ONE PAIR OF HANDS, di Monica Dickens
pubblicato da: admin - 21 Novembre, 2010 @ 7:41 pm![41rNJgGLMML._SL500_AA300_[1]](http://trentoblogcommunity.com/unlibroalgiorno/files/2010/11/41rNJgGLMML._SL500_AA300_1.jpg)
Sì, una Dickens, la bis nipote del grande Charles. Donna straordinaria nata nel 1915 e scomparsa nel 1992. Non solo scrittrice prolissa, ma giornalista, viaggiatrice, sostenitrice di associazioni umanitarie, aspirante attrice di teatro,ma senza successo come ci racconta lei in uno dei suoi tanti romazi autobiografici. Ancora autobiografie, dunque, ma non “pizzi” come paventa Camilla, queste sono stralci di vita vissuta raccontata con forza, onestà  e un delizioso sense of humor!
“Intrattenere, raccontare la verità , cercare di aiutare le persone a capire gli altri” questa è la filosofia dello scrivere di Monica Dickens.
“One pair of hands “ fu il primo libro che lessi appena arrivata in Inghilterra come ragazza alla pari  presso la famiglia Kendix. La prima cosa che chiesi alla gentile signora Kendix fu quella di visitare  la più vicina Library, allora lei immediatamente volle regalarmi questo libro della Dickens. Mi colpì molto quel gesto…non solo per la generosità …ma perchè era l’unico libro che si trovava in casa!
Il sgnor Kendix geniale dirigente leggeva esclusivamente quotidiani finanziari mentre  sua moglie leggeva libri soltanto presi dalla biblioteca. Per me un vuoto terribile non vedere intorno libri allineati o accatastati, aperti…mah!
Comunque iniziai a leggere stentatamente il delizioso racconto della Dickens che parlava della sua esperienza come cuoca tuttofare presso una importante famiglia, lavoro svolto in giovane età . Divertente leggere della sua inesperienza in cucina , della fatica di governare una famiglia, degli insuccessi e dei successi ottenuti.Â
Ne cercai subito un altro e trovai “One pair of feet” dove al posto del lavoro delle mani c’era l’affaticamento dei piedi. Anche qui vita vissuta durante la seconda guerra. Nel 1942 infatti Monica lavorò come infermiera in un ospedale. Non so se esitono le traduzioni in italiano, ma ho letto che da quest’ultimo è stato tratto un film con James Stewart.
Ah, questo blog, croce e delizia! Delizia perchè posso scrivere e leggere di libri, scrivere e leggere di noi, dei nostri gusti, della nostra personalità . Croce perchè è uno spazio invaso anch’esso  dai micidiali spam, pubblicità che arrivano da lontano…oggi ce n’erano 300. Dovrò fare qualcosa con la Casa Madre…
Mia fa piacere che anche Riccardo ami Trieste,  ho scritto parecchi post su questa città azzurra  descritta da Magris, Svevo, Saba…
Spero che Dario regali a Camilla i libri di Rebecca West autrice che anch’io amo molto.
Ho nel mio spazio- riserva due posts di Riccardo e uno di Raffaella che spedirò nelle giornate in cui non potrò avere il tempo per scrivere io stessa.
Sono soddisfatta di questa finestra aperta sulla nostra voglia di leggere e “compartecipare”; rileggendo il mio primissimo post “ Memorie di una lettrice notturna”, scritto più di 300 giorni fa, posso dire di essere riuscita nel mio intento.
Leggere, leggere, leggere. Scriverne e dialogare. Grazie.
GIORGIO E IO, elogio del matrimonio
pubblicato da: admin - 20 Novembre, 2010 @ 7:42 pm
Dopo le suggestioni d’amore di Catullo suggerite da Luigi ho ripensato a tempi più recenti e a un amore particolare, quello tra Annetta Curiel, giovane ebrea della Trieste borghese d’inizio Novecento e Giorgio Fano filosofo, mercante, scrittore, idealista, anticonformista.Â
 “Giorgio e io” è l’autobiografia di Annetta iniziata solo a tarda età e che, alla sua morte, è stata sistemata e rielaborata in minima parte dal figlio Guido Fano.
E’ una storia interessante, come tutte le vite, ma con in più il racconto della travagliata e contrastata storia d’amore con Giorgio Fano conosciuto in giovanissima età , più vecchio di lei di 16 anni e già sposato.
Anna nasce nel 1901 nel cuore di Trieste, in una grande casa borghese. Tutto ci viene raccontato, dal cibo, ai piccol e grandi avvenimenti, ci vengono riportati deliziosi dialoghi quotidiani in dialetto triestino. “Ti te ricordi quando che te lavavo i zinòci con la scartà za?” E più avanti si incontreranno anche Umberto Saba, Giorgio Voghera e tanti altri .
Elogio del matrimonio che finalmente Giorgio e Anna celebreranno nel 1931 e che si intende come il matrimonio d’amore. Non quello obbligatorio di convenienza e neppure quello trascinato con rancori e infelicità , soltanto perchè si” è arrivati prima.”
 Negli ambienti intellettuali triestini frequentati da Giorgio Fano si parla già di amore libero, delle unioni che devono durare finchè dura l’amore. Per Anna e Giorgio sarà così. Ma Anna non si ripiega su ruoli subalterni perchè più giovane e meno importante, essa non rinuncia alla propria personalità e non teme di risultare anticonformista amando un uomo sposato. E’ una donna emancipata, che scriverà a sua volta, che riesce a mantenere con orgoglio la propria femminilità  e a decidere di essere la compagna fedele e sostenitrice di un uomo geniale come Giorgio Fano, uomo singolare e non facile.Â
Si perdono e si ritrovano, si allotanano e si riuniscono, si scrivono tante lettere e si raccontano la prima giovinezza per conoscersi completamente:
“Allora me ne andavo per le strade di Trieste coi vestiti sbrindellati, con la cravatta storta e le calze ciondoloni, e sognavo la mia gloria. Con la mia triste figura me ne andavo gesticolando e ridendo da solo. Un giorno un passante mi fermò “La scusi, con chi la la ga?” L’avevo con l’amore, con la gloria, con l’amicizia. Quella volta chiamavo la gloria o la verità quello che ora chiamo il mio lavoro.” le scrive Giorgio
“I problemi sociali mi appassionavano; ero socialista, ma sognavo una tirannia illuminata sopra il volgo. Mi domnandavo da mattina a sera: cosa sono il bene e il male? cos’è la verità ? qual è lo scopo? Facevo delle orge di scettiscismo. Leggevo Platone e costruivo delle società ideali.”
E la giovane Anna lontana risponde nel 1920 “Di una cosa vorrei pregarti: che resti fra noi quell’antico patto di franchezza e che in qualunque momento ci dovessimo incontrare nella vita, ci parleremo lealmente, senza ambiguità o imbarazzo, come due persone oneste che pur essendo diverse, si stimano.”
Insomma un grande amore in questo libro,  e non solo, anche la nostra storia, la letteratura, gli ideali del secolo appena trscorso.
La vita di una mamma speciale presentataci dal figlio Guido Fano, specialista di meccanica quantistica e attualmente docente all’Università di Bologna.
Elogio del matrimonio d’amore, scelto, e poi  curato come un giardino nel quale far crescere non solo figli ma ideali condivisi, consonanze e soprattutto quel darsi la mano nel cammino della vita.
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CATULLO, LE POESIE
pubblicato da: admin - 19 Novembre, 2010 @ 8:05 pm                                                                              Che sorpresa graditissima il ritorno di Luigi!
 E che ritorno!
 Sospeso momentaneamente  l’argomento Grande guerra la nostra matricola universitaria ci presenta oggi un post  che parla di poesie d’amore. E’ intrigante come  ciò che avviene intorno e dentro di  noi ci spinga a leggere o rileggere determinati libri. E la spinta dell’innamoramento è travolgente!
Rieccomi (finalmente!) a collaborare ancora per questo blog. Non ho avuto più il tempo da dedicarci che avevo un tempo, anche e soprattutto a causa dell’università e del lavoro. Devo dire che in questi ultimi mesi sono stato più in giro che a casa. Ma nonostante tutto, mi ci sono abituato e mi piace anche questo tran-tran giornaliero.
In questi miei mesi di “assenza†ci sono stati anche (finalmente di nuovo!) importanti sviluppi sentimentali; ma è proprio quello che sto provando in questo periodo che mi ha suggerito il tema per questo mio intervento: Catullo e le sue poesie, soprattutto quelle d’amore.
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Ma chi era Catullo? Cominciamo con una breve nota biografica: Nasce intorno all’84 a.C. a Verona da famiglia benestante e in rapporti di stretta amicizia con Cesare. Dopo essere stato preparato dai migliori grammatici della Cisalpina, forse dopo aver indossato la toga virile (17° anno), si portò a Roma per raffinare, con i tradizionali studi di retorica, la propria preparazione culturale.
A Roma conobbe importanti personalità del mondo culturale: tra esse lo storico Cornelio Nepote, al quale è rivolta la dedica del carme 1. Ma, certo, ai fini della carriera poetica, si rivelò importante l’incontro con altri giovani, prevalentemente provenienti, come lui, dalla Gallia Cisalpina, interessati alla proclamazione di nuovi ideali di poesia, in aperto conflitto con la tradizione precedente. Tra essi, definiti sprezzantemente poetae novi da uno strenuo difensore della tradizione letteraria quale fu Cicerone, furono particolarmente cari a Catullo, Licinio Calvo ed Elvio Cinna. Accanto al poeta stava sempre, però, l’uomo, con i suoi affetti. Importante fu quello che lo legò al fratello, alla morte del quale (avvenuta nella lontana Troade intorno al 60 a.C.), per circa due anni, abbandona la dimora romana per far ritorno a Verona, presso la sua famiglia.
Importante -centrale si potrebbe dire, alla luce della traccia che ha lasciato nell’opera poetica- risultò certo l’incontro con Lesbia, la donna del cuore. Nel 57 andò in Bitinia, al seguito del governatore Gaio Memmio: l’anno dopo, sulla strada del ritorno, nella Troade, per la prima ed ultima volta, rese omaggio alla tomba del fratello (carme 101). Un paio di anni dopo, a trent’anni di età , la morte.
Particolarmente famose sono le sue poesie d’amore. Desidero prenderne in considerazione una, la più famosa probabilmente: Odi et amo (carme 85 del suo Liber). Ne riporto il testo:
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              Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.
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Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia.
Non lo so, ma sento che ciò accade, e ne sono tormentato.
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È incredibile come con la poesia bastino due semplici versi per invocare un universo di richiami e di sensazioni. Una lunga serie di immagini e sensazioni che altalenano e a volte sposano gli opposti eccessi dell’animo umano, della passione allo stato puro. Miele e fiele, lacrime e baci, bile e seme nelle sue parole, che nascono dal cuore e rifiutando la salita verso la rielaborazione cerebrale, precipitano giù giù per le interiora, il basso ventre, gli intestini, per farsi viscerali e carnali, crude e dirette come lo sono state per chi le ha provate sulla propria carne. Uno stile dunque fortemente evocativo ed efficace, schietto e ardito, e ciò nonostante finemente cesellato, curato, attento, raffinato.
Nei versi di Catullo ritroviamo l’amore e l’odio, sentimenti contrastanti ma che convivono. È questa la bellezza dell’animo umano, e la bellezza sta anche nel fatto che non sono bastati duemila anni e più (forse) di poesie, di innamoramenti, di discussioni, di ragionamenti, per capirlo. Perché è anche difficile spiegarlo: conosciamo il momento in cui stiamo vivendo quei sentimenti, ma non riusciamo a comprendere perché o non riusciamo a spiegarlo, ci rifugiamo dietro ad un nescio: non so; fieri sentio et excrucior: sento ciò che accade e ne sono tormentato.
Ha ragione Roberto Benigni nel suo film La tigre e la neve che ho già nominato in questo blog a proposito della poesia, quando parla dell’amore: “Innamoratevi! Se non vi innamorate è tutto morto!â€.
Questo è l’amore, il più bel sentimento che l’animo umano e l’uomo possa provare: amare e odiare allo stesso tempo, e non saperne il perché. Sentirlo sulla propria pelle, sentirlo nel proprio cuore, essere felicissimi nel sapere di aver trovato “l’altra metà della melaâ€, ma anche essere tormentati, passare notti insonni (chissà quante ne ha passate il povero Catullo per la sua Lesbia!).
E questo è anche il potere della poesia: sentimenti e sensazioni immutate nel corso dei secoli, perché dopo duemila anni, l’uomo non sembra essere cambiato.
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Luigi
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CHARLESTON, di Cinzia Tani
pubblicato da: admin - 18 Novembre, 2010 @ 7:54 pm
In questi giorni di pesante impegno ho potuto leggere solo di sera.  Sono stata accompagnata da uno scorrevole romanzo di Cinzia Tani, giornalista,  scrittrice e inoltre autrice e conduttrice di programmi radiotelevisivi. Non la conoscevo; dalla foto in retro copertina vedo una serena giovane signora dai lunghi capelli biondi che chissà perchè mi rimanda al suo modo di scrivere pacato e chiaro. In copertina invece il famoso ritratto di Tamara de Lempicka ” Jeune fille en vert” che ci introduce nei ruggenti anni ’20.
L’inizio della storia è intrigante: Claire, la giovane protagonista un po’ viziata, gelosa del padre vedovo con il quale conduce una vita dorata a Cannes (un po’ come in “Bonjour tristesse”) crede, teme, ma desidera..di aver sparato a Stella , la sua maestra di danza assunta dal padre . “Mentre prende la mira con il fucile del padre, Claire è ancora innocente. Fra pochi secondi si chiederà se voleva colpire il bersaglio di sughero o la donna vestita di giallo …”
L’avrà uccisa? Non si saprà che alla fine. Intanto il padre seriamente invaghito della misteriosa e affascinante danzatrice italiana la cerca insieme a Michel, un sassofonista siriano che vive a Marsiglia e che  fa parte di un’organizzazione che mira  all’indipendenza della Siria.
Stella è una creatura libera, imprevedibile, che non si vuole legare a nessuno. “Spesso sparisce per un po’ di tempo” riferiscono il  fratello e la madre che tutto sommato non l’hanno mai capita e forse neppure amata.
Ma chi è Stella? Nella stanza della villa di Cannes dove veniva ospitata durante la  fine settimana per dare lezioni di danza, Claire trova un suo diario.
Lentamente conosceremo meglio tutti  i personaggi ed insieme alle loro vicissitudini  attraverseremo periodi storici ed ambienti particolari. Dagli anni folli della Cote d’Azur alla grande depressione di Wall Street, passando per Damasco ed agli anni bui della rivolta per arrivare infine  al novembre del 1963 a Dallas.
Ma prima eravamo partiti  da San Remo alla ricerca di Stella fuggitiva, – ancora viva – ?
Per Claire, piena di sensi di colpa per l’inconfessabile segreto, inizierà un lungo percorso di formazione. Intanto il padre perderà ogni suo avere con il crollo della borsa del 1929, ma questo avvenimento di cesura sembra rinvigorire e cambiare la ragazza che nella ricerca – e di Stella e di se stessa – si ritroverà nei vicoli ripidi e colorati di Marsiglia e in altri luoghi e altre situazioni e giungerà a scoprirsi forte e coraggiosa.
Cinzia Tani è minuziosa e precisa nella ricostruzione degli avvenimenti storici, dei luoghi, della moda del tempo per cui il piacere della lettura è assicurato: ripasso della nostra storia più recente e intreccio romanzato.
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ARIA DI TEMPESTA, di P.G.Wodehouse
pubblicato da: admin - 17 Novembre, 2010 @ 8:42 pmCommento:
L’ho letto quest’estate. Un libro affascinante, moderno. Un giallo che fa riflettere parecchio. I personaggi femminili sono finalmente donne forti ed intelligenti. Da leggere.
STANZA, LETTO, ARMADIO, SPECCHIO, di Emma Donaghue
pubblicato da: admin - 16 Novembre, 2010 @ 7:29 pm Un ultimo best seller della scrittrice irlandese Emma Donaghue ci viene presentato da Camilla, sempre molto attenta alle novità librarie. Ancora una volta il rapporto primario madre-figlio ci fa scoprire inimmaginabili grandezze di amore e protezione.
“Oggi ho cinque anni. Ieri sera quando sono andato a dormire dentro Armadio ne avevo quattro, ma adesso che mi sono svegliato su Letto, al buio, abracadabra : ne ho compiuti cinque: Prima ancora ne avevo tre, poi due, poi uno, poi zero. “sono mai andato sotto zero?†– “Eh?†Mà si stiracchia tutta. – “Lassù in cielo avevo meno un anno, meno due, meno tre?†–“No, no, il conto è cominciato solo quando sei atterrato quiâ€
Questo è l’incipit del romanzo. L’io narrante è il piccolo Jack, il racconto comincia il giorno in cui compie cinque anni. Il bambino vive in una stanza dove gioca, si rotola su Tappeto, tira fuori la lingua davanti a Specchio e crede che quello che vede in un vecchio televisore , alberi, persone e animali non esistano nella realtà . Tutti i giorni lui e sua madre seguono una routine inflessibile,le stesse filastrocche, gli stessi pochi libri, la stessa ginnastica e lo stesso gioco di trascinare un serpente fatto di gusci d’uovo. Jack è felice in quel microcosmo dove è nato e da dove non ha mai immaginato di poter uscire, dove i pochi vecchi oggetti sono amici e la mamma è l’unico essere umano che abbia davvero conosciuto. Il lettore però precipita ben presto in un racconto dell’orrore. La stanza di Jack è una prigione sotterranea di tre metri per tre dove è incarcerato con sua madre. E c’è un uomo, uno spaventoso uomo che Jack chiama Old Nick, che viene la notte e porta il cibo indispensabile, le medicine, le cose. Ma Jack, chiuso nell’armadio, non l’ha mai visto. “Quando Old Nick fa cigolare il letto, tendo l’orecchio e conto sulle dita: questa volta arrivo a 217 cigolii. Devo sempre contare fino a quando lui fa quel suono strozzato e si ferma. Non so cosa succederebbe se non contassi, perché tanto conto sempreâ€.
Ben presto ci si trova incatenati non già alla storiaccia orrenda , che diviene quasi un espediente narrativo, ma alla rappresentazione sapiente di quella zona grigia, quasi un tabù, della maternità in cui è difficile stabilire dei confini fisici o emotivi tra sé e i figli. E si comprende fino in fondo quanto mamme e bambini siano indissolubilmente legati e quanto questo legame porti con sé logoramento e tensione, così come il suo romanticismo e la sua gloria.
Riusciranno a fuggire Jack e Mà ? Ci riusciranno e il fuori, necessario, assolutamente necessario, non sarà subito una bella avventura. Ma il rapporto tra la madre e il bambino trascende completamente il romanzo e ci lascia colpiti e sbalorditi.
Camilla
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NEL SONNO NON SIAMO PROFUGHI, di Paul Goma
pubblicato da: admin - 15 Novembre, 2010 @ 7:57 pm
Mi sembra interessante continuare con lo sguardo sugli altri da sè,  sia  vicini che lontani.
 Il titolo è bellissimo e Riccardo ci spiega con la sua naturale chiarezza e trascinante simpatia sia un’infanzia a Mana che  una parte della propria, quella trascorsa  nel delizioso paese toscano del nonno.
Titolo originario “Din calidorâ€, “Dalla verandaâ€Â .  Un’infanzia in Bessarabia
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La Bessarabia, questa sconosciuta! Il villaggio Mana, dove nasce Paul nel 1925, si trova nella regione Bessarabia, in Romania. A chi apparteneva la Bessarabia?
Inizialmente ai Turchi.
Poi, Bes Arabia, senza Arabia, allo Zar di Russia
1940: all’Unione Sovietica alleata della Germania nazista
1941: alla Romania, alleata della Germania nazista
1944: all’URSS, nemica della Germania nazista
1991: alla neo Repubblica Moldova
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Paul è profugo in Romania per sfuggire ai sovietici. Universitario, entra in conflitto con le autorità comuniste rumene e viene incarcerato. Deluso da Ceausescu che non si sgancia dal Cremlino, promuove il movimento Charta 77. Viene arrestato e poi esiliato a Parigi. Autore autobiografico e “carcerarioâ€.
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Il libro non narra tutto ciò, bensì la sola infanzia dell’autore. Per dimensione, per i caratteri di stampa, per la descrizione della repressione da parte di una o di molte dittature, per lo stile, volutamente “a scattiâ€, salterino, con molti incisi, interruzioni. questo libro mi ricorda le “prugne verdiâ€.
Il messaggio principale che mi ha trasmesso è che nei paese bessarabi … “eravamo tutti figli di contadini …avevamo i nostri Greci, i nostri Russi, i nostri Ucraini, i nostri Zingari, i nostri Ebrei … erano diversi da noi, ma erano nostri … gli uomini, se non possono amarsi, devono almeno sopportarsi …†Vi pare poco? E invece è una ricchezza. Una prova? Io sono nato ed ho vissuto a Genova. Mio nonno paterno era operaio comunale a S. Angelo in Colle, Montalcino (Siena), un gioiello medievale in pietra che dal suo trono senese di 450 metri di alteutudine troneggia sulla Valle dell’Orcia, 250 anime allora e 50 oggi. Mio nonno, gli volevo bene, ci si parlava, ma i nostri discorsi erano molto più semplici (poveri) di quelli che Paul descrive di aver avuto con il suo di nonno … il mondo al di fuori del suo mondo paesano toscano era quelli degli altri, ma gli altri erano semplicemente i contadini, che abitavano in poderi distanti, molto distanti … una o due ore di … ciuco (!) o di cammino di un lento carro agricolo, carico, trainato da una coppia di buoi maremmani! Tutto qui. Invece il mondo di Paul è stato assai più vasto. Inoltre, purtroppo, molto, molto più triste. Infatti lui con i suoi, di “linee del fronte†ne ha vista passare tante, troppe!.
L’adulto Paul ricorda il Paul bambino e riesce a riprodurre, con naturalezza e freschezza infantile, i sentimenti di allora, compresa la “vergognosa e imbarazzante†(per i benpensanti di ieri, forse oggi non più, speriamo bene!) scoperta del sesso. Tizio “guasta†Caia (cioè, fa all’amore con Caia. Vale anche il viceversa). Tizio e Caia si siedono (idem come prima). “Dai, siediamoci … siedtiti con meâ€. Curioso, no? D’ora in poi, quando sentirò che fra due persone si sono “gustati i rapporti†cosa dovrò pensare? Oppure, quando sul bus o in treno cederò il posto ad una Signora (possibilmente bella), nel dire “Signora, prego, vuole sedersi? Si sieda. Prego†mi illuminerò di una luce nuova: hai visto mai che abbia letto anche lei questo libro?!
Torniamo seri. Vasilij Grossman, nel suo Vita e destino (che Mirna ha “postato” alcuni giorni fa) dice fra l’altro “il bene è una bontà senza voce, istintiva, cieca, fino a quando non diventa strumento e mercanzia di predicatoriâ€. Aggiungo io: “e di politici, di militari, di dittatori, di chi vieni qui che ti insegno io la democrazia, ti spiego chi è il vero Dio, ti spiego la fede, ti insegno come si fa. Impara bene tutto che poi ti interrogoâ€.
Dio ce ne scampi! Quale Dio? Il Dio che tutti noi “cercatori di Dio ricerchiamo continuamente†come dice Don Farina, sì … proprio Lui, per favore, quel “nostro†Dio …ce ne scampi! Ecco, l’ho detto … ora sto meglio.
E poi il mi’ babbo diceva “un mi date consigli che so sbagliare damme (da solo)†…
E poi (ancora?) taluno ce l’ha con gli immigrati! Ma se – se non altro – ci stanno aprendo lo sguardo su un mondo nuovo con il qual confrontare la nostra storia, la nostra civiltà , un mondo e una storia che spesso hanno fatto da sponda alla nostra storia, sponda che abbiamo ignorato, che non ci è stato dato di conoscere, di capire, di condividere!
Ma se una forza compie un lavoro è perché ad ogni azione corrisponde una reazione! Non esiste vento che spinga una vela se non aderisce alla vela stessa, se non vi si “scontra†per così dire e ne viene deviato (azione). Se il vento passasse assolutamente indenne sulla vela, la sua direzione non ne fosse deviata, la vela non compirebbe alcun lavoro e la barca non avanzerebbe (reazione).
Ormai lo sapete, sono un velista! E ben? (E ben? Tipica locuzione ligure).
Così anche le civiltà : si sono evolute una rispetto all’altra, molto meglio quando, pur mantenendo ognuna pieno rispetto delle proprie origini, si sono conosciute e quindi integrate sulla base dei loro valori migliori. Utopia? Forse, ma, sempre per citare Don Farina, dobbiamo sempre coltivare un’Utopia!
Continua Paul: … “io Moldavo, faccio il pane ed il formaggio: tu Lipovano, fai le salcicce e la capcioanca (prosciutto); tu Ebreo, tieni il negozio del paese: tu Greco … e così via, come si dice adesso, la ripartizione internazionale del lavoro, o come si direbbe, i nostri interessi non collidono. Anche se al mercato, sulla stessa strada, trovavamo in concorrenza il Greco con l’Armeno, con il Giudeo …si badi bene, nel villaggio erano il “nostro†Greco, il “nostro†Armenoâ€. La parola “Giudeo†non era per nulla offensivaâ€. Mi sembra di sognare …
Ritorno a Grossman: un nemico è tale fino a quando ti spara addosso. Ma quando giace a terra ferito, o quando – paracadutato – viene catturato e disarmato, non è più un nemico: è un uomo che ha bisogno del tuo aiuto. Così anche nel libro di Goma.
Condivido e vi lascio alle vostre riflessioni.
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Riccardo Lucatti
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P.S.: Mirna, GRAZIE! Con il tuo blog hai esaltato in me il desiderio ed il piacere di leggere, conoscere, riflettere, confrontarmi, comunicare, condividere. Ti pare poco?
IL CAPPOTTO, o "un sorriso fra le lagrime"
pubblicato da: admin - 14 Novembre, 2010 @ 8:25 pm
Come non pensare a questa straordinaria novella di Nikolay Gogol in questi giorni in cui incontro tante persone russe e non, con e senza cappotto?
G. una paffuta e bionda signora armena cinquantottenne  arriva spesso in classe con una valigia. Non oso chiederle come mai, ma le chiedo se ha dormito bene. E lei invariabilmente risponde “Quattro ore perchè ho troppe preoccupazioni”. Ma sorride e mi parla dei suoi desideri: vorrebbe una collana d’oro e riuscire a tornare dai suoi figli a Yerevan. Scherza molto Con Y. e con  il signor S., uno moscovita, l’altro georgiano, che riescono nonostante le difficoltà a ridere e a far ridere. Il signor S. è minuto,  ha un giacchino di finto montone e un berretto sulla testa semicalva. Ha una voce bassa e gradevole, parla con amore della moglie ed è l’unico che non ha voluto “accettare” un caffè offerto da me. E’ lui che me l’ha offerto.
E po c’è A. che ha solo una giacchina di cotone bianco. Lui è somalo. “Hai freddo?” Gli ho chiesto l’altro giorno. “Un po’, ma questa giacca è così bella!”. E’ semianalfabeta ma ha una grandissima voglia di imparare l’italiano. E’ educatissimo e dolcissimo.
Chissà se possiede un cappotto per combattere il nostro inverno. O come Akà kii Akà kievic patirà il freddo.
“Il cappotto” esce nel 1842, sulle prime passa inosservato, ma poco tempo dopo, mentre il suo autore “stava levando il tragico stormo delle anime morte”, viene amato con rispetto filiale. Ogni vero scrittore russo vi si riconosce, vi ritrova qualcosa di atavico. “Noi siamo tutti usciti dal cappotto di Gogol” dirà Dostoièvskij.
Che cosa ci racconta questa operetta? La vita di un un modesto impiegatuccio che già dal nome sembra un soccombente, un ingenuo, un semplice : Akà kii Akà kievic. L’etimologia può essere ricondotta al greco a-kakos, innocente, ignaro del male. Lavora nel “dicastero di…” a San Pietroburgo. La mansione destinatagli è ricopiare. Sempre. Un “invariabile impiegato che ricopiava; tanto da radicarsi in seguito l’opinione ch’egli fosse venuto al mondo matematicamente già bell’e pronto, così, con la bassa uniforme e la sua giusta calvizie in testa.”
Ma non è il passivo Bartleby che non ha possibilità di salvezza. Al contrario Akà kii Akà kievic trova nel ricopiare la sua ragione di vita. Egli si esprime in tutto ciò che fa: il suo lavoro è umile, anonimo, ma ardente come l’amore originario. “Attende al suo lavoro di volta in volta come un vegetale tende alla luce per rigenerarsi.” spiega Clemente Rebora  nella postfazione di questo libretto.
Si rifugia tra le sue righe ricopiate. Cerca un angolino caldo in cui stare tranquillo. Non si concede nessuna distrazione. Ma nulla può contro l’ennesimo inverno incipiente. “C’è a Pietroburgo un aspro nemico di tutti coloro che riscuotono suppergiù quattrocento rubli l’anno: alludo al nostro gelo nordico…”
Dopo l’impossibilità ormai di rammendare il vecchio e liso cappotto Akaà kii Akà kievic si permette il lusso di “innamorarsi” dell’idea di farsene uno nuovo, caldo e comodo. L’attesa, pur piena di ulteriori sacrifici, lo riempie di gioia. Si sente meno solo. Vive con rinnovata energia la sua vita che agli occhi degli altri appare umile e meschina.
Farsi un cappotto, spiega Rebora, assume ai suoi occhi l’importanza di un fatto spirituale supremo, gli fornisce un nuovo mezzo per farsi valere.
E’ un progetto che per lui diventa quasi la riprova e  il coronamento della propria vita.
Quando infine avrà materialmente la calda presenza del cappotto ecco che lo stesso comincerà a perdere di valore. “Una cosa ottenuta è una cosa perduta”. Gli sembra di aver esaurito il suo compito, si sente più indifeso e presto cadrà nelle mani di coloro che gli ruberanno il cappotto. Protesta presso l’alto funzionario, ma viene deriso e umiliato. Si ammala e muore. Akakii Akakievic è uno strumento impersonale sfruttato dall’ordigno sociale che dall’alto lo tratta con brutalità . Â
Ma Gogol non si sbarazza del suo personaggio. Il suo esempio di bontà dovrà essere d’esempio, perciò ci fa assistere agli effetti morali e soprannaturali della sua anima. “Chi ha saputo ospitare la luce non va perduto nelle tenebre”.
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UNA VITA A PARTE, una "Brookner experience"
pubblicato da: admin - 13 Novembre, 2010 @ 8:14 pmRiprendo con gioia la “penna” in mano. Sento la mancanza dello scrivere quasi esso fosse una parte vitale di me. Scrivere è parlare con me e con immaginari interlocutori che, grazie a questo blog, diventano reali e corrispondenti. Si sciolgono nodi, si sedimentano vecchi pensieri, si accolgono e sistemano le nuove esperienze. Queste ultime modificano sempre un po’ il nostro ricordo dell’ieri e la nostra prospettiva verso il domani,  nell’eterno gioco di riflessi di altri sguardi che danno e prendono.
Monologhi interiori, dunque, come sistemazione del flusso di coscienza e incoscienza.
Anita Brookner con il suo romanzo “Una vita a parte” mi ha accompagnato in questo ultimo lavoro forte e impegnativo.
Di che cosa parla il suo libro? Di un romantico deluso, ormai oltre la settantina, che sente prepotente il senso della solitudine familiare. Non è sposato, non ha figli, nè fratelli, nè parenti prossimi.
 ” Sturgis aveva sempre saputo di essere destinato a morire in mezzo agli estranei.” “Aveva letto da qualche parte che Stendhal era caduto riverso per strada e poi era stato portato a casa di un cugino, dove in seguito era spirato”.
Cerca dunque di coltivare seppur con fatica e noia un rapporto sporadico con l’unica parente acquisita, Helena, la vedova di un suo cugino. Gli piace, nelle rare domeniche pomeriggio in cui la va a trovare, farsi servire una tazza di tè, invece che prepararsela da solo come sempre. Percepisce però, da acuto osservatore solitario, che l’accoglienza è doverosa, formale e frettolosa.
Quando si ritrova  nel suo piccolo appartamento londinese più forte diventa la consapevolezza della sua solitudine, del suo lento  staccarsi dalle vecchie amicizie e dai colleghi di lavoro, ripensa con nostalgia alla casa dell’infanzia nonostante i genitori l’avessero resa fredda e cupa. Prima del sonno ama ritornarvi, risalire le vecchie scale, fermarsi nella grande cucina e, come Proust, riviverne appieno le sensazioni.
Non ama più il piccolo appartamento dove abita che al momento dell’acquisto e dell’affrancamento dai genitori rappresentava ai suoi  occhi e a quello degli altri una “bella sistemazione”. Lo sente non-casa e ricorda che esiste un eccellente termine freudiano per definire la sua sensazione: unheimlich.
Tenta di legarsi a una nuova persona incontrata a Venezia, la signora Gardner, una vivace cinquantenne, ma di lei dice, come Swann diceva di Odette, che non “è il suo tipo“. Ritrova per caso Sara, una sua vecchia fiamma, malandata fisicamente e che non ha voglia di riallacciare nessuna relazione se non per un rapporto utilitaristico.
In realtà anche  Sturgis vorrebbe avere qualcuno vicino per motivi di opportunismo, per non morire solo, per essere aiutato in caso di malattia. Da tutti i suoi pensieri emerge invece quanto la solitudine gli faccia assaporare più intensamente ogni istante.
Ama passeggiare, leggere i suoi giornali, pranzare fuori. Si compatisce un po’, ma  ogni qualvolta si trova in compagnia di qualcuno non vede l’ora di tornare nel suo guscio per sviscerare la vita in ogni suo aspetto.
Anche se “Una vita a parte” viene presentato come una “ feroce analisi della solitudine assoluta della condizione umana” e “uno scongiuro contro la notte incombente” il ripegamento su se stesso di Sturgis, vuoi per vecchiezza vuoi per indole introspettiva, non mi ha rattristato. Secondo me il vero solitario è colui che non vuole rimanere solo per non parlare con se stesso. Spesso non ci parliamo per non soccombere all’angoscia o alle verità scomode.
Le sue giornate lente e riflessive, i suoi momenti di angoscia,  i suoi tentativi per uscirne ed infine  la soluzione trovata, mi hanno reso comprensibile e amico questo personaggio.
Che decide?
Che andrà ad abitare in un piccolo albergo dove sentirà il rumore della vita degli altri attorno a sè, dove  la sua solitudine sarà protetta, ma dove ci sarà qualcuno in caso di necessità .
Pensa che “L’albergo rappresentava il simbolo di un’esistenza transitoria e dunque realistica“
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GOMORRA, un pugno nello stomaco
pubblicato da: admin - 12 Novembre, 2010 @ 7:46 pm                                                                   La parola a Stefania:
Cari lettori, ho scelto per oggi un volume famosissimo, criticatissimo ed esaltatissimo allo stesso tempo, un reportage crudo e sconvolgente di quello che accade dietro la porta di casa di noi Italiani.
So che sara’ una scelta criticata ma mi interessa stimolare un’eventuale discussione che esuli dal libro stesso e proceda sulle strade della cronaca, dell’etica, del rifiuto del “non parlare.” Mi interessa anche riflettere con voi sul confine – labilissimo – fra estetica e realta’ di morte e violenza; ovvero se e’ lecito fare estetica su sparatorie, smistamento di cadaveri e reclutamento di baby-corrieri. Fin dove possiamo spingerci a “creare” usando la materia della morte e dei soprusi? E in che cosa la cronaca e’ diversa dalla scrittura creativa in questa attivita’?
Una volta, dopo aver visto il film di Milcho Manchevski “Before the rain,” ne parlai con un amico filosofo. Mi ricordo l’entusiasmo mio e di mamma verso quest’opera esteticamente meravigliosa che si svolgeva peraltro in Macedonia, durante la recente guerra di Bosnia. Il mio amico mi smonto’ richiamando la mia attenzione sul problema: ma e’ giusto romanzare sulla morte di qualcuno quando si sa che questa e’ o e’ stata reale? A voi la parola su questo.
Senz’altro “Gomorra” va letto. Conosco tante persone che non l’hanno aperto, qualcuno per paura di leggere di stragi, altri per dubbi, ma i piu’ per la paura di provare rabbia. E certo rabbia ce n’e’ da provare tanta, di fronte al Sistema economico ben oliato della camorra che si infiltra negli spazi del sistema legale e lo fa scoppiare dall’interno. L’abuso dei giovani senza prospettive legittime e con molte prospettive di fare “carriera” nei ranghi del criminalita’ organizzata, l’abuso delle minoranze etniche per scopi disumanamente solo economici come la confezione di abiti griffati a costo quasi nullo, l’abuso del terreno della nostra Italia per riempirla di spazzatura a prezzo d’oro e per sommergerla di cemento fino a farla collassare.
La rabbia, Saviano l’ha provata in loco e canalizzata altrove. Si e’ fatto da testimone a reporter ed ha accettato di vivere sotto scorta e nell’anonimato piu’ stretto fin dalla giovane eta’. Pochi giovani d’oggi l’avrebbero fatto. Con tutte le critiche che gli si possono fare, questo certo salta all’occhio e spezza molte lance a suo favore.
E tuttavia, Saviano non ha semplicemente ritratto per punti l’operato della camorra in Italia e all’estero. Ne ha tratto passi di autentica poesia, una poesia naturalmente amara, deflagrante, urlante se vogliamo, ma portatrice di piccole “contemplazioni” estetiche, a prescindere dalla nostra  intenzione di autorizzar(ce)le o meno. Almeno cosi’ per me e’ stato.
Ci sono due passi che voglio citare. Il primo in apertura, ritrae il porto di Napoli nella sua grandezza perversa:
Tutto quello che esiste passa di qui. Qui, dal porto di Napoli. Non v’e’ manufatto, stoffa, pezzo di plastica, giocattolo, pantalone, trapano, orologio che non passi per il porto. Il porto di Napoli e’ una ferita. Larga. Punto finale dei viaggi interminabili delle merci. Le navi arrivano, si immettono nel golfo avvicinandosi alla darsena come cuccioli a mammelle, solo che loro non devono succhiare , ma al contrario essere munte. Il porto di Napoli e’ il buco nel mappamondo da dove esce quello che si produce in Cina, Estremo Oriente come ancora i cronisti si divertono a definirlo. Estremo. Lontanissimo. Quasi inimmaginabile. (…) Qui l’Oriente non ha nulla di estremo. Il vicinissimo Oriente, il minimo Oriente dovrebbe esser definito. Tutto quello che si produce in Cina viene sversato qui. Come un secchiello pieno d’acqua girato in una buca di sabbia che con il solo suo rovesciarsi erode ancora di piu’, allarga, scende in profondita’. (…) E’ una stranezza complicata da comprendere, pero’ le merci portano con se’ magie rare, riescono a essere non essendoci, ad arrivare pur non giungendo mai, a essere costose al cliente pur essendo scadenti, a risultare di poco valore al fisco pur essendo preziose. (…) Nel silenzio del buco nero del porto la struttura molecolare delle cose sembra scomporsi, per poi riaggregarsi una volta uscita dal perimetro della costa. La merce del porto deve uscire subito. Tutto avviene talmente velocemente che mentre si sta svolgendo, scompare. Come se nulla fosse avvenuto, come se tutto fosse stato solo un gesto, Un viaggio inesistente, un approdo falso, una nave fantasma, un carico evanescente. Come se non ci fosse mai stato. Un’evaporazione.
E poi la descrizione della fine del ciclo produttivo, gli appalti tramite stakeholder (“scommettirori”) per smaltire la spazzatura (p.320):
Col tempo ho imparato a vedere con gli occhi degli stakeholder. Uno sguardo diverso da quello del costruttore. Un costruttore vede lo spazio vuoto come qualcosa da riempire, cerca di mettere il pieno nel vuoto; gli stakeholder pensano invece a come trovare il vuoto nel pieno. Franco, quando camminava, non osservava il paesaggio, ma pensava a come poterci ficcare qualcosa dentro. Come vedere tutto l’esistente a mo’ di grande tappeto e cercare nelle montagne, ai lati delle campagne, il lembo da sollevare per spazzarci sotto tutto quanto e’ possibile. Una volta, mentre camminavamo, Franco noto’ la piazzola abbandonata di una pompa di benzina, e penso’ immediatamente che i serbatoi sotterranei avrebbero potuto ospitare decine di piccoli fusti di rifiuti chimici. Una tomba perfetta. E cosi’ era la sua vita, una continua ricerca di vuoto.
Stefania
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