MANGIA, PREGA, AMA, e il coraggio della veritÃ
pubblicato da: admin - 14 Aprile, 2010 @ 8:24 pm
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Ho ripensato a questo libro, letto alcuni mesi fa, per la capacità della primavera di far sbocciare la voglia di cambiare, di rinascere. Non semplici cambiamenti nell’arredamento, negli abiti o negli itinerari di passeggiate, ma i grandi cambiamenti. Questi dovrebbero avvenire con coraggio e sincerità quando ci si sente stretti, soffocati da una vita che non sentiamo più nostra. Non è naturalmente il caso delle persone fondamentalmente soddisfatte, che “aggiustano il tiro” con accettabili compromessi e che hanno affetti importanti.
Ma quando una persona si sente precipitare in un tunnel profondo perchè la sua vita non è più la “sua”, e se ne rende conto,e per una notte intera piange ininterrottamente sul pavimento del bagno, vuol dire che occorre reagire, fare qualcosa. E’ quello che Elizabeth Gilbert fa e poi racconta in: “Mangia, prega, ama“.
Ha 34 anni, giornalista , sposata senza figli, vive a New York. Sembrerebbe una situazione invidiabile. Non lo è, perchè Elizabeth – Liz – , sente che il suo matrimonio è finito, e la sua vita privilegiata non le dà tutto ciò che lei desidera. Vuole cambiare, cercare la sua essenza,  ha bisogno di conoscenze nuove, di meravigliarsi della vita, che come un dono, deve essere sfogliata interamente come un libro o come un fiore.
Ci vuole coraggio per lasciare un marito, un lavoro, una città , ma secondo me il coraggio vero è quello di sapere chi siamo e che cosa vogliamo per vivere in modo lieto. L’onestà della verità , credo, sia un obbligo verso se stessi e … verso la vita in sè.
Naturalmente ( per chi se lo può permettere)  il viaggio è la medicina migliore e in questa ricerca spirituale e psicologica attraverso anche la materialità Liz troverà se stessa, la voglia di vivere ed amare. Quando non si può partire fisicamente, allora rimane il “viaggio” interiore, lo scandagliamento del nostro io, e qualche soluzione per stare meglio, e di conseguenza far star meglio anche chi ci è vicino, si può trovare.
“Ama, prega, ama” è un reportage di viaggio non solo materiale, ma soprattutto intimo. La prima tappa che Liz sceglie è proprio l’Italia, (così amata dagli americani!), con il suo fascino del sole, delle bellezze artistiche, della cucina…Ha desiderio del piacere sensuale del dolce far niente, della bellezza e del cibo. Prima in Sicilia dove si inebria girando per Siracusa, poi Roma, Napoli ed infine Bologna per concludere la sua curiosità gastronomica. Ingrassa più di 10 chili , ma sente che  la strada è quella giusta. Dopo aver viziato il suo corpo va in India. Pagine belle in cui ci racconta i corsi intensi e faticosi  di Yoga, fa meditazione riuscendo a giungere infine ad una  profonda spiritualità , alla grazia, a Dio. Suo compagno di corso un idraulico neozelandese. Il racconto è anche spiritoso, ironico pur nel suo contenuto serio e drammatico. Emerge un gran senso dell’ umorismo ereditato da una folta schiera di zii, fratelli abituati a fare battute spiritose a raffica.
Ed infine a Bali, in Indonesia, Liz ritrova la serenità e l’equilibrio. Il viaggio dentro di sè , dopo la notte di “parto” e di pianto, ha concluso  il suo cerchio, come il rosario indiano dalle 108 perline, lo japa male. E 108 sono i capitoletti in cui possiamo seguire questa giovane e coraggiosa giornalista nella sua rinascita.
Conosco alcune persone che sono riuscite a dare una svolta significativa alla propria vita, proprio dopo pochi giorni di intensa riflessione e lacrime, o dopo un’inattesa inaccettabile situazione. Per quanto mi riguarda so che la spinta a  “fuggire” in Inghilterra, quando avevo 22 anni, è nata in un pomeriggio domenicale di fine inverno in un ambiente di totale noia e squallore in cui avevo capito che sempre e tutto sarebbe stato uguale. Sensazione di soffocamento, depressione istantanea,…spinta alla fuga. Dopo alcuni mesi ero sull’overcraft e attraversavo la Manica. Vedendo le bianche scogliere di Dover, ricordo, che respirai profondamente, sorrisi, mi feci fare foto da sconosciuti e mi dissi “Finalmente. Ora mi sento io”.
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I BROWNING, quando la poesia è amore
pubblicato da: admin - 13 Aprile, 2010 @ 8:39 pm![Correzione Correzione imagep134[1]](http://trentoblogcommunity.com/unlibroalgiorno/files/2010/04/Correzione-Correzione-imagep1341-221x300.jpg)
Siamo nell’Inghilterra vittoriana ed Elizabeth Barrett nel 1844 è un’acclamata poetessa. Ha 38 anni  e vive a Londra con il padre e i fratelli, ha una malattia polmonare che l’ha resa seminvalida, ma continua a scrivere rappresentando in pieno la propria epoca. La sua è una poesia emotiva, intima, espressa in un linguaggio talvolta retorico.
“Mi lasci. Eppure io sento che sarò / sempre nella tua ombra”…”Apri il tuo vasto cuore e in esso accogli / le ali bagnate della tua colomba”…”Lucciole e usignoli, / palpitavano insieme, fiamma e canto “
 E tuttavia la Barrett ha una personalità poetica tutta sua, ammirata anche da altri poeti . Edgar Allan Poe prende ispirazione da  un suo poema “Lady Geraldine’s Courtship”, imita la sua metrica per “Il corvo”. Anche Emily Dickinson l’ammira sia come poetessa che come donna di forti ideali politici e libertari. Elizabeth Barrett fu infatti una fervida partigiana del Risorgimento italiano e di Napoleone III che cantò nelle sue poesie.
 Il poeta Robert Browning, legge le sue poesie ed inizia con lei una fitta corrispondenza.Â
“Mi è entrata dentro, divenendo parte di me, questa vostra poesia grandiosa e viva…Amo tutti i vostri versi con tutto il mio cuore, cara Miss Barrett, ed amo anche voi con tutto il cuore.”
Roberto Browing non è così popolare come Elizabeth, ma ha scritto vari poemi e soprattutto monologhi drammatici che esprimono stati d’animo vigorosi, una visione del mondo che si esplicita nei personaggi sia storici sia immaginari. Nel 1841 pubblica “Pippa passes”, e più tardi “Dramatic Lyrics”, “Men and Women”ecc. E’ un ottimista per cui si discosta dal tipico dubbioso e inquieto poeta vittoriano. Pur romantico sotto molti aspetti, con la sua poesia fa piazza pulita di molti languori e svenevolezze del suo tempo.
Robert ed Elizabeth nel 1945 si incontrano e  decidono di sposarsi di nascosto dal padre di lei che osteggia la loro unione. Lui è più giovane di sei anni, non è ricco  e non ancora famoso. Fuggono a Firenze dove alloggeranno a Casa Guidi, oggi museo a loro dedicato.
Elizabeth, la cui salute è migliorata, all’età di 43 anni dà alla luce il loro unico figlio maschio, soprannominato Pen. Compone i celebri “ Sonetti portoghesi” in cui ,fingendo di tradurre ,canta il suo amore languido e appassionato per il marito.
“Se devi amarmi, per null’altro sia / se non che per amore. / Mai non dire: / l’amo per il sorriso / per lo sguardo / la gentilezza del parlare / il modo di pensare/ così conforme al mio… / Soltanto per amore amami / e per sempre, per l’eternità .”Â
Dopo la morte della moglie nel 1861, Robert Browning torna col figlio a Londra, dove la sua fama si è ormai consolidata. Ora, non più soltanto marito della Barret, ma poeta laureato ad honorem dall’università di Oxford, vede fondare la Browning Society.
Per me Robert Browning è sempre legato ai versi di “Ricordi di casa dall’estero” che oggi disperatamente cerco nella Oxford Anthology, nel volume di Daiches, ma che non trovo. So l’incipit a memoria ( come ho già scritto in un altro post) :”Oh, to be in England /now that April’s there…” ma il seguito? So dove trovarlo!| Nel mio diario del 1968, quando mi trovavo in Inghilterra. Apro le pagine di Aprile…
And whoever wakes in England / sees some morning, unaware / that the lowest boughs and the brushwood…
“Ascolta dove il mio  pero fiorito / sparge sul trifoglio fiori e rugiada /a capo del getto ricurvo. /Là è il saggio tordo, /ripete il suo canto due volte,/ chè tu non creda che non sappia ricogliere /la prima sua bella e spensierata estasi”.
DIARIO, per sempre
pubblicato da: admin - 12 Aprile, 2010 @ 8:00 pm
Non è facile per me scrivere con leggerezza il 12 aprile. I Diari miei e di altri mi aiutano a ricomporre la mia piccola vita, altri sospiri che possono mescolarsi ai miei. Il 12 aprile del 2005 scrivevo : “Un anno. E’ come fosse passato un giorno, un’ora. Il dolore è appuntito e mi seziona in filamenti…Ricordi che tengo imbavagliati e che non sbiadiscono. Io, sola, che inizio la mia vecchiaia.; un tempo che immaginavo sereno, senza tumulti, senza sforzi, mi si presenta arduo e arido. Chiudo questo quaderno nero e cerco piccole luci in questa grande oscurità che è il mio futuro. Leggo. Timore: riuscirò da sola? Amiche: confortanti. I caffè. Qualche film. TV. Libri e libri.”…”Le mie piante crescono e l’orchidea bianca è bellissima.”
Sto facendo una grande confusione oggi per scrivere il post quotidiano, ho aperto i diari delle mie scrittrici preferite, ma sono un po’ “in bilico”, non per niente mi è caduta nuovamente sul polpaccio la sedia pieghevole della cucina. Già l’ecchimosi fiorisce sulla pelle. Inoltre la gatta-principessa mi vede distratta , allora miagola miagola facendo la patetica per avere la mia attenzione. Non trovo i libri di cui voglio parlare: prima ne ho aperti un po’ nell’ingresso, nello studio, sui divani…che caos!
Credo che in copertina metterò il diario di Katherine Mansfield, visto che ho parlato di lei pochi giorni fa. E’ il 12 aprile del 192o e lei scrive: “Ho visitato il Museo oceanografico di Monaco. Ricordo le bolle che affioravano sull’acqua quando l’uomo immergeva la canna nei serbatoi. La giovinetta…com’era graziosa! Ho l’impressione di avere quarant’anni quando vedo delle ragazzine…La donna coi suoi tre bambini a Montecarlo…” E’ un quadro che noi lettori possederemo per sempre. In un altro precedente aprile annotava “Questa sera il cielo si è rassenerato al tramonto. Credevo il giorno chiuso e sigillato, quando avvenne un improvviso irrompere di petali, divinamente luminosi…”
Questo suo diario ci regala una visione unitaria sia dal lato umano che artistico, come lo definisce John Middleton Murry, il critico e letterato che fu compagno della Mansfield dal 1911 alla morte. In molte pagine ci sono infatti appunti per i suoi racconti, le attente osservazioni sulle persone che incontra, le riflessioni sul suo lavoro di scritttrice.
Mi viene in mente il diario che mia figlia Stefania scrive sui pezzi musicali che suona o che dovrà suonare nei suoi  concerti in giro per il mondo. Dice che le è utilissimo perchè annota le scoperte, ciò che le piace o che vuole modificare; è un aiuto validissimo per la sua carriera di pianista e fortepianista. ( A proposito, se volete conoscerla cliccate sul suo sito www.stefanianeonato.com )
Diario for ever. Scrivere per ricordare, per capirsi, per esorcizzare. Ero molto in dubbio se rivelare qualcosa di così intimo, so che molte amiche o conoscenti non lo farebbero mai. Io ho pensato che volevo “regalare” anche un momento della mia sofferenza per aiutare e forse confortare altre persone. Una mia nuova “amica di penna” mi ha scritto che teneva un diario sui cambiamenti della natura, un po’ come “La signora inglese di fine Ottocento”. Mi piace pensarlo e immaginarlo. Ricordo anche un mio collega, trentino doc, che invece annotava, anno dopo anno, le nevicate in regione. Mi sapeva dire quanti millimetri erano caduti nel tal anno, che tipo era la neve…le previsioni, insomma scritti pratici, ma confortanti e utili.
Naturalmente non potevo esimermi dal nominare  Virginia Woolf. Che poteva mai pensare il 12 aprile del 1919? Naturalmente parla di lettura ” Rubo questi minuti a “Moll Flanders” che non finii ieri, secondo il mio orario scritto, avendo ceduto al desiderio di interrompere la lettura e andarmene a Londra. Ma vidi Londra…con gli occhi di Defoe…grande scrittore per imporsi a me anche dopo 200 anni… Forster  mi salutò dalla biblioteca, mentre mi avvicinavo. Ci stringemmo cordialmente la mano; pure lo sento sempre sottrarsi a me, sensitivamente, come da una donna intelligente, una donna moderna…”
Avrei da aprire anche i diari di Cesare Pavese, Sylvia Plath, Arthur Schnitzler ecc. ma non sarebbe bello leggere qualcosa di nostro?
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VI MOSTRERO' LA PAURA, di Nikolaj Frobenius
pubblicato da: admin - 11 Aprile, 2010 @ 8:00 pm![200px-Edgar_Allan_Poe_1848[1]](http://trentoblogcommunity.com/unlibroalgiorno/files/2010/04/200px-Edgar_Allan_Poe_18481.jpg)
Ho notato in questi ultimi tempi un aumentato interesse da parte di scrittori e registi per la paura, il brivido, il soprannaturale. Films su vampiri, telefilm su medium e menti criminali, libri su fantasmi o storie inquietanti. E’ un bisogno di catarsi per sfuggire alla paura? O siamo entrati nel secolo della paura? Abbiamo lasciato quello dell’ansia, secondo sociologi e psicologi, ed ora abbiamo poche difese di fronte al terrorismo, catastrofi naturali, imprevidibilità dell’essere umano? Fortunatamente ci sono sempre l’energia positiva, l’ottimismo di tante persone, l’entusiasmo. Stamattina  con le care amiche , mentre bevevamo il caffè al bar del Lungo Fersina, analizzavamo l’attuale epoca così individualistica e chiusa. Pur sentendoci noi tre  abbastanza soddisfatte  del nostro percorso esistenziale e  sufficientemente sagge per valutare i nostri tempi, percepiamo talvolta  tra le nuove generazioni un po’ di insicurezza, mancanza di puntelli …quasi “paura della paura” . E’ per questo che tanti ne scrivono?
Non ultimo questo ancor giovane scrittore norvegese Nikolaj Frobenius che si cimenta in una biografia del padre dei racconti dell’horror e dei thriller: il visionario Edgar Allan Poe. E’ un racconto a tre voci, quella di Poe, quella del critico letterario Rufus Griswold e quella di un personaggio immaginario, Samuel, che altri non è che il “doppio” di Poe.
 Ripercorriamo la vita di questo scrittore statunitense sin dalla perdita traumatica della madre di cui sentirà per sempre la mancanza. E’ ancora piccolo e presto perde  anche il padre. Adottato da un ricco negoziante, il signor Allen, ne assume il cognome. Sensibilissimo, bello, dallo sguardo carismatico, Edgar  può vivere negli agi e studiare, ma non riesce a terminare gli studi universitari per colpa dell’alcool e dei debiti di gioco. Inizia un degrado continuo intervallato da momenti di lucidità durante i quali scrive dei suoi incubi, delle sue visioni. “Cosa viene prima, la letteratura o la realtà ? Cosa viene prima la paura o la parola?” si chiede Nikolaj Frobenius.
 Poe sposa una sua cugina di appena 14 anni che, ammalata di tisi muore dopo una decina d’anni dal matrimonio ; egli l’ama moltissimo e il dolore per la sua perdita lo fa precipitare nell’annichilimento assoluto. Muore di delirio tremens , a soli 40 anni, nel 1849.
La sua vita sembra un’ubriacatura esistenziale, la sua lettura del mondo è quella del sotterraneo, dell’inconscio di cui scopre i segreti più inquietanti. Prima di Freud e di Jung fa emergere nei suoi scritti l’inconscio collettivo saturo di simbologie paurose  e magiche. Il lettore che entra nei suoi racconti in prima persona viene risucchiato e sprofondato nelle sue visioni. Il lettore diventa Poe. Egli ci descrive il mondo che vede: pauroso e distruttivo. “I confini tra l’onirismo e la dimensione ordinaria si confondono sempre più.”
In questo libro l’antagonista, Rufus Griswold prova attrazione e repulsione verso Poe . Pensa che  “…quello che scriveva Poe non era degno di persone rispettabili. Scriveva godendo della paura, si crogiolava nel dolore e nella decadenza, senza Dio, senza morale…doveva combatterlo, eliminarlo e ridicolizzare“.
Edgar Allan Poe diventerà invece un maestro per Baudelaire che lo traduce ; di Conan Doyle e le sue avvincenti storie misteriose; di Jules Verne; verrà preso come simbolo da tantissimi gruppi musicali, da registi vari; il famoso film “Il corvo” è ispirato  alla sua omonima celeberrima poesia. Nel libro che io ho  letto pochi giorni fa “Un’Inquietante simmetria” che parlava di fantasmi, ricordo che gli spettri dal cimitero di Highgate facevano spesso voli liberatori  sul dorso  di corvi…
In questa biografia romanzata si parla però delle reali sofferenze di povertà , malattie e delusioni di Poe e della giovane moglie Virginia Eliza. Si raccontano i pochi anni buoni vissuti a New York e a Richmond, si racconta di omicidi che copiano i suoi racconti dell’orrore. Primo fra tutti “I delitti della Rue Morgue”  (ricordo ancora quando mia mamma lo lesse e entusiasta me lo passò…l’aveva trovato bello ed originalissimo! beh…si parla dell’orangutango che uccide barbaramente due donne… ! )
Il personaggio di Samuel è invece inventato: un servetto nero albino, nè bianco, nè nero, che adora Edgar e che di nascosto lo segue per farlo diventare famoso…è lui che copierà fedelmente gli assassinii misteriosi e cruenti dei suoi racconti. Ed è  lui che rappresenta il “doppio” dell’animo turbato dello scrittore. Questa paura della propria dualità , una delle quali imprevedibile ed oscura,  viene raccontata magistralmente nel suo racconto “William Wilson” che termina con l’altro se stesso che gli bisbiglia: “…tu esisti in me, e con la mia morte; guarda con questa immagine che è la tua, come hai definitivamente ucciso te stesso”.Â
Ma di Poe e della sua opera, difficilmente classificabile in un genere, si dovrebbe parlare a lungo.
Ognuno di noi ha paura di qualcosa, basta capirlo per esorcizzarla…ai miei alunni facevo scrivere un “Quadernetto dei pensieri”,e alle classi prime assegnavo sempre un titolo “Le mie paure”. Molti scrivevano: paura del buio, dei serpenti, dei topi, dei ragni, dell’abbandono dei genitori , ma uno una volta scrisse …paura della paura.
La domanda d’obbligo è: quali le nostre paure? Amaimo i racconti horror e inquietanti?
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I TRE MOSCHETTIERI, e il brivido dell'avventura
pubblicato da: admin - 10 Aprile, 2010 @ 7:01 pm
Non solo “Piccole donne” o “Jane Eyre” fra le mie letture adolescenziali, ma anche tanti romanzi d’avventura, fra questi uno dei miei preferiti : “I tre moschettieri” di Alessandro Dumas padre.  “Andare” nella Francia del 1625, alla corte di Luigi XIII e seguire le azioni rocambolesche di D’Artagnan, il Guascone che diventa il quarto moschettiere al fianco di Athos, Porthos e Aramis, mi entusiasmò immediatamente. Già da piccola con gli amichetti facevo i duelli con gli attaccapanni di legno urlando “In guardia, fellone”, ma quando lessi il primo volume della trilogia di Dumas rimasi affascinata dai quattro eroi fedeli al Re e alla Regina. Amavo particolarmente Aramis perchè era il più colto, aveva sempre pronta una citazione latina e  componeva poesie.
Ricordo ancora l’edizione  che acquistai nel solito negozio di oggetti antichi,  aveva un copertina lucida sul verde scuro, ma ne ho perso le tracce da parecchi anni. Prima che esso sparisse ho fatto però in tempo a rileggerlo più volte. Una cosa curiosa è che mio zio Alfredo (un carissimo zio di cui era la nipote preferita), prima di morire, oltre a donarmi due bei mobili, mi regalò l’intera sua collezione di libri di narrativa della UTET, tenendosene  uno solo…e sapete quale ? Proprio ” I tre moschettieri“! mi disse che lo amava troppo per separarsene.
In questo romanzo si parla di alcuni puntali di diamanti regalati dal Re alla Regina, ma che quest’ultima  ha donato al duca di Buckingham. L’ambiguo e losco cardinale Richelieu lo sa e per creare zizzania propone a Luigi XIII di organizzare un ballo di corte insistendo affinchè la moglie per l’occasione  esibisca i puntali.  Gli intrepidi moschettieri accorrono in aiuto della Regina recuperando i preziosi, ovviamente  dopo mille peripezie e duelli.
E’ questo anche un romanzo storico perchè molti personaggi sono esistiti veramente, come i regnanti, il cardinale e il corpo dei Moschettieri, e persino un D’Artagnan che ha scritto “Memorie di D’Artagnan, capitano della prima compagnia dei Moschettieri del Re.” Ma nasce come romanzo d’appendice perchè  pubblicato a puntate sul giornale “Le Siècle”. Viene infine  dato alle stampe come volume nel 1844.
Naturalmente ho visto tutte le edizioni cinematografiche ed ogni volta ho partecipato commossa all’: “Uno per tutti! Tutti per uno”
Credo che sia rilassante, di estrema evasione leggere i libri di avventura. Nel mio primo scaffale di ragazzina c’erano anche “I viaggi di Gulliver”, “L’isola del tesoro”, “Robinson Crusoe,” “ Il Conte di Montecristo”…ma di questi possiamo scrivere un’altra volta.
Chissà quale moschettiere preferite e perchè; se amate questo genere; quali libri d’avvenura vi sono rimasti in mente…
RACCONTI, di Katherine Mansfield
pubblicato da: admin - 9 Aprile, 2010 @ 6:57 pm![u15279254[1]](http://trentoblogcommunity.com/unlibroalgiorno/files/2010/04/u152792541.jpg)
Katherine Mansfield amava la vita appassionatamente, ma il destino la fece morire di tubercolosi a soli 34 anni, nonostante tutte le cure per guarire, fra cui soggiorni sulla Costa Azzurra e un ultimo tentativo in un’alternativa colonia salutista diretta da un russo.
 Nata in Nuova Zelanda nel 1888, giovanissima si trasferisce in Inghilterra dove comincia a scrivere storie comuni di persone comuni. Fa emergere subito il senso di precarietà della vita, ma proprio per questo ne consegue la percezione immaginifica di intensi attimi sia di gioia che di sgomento. E di felicità improvvisa, come uno squillante fiorire di esotici fiori.
I suoi racconti hanno come titolo “Felicità “, “Preludio”, “Garden Party”, “Miss Brill”…quest’ultimo racconta in poche pagine la vita semplicissima di un’insegnante di inglese a Parigi che si accontenta di domeniche ai Jardins Publiques  perchè può indossare la sua pelliccetta, di sedersi in solitaria osservazione del mondo circostante su una panchina “speciale”, di gratificarsi, tornando a casa , acquistando una fetta di torta al miele esultando se vi trova una mandorla. “Se c’era le sembrava di portarsi a casa un minuscolo regalo – una sorpresa -qualcosa che avrebbe potuto benissimo non esserci”. Ma la malinconia emerge nella solitudine di Miss Brill che non ha acquistato la sua fetta di torta abituale e si ritrova , senza nulla per cui gioire, nella sua minuscola stanzetta buia .
Katherine Mansfield adora entrare nella vita degli altri, ascolta tutti,  come se non sentisse, ma incamera ogni frase, ogni dettaglio.. Osserva in silenzio e un po’ in disparte assorbita dalle sue fantasie colorate che entrano in sintonia con il sentire degli altri. Partecipa senza però concedersi.
Lei è una creatura ardente, è come un giardino di fiori selvaggi, quei fiori carnosi e vermigli della sua nativa terra e che sembra continuino a fiorire nel suo cuore.Se si potesse paragonare a quadri lei sarebbe quelli di Van Gogh. Vuole emozioni, è avida di sensazioni. Le giornate banali la deprimono “i giorni che non valgono la pena di essere vissuti” quelli in cui non accade nulla che ti accenda.
Percepisco anch’io delle giornate grigie, io le chiamo le “flinghe” come le carte che a briscola non valgono niente. Ma qui ci sarebbe tanto da discutere…non valgono niente perchè non arriva nulla dall’esterno? o perchè c’è il momento di stasi dentro di noi?…a volte una giornata solitaria può dare, grazie al lavorìo della mente e del cuore, entusiasmo e gioia, altre, piene di novità , possono invece rattristare.
Di Katherine Mansfield ho tanti libri, i suoi poemetti, i suoi diari, uno splendido saggio sulla sua vita e la sua arte, ma ne parlerò un’altra volta. Ora cito un altro bellissimo racconto di questa raccolta, “Preludio”, ambientato in Nuova Zelanda. La protagonistra è Linda Burnell nella quale si incarna l’adorata e lontana madre ma che rivela anche una parte della scrittrice che scopre, scrivendone, la sua identità . Capisce che anche in lei, come nella madre, esiste lo stesso occhio lontano, impartecipe, quasi come quello delle piante, dell’aloe …
Si parla di un trasloco, di matrimonio, di momenti particolari. Vi sono descrizioni coloratissime ” …un pezzo di sapone giallo e granuloso in un angolo del davanzale e un cencio di flanella macchiato di blu…” “…Stelle luminose screziavano il cielo e la luna stava sospesa sul porto spruzzando d’oro le onde.”
Nei pensieri serali di Linda nel suo letto  emerge la fame di vita della stessa Mansfiled, un desiderio insaziabile “Sì, tutto era diventato vivo fino alla più piccola particella, e lei non sentiva il suo letto, fluttuava sospesa nell’aria. Ma sembrava che stesse in ascolto con gli occhi splancati e vigili, che aspettasse qualcuno che non veniva, qualcosa che non accadeva.”
SOGNI A OCCHI APERTI, e il potere della fantasia
pubblicato da: admin - 8 Aprile, 2010 @ 7:18 pm
Chiudere gli occhi  come Alice, affacciarsi alla finestra, prendere un pizzico di immaginazione e abbandonarsi al fluire della vita. Tracciare nuovi pensieri nella nuova giornata che può essere sempre una pagina bianca. E sognare, anche ad occhi aperti, come suggerisce la piscoanalista Ethel S.Person autrice di questo libro la cui  lettura mi ha consolato e  ha finalmente legittimato il mio “ mondo parallelo”. Da piccola mi sentivo in colpa quando mi chiamavano e …non “c’ero”, persa com’ero  nei miei castelli in aria. Mia nonna Bianca mi prendeva in giro da pratica massaia emiliana com’era! L’immaginazione è stata una fedele compagna in molte occasioni, nei momenti di noia,  prima di addormentarmi, persino quando lavavo i piatti ; la fantasia correva e mi trasportava in altri luoghi e altri tempi.
Lasciarsi trasportare dalla fantasia è un bene, rassicura l’autrice  “Le fantasie – sogni ad occhi aperti, castelli in aria, scenari mentali di ogni tipo – sono un potente filtro per la nostra esperienza del mondo esterno ed interno…la fantasia è essenziale quanto l’aria” .
Ethel S.Person scrive che seguire il filo delle proprie fantasie è basilare per plasmare la nostra personalità e il nostro percorso esistenziale. Gli scrittori hanno sempre attribuito all’immaginazione un ruolo primario ( ricordiamo le rovinose fantasie di Madame Bovary o l’autocreatività del Grande Gasby), mentre spesso la psicoanalisi ha dato più importanza all’inconscio. Sembra proprio che fantasticare ad “occhi aperti”, immaginare situazioni belle o risolutrici di conflitti, liberi dall’angoscia e ci protegga da azioni precipitose. “La fantasia è un teatro nel quale assistiamo ai possibili scenari della nostra vita a venire”.
Non un’inutile distrazione o un rimpiazzo della realtà , ma la fantasia è la capacità mentale di pensare a possibilità , a contemplare alternative, quindi è creatività !  L’immaginazione è spesso considerata la dote umana per eccellenza. Evviva quindi i sognatori !
Nella sua precisa analisi Ethel S. Person ci spiega quali possono essere i principali sogni delle donne: senz’altro sognare del Principe Azzurro, di una futura famiglia , di riscattare qualcuno di sfortunato. Ricordiamo Jane Eyre e la sua dedizione al signor Rochester diventato cieco. Una mia fantasia di questo genere era quella di “salvare” la piccola fiammifferaia, portarla a casa al caldo, nutrirla e farla stare con noi.
In queste pagine vengono spiegati anche casi clinici in cui le fantasie sono lo strumento per comprendere il malessere psicologico. Un libro interessantissimo dunque per capire i misteri della nostra mente.
Un altro capitolo parla di idoli e identificazioni come schemi di partenza per i sogni ad occhi aperti. Ecco Batman, Wonder Woman, ma anche Rossella O’Hara. E personaggi reali come Jacqueline Onassis e Sylvia Plath. “Tramite l’identificazione, ciascuna razionalizza la propria tristezza, nobilitandola in qualcosa di romantico…”
Quali i vostri sogni ad occhi aperti?
Vorrei comunicare ai miei lettori che la mia video intervista si può vedere al seguente URL:
http://www.trentoblog.it/?page_id=28165
Si parla ovviamente di LETTURA!
ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE, di Lewis Carroll
pubblicato da: admin - 7 Aprile, 2010 @ 7:47 pm
Oggi mi sento un po’ come lo Stregatto del mondo meraviglioso di Alice, mi sembra di apparire e poi di scomparire. Non sono centrata, tutta tesa per le mille cose da fare, non ultima la video intervista  per  Trentino Cult. O forse è questa giornata di frusciante primavera che mi fa ondeggiare dal presente reale  a quello immaginario. Inoltre guardo l’orologio e mi vedo in ritardo , allora corro come il Bianconiglio… a cambiarmi.  Â
                                                                     *                                                                                                              Â
Sono contenta dell’intervista che la gentile Jessica mi ha fatto. Abbiamo parlato di Maurizio Costanzo e del blog e naturalmente di lettura e ciò che essa rappresenta per me. Domani probalmente si potrà già vedere.
Ora però sono con un grosso libro di fiabe che comprende appunto “Alice nel paese delle meraviglie.”  Ho voglia di sfogliarlo, un po’ sull’onda del film che stanno proiettando a Trento –  esaurite le frotte di bambini entusiasti, spero di poterlo vedere anch’io – e un po’ perchè il mondo che esiste oltre “lo specchio” o  una certa soglia, ha un fascino intrigante. Alice può oltrepassare quel limite spinta dalla sua curiosità , dalla  sua vivida fantasia e un po’ di buon senso.
Quando si vede crescere a dismisura parla con i suoi piedi “Poveri piedini miei! Vorrei sapere chi vi infilerà le scarpe e le calze, adesso…Io sono sicura di non riuscirvi: sono troppo distante per occuparmi di voi. Dovete sbrigarvela da soli. Per premiarvi, vi comprerò un paio di stivaletti nuovi, a Natale. Non vedo altra soluzione per ora…” Nonostante il fantastico cambiamento avvenuto dopo l’assaggio del pasticcino, Alice, da pratica ragazzina inglese, pensa già a risolvere il problema.
Ma noi sappiamo che le avventure sono appena all’inizio, che il Coniglio non l’aiuta e che lei ad un certo punto mormora “Com’è tutto strano, oggi! …Che mi abbiano cambiata con un’altra? Se non sono più io, chi sono allora?”. Interessante ogni lettura che noi diamo a questa fiaba, la ricerca dell’identità e la possibilità di un repentino cambiamento di noi stessi.
E il mondo a rovescio che trova nella cucina della Duchessa… non è forse l’eterno interrogativo di ciò che è e di ciò che può essere?
Personaggi indimenticabili per la mia generazione, anche grazie allo stupendo film di Walt Disney sono lo Stregatto , il Brucaliffo, il Cappellaio matto, la terribile regina di cuori.
Ma cosa ci vuole dire Lewis Carrol? E’ solo un raccontino scritto per la deliziosa figlia dei suoi amici o egli ci suggerisce che esiste un mondo di possibilità e meraviglie accanto a noi, raggiungibile  con la fantasia?
A volte io mi sento Alice per la capacità  di “evadere” dalla quotidianità e ondeggiare in un universo parallelo, non sempre solido, ma appagante e consolatorio. Voi vi sentite talvolta come lei? Potrebbe essere di aiuto “chiudere gli occhi” di tanto in tanto?
Quando Alice si sveglia e capisce che è un sogno viene mandata dalla sorella a fare merenda.
“La sorella, invece, si fermò, appoggiando il capo sulla mano; guardava il sole calante e pensava alla piccola Alice e a tutte le sue meravigliose avventure…E la pace diffusa intorno a lei si animò delle strane creature del sogno della sorella. Stette un po’ ad occhi chiusi e credette di essere nel paese delle meraviglie, benchè sapesse che, non appena aperti gli occhi, tutto sarebbe tornato alla realtà …”
MRS DALLOWAY, di Virginia Woolf
pubblicato da: admin - 6 Aprile, 2010 @ 6:18 pmNel cielo azzurro chiaro di  stamattina ho visto volare un aeroplano dorato. Ho pensato subito a  Mrs. Dalloway, quando  in una soleggiata mattinata di giugno alza lo sguardo e vede un aereo con un festone pubblicitario. Siamo nel 1923 e lei sta cercando dei fiori per il ricevimento che darà la sera. Un romanzo eccezionale in cui c’è la rottura del concetto tradizionale  del tempo. Tutto si svolge in un’unica giornata dilatata all’infinito con riferimenti al passato, al presente e al futuro.
E’ quello che, credo, ognuno di noi sente in ogni attimo della propria vita, quegli attimi densi della nostra storia. Se ci soffermiamo a riflettere  possiamo percepire che ogni pensiero è correlato a ricordi, sogni, aspettative.
Virginia Woolf ha 43 anni quando scrive questo libro; sono gli anni artisticamente più fecondi e il suo senso della vita verrà concentrato e “psicologizzato” nell’animo di una signora dell’alta borghesia londinese.Virginia si immerge nella signora Dalloway, assegnandole i suoi turbamenti e  i suoi interrogativi  fino a riuscire a riordinarli proprio scrivendone.
 Quando apre la porta di casa per uscire, Mrs Dalloway rivive l’analoga sensazione di quando, ragazza,  apriva la finestra affacciata sul prato di casa sua. Ogni gesto, ogni incontro produce in lei una reazione impregnata da altre esperienze. E’ un monologo interiore che fluisce ininterrottamente nei suoi pensieri. Dagli attimi e pensieri leggeri come l’incontro con un conoscente al quale dice di amare passeggiare per le vie di Londra , “I love walking in London”, a domande sull’amore e sulla solitudine. Si chiede se i ricevimenti uniscano veramente le persone o le facciano sentire ancora più sole.
Clarissa Dalloway ha 50 anni, ha un marito gentile che assomiglia a Leonard Woolf, una figlia impegnata nel sociale. Tutta la sua vita viene raccontata mentre si organizza  questo ricevimento al quale sarà invitato anche un suo vecchio spasimante.
Parallelamente si snoda la vicenda di Septimus Warren Smith il cui legame con Mrs. Dalloway è il medico che lo ha in cura. Quest’ultimo, invitato al party, racconterà del suicidio di Warren Smith.
C’è un conflitto tra la vita e la morte. Clarissa, chiara, aperta, gaia e Warren Smith (war:guerra; smitten: colpire) l’oscurità della pazzia, l’odio per il tragico passato di guerra.
Vincerà la vita, il ricevimento si farà e lo spazio della casa di Clarissa diventerà , come lei vuole, “il luogo dove essere”.
Il tempo e la memoria sono il centro del romanzo. La memoria è la somma di tutti i sensi, è un agente di continuità . Septimus, il deuteragonista, odia il passato perciò non riesce ad integrarsi nel presente e tantomeno pensare al futuro: per Clarissa invece la memoria è la somma di tutti i sensi, è un agente di continuità , è un insieme di emozioni da rivivere in tranquillità . In una scena finale Mrs Dalloway si affaccerà alla finestra per riflettere e ricordare.
La finestra è un occhio sul mondo esterno ma diventa anche un canale di introspezione proprio in questo andare e venire del dentro al  fuori. Attraverso la finestra in un altro celeberrimo romanzo della Woolf  si vede il faro…
 Per me, qui a Trento, è proprio l’affacciarmi alla finestra il momento della pausa, del pensiero vagolante, del punto della situazione…ho sempre un rettangolo di cielo da guardare…e altre finestre.
 Qual è il vosto punto di “raccolta”in voi stessi?
LE MADRI E LE FIGLIE, un filo solidissimo
pubblicato da: admin - 5 Aprile, 2010 @ 7:32 pm
Sono appena tornata da due giorni rilassanti trascorsi alle Teme di Montegrotto. Piscina termale, vasche con idromassaggio, sauna e pasti luculliani. Piacevolezze della vita, ancor più gradevoli perchè condivise con persone amiche. Fra queste una carissima signora ottuagenaria, le sue figlie e le sue nipoti. Un filo conduttore forte e prezioso che mi ha ricordato il forte legame che io avevo con mia madre e mia nonna e che ora continuo ad avere con mia figlia …e naturalmente un libro, un romanzo di Patricia Gaffney “Le madri e le figlie” (titolo originale “Circle of Three”).
 Non sempre, come si può leggere nelle pagine della vita e della letteratura  i rapporti madri e figlie sono positivi. Scrive la Gaffney: “Secondo me la famiglia, ogni famiglia, è un po’ come il cilindro di un prestigiatore, sempre pieno di sorprese…”. In questo suo romanzo troviamo una quarantenne, Carrie, appena rimasta vedova che cade in una profonda depressione dalla quale riuscirà a salvarsi anche grazie alla figlia adolescente e alla madre un po’ invadente. Si racconta quindi di una risalita per la serenità ; dei sogni e delle difficoltà di Ruth, la figlia quindicenne, ansiosa di affermare la propria identità ; delle inquietudini dell’invecchiamento di Dana che ha appena compiuto settant’anni. Vengono esplorati con sensibilità ed ironia i delicati equilibri fra generazioni femminili.
Ripenso alla mia care amiche delle terme: la nonna che diceva di amare la vita “Non è bella la vita?” esclamava a tavola davanti alla torta millefoglie o nella piscina dell’acqua calda. Le sue figlie (le mie care Penelopi ) attente e  pazienti nei suoi confronti; la bellissima nipotina, studentessa di architettura a Venezia che le chiedeva di cucinarle una torta speciale. Io assaporavo con nostalgia questo legame ripensando alla complicità femminile della mia famiglia d’origine in cui esisteva un nostro lessico indimenticabile, nostri riti e una capacità di comprensione immediata.
Mi sono ritemprata dunque, non solo per un ozio piacevole tra acque calde e vapori profumati di essenza, ma anche per un tuffo in un vitale e solido arazzo familiare.
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