia,  e che deve  destreggiarsi in un rapporto conflittuale  con il padre residente a Copenaghen come lei.
 L’unico suo  intenso legame affettivo è con Esajas, figlio di una vicina Inuit.
Quando il bambino, una sera d’inverno, scivola da un tetto innevato e muore, Smilla si accorge che non è stato un incidente. E’ proprio il suo “senso per la neve” che le fa capire che le impronte lasciate da Esajas sul tetto sono sospette.
Raccontato in prima persona questo romanzo ci porta in un ambiente diverso, in un mondo a noi lontano denso di descrizioni di paesaggi affascinanti che ci condurranno da una prenatalizia Copenaghen alla calotta polare.
C’è un mistero intricato da risolvere in cui anche il piccolo Esajas è stato, suo malgrado, coinvolto. E Smilla comincia ad investigare. Si oppone, si ribella, com’è nella sua natura, al potere di certe istituzioni corrotte, allo sfruttamento delle risorse minerarie della Groenlandia. La sua curiosità , il suo senso di riportare giustizia, la fanno incorrere in seri pericoli.
Le autorità la minacciano, la incarcerano per una notte, cosa per lei tremenda. Il timore degli spazi chiusi per  lei,figlia delle grandi distese aperte di ghiaccio e neve, la fanno retrocedere. Ma verrà aiutata da un meccanico,  suo coinquilino,  a riprendere le indagini ed insieme infine  scopriranno un’incredibile (e un po’ confusa)  verità .
Thriller avvincente, in cui oltre la suspence c’è anche la storia di una persona che soffre, che si sente precipitare in un tunnel di depressione, una persona che si sente sradicata in un mondo di opportunismo, di clientelismo, di possesso di ricchezze come unico fine.
“Crescere in Groenlandia ha rovinato per sempre il mio rapporto con la ricchezza. Vedo che esiste. Ma non potrei mai lottare per raggiungerla. Nè rispettarla seriamente. Nè considerarla un obiettivo”
Mi piacciono qesti emergenti scrittori scandinavi, amo entrare nel loro mondo cupo e lontano.
Peter Hoeg è nato nel 1957. Nel 1988 venne salutato dalla critica come “il miglior narratore della sua generazione”.
Sono andata a leggere le opinioni dei lettori su Internet: ci sono estimatori osannanti il messaggio ecologico, di tolleranza che il romanzo ci trasmette, ci sono i tiepidi che lo accettano come diversivo durante l’influenza, ci sono alcuni che lo  detestano  insieme alla persona che l’ha loro regalato…!( non è pericoloso regalare un libro a qualcuno se non si conoscono perfettamente i suoi  gusti?).
Insomma è vero che ognuno di noi legge una storia a modo suo, ne diventa co -protagonista o ne rimane distaccato,  e lo ama o non lo ama a seconda del suo vissuto, dei suoi desideri, dei suoi vuoti da colmare, dalla sua consapevolezza.
Io amo entrare in mondi nuovi, qui la Danimarca invernale, adoro entrare nelle pieghe intime delle persone, e qui Smilla, persona che ricerca la sua identità , mi ha catturato. Poi se il finale è un po’ confuso ed eccessivo, pazienza.
Durante la lettura ho avuto modo di fermarmi su molte pagine e riflettere.
 Che in fondo è, per me, lo scopo precipuo della lettura.
CONGETTURE SU APRIL, di John Banville
pubblicato da: admin - 27 Novembre, 2010 @ 6:16 pm
Narrativa, l’evocatrice dell’altrove.
 Necessaria per aiutare a ripiegarci su noi stessi e ad aprirci verso gli altri. Tante vite che si snodano parallele, quelle reali, quelle dei personaggi letterari. Così mentre insieme a John Banville ricerco April Latimer e conosco il suo approccio verso la vita, mi addentro nel suo ambiente, una Dublino invernale costretta in un abbraccio nebbioso che ricorda una poesia di Eliot.Â
 Nel frattempo mi giungono i pezzi delle altre vite, quelle reali: dal cugino meranese, dall’amica lontana, da quelle vicine, messaggi, e-mails. Persone contente, soddisfatte, altre malinconiche, altre aperte, alcune reticenti, persone che mordono la vita, altre che l’assaggiano timidamente.
Sempre nel mescolare con intensità lettura e vita mi accorgo di fare paragoni con tipologie umane che ho incontrato e che incontro.
 Questo romanzo è definito “giallo”, sia per la scomparsa di April sia per un probabile omicidio, è in realtà  una ricerca delle verità nascoste, quelle che forse ogni giorno  ricerchiamo anche noi.
Phoebe, la più cara amica di April, sembra essere l’unica persona a preoccuparsi della sua prolungata assenza. Nessun altro la cerca, certamente non la sua famiglia, la madre, il  fratello, uno zio ministro, anzi questi sembrano non voler sentire parlare di lei definita in coro come “la pecora nera”.
 Phoebe, nella sua ansiosa ricerca,  si fa aiutare dal padre, l ‘anatomopatologo Quirke appena uscito da una clinica di riabilitazione per alcolisti.
Ogni ricerca di qualcuno o di qualcosa mette in discussione parti di noi, così Phebe si interrogherà se ama Patrick, il bellissimo ragazzo africano, forse amante di April; il dottor Quirke combatterà strenuamente contro la tentazione di bere e in questa sua battaglia cederà a capricci estrosi come quello di acquistare un’auto sportiva che non sa guidare. Rafforzerà invece il suo fragile rapporto con la figlia.
La Verità è sempre multiforme, l’animo umano sfaccettato come un caleidoscopio, le maschere si sfaldano e ciò che sembrava vero risulterà  falso. Persino nel gruppo di amici Phoebe scopre rivalità  profonde, segreti e bugie.
John Banville con la “sua scrittura limpida e tagliente come una lama” ci porta attraverso una ostile e fredda Dublino alla scoperta di un’impietosa verità , ma soprattutto ci induce con forza a leggere l’anima degli uomini.
Ecco il vero”giallo”, scoprire la nostra e l’altrui verità . Che fascino osservare i vari comportamenti umani ed intuire da che cosa sono dettati. Che delusione se si scoprono meschinità , ma che gioia la rivelazione di bontà , altruismo, attenzione vera verso gli altri…
Attenzione ed interesse. Tempo fa una persona sosteneva che non chiedeva mai niente agli altri per “educazione borghese”, per riservatezza, per non sembrare curiosi…io ho ribadito che l’impressione che invece dà  è quella che degli altri a lei non  interessi niente… impressione di gelo.
Non vi capita di incontrare persone che parlano, parlano di sè, e non vi  chiedono mai niente? E se per caso sfugge loro una domanda su di voi … poi non vi ascoltano?
IL FUOCO NEL MARE , di Leonardo Sciascia
pubblicato da: admin - 26 Novembre, 2010 @ 8:02 pmÂ
Il libro che ci presenta Riccardo è affascinante.
 Leggere “tessere” varie  del pensiero di un autore come Sciascia non può che arricchire il nostro essere, sia di Lettori che di  Persone.Â
Testi sparsi, racconti dispersi, pubblicati dal 1949 al 1975
Biblioteca Adelphi 557
Pagine 179, €18
Sciascia, Racalmuto 1921 – Palermo 1989. Sciascia, tutti conoscono questo nome, come Pirandello, del resto, chi non ne conosce il nome? Sciascia, Il giorno della civetta, Todo modo, chi non li ha visti al cinema o in TV? Ma, Sciascia, chi lo conosce veramente? Andate in internet (Wikipedia) e potrete vedere come sia già un’ottima lettura leggere “l’indice†della sua vita, quasi come leggere – cercando di capirlo – l’indice di un’opera letteraria complessa e soprattutto “l’indice†di un uomo . Ricordo che da giovane studente, a Genova, il professore di filosofia del diritto, tale Luigi Bagolini, nell’interrogarmi, mi chiese: “Mi esponga l’indice del Kelsen (Hans Kelsen, Austriaco, filosofo del diritto). Cioè mi chiedeva che io gli esponessi l’indice del volume di filosofia del diritto posto a base dell’esame. Infatti, avere compreso quell’â€ordine†significava avere studiato e avere assimilato i contenuti della materia. Perdonate la divagazione, ma io so resistere a tutto tranne che alle tentazioni. E questa era fortissima.
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Sciascia, maestro elementare, romanziere, storico, saggista, commediografo, uomo politico, giornalista, sceneggiatore, uomo del sud. Personalità complessa? No, direi “riccaâ€, esuberante come la fioritura dei mandorli nella piana di Girgenti, il profumo delle zagare, la forza del vino siciliano, che mio nonno materno – l’unica volta che, bambino, “scesi†in Sicilia a trovarlo per accompagnare mia mamma, Agrigento classe 1904 – spillava dal fiasco “di paglia†mediante una pompetta applicata alla sua sommità , per evitare, lui così vecchio, lo sforzo di sollevare il peso di due litri di rame fuso alla temperatura di 18 gradi alcolici.
Sciascia poeta: “Sento la notte declinare nel passo profondo dei muli, nel fischio dei contadini che tra loro si chiamano …poi il silenzio raggiunge ancora i confini del sonno … il clemente naufragio dell’ora è penetrato dagli zoccoli petulanti delle donne, dal loro chiamarsi senza necessità , dal loro imprecare contro il maligno da fare che porta il giorno …
Cosa si può chiedere di più, ad uno “scrittore�
Mio figlio Edoardo, professionista della comunicazione, mi ha appena fatto notare che ogni libro “nasce†non quando viene scritto, ma quando viene letto … quando chi lo legge lo rapporta ai propri sentimenti, alla propria sensibilità , alla propria storia.
Ed allora, anche se certamente avrete letto molto di lui, leggete anche questa raccolta. Io vi ho riconosciuto Pirandello nei piccoli grandi frammenti di assurdità (non oso arrivare a Kafka) che qua e là affiorano, secondo una ricercata causalità ; Camilleri, nell’amore per la sua terra e nel poliziesco che improvvisamente conclude taluni racconti; Manzoni, per la sottile ironia che arricchisce le diverse situazioni; Shagall e Van Gogh, per l’intensità del tratto e la vivacità del colore della prosa; Richard Strauss e la sua Alpensinfonie per la ricchezza del caleidoscopio nel che consiste questa raccolta come del resto l’intera vita ed opera del suo autore.
Racconti brevi, alcuni favole pre moderne per adulti, altri quasi saggi storici, altri frammenti di costume, altri poesie, altri … fate voi, sennò vi racconto tutto, ed allora, come fate poi, voi, a “scriverla†– leggendola – questa raccolta?
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Riccardo Lucatti.
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LA FIGLIA DI JANE EYRE, soltanto per le appassionate
pubblicato da: admin - 25 Novembre, 2010 @ 6:58 pm
“This is dedicated to the one I love” cantavano i Mamas & Papas. Potrei parafrasare i loro versi dicendo che questo libro è dedicato a coloro che amano Jane Eyre.
Quando l’ho visto in Biblioteca, nella nostra bellissima biblioteca di via Roma che presto metterà sul Bollettino anche il mio indirizzo blog, …non ho resistito.
Jane Eyre, la compagna della mia adolescenza e prima giovinezza, la ragazza che si riscatta con il suo lavoro, il suo spirito d’indipendenza, che mi ha fatto sognare e desiderare ( e incontrare) il mio Rochester, un uomo forte come la roccia, è una cara sorella letteraria.
Non mi stancavo mai di rileggere la sua storia, soprattutto la parte dell’incontro con Rochester e  i loro dialoghi così moderni che suggerivano un modo d’approccio fra di due sessi diverso, completo, appagante soprattutto per noi donne.
Avrei voluto leggere ancora di Jane, sapere della sua vita matrimoniale ed ecco che Elizabeth Newark ce lo racconta. La Newark ha scritto numerosi libri per bambini e saggi su Jane Austen e Charles Dickens ed ora si è dedicata al pastiche letterario.
Ed ecco che torniamo nell’amatissima brughiera dello Yorkshire e ritroviamo Jane e Edward con due figli: Oliver, il maggiore  e Janet di 15 anni che vivono a Thornfield ricostruita dopo l’incendio appiccato da Berthe, la prima moglie pazza di Rochester.
Temevo in una caduta letteraria, temevo di non ritrovare la mia Jane Eyre, invece Elizabeth Newark riesce a lasciare perlopiù intatta la figura psicologica di Jane, anche perchè la fa presto partire con il marito e il figlio più grande per la Giamaica, le terre dove Rochester ha ancora dei possedimenti.
La quindicenne Janet rimarrà invece a Londra per terminare gli studi protetta da due tutori amici dei genitori la cui assenza però  si protarrà  più del previsto…
Janet rimasta sola,  vivrà anni importanti; conoscerà l’amore avendo sempre in lei l’esempio del comportamento severo e indipendente della madre e l’ammirazione -amore  per il padre. Amore che le farà sempre cercare una figura maschile che assomigli a lui. Ed infatti la incontra…
Assicurato il romanticismo, le descrizioni deliziose dell’alternarsi delle stagioni nello Yorkshire, i preparativi per il Natale costellati da ricette di pudding e mulligatawny …
Tante  citazioni dello stesso libro della Brontè e de “Il giardino segreto”…personaggi misteriosi che si aggirano nell’ala abbandonata della residenza dove Janet è ospitata in attesa del ritorno dei genitori, giardini nascosti da muretti e  pieni di rose inglesi dai mille colori pastello…
Che goduria! Che vi devo dire, a me piace alternare letture impegnate a questo genere “extrememente feminine” che mi dà felicità e consolazione. Mi ritrovo spesso con un aperto sorriso stampato sule labbra!
Ma attenzione! Per le integraliste adoratrici di Jane Eyre questo pastiche può turbare…alla fine del racconto ritroviamo Jane, la nostra eroina, che torna cambiata dalla Giamaica, dove non solo nuotava e si arrampicava sugli alberi, ma aveva scoperto la parte più sensuale di sè.
Bravissima Elizabeth Newark, ma il suo tempo, il nostro tempo, è diverso da quello di Charlotte Bronte.
LO STRANO CASO DEL CANE UCCISO A MEZZANOTTE
pubblicato da: admin - 24 Novembre, 2010 @ 7:58 pm
 Stasera Raffaella ci parla di un libro speciale che incuriosisce e sollecita senz’altro alla lettura. C’è sempre una parte di noi che si svela nella scelta di un libro. E da una amorevole giovane insegnante che ama il suo lavoro e – gli altri – , che è attentissima e sensibile,  che cosa ci si aspetta ?
Questo romanzo , poi i racconti di Affinati e ancora tanto altro…
Mentre sono alle prese con “ Peregrin d’amore “di Affinati, da assaporare la sera, quando non mi si chiudono gli occhi per la stanchezza, ho pensato di mandare lo stesso un “ postino†su un libro letto in inglese quest’estate, dal titolo curioso, “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte†di Mark Haddon.
Ecco cosa mi ha spinto a farlo. Il protagonista di questo†romanzo giallo†è un ragazzino con la sindrome di Asperger, un autistico ad “alta funzionalità †con notevoli capacità logico matematiche. Ricordate Rain Man? Il film con Tom Cruise e Dustin Hoffmann?
Io ho un ragazzino simile tra i miei studenti e proprio oggi ha preso un bellissimo voto. Non so chi fosse più contento tra me e lui. Questo ragazzo, che chiamerò Luca ( ovviamente non è il suo vero nome) è molto particolare. Sembra spesso assente, e all’inizio dell’anno aveva comportamenti di disturbo anche pesanti in classe. Non sapevo più come gestirlo, e più mi arrabbiavo, più erigeva un muro. Poi un giorno Luca mi ha visto con i tacchi alti (mi ero messa un pò elegante) e questo l’ha colpito.Lui odia le scarpe da ginnastica, lo ha detto a una collega che le indossa spesso e con la quale non ha rapporti, quindi la sua materia non la studia…E da lì è partito il suo “amore†verso di me. Spesso mi prende la mano e la accarezza, io devo dirgli di smettere anche se i suoi compagni lo sanno che con lui posso avere delle attenzioni diverse. Si è affezionato a me e ora studia ed è diventato uno dei migliori! Questi bambini hanno bisogno di tanto affetto e comprensione, mai di pietà . E’ giusto che vengano trattati come gli altri quando è possibile ma Faber e Mazlish, importanti educatrici americane, dicono “ children don’t need to be treated equally; they need to be treated uniquely†, ovvero “ I bambini non hanno bisogno di essere trattati in modo uguale, hanno bisogno di essere trattati in modo unico e specialeâ€.
Due parole sul libro che mi ha suscitato tanti pensieri stasera. E’ un libro leggero, a tratti divertente a tratti commovente.
Christopher, il ragazzo autistico è l’io narrante, disarmante nella sua semplicità e sensibilità . Un giorno trova il cane della signora Shears , la sua vicina di casa, trafitto da un forcone ed inizia a indagare, come il suo idolo Sherlock Holmes, per scoprirne l’assassino. Questo lo porterà ad apprendere suo malgrado delle amare realtà ed un segreto ben più grande.Per la prima volta, intraprenderà un viaggio faticosissimo e ai limiti dell’impossibile, prenderà il treno e giungerà a Londra, una grande e spaventosa città per un ragazzino come lui che vive la routine della cittadina e della scuola come tutto il suo mondo.Non svelo la fine ma lascio un po’ di suspence. Per chi non lo avesse letto, un libro che consiglio davvero.
Raffaella
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INNO ALLA GIOIA, di Shifra Horn
pubblicato da: admin - 23 Novembre, 2010 @ 7:17 pm
Anche il mio blog è sommerso dal rubbish virtuale. Stamattina ho dovuto cancellare 560 spam. Al che, ripensando alla trasmissione televisiva di Saviano, mi rendo conto della zavorra, della spazzatura vera e metaforica che ci sta soffocando. Tanto che quei rari sussulti di idealismo devono farsi strada tra sospetti, diffidenze, critiche e sarcasmi. Non siamo più una patria di eroi e martiri puri, siamo nascosti. Le voci oneste devono essere estrapolate come i diamanti grezzi da multistrati di rocce sedimentarie e purtroppo sembra quasi che non riusciamo più a riconoscerle, abituati come siamo ormai alla falsità , all’opportunismo, al protagonismo effimero che ci butta polvere (ancora rubbish) negli occhi.
Allora perchè un libro dal titolo splendido come “Inno alla gioia”? Per non perdere la speranza di ritrovare le cimase della gioia, della bellezza della vita e dell’amore. Eppure questo romanzo di Shifra Horn parla di orrore e disperazione, ma quel titolo, scelto proprio perchè la protagonista sta ascoltando la nona sinfonia di Beethoven nell’attimo di un terribile attentato terroristico a Gerusalemme, serve alla storia e a tutti noi per sentirci forti, uniti, sicuri che il Bene e la Verità vinceranno.
Yael Maghid è una giovane antropologa israeliana. E’ il 20 gennaio 2002 e lei sta guidando a Gerusalemme quando l’autobus davanti a lei salta in aria. Fra i moribondi dilaniati scorge anche il viso di un bambino  che poco dopo morirà .
Tutta la sua vita da quel momento è compromessa e sbilanciata. Le sue sicurezze, i suoi ideali, il suo modo di percorrere l’esistenza subirà uno stravolgimento. Quel terribile episodio è uno spartiacque esistenziale che rimescolerà la sua visione del mondo e addirittura i suoi rapporti interpersonali.
Emerge prepotente anche la difficoltà di trovare un linguaggio adeguato per esprimere l’orrore al quale ha assistito e che, sappiamo, non è isolato, ma esemplare di tanti altri.
Yael vuole entrare in contatto con il padre del bambino morto nell’esplosione, Avshalom, un ebreo ortodosso, annientato dal dolore. E fra i due nasce uno strano rapporto d’amore, ma inficiato dalle rispettive necessità di trovare un conforto .
Shifra Horn è nata a Tel Aviv da madre Sefardita e padre russo. Ha trascorso l’infanzia e la prima giovinezza in Israele, ha vissuto alcuni anni in Giappone per poi ritronare a Gerusalemme. Alla domanda di come si può vivere in un paese dall’identità divisa,la Horn ,come Grossman, risponde “Devo essere ottimista, altrimenti non potrei vivere qui.”
Non bisogna farsi intimorire, occorre continuare a lottare per la propria libertà . E’ quello che fa la protagonista di questo suo romanzo. Si fa aiutare da un’amica psicologa per superare il raggelamento, per ritrovare la spinta verso la gioia di vivere.
Lo stile realistico e suggestivo della Horn ci regala una lettura piena avvincente; ci immergiamo in  uno spaccato della vita israeliana attuale tra intifada palestinese, odi reciproci, ma  anche tra  momenti intensi di amicizia e amore.
Ottimismo, dunque. Gratitudine per le persone che non diventano impotenti e lassisti perchè siamo circondati dalla “spazzatura”, quindi “non si può far niente”, ma che alzano la loro voce per raccontarci la verità . Conoscere  è il primo passo per non nascondersi, per proseguire, per fare qualcosa. E per non dimenticare che c’è la gioia.
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E che combinazione, proprio oggi,tra tanti spam trovare un messaggio- “diamante”  di un cardiologo in pensione che ha letto il mio post su il libro di Maria Wanda Caldironi “Una manciata di sogni” e che crede di avere  riconosciuta e ritrovata la sua collega stimatissima.Â
Se rileggete il suo post saprete che Maria Wanda Caldironi vive e lavora a Padova. Medico ha esercitato per molti anni in ospedale, rivestendo anche il ruolo di primario.
“Gentile dottoressa Caldironi,
il ritratto fatto dalla recensione,corrisponde alla signora Primario Medico che ho conosciuto a Piove di Sacco,prima di lasciare anch’io la professione.Sa e’ lei dottoreesa, forso si ricorda di me,andando in pensione l’ho lasciata in piena guerra e sono contento che i morti sepelliscano i morti.
Se mi riconosce,mi congratulo con Lei ,che ha scelto una creativita’ di cui non ha mai fatto parola,lasciando posto ad una sensibilta’che sono felice di aver incontrato.
Se non mi riconosce leggero’ il Suo libro,che dalla presentazione assomiglia alla descizione di una dottoressa di valore che ho conosciuto e con la quale ho lavorato con un ineguagliabile ricordo.
Giorgio Gabbia
cardiologo ritirato a vita privata e curioso di copnoscere come e’ andata a finire a Piove di Sacco
Tel 041 926252
E mail giorgio.gabbia@alice.it
MARTIRI E EROI TRENTINI, a cura di Oreste Ferrari
pubblicato da: admin - 22 Novembre, 2010 @ 7:18 pmMi sembra giusto dare spazio a un libro raro  che parla di amor di patria in questo anno di celebrazioni.
Ce lo presenta Riccardo che ne è il fortunato possessore. Mi spiace solo di non essere riuscita a trasferire sul blog la foto delle righe autografe di Cesare Battisti.Â
  Martiri ed Eroi Trentini della Guerra di Redenzione
A cura di ORESTE FERRARI
Legione Trentina Editore
Trento, 1931, IX
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L’altra sera, a casa di Cristina, la nostra Presidente dell’Accademia delle Muse, nel corso di una delle nostre belle serate di intrattenimento musicale, storico, artistico, faceto e di socializzazione, è intervenuta per la prima volta una “nuova†amica, Sara Ferrari.
Sara, che bel nome! Anche la mia prima e nuovissima nipotina (nata 18 giorni fa!) si chiama così! Sara, dicevo, si è dichiarata fervida ammiratrice ed estimatrice di una Donna, la bresciana Ernesta Bittanti Vedova Battisti, come la stessa si firmava dopo l’uccisione del marito. A me è subito venuto in mente un libro che posseggo, un libro regalatomi da mia mamma tanti, tanti anni fa.
Quel libro porta la dedica di pugno di Ernesta (penna ad inchiostro, con pennino rigido): “Accompagno questo libro con devota riverenzaâ€, scritta, evidentemente, indirizzandosi a mio zio materno Lorenzo, il quale, nella pagina successiva, a sua volta, con penna stilografica, dedica così: “A mia sorella Concettina con affetto†Venezia, 7.1.933 XIâ€. Cioè a mia mamma insegnante a Bolzano.
Appena svelai il possesso di questo tesoro a Sara, lei ebbe un sussulto: “Devo vederlo!â€. Certo, e se questo volume non fosse un ricordo di mia mamma, sarei bel lieto di regalartelo …Sara. Anche perchè so che finirebbe in buone mani.
Certo che il curatore del libro è tale Oreste Ferrari. Sara, di cognome è una “Ferrariâ€!
Troppe coincidenze. Dovevo farne un post per il “nostro†blog, non vi pare?
Del libro, ricco di foto autentiche dell’epoca e di riproduzioni di documenti originali, che dire? Vi si narra dei Martiri Damiano Chiesa, Cesare Battisti e Fabio Filzi, oltre che dei tanti Eroi caduti in guerra. Cito solo alcuni cognomi: Angelini, Angheben, Andreatta, Anesi, Briani, Buccella, Bernardi, Bortolotti, Benetti, Cattoni, Conci, Divina, Garbari, De Gasperi, Guella, Molinari, Maestri, Martignoni, Pasolli, Rigatti, Zanoni. Tra i tanti, io, genovese di nascita e “trentino†da 25 anni, ho estratto solo i cognomi oggi portati da persone che io stesso, oggi, conosco personalmente. Non me ne vogliano i cognomi non citati.
Il volume consta di 372 pagine, la cui terza edizione, quella a mie mani, “riveduta ed ampliata, fu terminata di stampare dalla tipografia Editrice Mutilati ed Invalidi di Trento nella primavera dell’anno 1931 su carta di lusso appositamente fabbricata dalla ditta S.A.I.C.A. di Milanoâ€. La mia copia è la n. 1087.
Si tratta di un vero e proprio testo di storia ove i fatti innanzi tutto sono documentati da riproduzioni di documenti e fotografie autentiche (tragiche quelle delle esecuzioni capitali) e solo dopo interpretati alla luce dell’Idea italia.
Soprattutto, da sempre, mi sono rimaste impresse alcune pagine. Quella che riporta la foto della lettera con la quale Cesare Battisti comunica al fratello di essere stato condannato a morte; le foto della “dignità e della forza†dei Martiri, ritratti anche nei momenti più tragici dell’evento. Ma soprattutto, è sconvolgente il comportamento del boia Lang che scherza con i vicini immediatamente prima dell’esecuzione e che posa sorridente per la foto di rito, sovrastando il cadavere della sua Vittima di turno.
La precisione tedesca poi, arriva anche a registrare con fattura le spese sostenute per soddisfare gli ultimi desideri dei condannati!
Che altro dire? Nulla, se non essere io ben volentieri disponibile per mostrare il volume a chi ne fosse interessato.
Lascio ad altri, sicuramente migliori conoscitori della Storia Trentina di quanto non lo sia io, di inserirsi su questa mia segnalazione e di sviluppare l’argomento.
Mi permetto solo brevissima una riflessione: all’epoca vi era chi “moriva per l’Italiaâ€. Oggi, purtroppo, siamo quasi costretti a dover ragionare se tenerla unita o dividerla in due. se “restare o andare viaâ€. Che strana coincidenza, proprio in corrispondenza del 150° anniversario dell’Unità Nazionale! A mio avviso, il ricordo dei nostri Martiri ci può aiutare a prendere una decisione: restare e contribuire al miglioramento di questo nostro Paese.
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Riccardo Lucatti
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