CON SOCRATE E PLATONE ALLE CONFERENZE DI MARIA LIA GUARDINI …
pubblicato da: Riccardo Lucatti - 14 Ottobre, 2014 @ 12:57 pmDetto altrimenti: oggi, presso la Biblioteca Comunale di Trento, ore 10,00Â Â Â Â Â (post 1685)

Purtroppo la foto panoramica che avevo scattato non è venuta, e questa taglia via due terzi dell’uditorio. Me ne scuso
Accompagnati da Paolo Malvinni, oggi abbiamo ripreso gli incontri sulla lettura e il commento dei classici sotto la guida di Lia, la nostra amica Maria Lia Guardini che chiamarla Prof (“Prof†puntato a o anche non puntato) sarebbe riduttivo. E grazie a lei conosciamo Platone che sua volta ci fa conoscere Socrate. Ci eravamo lasciati sul finire dell’estate con l’Apologia di Socrate, riprendiamo oggi con il dialogo “Critone†e la prossima volta – fra due martedì – sarà il turno del dialogo “Fedoneâ€. Entrata libera. Ma veniamo a noi.
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Sardegna. Mezzogiorno in spiaggia. Un ragazzo sardo che non si era portata la colazione, guardando altri ragazzi che stavano divorando alcuni panini, esclama: “Mi fa una rabbia vedere quelli mangiandoâ€! – E Socrate, molti anni prima: “Dicaiòs eimi tauta pratton†ovvero letteralmente “Sono nel giusto facendo queste cose†ovvero “faccio queste cose giustamente”. Come vedete abbiamo ereditato molto dall’antica Grecia!
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Socrate è stato condannato a morte perché “corrompeva i giovani†(insegnando loro a ragionare con la loro testa sui valori dell’anima e della morale, n.d.r.). E’ imprigionato. Non può essere giustiziato fino a quando la Nave Sacra non sia tornata dal pellegrinaggio annuale a Delo (ma questa è un’altra storia). La nave, cessati i quaranta giorni del vento Meltemi (1), può risalire verso nord e sta per arrivare. Critone gli propone la fuga, fatto condannato dalle leggi che però non prevedevano che il fuggitivo venisse inseguito. Socrate rifiuta: ed ecco il dialogo con Critone.
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Il dialogo è così “veritiero, immediato e coerente†che uno si domanda: ma Platone era presente? Aveva stenografato? E il pensiero espresso, è suo oppure è di Socrate? Platone era stato allievo di Socrate (e tutti noi siamo allievi di Maria Lia, n.d.r.) e ne aveva assorbito i principi. Tuttavia i maligni arrivano a dire che egli avrebbe un po’ forzato la mano quanto alla coerenza di Socrate per giustificare per questa via il fatto che lui stesso e i suoi amici non fossero riusciti a salvarlo. Anche Aristofane e Senofonte hanno scritto di/su Socrate, ma non così profondamente come Platone.
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Socrate dorme e sogna una donna in bianco (colore che era il segno del lutto nella civiltà cicladica pre-ellenica) la quale gli dice che sarebbe morto tre giorni dopo. Di ciò egli informa Critone, suo concittadino, suo coetaneo, suo amico, suo ammiratore ma non suo conoscitore! Infatti Critone (“Buon uomo tu sei†lo appella Socrate, a metà fra il paternalismo e la comprensione dovuta a persone di non eccelsa intelligenza), pensa di riuscire a convincere Socrate alla fuga. Ma il nostro è più coerente di Gesù, che almeno una volta, nell’orto degli ulivi, aveva invocato il Padre che fosse allontanata da lui quella pena. Socrate no. “Vuole†morire per essere coerente ai suoi principi: le leggi devono essere rispettate. Inoltre egli tiene di più alla cura dell’anima che non a quella del corpo.
“Fuggi, dice Critone, pensa ai tuoi figli, pensa a cosa diranno di noi, tuoi amici, che non siamo stati capaci di salvartiâ€. Quanto al futuro dei propri figli, Socrate si era già espresso nell’Apologia. Ora risponde a Critone “Non mi curo di ciò che pensa gente. Violare la legge è ingiusto ed io preferisco subire una violenza piuttosto che violare io stesso la leggeâ€. Socrate ha una visione “contrattualistica†dello Stato: se le sue leggi non ti vanno, o promuovi un referendum abrogativo o cambi città . Se non fai ciò, devi comunque ubbidire a quelle leggi. Socrate è un aristocratico democratico, ovvero è a favore della legge scritta, mentre gli aristocratici-aristocratici lo sono a favore di quella orale.
Egli constata la degenerazione della democrazia: chiama i giudici “Signori Ateniesi†e non “Signori Giudici†e se ne prende gioco: “La morte mi porterà in un luogo nel quale incontrerò Giudici veri …â€
Platone idealizza Socrate anche nella morte: lo fa morire sereno benchè avvelenato, il che non quaglia certo: niente dolori all’addome, niente bava alla bocca … A parte questo “dettaglio†tuttavia la veridicità della narrazione di Platone potrebbe consistere nel fatto che alla morte di Socrate erano presenti molti suoi amici, che avrebbero potuto smentire una narrazione non veritiera.
Questa tuttavia è una (piccola) contraddizione in Platone, il quale ne ha ben altre due, quando condanna la tradizione scritta a favore di quella orale (ma egli stesso scrive e scrive benissimo); quando condanna l’uso del mito e della poesia, ma poi ne fa ampio uso egli stesso.
Inoltre vi è chi afferma che Platone abbia scritto questi dialoghi anche per organizzare il proprio pensiero, il suo (suo di se stesso, quindi suus) ed anche quello del suo maestro (suo di Socrate, quindi eius).
Il pensiero, la morale, la legge scritta, la legge morale, la legge scritta che è anche morale, la legge scritta – morale o meno – male applicata dai giudici. Ecco i soggetti sulla scena.
Quella di Socrate … “disobbedienza civile†alla Norberto Bobbio? No, la sua è obbedienza alle leggi anche se “ingiuste†o anche se “giuste ma male applicateâ€. Nel caso suo ci sarebbe voluta una Corte di Cassazione, per valutare nel diritto e non nel fatto la sua vicenda (n.d.r.) o anche una Corte Costituzionale …
Alla prossima, dunque, ovvero al Fedone!
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(1) Il Meltemi come il Mistral. Mistral: alta pressione nella Spagna, venti in uscita da nord ovest sul golfo di Marsiglia + bassa pressione sulla Liguria, venti in entrata da nord ovest sul Golfo di Marsiglia – Meltemi: alta pressione sulla Grecia di nord ovest, venti in uscita da nord ovest sulle Cicladi + bassa pressione sulla Turchia, venti in entrata da nord ovest sulle Cicladi. Insomma, in entrambi i casi il vento dell’alta pressione si somma a quello della bassa pressione, e le navi greche del tempo non erano in grado di “bolinare” (risalire a vela il vento), né potevano farcela a remi.
Oggi, con le moderne barche a vela che risalgono il vento con un angolo strettissimo, fino a 35 gradi, Socrate sarebbe stato ucciso ben prima (non uso il termine “giustiziato” perché non approvo quella “giustizia”).
(Evvabbè, io sono un velista … ma lo si sapeva da un pezzo ,….no?)
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POTERE E RESPONSABILITA’
pubblicato da: Riccardo Lucatti - 14 Ottobre, 2014 @ 11:09 amDetto altrimenti: 1) Nelle alluvioni di Genova il potere è stato separato dalla responsabilità ; 2) Altrove …    (post 1684)
1) Genova. In occasione della precedente alluvione erano state decise importanti opere pubbliche a difesa del territorio. Opere pubbliche? Assegnazione diretta o gara d’appalto? Il “potere†ha deciso: gara d’appalto. Vinta da Tizio, Caio fa ricorso al TAR, vince o perde, l’altro concorrente si appella al Consiglio di Stato. Nel frattempo le opere non sono realizzate, arriva una nuova alluvione che produce nuovi danni di cui … chi è responsabile?
Osservazioni: chi ha avuto il potere di decidere per la procedura ordinaria (gara d’appalto) e non per una assegnazione diretta (giustificata dall’emergenza) ha inteso eludere la propria eventuale responsabilità di fronte a chi lo avrebbe potuto accusare di preferire una ditta anziché altra. Così facendo però ha allungato i tempi dell’esecuzione dell’opera, che pertanto al momento dell’alluvione successiva non è ancora realizzata. Chiedo: chi è responsabile dei danni che ne sono derivati?
2) Altrove. Un Ente Pubblico fa lanciare una gara d’appalto ad una sua SpA pubblica per la realizzazione di un’opera pubblica. Vince Tizio. Caio fa ricorso al TAR e perde. Caio si appella al Consiglio di Stato e vince. Il sistema pubblico paga Tizio che nel frattempo ha realizzato l’opera e paga i “danni†a Caio. Arriva la Corte dei Conti ed esamina l’operato della stazione appaltante (la SpA pubblica) e trova che l’assegnazione a Tizio era stata del tutto regolare per cui non riscontra alcuna responsabilità in capo ai manager della stessa SpA.
Per inciso v’è da notare che la legge obbliga questi manager a stipulare una polizza di assicurazione, perché in caso di loro responsabilità vi sia un’Assicurazione che rifonda i danni allo Stato. Tuttavia l’obbligo è fissato per la durata dell’incarico del manager, ma se – come accade sempre – la Corte dei Conti contesta il danno dopo tale scadenza, l’Assicurazione non paga a meno che il manager non abbia stipulato anche una polizza per il periodo successivo alla sua uscita dalla SpA (cosiddetta polizza postuma). Ora accade che le Assicurazioni coprano al massimo cinque anni dalla sua uscita di scena, e la Corte dei Conti abbia tempo dieci anni per contestare eventuali responsabilità . E allora? Per essere sicuro di essere ripagato dei danni, lo Stato dovrebbe assumere solo manager plurimiliardari!
Osservazioni: il TAR e la Corte dei Conti danno ragione ai manager della SpA che hanno scelto Tizio. Il Consiglio di Stato dà ragione a Caio. L’ente pubblico ci rimette un sacco di soldi. La Spa non può essere assicurata contro il rischio di impresa, in quanto questo tipo di rischio non è assicurabile in tutto il pianeta. Mi domando: chi valuta la responsabilità derivante da un “potere frazionato†fra diversi organi dello Stato che affermano tesi opposte e ne escono entrambi “irresponsabili� Stante il giudizio positivo del TAR, il danno è stato procurato dal giudizio negativo del Consiglio di Stato: per cui – lasciatemi questo sfogo – la Corte dei Conti dovrebbe indagare su quest’ultimo!
Responsabilità civile dei giudici? Anche di quelli amministrativi! Matteo, pensaci tu!
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12 OTTOBRE 1492 – 12 OTTOBRE 2014
pubblicato da: Riccardo Lucatti - 12 Ottobre, 2014 @ 9:17 am
12 ottobre 1492
 Detto altrimenti? La stessa data, in poesia …                    (post 1683)
 “12 ottobre 1492”
C’è calma dal cielo.
Squassati velieri conducono uomini stanchi
fra ‘l pigro respiro del vento e dell’onda.
Non s’ode parola.
C’è attesa sul mare.
Qualcuno ha la fede. Un altro paura.
Ma il vento riaccende la sfida e sposa le vele.
Un grido: la terra!
C’è gioia nel cuore.

Genova, Piazza Dante ricolma si motorini, le torri di Porta Soprana e fra gli alberi, sulla destra, la casa di Cristoforo Colombo.
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In mancanza di una foto, ecco la statua di Cristoforo Colombo, al centro del cortile dell’omonimo Liceo Classico, a Genova.
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12 ottobre 2014
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Firmato: il vostro blogger Riccardo, orgogliosamente nato a Genova ma molto, molto felicemente e fortunatamente residente in Trentino da 25 anni.
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GENOVA ALLUVIONE
pubblicato da: Riccardo Lucatti - 11 Ottobre, 2014 @ 1:11 pmDetto altrimenti: “Allarmi, emergenza, emergenza!â€Â       (post 1682)
Ottobre 1970. Mi sarei sposato il 5 gennaio 1971. Ero nella mia futura casa sulla collina di Albaro, in attesa di un mobiliere. Alluvione in città , alla base dei suoi quattro colli (Albaro, S. Martino, Carignano, Circonvallazione a monte) . Trenta morti. Colpa della troppa pioggia; del troppo anzi del tutto asfalto sulle colline che circondano la Superba; dei palazzi costruiti negli alvei dei torrenti; dei torrenti interrati che così sopra ci facciamo un parcheggio o una strada; degli alvei non ripuliti che intanto li usiamo come discarica. Dal 1970, altre “ emergenze†simili†alla prima, ma con meno morti (dice … ah, vabbè … allora …) Nei giorni scorsi, oggi e domani, l’ultima in ordine di tempo. A quando la prossima?
P.S.: se cliccate su www.wetterzentrale.de li vedete dall’alto, da satellite, i cicloni su Genova, anche adesso, ore 14,50 del giorno 11 ottobre 2014.
Trento: provate ad immaginare cosa succederebbe in caso di forti piogge se tutta la prima fascia collinare e montana intorno a Trento fosse asfaltata, se l’alveo della Fersena fosse ingombro di detriti …
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VAJONT
pubblicato da: Riccardo Lucatti - 9 Ottobre, 2014 @ 10:24 pmDetto altrimenti: 9 ottobre 1963 – 9 ottobre 2014 – Solo una mia poesia …      (post 1681)
VAJONT (Va-jont)
Va giù …va giù …
dapprima silente
e poi improvviso
cade
pesante nell’acqua ristretta e profonda
un monte ucciso dagli anni
e da un progetto assassino.
Bagliore di cavi tranciati.
“Lampeggia sul monte!
Cos’è? Temporale?â€
Valanga di aria compressa
strappa i panni di casa
dai fili distesi
fluido maglio d’annuncio mortale
soffoca i muri indifesi
di una indifesa città .
 “Cos’è questo tuono?
Un Foen improvviso?
Chiudete le porte!
Non vedi ch’è solo?
Ormai superato il terzino!
Fa goal lo spagnolo!â€
Sibilante
più volte annunciato
maremoto alpino
interrompe violento
azione
partita
la vita.
Dolori scheggiati
infangati
parole ormai mute
non legano più fra di loro
sbriciolati frammenti
di una impazzita ragione.
Pochi oramai gli occhi ancor vivi
tristi cavalli di frisia
a sbarrare la strada ed il passo
al nulla rimasto
svuotati di lacrime
dal troppo dolore
come il lago dal Toc.
Ed io
pellegrino tardivo
posso solo indagare il Ricordo
affinchè il Ricordo non muoia.
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ENRICO FUOCHI, FOTOFIABE, DON MARCELLO FARINA
pubblicato da: Riccardo Lucatti - 9 Ottobre, 2014 @ 7:13 pmDetto altrimenti: presentazione del
“FotoFiabeâ€, il terzo FotoLibro di Enrico Fuochi
presso la sala degli Affreschi della Biblioteca Comunale di Trento (post 1680)
Su Enrico e il suo FotoFiabe trovate già in data 7 ottobre una bella recensione sul blog www.trentoblog.it/mirnamoretti e anche qui, sul mio blog, in data 4 ottobre (“Riva viva, viva Riva!”), nel quale trovate anche le indicazioni per i prossimi appuntamenti dell’evento. Oggi il libro è stato presentato ufficialmente a Trento, dall’ Assessore Comunale alla cultura,  Dr. Andrea Robol, dal giornalista Carlo Martinelli, dallo stesso Enrico,  e, last but not least, da Don Marcello Farina. Sala degli affreschi, piena. Molte persone in piedi, sulla soglia (data la limitata capienza della sala – 50 posti a sedere – perché non dotarla di una telecamera che trasmetta gli eventi su di uno schermo collocato nella attigua sala lettura?).
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Ringraziamenti per tutti i soggetti pubblici e privati che hanno collaborato all’intrapresa/progetto. E’ stato quindi coniato un nuovo termine, il “Cofiabistaâ€, riferito ai cinque coautori dell’opera, che hanno inventato e scritto cinque delle venti fiabe contenute nel libro: Anita Annibaldi, Cristina Endrizzi Garbini, Mirna Moretti, Maria Teresa Perasso e il sottoscritto vostro blogger. Le altre quindici fiabe sono di Enrico come pure le quaranta fotografie, tranne una, a dire il vero, ideata dalla moglie Marina.
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La foto ideata da Marina? Eccola qui a fianco!
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Dalla interessante esposizione di Enrico, vi segnalo un concetto fondamentale: egli cerca di ottenere che le sue fotografie siano vive, in movimento, in quanto vogliono mettere in movimento l’immaginazione, l’interpretazione, i sentimenti di ognuno: “Non fotografo un bambino che costruisce il suo castello di sabbia, ma il bambino che piange perché un’ onda glielo ha distrutto”. Non me ne voglia l’amico Enrico se non riesco a riassumere la sua ampia esposizione, anche troppo dotta per me, che sono un non-fotografo.
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Fondamentale è stato lo splendido e illuminante intervento di Don Marcello Farina. Ottenuto il consenso di Marcello e di Enrico, lo pubblicherò integralmente qui di seguito domani. Infatti la presentazione odierna è durata dalle 17,30 alle 19,30 – Ora sono le 20,00 e mi devo preparare per l’impresa epica che affronterò domani: andare a Verona in bicicletta. Anche le foto sono “salvo confermaâ€.  A domani sera o dopodomani mattina, dunque, su … questa stessa rete … non cambiate … canale, ovvero, blog!
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Vi anticipo solo una foto, quella della prima pagina dell’incipit dell’illuminante intervento di Marcello, scritto a mano, con amore per quello che si sta facendo, con una calligrafia puntuale e delicata come il contenuto di tutti i suoi interventi. Attento ad ogni sfumatura Marcello, Marcello che “riscrive” l’opera che è chiamato a commentare, facendone emergere i suoi significati più reconditi e significativi, rendendoli chiari alla nostra mente ed al nostro sentimento, significati che prima noi stessi eravamo capaci di cogliere solo in misura assai minore. Marcello, un “minatore dell’animo umano” che sa estrarre diamanti dalle gallerie spesso inesplorate del nostro io. Un doppio plauso, quindi: ad Enrico, che quel diamante ha creato; a Marcello, che lo ha estratto dal profondo e lo ha portato in superficie.
Ed ecco, (il giorno dopo)  l’intervento di Marcello Farina:
INZIA
1) Immagine e immaginazione
Fotografie e parole: due modi diversi per esprimere un desiderio coltivato in profondità : quello di guardare il mondo esteriore ed interiore e di dirlo con immediatezza, tutti i sensi tesi a raccoglierlo e a raccontarlo. Due modi “complementariâ€, che si integrano a vicenda, arricchendosi vicendevolmente, tra velocità (quella dello scatto) e lentezza (quella della lettura), entrambi, all’origine, sgorganti, come dice Carlo Martinelli nella Prefazione, da una freschezza dell’anima che sa ancora stupirsi e stupire, in una sorta di interscambio con interlocutori a loro volta stupefatti e sorpresi.
L’immagine (le 40 fotografie) a prima vista è semplice per sua natura: basta guardare, gli occhi pieni di colori, abbagliati talvolta, indagatori subito dopo, spalancati a cogliere l’insieme della rappresentazione. Ma contemporaneamente essa diventa un mondo da interpretare, una sollecitazione ad ingrandire il quadro e a scorgervi una profondità , una vivacità esistenziale che muove mente e cuore. La cura con cui Enrico Fuochi scatta le immagini di questa sua opera esalta il loro carattere narrativo, “eticoâ€, come si potrebbe dire, nella loro chiarezza e leggibilità .
L’immaginazione (le 20 fiabe), condivisa con 5 amici, ha saputo conservare, da un lato, la semplicità della trama e il legame alla realtà , come se si volesse davvero parlare dell’oggi, “delle sue difficoltà e problemiâ€, ma senza pesantezza (quella pesantezza tanto detestata da Simone Weil), anzi con l’intento di ricostruire il mondo delle donne e degli uomini del nostro tempo, in cammino, mi si permetta l’immagine, verso un oltreuomo di niciana memoria, capace di immergersi in una vita piena, riuscita, assaporata per se’ e per gli altri. E’ un’immagine selettiva che tralascia alcuni luoghi comuni della storia delle fiabe: niente castelli e maghi, principi azzurri e cenerentole, romantiche quanto improbabili storie d’amore o orride imprese di mostri e di diavoli. Sulla scorta di Esopo, di Fedro, di la Fontaine ecc. ecc., i protagonisti sono animali: la capra Kri-Kri, il bracco Isotta, il colombo Quinto, il pesce Controcorrente, o oggetti ordinari: il sasso, il pianoforte, la maschera, la mummia, Ciccio Bello, o personaggi originali: il pagliaccio Batis, lo sceriffo in mutande, Battista l’equilibrista, vanessa la vigilessa, Speedy e il Tempo, il Grande Vecchio. E’ una immaginazione che usa la fantasia per tradurre con leggerezza e con più coinvolgimento emotivo la “serietà †della vita, la sua impronta leggibile e “trasmissibileâ€.
2 – La fiaba: legame generazionale
Forse è anche questo un luogo comune: quello per il quale la fiaba coinvolga tradizionalmente due età tra loro “lontaneâ€, cioè adulti e bambini, accomunate, per così dire, da una dimensione del tempo particolare, quella di un tempo che almeno in parte è consumato e quella di un tempo che non c’è ancora: In mezzo c’è tutta la vita, così che la narrazione della fiaba si caratterizza come un’iniziazione, per cui chi è già vissuto consegna alcune tracce – itinerari – a chi deve ancora intraprendere il cammino.
Si può pensare che dietro alla libera e fantastica narrazione destinata ad un bambino emergano spontaneamente, come in una seduta di psicanalisi, i desideri segreti, le speranze e, mi si permetta di dire, anche le frustrazioni e le compensazioni dell’adulto, insieme a pulsioni fortissime che costituiscono l’ossatura di una vita vera.
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Per questo, come si diceva sopra. la fiaba non ha precisi connotati spazio-temporali: c’era una volta … il tempo è sospeso; ci si trova, come splendidamente descritto in “Battista l’equilibristaâ€, in uno sforzo gigantesco per conservare l’equilibrio, pena il precipitare nel vuoto, “L’uomo è un ponteâ€, scriveva F. Nietzsche. Anche i personaggi della fiaba, di solito, sono lasciati nell’indeterminatezza: “un … una†e non sono soggetti ad eccessive complicazioni psicologiche: In realtà , anche quando essi sono identificabili, persino chiamati per nome, essi rappresentano un mondo di riferimento: il sasso Firmino, il pagliaccio Batis, lo sceriffo in mutande, lo zingaro, Vanessa la vigilessa, Speedy e il tempo … Certo, in Foto/Fiabe è cambiato il ritmo della narrazione. Se non è cambiata “la necessità †(l’opportunità ) di raccontare e di sentirsi raccontare le fiabe, si è, però, tenuto presente che i bambini di oggi sono venuti a contatto con il modo di narrare stenografico e velocissimo del fumetto, dove basta un’esclamazione per far risparmiare righe e righe di descrizione di uno stato d’animo o di un ambiente di vita, o anche con il modo immediato e incisivo dell’immagine televisiva. Eppure è davvero tutto un’altra cosa una storia che esca dalla bocca di un genitore o di un/una nonno/a in certi momenti particolari della giornata, una storia dedicata in esclusiva a quel bambino e solo a lui! Una storia che si può interrompere, magari per fare una domanda o per ritornare da capo se qualcosa di interessante è andato perduto.
Di nuovo ritorna qui l’importanza dell’immagine in un mondo in cui “tutti†tendono a diventare immagine. Si sa quanto anche i bambini sentano la tensione del confronto costante con i coetanei, il conflitto legato ai beni di consumo, su cui pare reggersi la società . Loro stessi si lasciano ammaliare dal fascino del successo.
Il far cogliere loro, per immagini e per immaginazione, che, per forza di cose, si è tutti diversi e che è giusto accettarsi come si è, perché c’è del buono e del bello in ognuno e che a tutti manca sempre qualcosa è un impegno e un’avventura da percorrere. La fiaba de “La maschera d’oro†e della sua protagonista Eleni, “che voleva essere diversa, speciale, unica, perché … perché … si sentiva la più bellaâ€, è davvero di grande suggestione!
La fiaba “nuova†non può prescindere dal cammino della nostra epoca: i nostri bambini (anche quelli che restano fissi ai temi tradizionali …) hanno bisogno di sentire cose e di vivere situazioni, in cui possono riconoscersi e trovare riscontri “vissutiâ€. Perché la fiaba è anche un veicolo attraverso cui passa l’amore!
Con un’ultima osservazione a questo proposito:
Si può pensare che la fiaba nasca come “inganno†(consapevole, delicato, ma sempre inganno), nel senso che noi adulti non potremmo (o non vorremmo) mai dire ai bambini che li abbiamo chiamati a condividere un mondo brutto, cattivo, ingiusto, bugiardo, ma piuttosto ad avere fiducia nel mondo che li attende. In pratica la fiaba cullerebbe le nostre illusioni.
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Ma si può pensare anche che, essendo essa presente presso tutti i popoli, sotto tutti i cieli, la fiaba raccolga le aspirazioni alla giustizia, alla libertà , alla solidarietà , come si è raccontato in tanti interventi straordinari di questo bel testo di Enrico Fuochi e dei suoi amici scrittori. Scrive Zara Zuffetti, una brava scrittrice di fiabe: “Un bambino, nel momento magico in cui vive una dimensione di assoluta fantasia al fianco di un adulto, si sente amato, accudito, al sicuro, in una condizione di intimità e di tranquillità , che costituisce un patrimonio immenso per tutto il suo futuro. Ma anche per un adulto è un dono la possibilità di raccontare una fiaba, perché anche per lui può essere un momento liberatorio e un modo per poter evadere dall’autocontrollo e dalla razionalità che la vita “vera†pare richiedere di continuo: un dolce modo per rassicurare e rassicurarsi, perché, anche se l’infanzia è lontana, le paure ( e che paure!) rimangono sempreâ€. (In “Servitium† n, 151, pag. 78).
3 – La “tonalità †dell’etica nella fiaba
Un’ultima attenzione va prestata a questa ricca raccolta di immagini (foto) e di immaginazione (racconti): la sua “tonalità eticaâ€: quella che chiamiamo “la morale†della fiaba, il suo insegnamento recondito o esplicito che serva a vivere umanamente, fecondamente, liberamente.
Gli interventi del Grillo Saggio, della fatina Rosabianca, di Mamma Carmela, di Vasilikos, l’angelo custode, della “Cassaforte della morale†aperta all’uopo esprimono in modo concreto, di volta in volta, la ricerca di un significato etico da ricavarsi da tutto l’andamento delle storie presentate. Altre volte ci si affida ad un ragionamento, che viene richiesto come partecipazione emotiva allo sviluppo del racconto stesso: “la morale c’è anche in questa fiaba, e chi ama gli animali la può trovare da solo†si afferma (pag. 34).
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Così lo stesso: “La morale? Beh, è facile: “Non fidarti mai della prima impressione e nelle difficoltà impara a cavartela da solo con le sole tue forze. Non sempre chi sembra volerti aiutare è un vero amico†(pag. 45)â€.
In effetti quasi tutti i racconti “usano†in proposito quello che si può chiamare “il principio di polarità â€: cioè si mettono a confronto da una parte “la realtà †dell’evento nel suo lato di solito problematico; una fuga, una strada sbagliata, un rifiuto all’ideale, una chiusura esistenziale ecc. ecc. e, dall’atra il rimedio, un nuovo cominciamento, il richiamo all’onestà , alla fedeltà …(per fortuna non si usa mai la parola “sacrificio†…). E’ un modo facile per tutti e comprensibile (quasi) immediatamente! Mi piacerebbe elencare per tutte le fiabe questi binomi “eticiâ€, come si potrebbero chiamare, a partire dai primi racconti:
Per esempio:
paura – speranza; servitù – libertà ; solitudine – compagnia; assenza – presenza; attesa – godimento; maschera – realtà /verità ; ipocrisia – sincerità ; vecchi – giovani; prepotenza – accoglienza; lontananza – vicinanza; staticità – mobilità ; menzogna – verità ; instabilità – equilibrio; lentezza – velocità ; esteriorità – interiorità ; disordine – ordine; punire – valorizzare; trascuratezza – attenzione; legame – indipendenza; nemico – amico.
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Come si può vedere si tratta di un autentico serio elenco di parole e di atteggiamenti che costituiscono i contenuti dell’esistenza delle donne e degli uomini di oggi, i loro entusiasmi le loro delusioni, le loro aspirazioni e le sconfitte. Trovo molto bello che questi diventino anche i punti di riferimento essenziali di quest’opera straordinaria. Forse con piccolissimo suggerimento che si fa domanda discreta: qualche volta l’esercizio della morale non conosce solo alternative secche (secondo il principio di polarità ), ma anche la grigia dialettica del compromesso, della ripetitività , dello scacco. O no?
FINISCE
Che posso dire? Grazie, Enrico, grazie Marcello!
CONTINUA:
Oggi, 11 ottobre 20914, mostra fotografica a Castel Drena aperta fino al 4 novembre, dalle ore 10,00 alle 17,00 dal martedì alla domenica. Grande successo di amici e di “recidivi”, cioè di persone che hanno seguito Enrico nei tre eventi di Riva del Garda, Trento ed oggi di Drena.
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Ed io, oltre che essere un umilissimo “cofiabista”, oggi ho fatto il “fotografo del fotografo”: due macchine al collo, mi davo certe arie ….! E poi, con il mio telefonino, ho scattato le due panoramiche della sala durante il discorso di benvenuto di Enrico. Il Libro? Lo trovate alla libreria il Papiro di Via Grazioli, a Trento.
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Fine di questo superpost per davvero, questa volta, ma non prima di somministrare alla vostra pazienza una foto mia, questa qui a fianco, che ho creato oggi al ricevimento inaugurale della mostra, utilizzando e integrando una foto di Enrico.
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CHIARE FRESCHE ET DOLCI ACQUE
pubblicato da: Riccardo Lucatti - 9 Ottobre, 2014 @ 2:29 pmDetto altrimenti: una foto, un post, senza troppe parole (post 1679)
“Chiare fresche et dolci acque …†è l’inizio di una canzone del Canzoniere del Petrarca. Quando di ritorno in bicicletta da Riva del Garda a Trento, con il mio telefonino ho scattato la foto, non sono stato ispirato da quei versi. Ma dopo, guardando meglio i riflessi sulle acque dell’Adige in località Borgo Sacco (Rovereto), quelle “note petrarchesche†mi sono uscite spontaneamente dalle … dita che pizzicano la tastiera del … mio ben accordato  computer. Ed allora, dopo alcuni post impegnati ed impegativi, eccone uno breve, di tutto relax.
P.S.: Insomma, l’Adige sa essere bello: guardate un po’ il post del 27 settembre scorso, “Vita da nonni”: là l’Adige era azzurro. Qui è limpido, trasparente, riflettente. Che dire se non, “riflettente putei”, riflettiamo ragazzi, “su la beleza del nos Trentin!”
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POST 1678 – ENERGIA TRENTINA
pubblicato da: Riccardo Lucatti - 8 Ottobre, 2014 @ 3:14 pmENERGIA TRENTINA
Detto altrimenti: quando una catena troppo lunga fa sparire ogni responsabilità … (post 1678)
Vado in internet e con un po’ di fatica recupero i seguenti dati, magari nemmeno aggiornati:
- Tecnofin, Comuni di Trento e di Rovereto posseggono circa il 50% di FinDolomiti Energia;
- Fidolomiti Energia possiede circa il 48% di Dolomiti Energia (DE);
- Dolomiti Energia possiede il 51 % di Hydro Dolomiti Enel (HDE).
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Alcuni mesi fa protestai sulla stampa (l’Adige 21 giugno 2014 pag. 55) e con l’assessore “competente†per la improvvisa sottrazione all’uso pubblico di 15 stalli auto bianchi in cima al Viale Trieste (nella cosiddetta Busa). Sparizione, perchè una mattina (19 giugno 2014) apprendemmo dai cartelli apposti che quel tratto di strada, per decenni a libera disposizione del pubblico e dal Comune contrassegnato come area di sosta libera, era in realtà proprietà privata di Hydro Dolomiti Enel (HDE). Alla mia lettera HDE rispose che non si trattava di una privatizzazione perché quell’area era di sua proprietà (e ci mancherebbe altro!). Telefonate con la Presidente della Circoscrizione S. Giuseppe S. Chiara, una e-mail al Sindaco, alcune e-mail e colloqui con l’assessore (“competente”, s’intende!) la cui risposta fu “Stiamo studiando la situazione … metteremo alcuni stalli bianchi a disco orarioâ€. Mesi e mesi e nemmeno questo insufficiente palliativo: devo dedurne che i sudditi devono farsene una ragione.
Subito dopo la “privatizzazioneâ€, quei posti auto restarono inutilizzati. Poi, piano pano, vedo che sono via via occupati da molte auto. Di chi siano queste auto non posso saperlo: di chi “sfida†il divieto sperando di non essere accusato di violazione di domicilio? Di privati che hanno stipulato un accordo privato con HDE? Quien sabe?
Passiamo a Dolomiti Energia (DE): clienti trattati come bambiniâ€, lettera a l’Adige del 7 ottobre 2014 pagina 54 a firma Tiziana Rosini. I cittadini non “fanno i bravi†(sic!) con la raccolta differenziata? E noi togliamo i cassonetti senza dir nulla a nessuno e li rimetteremo se “faranno i bravi” (sic!). Io non entro nel merito, ma nel metodo. Anche qui, infatti, i sudditi devono farsene una ragione.

Chissà se anche gli Indiani d’America percepivano un MBO in caso di successo della loro danza della pioggia …
Orbene, si tratta di due società pubbliche che svolgono un pubblico servizio. Pubbliche vuol dire del “pubblico dei privatiâ€, cioè doppiamente “nostre†di noi che siamo loro “sostanziali azionisti di fatto†ed inoltre loro clienti. Non so come sarà il bilancio di DE, ma il bilancio di HDE sicuramente sarà ottimo, perché le forti piogge hanno fatto aumentare del 40 % la produzione di energia elettrica. Mi domando: il suo Amministratore Delegato riceverà un “premio di rendimento†per “aver fatto piovere†e nessun richiamo per non avere concordato con il Comune un comportamento meno tracotante verso i cittadini, ignorati come tali e trattati invece da sudditi?
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IL TRENTINO CHE VORREI … OGGI PIU’ CHE MAI
pubblicato da: Riccardo Lucatti - 8 Ottobre, 2014 @ 8:36 amDetto altrimenti: come 1676 post fa … (post 1677)
Già , perché quando nel dicembre 2011 accettai l’invito dell’editore, l’amico ingegnere Andrea Bianchi di diventare un suo blogger, egli mi disse: Potresti iniziare con “Il Trentino che vorreiâ€. Lo feci. Tuttavia da allora acqua (post) sotto i ponti ne è passata … quanta fa al giorno? Circa 1,6 post (articoli) al giorno … Quanti commenti scritti ho ricevuto? Ad oggi sono 2066, compresi circa 300 spam (commenti fasulli). Quanti lettori ho? Centinaia al giorno, per migliaia di pagine aperte (e in parte anche lette) al giorno. Per essere un neo blogger posso essere soddisfatto, così almeno mi dicono amici esperti di “bloggisticaâ€. Ma veniamo a noi, al Trentino che vorrei … oggi che la crisi ha cominciato a mordere anche fra i nossi monti molto più che non abbia fatto all’inizio della mia “era blogâ€.
Vorrei un Trentino nel quale il primo problema affrontato e  risolto fosse quello antropologico, nel senso che ognuno si sentisse di appartenere al – e di possedere il -.
Vorrei un Trentino nel quale la politica fosse sempre di più Politica (alla Degasperi, per intendersi).
Vorrei … il Trentino dei percorsi non intralciati, cioè che delineasse i percorsi netti e obbligati di ogni processo di crescita e sviluppo, rispetto ai quali nessuno possa mettersi di traverso. E non mi riferisco certo alla fase politica, che ovviamente può – anzi deve – prevedere una sana opposizione, bensì alla fase realizzativa di ogni percorso di ogni progetto. Vorrei cioè che non saltassero fuori continuamente dei “Pierini tuttofare†a dire la loro su ciò che è già deciso da chi deve decidere, controproponendo – senza avere un titolo formale per fare ciò – varianti in corso d’opera in opere già ben programmate, progettate e avviate da chi è stato legittimato a ciò, bensì puntando solo sulla risonanza armonica (rectius, disarmonica) della gran cassa di un’opinione pubblica spesso superficiale e distratta.
Vorrei un Trentino che avesse due bilanci: quello dei fondi impegnati e quello dei fondi ancora “liberiâ€, il quale cercasse – ove possibile – di disimpegnare fondi a fronte ed in favore delle nuove priorità più prioritarie. O che almeno si ponesse questo problema.
Vorrei un Trentino che facesse un esame di coscienza ed iniziasse a valorizzare le molte potenzialità di cui dispone e che inspiegabilmente non sta ancora valorizzando.
Vorrei un Trentino che copiasse quanto c’è di meglio al suo Nord.
Vorrei un Trentino che – insieme a Bolzano – si attivasse di più per dare maggiori contenuti e forma all’ Euregio.
Vorrei un Trentino anche avesse in Trento uno sportello dell’UE e che fosse una “locomotiva†verso gli Stati Uniti d’Europa, anche su basi autogestionali euroregionali.
Vorrei un Trentino che si ponesse l’obiettivo del “Bene Comune†nel senso non “un bene uguale per tuttiâ€, ma di “ognuno con il suo specifico bene personale, purchè esso non confligga e sconfigga il bene personale altruiâ€.
Vorrei un Trentino nel quale l’Autonomia fosse intesa da tutti alla maniera di Don Lorenzo Guetti, cioè come “capacità di autogoverno solidaleâ€.
Vorrei un Trentino nel quale la Cooperazione tornasse ad essere quella del suo fondatore Don Lorenzo Guetti e che fondasse neo cooperative vere di giovani il cui start up fosse finanziato dal pubblico.
Vorrei un Trentino che attirasse i cervelli dall’ “Italia†…
Vorrei …. ma adesso, care lettrici e cari lettori, scrivete voi quale Trentino vorreste, oggi e domani. Buon blog a tutti!
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GRAECIA CAPTA FERUM VICTOREM CEPIT
pubblicato da: Riccardo Lucatti - 7 Ottobre, 2014 @ 3:11 pm
Detto altrimenti: (in italiano) “La Grecia, conquistata (dai Romani), a sua volta conquistò il feroce vincitore con la sua cultura e la sua arte  (post 1676).
Ovvero: open blog, blog aperto al contributo di ogni lettore. Ed ecco quindi quello di Fulvio Maiello: resoconto di un viaggio in Grecia dal 26 settembre al 1 Ottobre 2014 effettuato in compagnia del suo genero Alberto Lorenzini e della sua nipote Camilla Lorenzini.
INIZIA
 Ena
Un paio di ore di volo e siamo all’aeroporto di Atene. Noleggiamo un’automobile e ci mettiamo subito in viaggio verso capo Sounion. Vogliamo visitare il grande tempio di Poseidone che domina il mare Egeo.
In nemmeno un’ora di viaggio su una strada molto scorrevole, arriviamo alla punta estrema di un promontorio di arenaria rossastra, che si spinge nelle acque azzurre del Mar Mediterraneo. E’ tutto un susseguirsi di curve che seguono obbedienti la conformazione del terreno, tra fitti boschi di pino mediterraneo e macchie di lentisco.
Sulla spianata sommitale del promontorio, circondato da una cerchia di mura ciclopiche costruite con grossi blocchi della pietra del posto, si innalza verso il cielo il tempio di Poseidone. Sono rimaste solo 19 colonne di candido marmo pentelico in puro stile dorico con le classiche scanalature verticali. Il primo sentimento che il tempio ispira è un misto di stupore e orgoglio insieme.
Il tempio fu edificato nei primi anni del V° secolo a.c. circa e se pensiamo che in quel tempo gli Ateniesi che ne furono gli autori e i Greci più in generale non erano che piccole società frammentate costituite da pastori che vivevano le loro giornate all’aria aperta tra le balze scoscese e pietrose di una natura estremamente aspra seguendo le loro greggi ecco che il nostro stupore trova la sua giustificazione: come non pensare che tali uomini, per realizzare le opere arrivate fino ai nostri giorni non abbiano richiesto un aiuto divino? L’armonia e la semplice bellezza delle forme portano l’impronta della divinità .
L’orgoglio trasuda dall’imponenza del tempio che dalla tribuna naturale in cui è posto sembra voler gridare al mondo intero la soddisfazione dell’autore nel contemplare la sua opera portata a compimento. E’ la sfida lanciata dagli Ateniesi dopo la vittoria di Salamina contro l’aggressione dei Persiani dalle terre orientali e la decadente potenza dei faraoni egiziani del sud. “Adesso ci siamo noi!”  è il messaggio che le possenti colonne scrivono contro l’azzurro del cielo.
Duo
Delfi : il racconto della storia e religiosità dei Greci. Tutto il fianco di una montagna, il monte Parnaso, è un insieme di fotogrammi, che, come in un giornale a fumetti, ci fanno comprendere la vita e i comportamenti degli antichi Greci. Il Parnaso era il monte consacrato al dio Apollo, che in esso dimorava assieme alle nove Muse del sapere e delle arti.
Da qui hanno origine tutte le arti e la poesia e, se noi siamo arrivati allo sviluppo tecnologico e culturale odierno, lo dobbiamo alle credenze e alla religiosità da sempre imperanti e rispettate in questi luoghi. Dai quattro angoli del mondo arrivavano a queste balze pellegrini o messi dei regnanti per invocare il responso della Pitia, l’oracolo femminile che, in trance, svelava ai postulanti la risposta del dio Apollo a tutte le richieste. Se, dopo avere visitato il locale museo che raccoglie opere straordinarie, quali il famoso Auriga di Delfi, statua bronzea commissionata da un tiranno siciliano per celebrare una vittoria di carri nei giochi pitici del 478 a.c. chiudiamo gli occhi, possiamo vedere, nell’ombra della grande fessura che taglia la montagna, là dove si apriva l’antro della Pitia, delle strane figure danzanti mentre l’aria si riempie di dolci melodie. Sono le Muse che fanno i loro esercizi mattutini.
Tria
Oggi ci accompagnano due sentimenti ben precisi: il disappunto e la malinconia. Iniziamo dal Museo Archeologico di Olimpia. Fu realizzato per raccogliere i reperti provenienti dagli scavi archeologici, tuttora in corso che sono la testimonianza visibile dell’attività esistente nel passato in questi luoghi tra i templi, le palestre e le officine. Le ceramiche, gli oggetti votivi, gli attrezzi di lavoro degli scultori, ceramisti e scalpellini realizzati in bronzo rinvenuti, hanno permesso agli archeologi di farci comprendere come quegli antichi artisti abbiano realizzato le loro opere immortali.
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Non erano artisti di poco conto se pensiamo che tra di esse lavorava a Olimpia un certo Fidia che vi lavorava in una officina che ancora oggi porta il suo nome. Il salone centrale del museo è occupato dalla ricostruzione plastica dei due frontoni, frontone est ed ovest, del tempio di Zeus con una sequenza di scene con statue a grandezza naturale raffiguranti episodi tratti dalla mitologia greca. Il disappunto cui si accennava all’inizio si materializza quando si scopre che la grande statua crisoelefantina di Zeus, alta dieci metri, attorno alla quale era stato costruito il tempio fu trafugata dai bizantini nel 400 d.c. e rifusa per ricavarne l’oro. Di tale grande opera realizzata da Fidia oggi abbiamo solo l’immagine realizzata sulla base delle notizie tramandate dai cronisti del tempo.
La malinconia arriva la sera quando arriviamo a Monemvasia. Si tratta di un grosso isolotto, collegato alla terraferma solo da una strada artificiale appoggiata sopra rocce riportate. E’ alto circa 300 metri con pareti verticali su tutta la sua circonferenza e senza possibilità di accesso alla spianata sommitale sulla quale si trova un monastero oggi deserto. Solo sulla falesia posta ad est si possono notare i tagli nella roccia di una gradinata a zig-zag che era l’unico accesso. Tutto il pianoro è circondato da una muraglia protettiva così che il risultato è quello di una rocca fortificata utilizzata dagli ottomani durante il periodo della loro dominazione che durò fino al 1821. L’impronta della lunga dominazione turca sopravvive nella abilità levantina degli abitanti del paese, posto nell’adiacente terraferma, di sfruttare la località per uso turistico. Sul versante est dell’isolotto, sul pendio ripido sotto la falesia, nel passato era stato costruito un piccolo gruppo di case, probabilmente destinate ad accogliere truppe e oggi trasformate in strutture turistiche. Oggi ci sono parecchi hotel la cui reception é costituita da una piccola camera all’ingresso dell’unico accesso all’isola e le camere sono sparse qua e là tra le altre case del paese costruite, in un grande disordine edilizio, le une sulle altre con stretti passaggi e scalinate impossibili. Nel paese di conseguenza ci sono solo hotel, ristoranti, bar e negozietti per la vendita di souvenir turistici. In compenso ci sono due chiese copte ma non si vedono in giro animali tranne i gatti, nè servizi sociali. Si capisce che l’isolotto è abitato durante il giorno dai locali e dai visitatori, durante la notte solo dai turisti perché i locali, chiusi i loro esercizi commerciali, vanno a dormire nella loro casa sulla terraferma. E’ l’apoteosi delle moderna globalizzazione che subordina qualsiasi attività all’unico scopo di trarne il massimo utile possibile con il minimo di spesa. A Delfi avevamo visto l’Onphalos, la pietra che rappresenta l’ombelico del mondo qui osserviamo il disprezzo delle regole civili in nome del profitto.
 Tessera
Dopo una notte tormentata da violente folate di vento e il rumoreggiare del mare sulla scogliera inizia con aspettative diverse un nuovo giorno. Ci mettiamo in viaggio, dopo una buona colazione, diretti a Micene. Andiamo a visitare quello che resta di un regno più antico di circa un millennio rispetto alle testimonianze della Grecia di Pericle e ci aspettiamo molto per potere in fretta dimenticare le tracce del dominio turco. Abbiamo bisogno di un bagno purificatore nella semplicità e poesia dei greci autentici. In effetti la sensazione è immediata. Passiamo sotto la Porta dei leoni ed iniziamo una facile salita verso la rocca del palazzo reale. Tutta una collina è disseminata dei resti di abitazioni e tutto intorno ad esse corre una cinta di mura ciclopiche. Si tratta di grossi massi, grossolanamente squadrati, assemblati senza malta. Pesano ognuno dai sei agli otto quintali e da questo fatto si originò la leggenda che le mura furono edificate dai giganti.
Siamo nel regno di Atreo che generò Agamennone, Menelao e altri quattro figli. Non sopportando la tirannia del padre,  Agamennone – con l’aiuto dei fratelli –  lo spodestò del trono e prese il suo posto. Sono gli eroi le cui gesta ci racconta Omero a proposito della guerra di Troia. Siamo nel XII° secolo a.c. quando le schiere greche distrussero la potente Troia posta sulla costa dell’odierna Turchia la cui esistenza fu provata dagli scavi dell’archeologo autodidatta tedesco Heinrich Schlieman, lo stesso che, scavando a Micene, quando trovò una maschera realizzata in foglia d’oro si dice che, guardandola, abbia esclamato “ Ho visto il volto di Agamennoneâ€. Ma si sbagliava perchè il ritrovamento faceva parte degli oggetti rinvenuti in una sepoltura micenea datata al XIV° secolo, quindi, un paio di secoli prima di quando visse Agamennone. Eschilo con l’Orestea, triade di tragedie, rappresentò le vicende di questa famiglia infelice. Con il tradimento della sposa Clitennestra che, in combutta con l’amante Egisto, uccise il marito rimanendo poi, a sua volta uccisa dalla furia vendicatrice del figlio Oreste. La nostra compassione è rinforzata dal constatare come queste antiche vicende siano uguali ad altre di cui leggiamo le cronache sui giornali del nostro tempo.
 Penta
Oggi è il giorno di Pericle. Si inizia con la visita al Partenone e all’Agorà . E’ tutto un trionfo di scorci architettonici, colonne doriche maestose ma, nello stesso tempo, svettanti e armoniose. Nell’aria pare di sentire una musica dolce che scende nell’anima. E’ la poesia degli antichi Greci che conquista le genti di tutti i continenti. Torme di giapponesi e orientali in genere si arrampicano ordinatamente sui rampe dell’Acropoli per certificare, al loro ritorno in patria, ai loro connazionali di essere stati al cospetto del Partenone di Atene, il tempio che celebra, più di ogni altra costruzione umana, la civiltà umana. Il fatto sarà certificato dalle foto di ultratecnologiche macchine fotografiche che tutti portano al collo. L’ Agorà di Atene è impressionante per la sua vastità : essa era il centro della vita politica della Polis e in essa si discutevano tutte le questioni riguardanti la vita della nazione.
Pericle, siamo nel IV° secolo a. C., con il suo governo illuminato fece grande Atene ma ebbe la fortuna di avere il supporto di collaboratori del calibro di Temistocle quale stratega militare, Fidia quale maestro delle arti scultoree, Eschilo come cantore epico e letterato, Socrate famoso filosofo e molti altri uomini illustri. Dopo di lui, nessuno più al mondo ha avuto la fortuna di avere uno staff di così alti ingegni e perciò si può tranquillamente affermare, sulla base delle cronache storiografiche e dei reperti archeologici riferibili alla sua epoca che Pericle è stato il più grande uomo politico e governante che sia mai esistito.
 Esa
Ultimo giorno di permanenza in Grecia. Al Museo Nazionale, posto al centro della città di Atene, facciamo un veloce ripasso del nostro viaggio. Sembra di entrare in una grande basilica dove tutto è sistemato al suo posto e si offre al cuore e alla mente del visitatore in una luce calda e soffusa. Anche se non fosse espressamente vietato credo che a nessuno verrebbe in mente di usare i flash elettronici. Sarebbe necessario un mese di tempo per vedere tutti i reperti ma noi ci accontentiamo di una visita veloce che possiamo paragonare al sorvolo di una grande regione guardandola dall’aereo.
Ciò malgrado l’emozione è forte come tutto ciò che riguarda la storia e la cultura di questa gente.
Una distinzione netta si avverte al passaggio dai reperti dell’età arcaica e fino al periodo classico all’età ellenistica, contaminata dai primi influssi romani. Dai resti micenei si riceve il messaggio di un’arte forse più grossolana ma più in armonia con gli uomini del tempo mentre l’arte ellenistica ha forme e contorni più morbidi, più belli dal punto di vista dell’estetica pura ma, tuttavia, prive del calore e del pathos che le opere del periodo miceneo immediatamente trasmettono. Stiamo parlando dei reperti architettonici e delle opere scultoree.
La visita ha termine con una visione commovente nella sua semplicità e credo molto significativa. Sdraiati per terra sul pavimento marmoreo una quindicina di ragazzini sui sette/otto anni; ognuno con un foglio da disegno e una matita in mano si esercitano nel riprodurre le fattezze di una grande statua bronzea di Zeus, posta su un piedistallo al centro della sala. Due giovani ragazze, suppongo le insegnanti, esercitano una sorveglianza discreta e ad esse rivolgo, senza parole, un sorriso spontaneo che arriva dal profondo del cuore.
 Il viaggio termina con un dubbio: se si sia trattato di una escursione turistica oppure di un sogno. Io sono per il sogno ma il lettore farà la sua scelta.
 Inno ad Atene
Tante vele bianche
su un mare di cobalto:
sono le case abbaglianti di Atene
viste dal Partenone.
E’ un posto magico
dove dimorano le Muse
e le parole scorrono veloci
senza alcun impedimento.
Storie di famiglie e dinastie
si intrecciano sfrigolando
e narrano di tensioni e guerre feroci
scritte sulle pietre calcinate dal sole.
Ulisse in lotta per anni
con gli dei avversi
che gli rendono aspro
il ritorno alla casa e alla sposa.
Clitennestra che uccide il marito
reduce da Troia
e che soccombe, a sua volta,
alla furia vendicatrice del figlio.
Leonida, fiero guerriero,
che al passo delle Termopili
sacrifica la vita
per la gloria di Atene.
Temistocle il grande stratega
che, ispirato dall’oracolo,
costruisce le mura di legno
che sbaragliarono a Salamina i persiani.
Sono queste storie
di uomini come noi
ma che nessuno al mondo
potrà mai eguagliare.
 Una riflessione finale
La storia dell’antica Grecia, per noi moderni, è importante perché ci può insegnare come comportarci di fronte a situazioni che ci sembrano difficili se non addirittura irrisolvibili. Ai nostri giorni assistiamo ad una immigrazione massiccia sul nostro territorio di centinaia di immigrati irregolari provenienti da paesi che noi chiamiamo del terzo mondo e che non riteniamo di potere accogliere. Ne scaturiscono tensioni sociali e movimenti politici che ci speculano sopra e alimentano la paura della popolazione per bassi scopi di bottega.
Se noi andiamo a rileggere le vicende degli antichi Greci vediamo che il fenomeno che oggi ci dà da pensare non è nuovo.
Intorno al 1400 a. C. la Grecia era occupata da un insieme di genti sparse in piccoli agglomerati formati da famiglie nomadi dedite alla pastorizia con pochissimi tentativi di insediamenti stabili.
In questa situazione si ebbe una massiccia immigrazione di popolazioni, anch’esse nomadi, provenienti dalle regioni più settentrionali. Erano popoli di razza indoariana provenienti dalle fredde regioni delle steppe euroasiatiche che si riversarono verso le coste del mediterraneo in cerca di un clima più mite e attirati dal benessere dei popoli che vivevano sulle coste del mare.
In quel tempo i Greci erano alle prese con uno dei primi grandi conflitti militare che la storia ricordi dopo le grandi campagne militari degli antichi egizi: la guerra di Troia.
Terminato il conflitto con la distruzione di Troia i Greci dovettero affrontare il problema di come comportarsi nei confronti dei loro immigrati. Anche allora ci furono tensioni tra chi voleva respingere con la forza l’invasione e chi invece si adoperava per una soluzione più logica e umana. Prevalse questa seconda scelta, grazie alla crescita culturale e al progresso delle arti, nel frattempo intervenuto, ed ebbe inizio una progressiva assimilazione dei nuovi residenti nel corpo sociale della nazione greca. Nacquero le Polis, le prime leggi e la democrazia oltre allo sviluppo di letteratura e arti in genere. Il nuovo sangue si mescolò a quello indigeno con evidenti progressi in campo politico e sociale.
Trascorsero cosi quasi mille anni di sviluppo che permisero nel 490 a. C. ai Greci di sconfiggere l’invasione da parte della grande potenza orientale dei Persiani. A Maratona i greci acquisirono per la prima volta la coscienza di essere uno stato unitario in grado di reagire a qualsiasi minaccia e di potere sconfiggere, se uniti, qualsiasi nemico.
Se oggi ammiriamo in tutti musei del mondo i reperti arrivati sino ai nostri tempi, se possiamo ancora emozionarci assistendo alle tragedie di Eschilo, Sofocle, Euripide, se rileggiamo sempre con interesse i dialoghi di Platone o le riflessioni di Aristotele e Talete o le poesie di Saffo e se rimaniamo incantati di fronte alla grandezza e armonia del Partenone, ebbene, allora ricordiamoci che tutto ciò si deve all’intelligenza dei Greci antichi che trasformarono l’afflusso disordinato delle genti immigrate in uno forza di sviluppo e crescita economica e sociale per tutti i Greci.
E’ possibile che noi cittadini del III° millennio dobbiamo ancora discutere su cosa fare con gli odierni immigrati?
 Fulvio Maiello, 2 ottobre 2014
FINISCE
Che altro  posso dire io se non che, avendo l’autore citato Omero, “Epta poleis marnanto sofen diarizein Omero: Smirne, Kios, Kolofon, Izache, Pilos, Argos,  Azinai”? O che mi ricordo ancora a memoria l’inizio delle Anabasi di Senofonte: Dareiu kai Parisatidos gignontai paides duo: presbuteros men Artaxerses, neoteros de Kuros. Epeidè Dareios eszenei kai upopteue teleutem tu biu, ebuleto to anfotero paide pareinai”. Mi perdonerà l’Autore del viaggio e dell’articolo, ma mi ha fatto ringiovanire di 55 anni (a 15 ero al ginnasio), e i giovani si sa, l’impulsività è il loro mestiere (anacoluto manzoniano).Â




















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