IL MIO QUADERNO DI POESIA
pubblicato da: admin - 11 Novembre, 2010 @ 7:58 pmUna pausa poetica tra due libri impegnativi come quello di Grossman e quello di cui domani ci parlerà Stefania (ma che non anticipo!) .
 Deliziosi i libri-quaderno di cui ci racconta Daniela!
 Mi piace leggere del suo lavoro con i bambini stranieri. Ne ricordo anch’io la soddisfazione. Ora sto vivendo un’ esperienza analoga  con gli adulti; vi racconterò. Per ora posso anticipare che è come fare un grande viaggio tra sete orientali, spezie e pensieri ricchi…
 Ciao Mirna,
non so se può servirti comunque ecco qui.
Ti ricordi la mitica IIID? Bene, venerdì ho ripreso in mano un piccolo
libro viola usato già con i nostri cinesini. Le dimensioni sono
esattamente quelle di un quaderno, etichetta incollata sulla copertina
tipo quelle che gli scolari (quelli bravi ed ordinati) mettono sui
quaderni per indicare la materia. Sull’etichetta c’è scritto “Il mio
quaderno di poesia – dell’alunno Vittorio Caratozzolo” …. (Adesso
avrai già capito in che occasione avrò utilizzato questo libro. Avevi
letto in classe “X Agosto” e nel gruppo dovevo riprendere l’argomento
con i ragazzi). … Ma a dissipare i dubbi c’ è l’ndicazione
“Kellermann editore”. Il libro si presenta proprio come un quaderno di
1^ o 2^ elementare. La prima pagina riporta anche l’indicazione
dell’anno scolastico! C’è, dopo una breve introduzione, l’elenco
delle poesie con l’indicazione del relativo autore il tutto scritto in
Bella Calligrafia. E poi ci sono le poesie: quelle che da bambini, poi
da adolescenti, quindi da adulti, “ci sono passate sotto gli occhi
innumerevoli volte”:Â Il sabato del villaggio, Pianto antico, A
Zacinto, X Agosto, Meriggio, Alle fronde dei salici, I pastori,
Natale, La fontana malata, Cantico delle creature. Quelle poesie ,
insomma, che fanno parte della nostra memoria comune. Ogni poesia è
ricopiata in “bella calligrafia”, ognuna ha il titolo circondato
dalla sua bella “cornicetta”, ognuna è accompagnata da una serie di
disegni nati, secondo l’autore, da una domanda fatta al suo Io-bimbo
“cosa vedi?”. Sono disegni che mi richiamano alla mente quelli che
chiudevano le pagine del mio quaderno delle elementari. Solo che
questi si allargano, invadono i bordi delle pagine per spiegare e
illustrare ciò che le parole significano.
Ai cinesini era piaciuto e avevano riempito la fotocopia con disegni
che integravano quelli copiati dalla lavagna (avevi utilizzato il
sistema anche tu?…).
Venerdì ero alle prese con il Cantico delle creature che mio nipote
doveva imparare (ne abbiamo studiato una/due strofe alla settimana) ed
eravamo difronte a frate focu bello et iocundo et robustoso et forte.
E il disegnino è stato gradito per fissare il tutto.
A proposito Caratozzolo è un nostro collega in servizio a Trento
Ciao
Daniela
VITA E DESTINO di Vasilij Grossman
pubblicato da: admin - 10 Novembre, 2010 @ 8:59 pm Ospite assiduo del mio blog è il vulcanico  Riccardo che oggi ci propone un’altra interessantissima lettura.Â
Sono contenta che scriva di un autore ucraino perchè proprio in questi giorni sto approfondendo la conoscenza con le persone straniere del mio corso… fra cui alcuni simpatici russi e una deliziosa  armena. Persone appassionate e socievoli. (Sono già stata invitata a mangiare una loro specialità  gastronomica: le foglie di cavolo ripiene di carne!)
  Vasilij Grossman (Ucraina 19905, Mosca 1964)
827 pagine, €34,00
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2010, centenario della morte di Leone Tolstoi.
Guerra e pace … famiglie russe durante la campagna napoleonica di Russia …
Vita e destino … famiglie russe durante la campagna nazista in Russia …
Ma non solo famiglie russe. Anche, di nazisti e di stalinisti, lager, apparati politici, sistemi militari, sistemi polizieschi, lavanderie dei cervelli, storie di donne e di uomini.
Grossman si è concesso molte pagine. Ben 827. Ne aveva bisogno per delineare caratteri, situazioni, processi di formazione mentale di ragionamenti morali, altruistici, umani, filosofici, culturali, politici, egoistici, militari (li elenco in ordine di merito decrescente, n.d.r.).
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Caratteristica della prima metà del XX secolo fu la remissività , afferma Grossman (pagg. 196-197). … per sopravvivere l’uomo scende patti con la sua coscienza … le forze che agiscono sono: istinto di conservazione, fascinazione delle teorie, paura di una violenza così grande da divenire essa stessa oggetto di culto.
Le assemblee umane hanno lo scopo di conquistare il diritto ad essere diversi …ma spesso dall’unione nasce paradossalmente la violazione del singolo uomo che “deve†essere uguale agli altri (pag. 211).
Majakovskij è lo Stato fatto carne, sacrifica l’uomo all’umanità ; per Dostoevskij l’uomo è tale anche quando è dentro lo Stato. Per lui in Russia gli uomini non sono tutti uguali; Tolstoj ha reso poetica la guerra del popolo, ha in mente Dio, non l’uomo; Cechov è un autentico democratico russo, vuole che Dio si faccia da parte per lasciare spazio all’uomo (pagg. 264 e sgg.)
La piaggeria … o un’audace, pericolosissima battuta: “Le leggi sulla gravitazione universale non sono di Newton ma di Stalin†(pag. 272).
La difficile soluzione di un complesso problema scientifico fu improvvisamente trovata dallo scienziato mentre egli non vi pensava, bensì mentre a guidare le sue parole su tutt’altri argomenti era solo libertà … (pag. 274).
Di fronte a più donne, automaticamente ogni uomo, nel suo intimo, è portato a fare la sua scelta …; instaurare con una donna un discorso che fa venire il brivido lungo la schiena, l’unica conversazione che conti fra un uomo ed una donna …; ogni volta gli sembrava la prima, l’esperienza non era diventata abitudine, da questo si riconoscono i veri dongiovanni; l’amore è come il carbone: scotta quando arde e sporca quando è freddo (pagg. 279 e sgg.) (e qui il discorso è di tipo completamente diverso, n.d.r..)
… occhi intelligenti come acqua fredda e torbida d primavera pag. 281).
La mostruosa disumanità di Stalin lo ha reso successore di Lenin (pag. 284).
Il bene e il male, da pagina 384 a pag. 390 …il bene è una bontà senza voce, istintiva, cieca, fino a quando non diventa strumento e mercanzia di predicatori … la storia degli uomini non è la lotta del bene che cerca di sconfiggere il male … è la lotta del grande male che cerca di macinare, senza riuscirvi, il piccolo seme dell’umanità .
A chi prendeva atto de propri successi di fronte ai propri superiori: â€Lei è come quel personaggio di Mark Twain che si vantava dei propri guadagni con un ispettore delle tasse†(molto, molto attuale, non credete? N.d.r.).
Un Russo ad un subalterno che lo aveva criticato: Tu quoque Brute, fili mi? (pag. 439). (E noi aboliamo il latino dalle scuole … vergogna … questo libro è stato scritto nel 1960, da un Russo! N.d.r.).
Il dirigente arriva prima degli altri ed esce per ultimo … ciò gli procura rispetto … ma maggior rispetto ha chi in due settimane si fa vedere solo una mezz’oretta (sic, pag. 441) (Quanta saggezza attuale! N.d.r.).
Gli scienziati si dividono in classi alimentari, a secondo del tipo di razione di cibo cui hanno diritto (pag. 442).
Non potendo essere sempre nobili, si è spesso meschini (pag. 443).
Secondo un commissario delle SS i capi si dividono in quattro categorie:1) Uomini tutti d’un pezzo che si rifanno tout court ai comandi di Hitler, senza i quali non sono nulla. Tenore di vita modesto. 2) Cinici intelligenti, Spiritosi, critici, credevano nell’esistenza della bacchetta magica. Tenore di vita elevato. 3) Gruppi da sette a ventisette persone, l’empireo, niente ideali, solo numeri per uomini potenti e spietati. 4) Gli esecutori, privi di qualsiasi capacità analitica (pagg. 458-459).
L’antisemitismo? Da pagina 460 in poi.
Il terrore? Una moglie che non denuncia il marito è condannata a 10 anni di galera (pag. 504).
Il partito? Mi sottometto alla decisione comune, obbedisco la partito di cui sono membro (sempre, n.d.r.) (pag. 506).
Persone in passato assolutamente normali gestivano le camere a gas, con assoluta indifferenza (pagg. 509-510) (in modo normale, d’altra parte, non trovate che fossero coerenti? N.d.r.).
Esiste il giudizio divino ed esiste il giudizio dello Stato e della società ma esiste anche un giudizio supremo: quello di u peccatore su un altro peccatore … (pag. 511).
Il destino prende per mano l’uomo, ma è l’uomo che decide di seguirlo … pag. 512).
La moglie? Poco prima del forno crematorio …come soffocare il ricordo di una moglie che ti mette in mano un involto con la fede,qualche zolletta d zucchero e un pezzo d pane duro (pag. 516).
Le camere a gas (pag. 524).
Pag. 542: campagna d fedeltà al partito in ambito scientifico? Basta prendere il migliore scienziato e dargli addosso: Cosa di meglio di un simile capro espiatorio? (Attuale anche questa, in diversi ambiti, n.d.r.).
Pag. 558: nella vita chi a ragione non sempre sa come comportarsi: è irascibile, indelicato, impreca,è intransigente e di solito si vede accusare d ogni colpa. Chi ha torto è logico, posato, ha tatto e sembra sempre avere la ragione dalla sua (attualissimo, n.d.r.).
Pag. 606: dicesi colpevole colui per il quale è stato spiccato un mandato d’arresto. Chiunque, in pratica.
Pag. 660, nazismo come stalinismo.
Pag. 698, la sconfitta di Stalingrado fa tornare normali le belve umane.
Pag. 720: le fasi della programmazione: entusiasmo, perplessità , ritorno alla realtà , ricerca del colpevole, punizione dell’innocente, lode ad estranei. Il “colpevole†viene isolato, emarginato, privato del lavoro. Ma serve ancora, quindi na telefonata diStalin lo riporta a galla ….
…quindi da pagina 794 in poi l’ex colpevole scende a compromessi con se stesso e firma certe carte, vergognandosene.
Pag. 801 Il potente emana ordini crudeli e quando taluno glie ne chiede conto, egli accusa i propri incaricati: “Ma cosa avete fatto, birichini? Ora vi castigo ioâ€. Firmato Stalin. (Anche questa è attuale, non credete? N.d.r.)
Pag. 803 e sgg.: la teoria del lager dentro il lager e del lager fuori del lager: due entità destinate a fondersi.
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Fine
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E’ un libro che impegna e che merita.
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Riccardo Lucatti
GUARDATEMI, di Anita Brookner
pubblicato da: admin - 9 Novembre, 2010 @ 8:21 pm Sono contenta che Enza ci presenti questa  scrittrice perchè sto leggendo anch’io uno dei suoi ultimi romanzi …che  mi prende, mi trafigge, mi piace.
Questa è la storia della solitudine di una donna, raccontata da Anita Brookner, nata nel 1928 e vivente a Londra, scrittrice, critica d’arte e saggista.
In Inghilterra per dire del senso di solitudine e di desiderio infinito infuso nei suoi romanzi, hanno coniato l’espressione ‘Brookner Experience’: un viaggio interiore nell’isolamento, nella perdita delle emozioni, nella difficoltà di misurarsi con la società .
Il romanzo s’intitola “Guardatemi†del 1983 e suona come un’invocazione sconfinata che si sente ad ogni pagina.
Troviamo atmosfere d’attesa e solitudine, che rendono evidente un personaggio, che pur formato da un’educazione impeccabile ne è nello stesso tempo impacciato.
La protagonista, Frances Hinton, – io narrante – è una bibliotecaria che racconta la sua vita. La biblioteca ne occupa una gran parte – e una parte importante – per cui ritorna molto spesso nella narrazione.
Il suo è un lavoro di routine, che svolge con lo stesso rigore con cui affronta il resto della vita, anche se ogni tanto deve lottare per tenere lontano da sé un certo sconforto.
A volte vorrebbe essere diversa da com’è, diventare irresistibilmente bella, pigra e viziata, una di quelle persone, che si distinguono per garbo, disinvoltura, avvenenza e buone conoscenze, qualità che assicurano immancabilmente il successo.
La sua solitudine viene brevemente interrotta dall’incontro con Nick ed Alix, miraggio di una nuova vita sociale fatta d’ilarità , leggerezza, e illuminata da un sogno d’amore, ma nell’istante in cui decide di abbandonare la sua riservatezza e aprirsi al mondo, va incontro alla più brutale delle umiliazioni.
Frances tornerà così nel suo primario isolamento, rifugio sicuro che l’intuizione le aveva consigliato di non abbandonare, perché ciò le avrebbe potuto comportare rischi con la conseguente perdita del proprio equilibrio. I suoi piedi torneranno là dove il cammino è già tracciato da un pezzo, senza sbalzi improvvisi, senza destabilizzanti sorprese con in più il disinganno che le ha tolto ogni speranza di provare emozioni. Tutto ciò che è avvenuto è solo un ricordo che forse un giorno non sarà più doloroso.
Un romanzo, dunque, sulla solitudine,. che si pensa sia una malattia moderna e nuova. Sicuramente la solitudine è antica, maschile e femminile, solo che le cause della solitudine di oggi non sono sempre evidenti e quindi comprensibili.
Quando si sa una cosa è impossibile non saperla. Si può solo dimenticare. Finché la si ricorda, vincendo il tempo, sarà a segnare il futuro. In ogni circostanza è più saggio dimenticare, coltivare l’arte dell’oblio. Ricordare è affrontare il nemico. La verità sta nel ricordo.
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Enza
"Teatro nel teatro" nei Sei personaggi in cerca d'autore di Pirandello
pubblicato da: admin - 8 Novembre, 2010 @ 8:08 pmLascio la parola a mia figlia Stefania che come consanguinea ha la precedenza nell’aiutare la neo-pensionata… di nuovo in pista. Ma con grande sollievo accumulo posts di Riccardo, il quale intanto fa divertire tantissimo Camilla e gli altri lettori amanti del dialetto piemontese. 

Quando si avvicina l’inverno e l’autunno e’ in pieno svolgimento penso sempre al teatro. Fisicamente – il teatro con le sue poltrone comode imbottite e la sua intima atmosfera – e idealmente – luogo che fa emergere dal buio della scena storie e rappresentazioni su cui riflettere ognuno a suo modo. Ancor piu’ del teatro sono sempre stata affascinata dal “meta-teatro” e piu’ in generale dalla meta-arte, dove cioe’, appunto arte e teatro mettono in scena loro stessi, riflettono su problematiche estetiche ed etiche facendone l’oggetto del loro esistere.
Questo e’ il caso dei “Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello, opera buia, cupa, ma di grande impatto emotivo ed intellettuale, una mia grande passione adolescenziale di cui vi parlero’ ora.
Nonostante siano tre le opere in cui Pirandello adotta la tecnica del “teatro nel teatro” (con i Sei personaggi, anche “Ciascuno a suo modo” del 1924 e “Questa sera si recita a soggetto” del 1929), quella di oggi e’ la prima opera – 1921 – a segnare la svolta decisiva verso questa nuova poetica. Costituisce la tipica situazione metateatrale con la rappresentazione di una vicenda con personaggi attori/gente di teatro e lo spazio per contenerne al suo interno un’altra. Precedenti di Pirandello, che sviluppa pero’ per primo l’aspetto quasi surreale di questa tecnica, sono Goldoni e Shakespeare.
La trama e’ abbastanza complessa e presenta moltissimi piani interpretativi, dato che anche il pubblico si trova di fronte ad un luogo scenico del tutto anomalo. Il palco e’ nudo e pronto ad accogliere le prove per la rappresentazione del Gioco delle parti dello stesso Pirandello, affidata ad una Compagnia di Attori. Gli Attori sono seduti in platea e con le prime battute fra macchinista, direttore di scena e capocomico su questioni tecniche, si ha l’impressione della piu’ “vera” realta’. La seconda rottura della “quarta parete” (la prima avviene con la presenza della Compagnia degli Attori in platea) sopraggiunge con l’entrata in ritardo della Prima Attrice dalla porta di fondo, ma costituisce di fatto un’innovazione parziale. Infatti, gli Attori ignorano completamente la presenza del pubblico seduto nella stessa platea e portano avanti una rappresentazione autonoma.
L’idea fondamentale del lavoro e’ quella di pensare che un autore abbia creato con la fantasia sei personaggi, legati in una vergognosa vicenda familiare, e che poi abbia impedito loro di vivere perche’, disprezzando il loro dramma, si sia persuaso a non scriverne il romanzo o la commedia. Nella Prefazione all’opera, nata con la necessita’ di chiarire al pubblico la genesi e la natura dell’operazione culturale ed artistica compiuta, Pirandello scrive:
Quale autore potra’ mai dire come e perche’ un personaggio gli sia nato nella fantasia? Il mistero della creazione artistica e’ il mistero stesso della nascita naturale. Cosi’ un artista, vivendo, accoglie in se’ tanti germi della vita e non puo’ mai dire come e perche’, a un certo momento, uno di questi germi vitali gli si inserisce nella fantasia per divenire anch’esso una creatura viva in un piano di vita superiore alla volubile esistenza quotidiana. Posso soltanto dire che, senza sapere d’averli punto cercati, mi trovai davanti, vivi da poterli toccare, vivi da poterne udire persino il respiro, quei sei personaggi che ora si vedono sulla scena. E attendevano li’ presenti, ciascuno col suo tormento segreto e tutti uniti dalla nascita e dal viluppo delle vicende reciproche, ch’io li facessi entrare nel mondo dell’arte, componendo delle loro persone, delle loro passioni e dei loro casi un romanzo, un dramma o almeno una novella. Nati vivi, volevano vivere.
Cosi’, questi sei personaggi, il Padre, la Madre, il Figlio, la Figliastra, il Giovinetto e la Bambina si presentano nello stesso teatro dove quella Compagnia degli Attori provava per rappresentare Il Gioco delle parti e chiedono che il loro dramma sia rappresentato dagli Attori, in modo che essi raggiungano la completa esistenza di personaggi. Dapprima la proposta viene accolta ironicamente, ma anche con curiosita’ e sgomento, finche’ la Compagnia accetta, non senza perplessita’, di vivere la nuova esperienza. A questo punto si sviluppa una situazione totalmente innaturale, poiche’ i “legittimi” Attori diventano spettatori di fronte ad altri “attori” che non recitano su copione, ma cercano di rappresentare la parte della loro vita. La vicenda e’ in parte raccontata e rappresentata con anticipazioni e flashback, con salti di tempo che la scompongono ed attraverso le confessioni e le analisi dei Personaggi stessi che, entrando nel teatro, sconvolgono questa “finzione della realta’” creata dagli Attori.
Non vi raccontero’ della storia che, pur appassionante e tragica, e’ incidentale. Accanto ad un apparente affondo di Pirandello alla borghesia del suo tempo , si celano almeno tre pilastri ideologici:
1. l’inganno della comprensione reciproca fondato irrimediabilmente sulla vuota astrazione delle parole;
2. la molteplice personalita’ d’ognuno secondo tutte le possibilita’ d’essere che si trovano in ciascuno di noi;
3. il tragico conflitto immanente tra la vita che di continuo si muove e cambia e la forma che la fissa, immutabile.
Molte riflessioni quindi e, pur con il distacco dell’autore, un vago senso di commozione nel vedere questi sei personaggi orfani che cercano il loro posto nel palcoscenico della vita. Non apparteniamo forse anche noi a questa categoria?
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Stefania
GAS ESILARANTE perchè ridere fa bene alla salute!
pubblicato da: admin - 7 Novembre, 2010 @ 8:16 pmAvevo in mente di presentare il bellissimo libro sulla solitudine  che sto terminando, ma…dopo aver letto le righe divertite di Camilla in risposta a quelle divertenti di Riccardo ( Maria Teresa…attenta a quei due!) ho pensato di continuare …allegramente. Star bene, ridere, sorridere, sbellicarsi come starà ancora facendo Camilla sollevata di essere guarita dall’influenza .
Wodehouse ed altri scrittori ci aiutano in questo senso. In Bliblioteca c’è un settore dedicato alla letteratura comica, la mia amica di Aquileia predilige spesso questo tipo di letture e mi suggerisce titoli su titoli.
Gas esilarante è delizioso perchè vi è uno scambio d’identità tra due persone  in una improbabile “quarta dimensione”, mentre entrambe si trovano in uno studio dentistico  sotto l’effetto anestetizzante del gas esilarante. Parliamo di  Lord Reginald Havershot appena arrivato dall’Inghilterra negli Stati Uniti  con il compito di ricondurre sulla retta via il cugino ubriacone e un giovane attore di Hollywood, dai riccioli d’oro, che stanco della vita frivola del mondo cinematografico desidera  soltanto tornare dalla sua  mamma nell’Ohio.Â
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Altri ameni personaggi si insinuano nellla storia come una diva ambiziosa in cerca di gentiluomini blasonati, attoruncoli da strapazzo, ubriaconi. Una lettura di completa evasione.
Ci sono altri autori che riescono a divertirmi ancora; come non nominare Jerome K. Jerome e i suoi “Tre uomini in barca” “Tre uomini a zonzo” ecc. e spesso anche in libri ritenuti seri vi sono delle situazioni che sollecitano la mia ilarità .
Ma che cos’è che ci  fa ridere? Non tutti hanno lo stesso senso dell’umorismo. Io mi ritrovo a ridere, spesso a sbellicarmi dalle risate con mia figlia, con Giuliana, con Renata e qualche altra persona; ridiamo di piccole cose inconsuete, prendiamo in giro noi stesse e gli avvenimenti particolari.
Siamo molto ironiche ed autoironiche.
 Ma per sapere di più sulla differenza tra atteggiamento umoristico e quello ironico si dovrebbe rileggere il magnifico saggio sul L’umorismo di Luigi Pirandello. Mia figlia dovrebbe aggiungere qualcosa, mi sembra di ricordare che l’abbia studiato per un suo esame di Letteratura.
Si ride per l’inadeguatezza di un comportamento, quando ne avvertiamo il contrario…se uno inciampa ci fa ridere perchè succede qualcosa che non dovrebbe succedere. Se uno si comporta diversamente dal suo “ruolo” predefinito socialmente ne ridiamo. Ridendo condanniamo perciò le apparenze che si difformano dal vero.
Pirandello prende in prestito dalla letteratura due grandi poemi : L’Orlando furioso di Ariosto e il Don Chisciotte di Cervantes.  Ci guida all’analisi del comportamento di questi due personaggi che portano inevitabilmente al riso, anche se talvolta amaro come in Don Chisciotte.
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Incollo il commento di Loredana al post su  Chatwin “In Patagonia e il respiro della libertà “. Naturalmente le auguro uno splendido viaggio!
Sto per partire per la Patagonia. un viaggio sognato da anni proprio per il sentimento si liberta’ che mi ispira. Anch’io ho un po’ di difficolta’ ad eliminare oggetti perche’ mi ricordano spesso persone e†pezzi†della mia vita.
Loredana
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UN MONDO D'AMORE, di Elizabeth Bowen
pubblicato da: admin - 6 Novembre, 2010 @ 8:02 pmMi rituffo con più tempo nel mio blog e quale libro poteva essere “onda” per me?
 Una bellissima storia di una narratrice anglo-irlandese. Siamo a Montefort, una elegante casa di campagna nel verde dell’Irlanda dove insieme alle passioni presenti  vivono ancora i ricordi di quelle passate. Un mondo d’amore avvolge strettamente la casa nel cui cuore, a testimonianza di ciò, si ritrovano le solite lettere nascoste in un vecchio abito di mussola. Ritorna alla ribalta  Guy, un ragazzo morto durante la guerra del ’15-18 in Francia e che aveva lasciato una promessa sposa senza futuro  e Montefort in eredità  alla cugina Antonia.
Legami sottili di parentela, piccoli accadimenti, amori impossibili, vita quotidiana da gestire con prosaico buon senso, questi gli ingredienti che creano un’atmosfera suggestiva e godibile.
Non è un romanzo rosa.
 A monte una estenuante  tessitura narrativa che la Bowen aveva già  sperimentato cercando forme di romanzo modernista come fece  nel 1935 con “La casa di Parigi”, modellato come un duplice viaggio, al largo e nel profondo cella coscienza.
Il motore segreto di “Un mondo d’amore” è proprio costituito dal pacchetto di lettere, forma letteraria per eccellenza, che avvia nel testo la catena di riferimenti “metaromanzeschi”. ” Da lì, dove era stato in qualche modo infilato, cadde il pacchetto di lettere; caddero ai suoi piedi, avendo loro trovato lei, anzichè lei loro.”
Da grafomane convinta adoro il tema della lettere dove si trova scrittura d’amore e…amore della scrittura. Il mondo d’amore primario per lo scrittore è dunque l’atto della scrittura. La parola della Bowen in questo romanzo  evoca le  lettere rubate di Poe, i carteggi di James e si arricchisce anche  di echi di altri generi come il saggio critico e la memoria autobiografica…
Una piccola chicca per i lettori tanto più che si viene coinvolti insieme ai sei protagonisti in un confronto continuo con la nostra pulsione di scrivere e di leggere.
Nella prefazione ci viene fatto notare la compattezza dell’azione scandita su rigide coordinate spazio- temporali ( L’Irlanda, tre giorni, una sola big-house) che consente l’emergere di un’unica crisi: il ritrovamento di un “oscuro” oggetto, le lettere, che lentamente accenderà lo sviluppo romanzesco.
Se avessi il tempo lo rileggerei!
Ma come sapete sono nella full immersion dell’insegnamento agli adulti stranieri. Un mondo particolare, se non ancora d’amore, di rispetto reciproco, di interesse e motivazioni. La conoscenza di  tante persone diverse mi fa “viaggiare” lontano…imparo così anch’io tantissimo.
Ringrazio gli amici che scrivono post, ne ho già due di Riccardo che “andranno in onda” la prossima settimana quando sarò talmente stanca da essere appena in grado di accendere il PC  (avrò giornate di 8 ore, su due sedi!). Attendo  ansiosamente  anche  quello di Raffaella dopo l’incontro con il suo amico Affinati, poi ancora Enza e Camilla…a proposito mi piace molto leggere le “conversazioni virtuali” di Camilla e Riccardo!
EÂ … last but not least mia figlia, naturalmente.
Grazie a tutti che fate sopravvivere questo blog!
HANNO TUTTI RAGIONE e altri assaggi di lettura
pubblicato da: admin - 5 Novembre, 2010 @ 7:42 pm La mia gentile e simpaticissima collega Daniela S., interpellata urgentemente per il solito “sostegno” al mio insegnamento agli stranieri, mi ha scritto delle sue ultime letture. “Ecco un nuovo post!” mi sono detta in questi giorni di lavoro intensissimo. Daniela ci parla di libri ricevuti con varie e interessanti motivazioni o in regalo dal marito e  dalla figlia o perchè consigliato dalla zia.Â
 Io non li conosco ancora, ma sono andata velocemente a cercare su Internet “Hanno tutti ragione” del regista Paolo Sorrentino, candidato al Premio Strega.
Chissà se Camilla l’ha letto e che cosa ne pensa!
Ho visto moltisimi commenti circa questo romanzo che racconta di un cantante melodico napoletano che ritorna dall’America a Napoili, (tanto per restare nel Sud)  e ciò che è emerso e la cotradddizione enorme tra  giudizi critici  di grandissima ammirazione e altri invece di altrettanto grande delusione. Forse proprio per questo sarò un libro da leggere?
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Ciao Mirna!!
 …..  sono in fase di ripresa dopo una settimana di malattia (incominciano i malanni di stagione!) e domani rientrerò a scuola. Ne ho approfittato per leggere: “Hanno tutti ragione” di Paolo Sorrentino. Era l’ultimo di tre libri che Serena e Vittorio mi avevano regalato per il compleanno.
Il primo era “Mutandine di chiffon” di Fruttero (bello e divertente, e riesce a rendere periodi, ambienti e personaggi in modo semplice, immediato e affettuosamente ironico) scelto perchè Fruttero è simpatico e “vorrei arrivare anch’io alla sua età e con la sua lucidità ” (questa è la motivazione di Vittorio).
 Il secondo era “Il tempo invecchia in fretta” di Tabucchi (qualche pagina sì, qualche pagina … faticosa e densa, insomma non una lettura da mare..) scelto perchè “la copertina poteva rientrare tra quelle che ti incuriosiscono” (questa è la motivazione data da Serena).
 E infine Sorrentino scelto perchè consigliato dalla zia lettrice. Non so se la lettura sia stata influenzata dal mio non stare bene ma alla fine del libro ….. mi è rimasto un po’ di amaro in bocca e non per il mondo dello spettacolo a cui si rimanda ma per il quadro del mondo politico che viene suggerito e che normalmente viene visto come “normale.
Daniela S.
TERRONI, di Pino Aprile
pubblicato da: admin - 4 Novembre, 2010 @ 7:58 pmSo0no grata a Riccardo che ci offre un post interessantissimo…
 Tutto quello che è stata (mis – n.d.r.) fatto perché gli Italiani del Sud diventassero meridionali
PIEMME Ed. 2010
Pagine 303, €17,50
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E’ strano. Subito dopo “Eva dorme†(Francesca Melandri, ed. Mondadori) che mi ha indotto a riflettere sulla storia dell’Alto Adige, ecco che mi sono imbattuto in un libro che induce a riflettere sul nostro meridione.
E lo faccio da italiano, visto che mamma era agrigentina (1904), babbo (1912) Toscano anzi Senese anzi Montalcinese anzi Santangiolese, loro si sono fidanzati a Bolzano, io sono nato a Genova (1944) ed ho vissuto e lavorato a Genova, Reggio Emilia, Monza, Torino, Carrara, Pisa, Teheran, Beyrouth, Roma, Milano (con qualche puntata a Palermo), Trento, Riva del Garda.
Non sono un revisionista. Solo amo completare le lacune che di cui la storia che mi è stata somministrata ha “casualmente†architettato un “bel tacer†che, come ci insegna Dante, “non fu mai scrittoâ€. Forse è per quello che … Ma tirem innas …
Ho cominciato con i nuovi film western, che finalmente spiegavano come gli in Indiani d’America non fossero “i cattivi†che ci avevano propinato i filmetti dei cinema parrocchiali, i quali oscuravano la scena di un bacio fra due fidanzati ma esaltavano l’arrivo dei “nostri†a sciabolare pastori e cacciatori nomadi che cercavano solo di difendersi dalla “conquista†delle loro terre e dalla distruzione della loro cultura.
Ho proseguito con Boris Pahor, sloveno triestino, che mi ha raccontato cosa fecero i fascisti all’etnia slovena. E ancora, con Gianpaolo Pansa quanto alla guerra civile “di fatto†la quale ha sfregiato il nostro ultimo dopoguerra.
Per puro caso poi, mi sono arricchito di una rilettura dei rapporti fra L’Alto Adige Sud Tyrol e l’Italia di lingua italiana (Eva dorme, op. cit., scritto da una autrice romana).
E infine (infine sino ad oggi, s’intende) eccomi qui con i Terroni.
Il mi’ babbo, un po’ per celia e un po’ per … (lasciamo perdere per cosa) si dichiarava nostalgico del Granducato di Toscana e dello Stato Pontificio, regionalista ante litteram, ma si sa … questi Toscani, linguacce “maledette†(Curzio Malaparte docet).
Ma la conoscenza del problema meridionale di cui ancora oggi siamo nutriti per endovena mediatica è assai vaga, unilaterale, imprecisa anzi fuorviante. Figuriamoci quale poteva essere – cinquant’anni fa – quella di un maresciallo dei carabinieri, il mi’ babbo appunto, della Legione Territoriale di Genova Ufficio Matricola, trasferito in Trentino (Cles) negli anni sessanta dal generale De Lorenzo, potenziale tassello come tanti altri dei suoi (di De Lorenzo) particolarissimi “progettiâ€.
In realtà , caro babbo, ci sarebbe ben stata la convenienza nella non riunificazione del sud al nord, ma a vantaggio del sud, non del nord. Questo il succo dello studio di Aprile. Ed io comincio a crederci …
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E questo è solo l’inizio.
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Pino Aprile (non Primo Aprile, non è uno scherzo!) è un Velista. Come me. E’ stato direttore della rivista “Fare velaâ€. Io no. Chiarito questo … tutto inizia dall’esame di come era il meridione ante 1860. Regno ricco, all’avanguardia europea per cultura, agricoltura, commercio, assistenza sociale e – udite udite – finanza e industria. In poche parole: quello era il Nord, mentre il Regno di Sardegna era sull’orlo della bancarotta finanziaria.
“Poi†(rectius: “Pertantoâ€) sono “arrivati (al Sud) i nostriâ€: “Cavalli bianchi, poncho, sciabole puntate verso il sole, occhi azzurri, capelli biondiâ€. Stragi (peggio che alle Ardeatine) violenze (stile pulizia etnica), distruzioni (peggio che a Marzabotto), furti (stile napoleonico con particolare attenzione alle riserve auree del regno borbonico), distruzione della CCIAA: Cultura, Commercio, Industria, Artigianato, Agricoltura. Per portare tutto al Nord, Nord che poi rimprovera al Sud di non essere quello che il Nord stesso aveva distrutto.
Ciò determinò, negli anni, fra le altre sciagure, una emigrazione biblica (si tratta di milioni di persone), sia interna che estera: la Francia ricevette Algerini e Tunisini; la Germania, Italiani e Turchi; l’Italia (del nord) i Meridionali.
La cronaca, testimoniata da precisi riscontri storici e documentali. parte dal 1860, è completata da precisi e numerosi riferimenti alla politica del nostro ieri ed oggi, (e qui viene il bello!) con nome e cognome dei responsabili delle decisioni più attuali.
Ne risulta una realtà completamente ribaltata rispetto alla comune accezione dell’attuale modo di leggere il rapporto nord-sud ed il suo stesso modo di essere.
Ho letto questo libro con la matita in mano, di volata, in un solo giorno. Mi sono “crocettato†decine e decine di passaggi ognuno dei quali da solo è sufficiente ad indurre una lettura, anzi, un attento studio dell’opera. Scoprite anche voi, direttamente, questi passaggi.
Di qualunque parte voi siate, “nordistiâ€, “suddisti†o “indifferentiâ€, dovere leggere questo libro. Dopo ne possiamo, anzi ne dobbiamo discutere. Solo dopo.
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Riccardo Lucatti
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LA MENNULARA, di Simonetta Agnello Hornby
pubblicato da: admin - 3 Novembre, 2010 @ 7:34 pmSono grata ad Enza che ci presenta questa storia interessante e che mi viene in aiuto in occasione di un’altra giornata particolarmente intensa. Aspetto sempre anche nuovi posts da tutti voi, non solo per “alleggerire” il mio novembre impegnativo ma anche per rafforzare la nostra rete di rapporti letterari ed umani.
 Qualche anno fa mi ha incuriosito la biografia di un’autrice che fino a quel momento aveva svolto attività giuridica e cioè Simonetta Agnello Hornby.
Leggevo infatti che era nata a Palermo nel 1945, che dopo il dottorato in giurisprudenza, conseguito nel 1967, aveva sposato un inglese dal quale aveva avuto due figli, che, lasciata la Sicilia, aveva iniziato a vivere negli USA e in seguito in Zambia e che nel 1970 si era stabilita definitivamente a Londra, dove più tardi aveva fondato uno studio di avvocati dal nome Hornby e Levy specializzato nel diritto di famiglia e nel diritto dei minori. Le sue conoscenze giuridiche l’avevano portata verso l’insegnamento universitario. All’università di Leicester infatti ha insegnato diritto dei minori e per otto anni ha ricoperto anche la carica di presidente del Special Educational Needs and Disability Tribunal. Inizia a scrivere romanzi solo nel 2000 e nel 2002 scrive il suo romanzo d’esordio “La Mennularaâ€.
La storia si svolge in Sicilia e inizia il 23 settembre 1963, con la morte di Rosalia Inzerillo, detta la Mennulara, per essere stata in gioventù raccoglitrice di mandorle.
La Mennulara, domestica a servizio della famiglia Alfallipe fin dall’età di 13 anni, aveva ricoperto un ruolo ben più importante di quello di cameriera, in quanto, grazie alla sua brillante intelligenza, era stata anche l’amministratrice di tutti i beni della famiglia. Infatti, nonostante non fosse in grado di scrivere ma solo di leggere, la Mennulara era diventata il cardine centrale della famiglia Alfallipe sia dal punto di vista affettivo che da quello economico: le sue capacità nel gestire i beni della famiglia Alfallipe avevano consentito ad ogni componente della famiglia di continuare a fare ciò che ognuno preferiva, senza preoccupazioni materiali. Allo stesso tempo, l’intelligenza e la caparbietà della Mennulara erano riuscite nel tempo a sfruttare le non-occasioni della sua vita, trasformando in elementi positivi e a suo favore tutte le grandissime disgrazie incorsele fin dalla fanciullezza, che avevano fatto sì che fosse circondata da una cappa di apparente freddezza che incuteva timore e rispetto reverenziale. Tutti in paese parlavano di lei, favoleggiando sulla ricchezza che avrebbe accumulato in modo non chiaro, forse addirittura grazie ai suoi rapporti con un mafioso.
Il racconto è vivacizzato attraverso una lingua molto ricca, in cui la Sicilia, e in particolare il paese di Roccacolomba, è forse la protagonista più vera. La lingua è utilizzata anche per esaltare l’humour che permea tutto il romanzo, che è molto divertente e al contempo amaro e si legge tutto d’un fiato.
Attraverso gli abitanti del paese, il racconto si sviluppa di capitolo in capitolo e si svolge attraverso un diverso io narrante, in cui la figura della Mennulara emerge al di sopra degli altri personaggi. Le passioni, la violenza, la malattia, le amanti, la vita e la morte ma anche il pettegolezzo, che tutto porta e tutto trasforma, impregnano il romanzo leggermente e vivacemente. Non manca la successione di colpi di scena che sempre più trasformano la figura della protagonista da carnefice a vittima.
“La chiamavano “la mennulara” perché da bambina era velocissima a raccogliere le mandorle, con quelle ditina sottili.â€
Enza
TROVIAMO LE PAROLE, lettere tra Bachmann e Celan
pubblicato da: admin - 2 Novembre, 2010 @ 8:27 pm
E’ sempre un cercare la parola che definisca un sentimento o un incontro o scontro con l’altro da sè. Che cosa di più vero che le parole scritte ?
Verba volant, scripta manent era l’intestatzione di un pacco di carta da lettere regalatami da Santo Versace…ma vi racconterò  come mai  nel mio prossimo blog …
Per questo adoro leggere gli epistolari soprattutto quelli di vita vera. Le lettere tra Ingeborg Bachmann e Paul Celan scambiate dal 1948 al 1970 sono la testimonianza non solo del loro particolare amore intenso, perso e ritrovato, ma della loro “vita senza pelle“, straziati,abbagliati dalla loro graffiante sensibilità  e dal loro doloroso passato che forse non sono riusciti, come il Pietro di “Ogni promessa”, a sconfiggere.
Nel 1951 Ingeborg scrive e Paul “…se oggi mi chiedi quali sono i miei desideri, i miei veri desideri, mi è difficile trovare immediatamente una risposta, può anche darsi che sia arrivata alla convinzione che non spetta a noi desiderare, che a noi spetta soltanto un determinato lavoro, che qualunque cosa facciamo non serve a nulla...”
Dal canto suo il grande poeta Paul Celan, figlio di genitori ebrei-rumeni morti in un lager nazista e sopravvissuto lui stesso a un campo di lavoro e che non riuscirà a ritrovare la strada di sè tanto da suicidarsi nel 197o, le risponde  da Parigi  :”Triste ritorno a Parigi: ricerca di una stanza e di essere umani – deludenti l’una e l’altra. Solitudini piene di chiacchiere, liquefatto paesaggio di neve, segreti personali bisbigliati alla gente. In breve, un gioco divertente con ciò che è oscuro, al servizio, si capisce, della letteratura. Talvolta la poesia sembra essere una maschera, che esiste soltanto perchè gli altri di tanto in tanto hanno bisogno di qualcosa dietro cui nascondere le proprie santificate smorfie quotidiane.”
Due persone eccezionali che hanno sofferto e dalla cui sofferenza riescono a trarre la spinta per la ricerca della propria identità  spezzata nel passato. Vivere di letteratuyra non è facile, le difficoltà economiche sono grandi, si devono accontentare di piccole cose, poche poesie pubblicate, qualche radio dramma, la felicità in un pacco dono per Natale, quasi sempre si tratta di libri o di un lume, o di fiori.
Due outsider nel dopoguerra europeo che non riescono a seguire la carreggiata, ma che si stringono accanto appassionatamente anche nella lontananza e pur avendo altre storie amorose sono sempre avvinti  in un abbraccio di piene affinità elettive. “Tu sai anche: quando ti ho incontrato, eri per me l’una e l’altra cosa: il Senso e lo Spirito: Essi non si separano mai, Ingeborg…poter pronunziare e scrivere il tuo nome, senza prendermela con il brivido che mi assale – per me è, nonostante tutto, un’immensa gioia.” confida Paul in una lettera del 1957.
Da Vienna la Bacmann gli scrive: “La vanità delle aspirazioni – ma sono davvero tali? – intorno a noi, l’industria culturale, della quale adesso anch’io faccio parte, tutto questo disgustoso darsi da fare, i discorsi insolenti, la smania di piacere, l’oggi pieno di sè, – questo ogni giorno mi diventa più estraneo, io ci vivo in mezzo ed è ancora più impressionante vedere gli altri vorticare soddisfatti.”
Occorre sempre trovare le parole per definirci, per definire la nostra vita.
Ieri sera Stefania riordinando l’armadio dei diari e delle foto, ha trovato un mio vecchio quaderno del 1970, scritto a quattro mani da me e da Piero. L’abbiamo riletto insieme: i primi turbamenti, le sofferenze di una storia d’amore  dall’inizio travagliato, il mio desiderio di fuggire da una Carpi vuota, le giornate gioiose con le amiche di Londra, e sempre quella serpeggiante ansietà per trovare l’equilibrio sereno. Equilibrio che continuo a cercare.
Ho ripensato poi, a letto, Â proprio a una frase della Bachmann ” Noi siamo sempre ora, quello che siamo stati.”
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