IL CIECO, di Gianluigi De Marchi
pubblicato da: admin - 22 Settembre, 2010 @ 7:23 pm
Una parentesi di nostalgia per le  nostre radici e  per il  nostro “mare” reale o metaforico. Siamo senza dubbio un popolo di navigatori, poeti e santi. E  Riccardo che è un navigatore, un poeta…e forse anche un santo? ci propone attraverso  la sua accattivante parola immaginifica un libro particolare che lui ama per consonanze, amicizia, cuore. Â
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Edizioni Demarketing
Pagg. 68, €10
richiedibile all’autore demarketing2008@libero.it
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Mare d’amare, ovvero ritorno alle origini, cioè alla mia Liguria, dove sono nato!
Difficilmente IL CIECO farà parte della Storia della letteratura italiana, ma non sempre si scrive un libro per vincere il premio Nobel o per entrare nell’elenco dei grandi scrittori: lo si può fare anche solo per il piacere di scrivere qualcosa che appassiona.
E così pare che abbia fatto un mio vecchio amico Ligure, da anni emigrante ed emigrato a Torino, affermato scrittore di numerosi libri di finanza, il quale questa volta si è cimentato con una storia romanzata ambientata a Camogli, la città d’origine dei suoi antenati.
Il Cieco è un romanzo perfettamente ambientato nel suo contesto storico (l’ultimo decennio del XIX secolo), con precisi riferimenti a personaggi autentici come l’arcivescovo Salvatore Magnasco di Genova, Simone Schiaffino (l’eroico garibaldino morto a Calatafimi), il professor Olivari.
E’ la storia di un armatore camoglino, Francesco, il quale perde improvvisamente la vista per un fatto misterioso ed inizia un lungo percorso di riflessione interna e di riavvicinamento alla fede perduta. Inutili le cure di un luminare dell’oculistica, solo un miracolo potrà salvarlo. Il finale a sorpresa corona l’appassionante vicenda in maniera emozionante ed inaspettata.
Il libro vive soprattutto dell’atmosfera magica che sa creare intorno al protagonista, alla sua famiglia ed all’amico fraterno Prospero, rettore del Santuario del Boschetto scenario principale della narrazione.
La vicenda è di fantasia, ma la Camogli descritta è autentica: basta farle una visita per rendersene conto ed appezzarne l’autenticità senza le tante concessioni al turismo di massa che qui, almeno in parte, non ha fatto breccia.
Un testo scorrevole e piacevole, scritto con garbo che merita attenzione soprattutto per la spontaneità e la delicatezza del linguaggio.
Mi permetto di “illustrare†il bel libro di Gianluigi con una mia “foto – grafiaâ€: la poesiola “Caruggioâ€, ovvero, dal dialetto ligure, “piccola ed antica strada incastonata fra le case, per il passaggio dei carri, e non soloâ€.
CaruggioÂ
La storia
è passata di qui.
Ha lasciato il suo umore
nelle pietre levigate
nelle ombre frequenti
negli stretti ritagli di cielo
nelle case addossate.
Ascolta la voce
di quello che vedi.
Sofferma il pensiero
su chi riempie di sé
la piccola via.
Persone diverse
che un antico crogiuolo
difende
dal moderno artiglio rapace,
confusa umanitÃ
padrona di un mondo
che tu
passante distratto
puoi solo violare
oppure
cercar di capire
in silenzio
ed amare.
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Riccardo Lucatti
Da: demarketing [mailto:demarketing2008@libero.it]
Inviato: giovedì 23 settembre 2010 18.03
A: Riccardo Lucatti
Oggetto: Re: IL CIECO x blog
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questa sì che è camogli, l’altra foto sembra più sestri levante…
ciao, grazie per la bellissima recensione
gianluigi
SORELLE E COMPLICI, e le relazioni privilegiate
pubblicato da: admin - 21 Settembre, 2010 @ 6:38 pm
Questo stupendo libro di Jane Dunn che ci descrive l’esistenza di  Virginia Woolf  intimamente collegata con quella di sua sorella Vanessa Bell, doveva essere uno dei miei primi libri da presentare nel blog. Ma, come a volte capita, si tende a tenere “il boccone più gustoso” per ultimo, o almeno questo tendevo a fare…ora cerco di  non farlo più…ora so che occorre afferrare subito il massimo…al presente…
Finalmente ne parlo. Perchè? Forse perchè stamattina, dorata mattinata di lieve autunno incipiente, incontro due coppie di sorelle che sembravano complici. Una coppia si è iscritta confabulando sommessamente ai corsi della Utetd (che invidia i loro sguardi sicuri, le decisioni concordate già prese! io indecisa tra tai chi, yoga, danze, ecc.); altre due sorelle tornavano invece soddisfatte dall’acquisto di camicie per i rispettivi mariti. Immagino i loro consigli reciproci, il confabulare. Io, da sola, invece mi sono comperata il cappottino nero. Mi starà bene? Mi nasconderà la ciccia? Non sarà troppo giovanile tanto da farmi apparire una nonna-fanciulla?
Ah, come vorrei avere una sorella! Una sorella complice, naturalmente. Come quelle dei racconti della Pym, dove entrambe si sostengono a vicenda, si consolano o della vedovanza o della solitudine sentimentale perenne e sono un fronte unito contro l’imprevedibile.  Naturalmente non  come le sorelle-nemiche di altra letteratura di cui abbiamo già parlato, o come certi film dell’orrore. Chi ricorda “Che fine ha fatto Baby Jane?”.
 Sorelle che riescono a comprendere e  condividere la propria essenza e ricordare senza acredine il passato familiare comune.
Se poi le sorelle sono persone speciali, sono artiste come Virginia e Vanessa leggere della  loro vita diventa un estremo piacere. Fra loro poca differenza d’età , soltanto tre anni. Ma Vanessa , pittrice di talento (suo il ritratto di Virginia nella copertina del libro) ha sempre avuto un rapporto di protezione materna verso la sorella sensisibilissima e psicologicamente fragile. Anche rivalità però, quella certa tensione di accesa attenzione l’una per l’altra, in ogni caso relazione singolare, ricca di intimi segreti incomunicabili agli altri, tanto da sentirsi sempre una”coppia” contro gli altri.
Dai tempi della loro difficile adolescenza nella famiglia ampia di fratellastri ambigui e sorellastre amate e perdute, all’ambiente intellettuale di Bloomsbury, territorio non più sotto il controllo dell’educazione vittoriana, ma trampolino per i primi disinvolti atteggiamenti liberi sia morali che sessuali.
Vite intrecciate in ogni caso anche dopo i rispettivi matrimoni. Si parla di un flirt fugace di Virginia con il marito di Vanessa, si raccontano momenti di incomprensioni e rancori. Una competizione quasi cosmica sembra dividerle: Vanessa fertile e domestica, Virginia sterile e intellettuale, ma la complicità promordiale che le attorciglia non riesce ad allontanarle. Vite congiunte, diverse, complementari quasi allo spasimo. Le loro biografie distinte le possiamo rileggere con interesse. Ma per tracciare la reciprocità della natura di queste due sorelle occorre accostarle. Troppo impastate l’una con l’altra. Scrive Jane Dunn:
“Basta prendere un qualunque brano di Virginia, aprire a caso i diari , o le lettere, o anche la narrativa, ed ecco emergere Vanessa. D’altro canto, quando Vanessa si trovava ad affrontare gli abissi della disperazione e a dubitare della sua stessa esistenza, è a Virginia che si rivolgeva.”
Il loro è un rapporto molto stretto, una sorta di “respiro unico”, pur nella lotta di essere ed essere percepite come persone diverse,perchè  ci sono il desiderio e la necessità di essere una cosa sola.
Dopo la turbolenta vita sentimentale di Vanessa, dopo i grandi romanzi di Virginia e le sue ricadute nella “follia”, eccole ancora più vicine, negli ultimi anni prima del suicidio di Virginia.
E’ vero che fra sorelle si può creare il più intimo e duraturo dei rapporti personali?
Chi ne sa qualcosa?
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PORTAMI A CASA, e la ricerca di un nuovo equilibrio
pubblicato da: admin - 19 Settembre, 2010 @ 7:31 pmE’ il secondo libro di Jonathan Tropper che leggo, il primo è “Tutto può cambiare” ed entrambi si focalizzano sulla ricerca di “amalgamare”, come scrive Cinzia” i vari ingredienti della vita”. Riordinare con calma il disordine .
Sempre la famiglia al centro di tutti noi, quella d’origine, quella che abbiamo o non abbiamo creato… Questo microcosmo, cellula vitale della nostra società , può essere terreno di perfetta, vera o presunta, armonia o terreno di rapporti conflittuali irrisolvibili. Nonostante tutto, con pazienza, prendendo un “ingrediente” alla volta si può capire, tollerare, perdonare o recidere, ma trovare alla fine un nuovo equilibrio.
In questo romanzo, ormai bestseller negli States, troviamo una famiglia in frantumi costretta a ritrovarsi nella casa paterna  per celebrare la Shiv’à , ultima volontà del capofamiglia defunto. La Schiv’à è il periodo di lutto prescritto dalla religione ebraica: per sette giorni consecutivi tutta la famiglia dovrà riunirsi sotto lo stesso tetto e ricevere le visite di condoglianze e ricordare episodi della vita dello scomparso.
Quattro figl, tre maschi e una femmina ritornano dalla madre in lutto, una famosa psicologa autrice di libri di consigli per l’infanzia. Una donna appena over 60 che mostra con orgoglio il suo seno rifatto, le gambe ancora belle e che  cerca di riagganciare  i fili spinosi, contorti, usurati dei rapporti fra i  fratelli.
Il racconto, scritto con acume, calore, realismo e umorismo graffiante fa vivere anche a noi lettori  questi sette giorni di obbligata convivenza in cui riaffiorano vecchi rancori irrisolti, passioni ancora vive, segreti inconfessabili. Sembra di essere seduti su una polveriera.
Judd è il protagonista narrante, è lui che sta vivendo una drammatica separazione dalla moglie, ma è lui che ricorda gli avvenimenti che hanno disgregato la sua famiglia. Il lontano ricordo del rottweiler che ha dilaniato il braccio del fratello maggiore Paul, il preferito del padre, lo sportivo vincitore di borse di studio gli aveva già  fatto capire allora“…che fosse rimasto menomato il fratello sbagliato. All’epoca non lo sapevo, ma quella fu la notte in cui andammo in frantumi, e negli anni a venire i frammenti dai contorni irregolari di noi tutti avrebbreo continuato ad allontanarsi sempre più gli uni dagli altri, pezzettini essenziali che andavano persi qua e là , finchè non rimase la benchè minima speranza di poterci mai rimettere insieme.”
Ma la vita è piena di sorprese, “tutto può cambiare”. La moglie fedigrafa può riservare delle sorprese, antiche amicizie ritrovate si possono rivelare la spinta ad abbandonare la commiserazione, il perdono regala imprevedibile forza, sepolti ricordi fanno riaffiorare una tenerezza dimenticata.
E’ un racconto di un uomo, scritto da un uomo, che sembra attingere alla nostra capacità femminile sottolineato da Cinzia, di “affrontare una cosa alla volta” di “aiutare lo zucchero ad amalgamarsi con il burro e il cioccolato…” di ritrovare la “nostra casa interiore.”
VERGOGNA, di Taslima Nasreen
pubblicato da: admin - 18 Settembre, 2010 @ 6:11 pmDALLA PARTE DI SWANN, e nostalgia del suo Tempo
pubblicato da: admin - 17 Settembre, 2010 @ 3:41 pm![cat,sp,colombia[1]](http://trentoblogcommunity.com/unlibroalgiorno/files/2010/09/catspcolombia11.jpg)
Quando piove sembra che il tempo si fermi. Passato e presente riuniti in un continuum. Non posso fare a meno di scrivere tutto ciò che la vita mi regala, mi sollecita, mi intriga. Come diceva Charlotte Bronte una giornata senza aver messo qualcosa di nero sul bianco di una pagina è una giornata persa.  Un vortice di impressioni, vibrazioni, piacevolezze, “intermittenze”, spingono i grafomani a esternare per iscritto il proprio vissuto per capire meglio e ampliare il proprio tempo. Schnitzler aggiungeva, forse, per un senso di solitudine. Parlare di noi, ma  anche degli altri, questi nostri vicini di viaggio che si devono “leggere”come libri, con attenzione, interesse, empatia.  Prima di affondare nuovamente in  Proust è doveroso parlare dei commenti dei visitatori che ieri sono stati prodighi di sè. L’interesse per gli altri, non è curiosità , è un togliersi dall’autoreferenzialità , è un arricchimento prezioso, un aiuto reciproco.
 Piacevole dunque conoscere parti del passato di Cristina, ricordare familiari intenti o no alla lettura, insomma condividere pezzi della nostra vita.
Che dire ancora di Proust? Per me è una necessità ricorrente. La sua Recherche, romanzo di memoria, di filosofia, una ricerca della verità propria e degli altri, della forza costruttiva dell’arte è impastata con il mio essere Lettrice. Non solo l’analitico contenuto sul Tempo, su una società , sugli impulsi positivi e negativi di noi essere umani, ma maestoso arazzo geometrico e musicale.
Leggere Proust per me è ascoltare musica: bisogna essere un po’ preparati però  per addentrarsi nel vortice sinuoso dei suoi periodi che si attorcigliano, scendono e risalgono con fluidità fino a un punto che sembra un vicolo cieco , ma soltanto per accorgersi che invece  sono pronti per deflagrare con improvvisa fluidità  nel compiuto. E con la placidità di un lago congiunzioni, parentesi, pronomi relativi si rincorrono, e sembrano vivi e formano in questa geometria grammaticale  un’intera società , un mondo intero, una sinfonia indimenticabile.
Torniamo a Combray, noi tutti, suoi amanti, riassaggiamo nei nostri pomeriggi piovosi e forse aridi per fraintendimenti, delusioni, la piccola madeleine intinta nel tè. E subito la consolazione del conosciuto, dell’intrecciarsi delle nostre  fasce nervose del cuore e dei sensi all’essenza stessa della nostra anima spiegataci mirabilmente da Marcel.
Ma come Marcel, solitario nel suoi ultimi anni nella stanza rivestita di sughero, dobbiamo toglierci le maschere per vederci veramente chi siamo, senza la impalcature superficiali che talvolta indossiamo per  sembrare chi vorremmo essere, dobbiamo ascoltare anche gli altri e non solo la Contessa di Guermantes , gli arricchiti Verdurin, Odette, ma proprio, come ci insegna Proust, la voce della cuoca “que vous impressionne agréablement parce que le bruit de voix c’est un chose qui est”. Perchè “Les chose sont si belles d’etre ce qu’elles sont”!. E la verità nuda è bella e voluttuosa.
L’attesa del bacio materno del piccolo Marcel è un altro dei frammenti di questo primo libro, insieme ai ricordi dei turbamenti e delle inquietudini dell’adolescenza. E’ qui che si delineano i personaggi di Odette, di Charles, e si entra nei due mondi, quello dell’alta borghesia di Swann e quello dell’aristocrazia all’inizio della sua decadenza.
Sappiamo che la Recherce è la storia di una vita, che assomiglia molto a quella di Proust, ne viviamo trepidanti insieme al protagonista la vocazione per la scrittura che sembra non potersi realizzare, ma che infine lo sarà , come per un miracolo necessario,  ma non è un’autobiografia. E il Narratore non è Proust, come i suoi personaggi non sono mai esistiti. E’ il puntiglioso sguardo proustiano che riesce a staccarsi dal sè verso l’altro, verso l’intensa appassionata investigazione del mondo e della sua variegata popolazione. Tutti i suoi personaggi inventati hanno però corrispondenze con la vita reale. Insomma sembra tutto falso quando invece risulta tutto vero. Proust è un fine psicologo e sa che l’uomo è complesso e molteplice, semplice e contradditorio. E che muta con il trascorrere del tempo. Il grande Tempo proustiano che rivive e legittima la Realtà ricordandola. Perchè non entrare dunque, in questo pomeriggio piovoso, nel boudoir di Odette de Crécy vestita all’orientale, in attesa con finta trepidazione di Swann e delle sue orchidee Catlleya? O nel salotto di Madame Verdurin tra i suoi “fedeli” per ascoltare un giovane violinista?
Proust sembra descrivere un’isola felice, una società che si autoesalta, si incensa, ma in realtà  ci svela con leggera tristezza la visione pessimistica e controversa di questo mondo così attento alle apparenze e poco propenso alla comprensione.
L'UOMO CHE SMISE DI FUMARE, di P.G.Wodehouse
pubblicato da: admin - 16 Settembre, 2010 @ 4:04 pm
Rimaniamo in Inghilterra anche oggi, ma con spirito più lieto, insieme ad uno scrittore che anch’io amo particolarmente. Mi piacciono le metafore con le quali Valentina, che oggi ci scrive il post, accosta la sua lettura ad ogni racconto di Wodehouse.UNA LEZIONE DI STILE, di Marta Morazzoni
pubblicato da: admin - 15 Settembre, 2010 @ 6:22 pmDopo l’intermezzo gattesco che ha suscitato commenti, poesie e riflessioni divertenti e interessanti (il mondo futuro non sarà dei gatti e dei cani come paventa la mia cara amica Renata?) ritorno alla narrativa degli umani. La settimana scorsa decido che è ora di leggere un romanzo italiano. In biblioteca  vedo un libro dalla bella  copertina blu, un titolo accattivante, un’autricre vincitrice di un premio Campiello, Marta Morazzoni .
E’ ora, mi dico, di lasciare la mia amata Inghilterra per il nostro paese…ma non è così! Perchè ” Una lezione di stile” si svolge in Inghilterra, nei pressi di Londra, precisamente nel maniero di Lord e Lady Blands.
Non l’ho fatto apposta. Ma entrare di nuovo in una casa dell’aristocrazia terriera inglese, fra ritratti di antenati, giardino e parco con gloriette,  riti per il tè, ecc. mi piace. Attenzione però, qui non c’è la descrizione serena e invidiabile alla Jane Austen o quella simpatica e divertente alla Wodehouse. Qui ci sono vicende drammatiche vissute soprattutto dall’io narrante, colui che si sente alle dipendenze del signore-padrone di Ashbery House.
E’ una strana storia, talvolta mi sono chiesta perchè è stata scritta, perchè la scelta di una così particolare vicenda. Che cosa spinge gli scrittori a soffermarsi su alcune tematiche peculiari? Necessità di autobiografismo, invenzione, spinta alla pubblicazione?
 Ciononostante, sebbene sentivo delle forzature, la storia mi ha avvinto. E’ il protagonista, insegnante senza più scuola, in fuga da se stesso che si rintana, grazie a un lavoro di precettore per la figlioletta muta di Lord Blands, nell’isolamento della campagna di Asbery House, che incuriosisce e intriga.
Egli si sente vivere in “seconda fila” e da masochista spia, invidia, si immedesima nella vita del gentiluomo di campagna la cui vita non è in ogni caso idilliaca. Moglie gelida e lontana, figlia muta, lui che ama tanto la musica anche nel suono delle voci, madre odiata  al manicomio. Ma egli risulta ugualmente vincente, ha un’amante deliziosa, la modista Rose ed è circondato dalla sicurezza economica e di rango che lo consola degli avvenimenti negativi.Â
Non così per il nostro precettore sempre in bilico dal vorrei e non posso. Vorrebbe entrare nella vita di Lord Blands, essere assimilato nella sua famiglia, godere della facilità della ricchezza, del rispetto servile, avere un pubblico sempre pronto ad approvare.
Egli si sente invece attore e pubblico di se stesso, insignificante, solo. Ma soprattutto spettatore e non interprete.
 Ancora in evidenza le distanze sociali: il mondo dei  privilegiati per nascita e ricchezza e il mondo degli altri. Qualche tentativo di comunicazione, ma alla fine risultano mondi distanti e incomprensibili l’uno all’altro.
E’ così non è vero, ovunque?
SHANTARAM, uomo della pace di Dio
pubblicato da: admin - 14 Settembre, 2010 @ 5:59 pm
Gregory David Roberts
“Shantaram”
Neri Pozza Ed., Ottobre 2005
1174 (millecentosettantaquattro) pagine, €22,00
Come promesso ecco una presentazione di Riccardo che controbilancia l’effluvio di introspezioni e confronti con eroine letterarie tipicamente femminili. E naturalmente come richiesto ecco  l’immagine di Dorian dall’occhio azzurro intenso,  gatto che io definisco “imperiale”.
Dopo tanta storia, amori, viaggi, mare e vela, gattini e gattine, ecco un romanzo di avventure moderne.
Australia. Un uomo, dai 20 ai 25 anni leader del movimento studentesco. Prima rapina in Australia a 25 anni con una pistola giocattolo. Catturato tre anni dopo, scappa dal carcere. Si reca a Bombay e quindi si arruola nei combattenti mujaheddin in Afghanistan. Viene ferito e trasportato in Pakistan. Due anni dopo viene arrestato a Francoforte e imprigionato nel carcere di massima sicurezza di Preungeheim. Viene quindi estradato in Australia dove sconta due anni di confino e quattro di reclusione.
No, amici, questa non è la trama del romanzo, ma la vita del suo autore, nato a Melbourne nel 1952 e autore quasi autobiografico di un libro con un ottimo rapporto prezzo/prestazioni: infatti le pagine sono tante. Al riguardo, quando entro nella mia libreria “del cuore” (Il Papiro, Via Grazioli, Trento) talvolta apostrofo il mio amico titolare con “Per piacere, un libro di non meno di 400 pagine”. Lui sorride, perché conosce la velocità (elevata) con cui divoro i libri. Solo che i clienti presenti si girano per vedere chi è che acquista libri “a peso”!
Non aggiungo altro se non che i diritti di riproduzione cinematografica del romanzo dono stati acquistati da Johnny Depp
Dimenticavo: “shantaram” in una delle tante lingue indiane, significa “uomo della pace di Dio”,forse perché oltre che a recitare nei film di Bolliwood e di stringere relazioni pericolose con la mafia indiana, il protagonista (o il suo autore?) allestì anche un ospedale per i mendicanti e gli indigeni … o forse perchè egli (o il suo autore?)aspirava a diventare un vero uomo della pace di Dio, topo tante peripezie …
Buona lettura!
Riccardo Lucatti,
CERCANDO EMMA, e i nostri compagni letterari
pubblicato da: admin - 13 Settembre, 2010 @ 5:13 pmNon ricordo di aver letto “Un cuore semplice” di Flaubert, neppure negli anni della  lettura rifugio, salvezza, fuga dalla realtà  di quando, adolescente,  salivo le scale rinascimentali del Castello dei Pio a Carpi dove aveva sede la polverosa e magica biblioteca. Mi sarei senz’altro ricordata di Felicité.
Ah, mille anni ancora per poter leggere tutto ciò che mi ingolosisce? Ma ho letto “Madame Bovary”, come penso l’avremo letto tutte noi “ragazze”. E gli uomini?
In fondo Emma rappresenta una gran parte intima del suo autore. Celeberrima l’enunciato di Flaubert “Madame Bovary c’est moi“. Eppure Flaubert ce la descrive con stizza, con antipatia. Quando si notano i nostri difetti negli altri ci irritiamo, non è così?
Dacia Maraini presenta un’ ennesima analisi critica di questo romanzo, “Emma Bovary è di casa nella nostra città interiore” scrive  e indaga sul profondo e contradditorio rapporto che lega uno scrittore al suo personaggio più amato. Personaggio dell’immaginazione ma che fa luce anche  sulla nostra realtà più nascosta e diventa “nostro” e vero nel momento in cui il suo destino coincide con la nostra nostalgia, il nostro dolore, la nostra esperienza personale, il nostro vissuto.
Altri personaggi rimangono avulsi dalla nostra cognizione perchè troppo distanti emotivamente o intellettualmente, ma moltissimi altri rispecchiano parte di noi. Emma Bovary è uno di questi probabilmente. Siamo noi, almeno in piccola parte.
 Questa insoddisfatta, ambigua donna si nutre di letture mediocri che per essa sono il veicolo per sfuggire ad una inaccettabile e squallida realtà . Nonostante le nefandezze del suo pessimo carattere, Emma persegue un sotterraneo e tenace sogno di libertà .  Sembra una “Don Chisciotte che combatte contro i mulini a vento delle eterne province del pensiero, pronta a regalare il cuore per ogni piccolo sogno di evasione.”
Anch’io, da ragazzina, nei momenti di sconforto e inaccettazione di una realtà che non sentivo mia, fuggivo e mi rintanavo nei romanzi, ma altre eroine letterarie mi sollecitavano l’imitazione…Jane Eyre, soprattutto che lavorava e non si faceva abbindolare…che non era egocentrica come Emma.
E voi?
Perchè Flaubert sembra prendere in giro la sua antieroina? Rende grottesche le sue scontentezze, mentre noi scopriremo che sono tragiche proprio in quell’essere donna progioniera dei costumi dell’epoca.
“Un uomo per lo meno è libero” dice Emma ” un uomo può viaggiare per paesi e passioni, può superare gli ostacoli, affondare o denti nella felicità lontana. Una donna è continuamente impedita. Inerte e flessibile, ha contro di sè le mollezze della carne con le dipendenze dalla legge. La sua volontà , come la veletta del suo cappello trattenuto da un cordoncino, palpita a tutti i venti, c’è sempre qualche desiderio che la trascina e qualche convenienza che la trattiene. “
Interessante leggere le lunghe e corpose lettere che Flaubert scrive a Louise Colet ” Tu non capirai, tu che sei tutta d’un pezzo, come un bell’inno d’amore o una poesia. Io sono un arabesco di intarsi, ci sono in me pezzi d’avorio, pezzi d’oro e di ferro. Ci sono anche pezzi di cartone dipinto. Ci sono diamanti. Ma ci sono pure pezzi di latta.”
In Emma ci sono moltissimi pezzi di latta fasulli ma anche la durezza del diamante tanto da farla divenire un archetipo della rivendicazione femminile alla libertà nel bene o nel male. Per sua scelta.
E’ lontano da noi questo personaggio? Se noi crediamo di discostarcene troviamo invece somiglianze in altri ? Sentiamo l’impulso a scendere  nel nostro inconscio e capire che siamo sempre “Uno, nessuno, centomila”?
Questo lungo post è stato sollecitato sia dal commento di Camilla sulle  due donne eccezionali come Emerenc e Felicité, sia dall’uggiosa mattinata autunnale che mi tiene in casa, e  che  mi piace perchè mi permette di scrivere, bere caffè in deliziose tazzine colorate con il coperchio, ricevere una affettuosa telefonata da Rosetta, una e-mail da Donatella e godere dell’incontro ravvicinato con la scrittura e la mia sete letteraria.
Basta però. Domani per controbilanciare la mia prolissità spedirò un post di un uomo, del nostro  Riccardo che non credo si senta Emma Bovary… Oppure?
Inoltre ci sarà , dietro richiesta di  Enza,  la foto di Dorian, il suo gatto assistente…
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TSUGUMI, di Banana Yoshimoto
pubblicato da: admin - 12 Settembre, 2010 @ 8:01 pm“Le parole tra noi leggere” - ma non troppo – come appunto sono quelle di Lalla Romano, ci sollecitano a cercare altri  libri, ricondurci a filosofi, poeti, autori particolari come hanno scritto Valentina e Miki.
 Un libro tira l’altro. La felicità nelle piccole cose mi ha fatto pensare alle due adolescenti giapponesi descritteci da Banana Yoshimoto. Sembra proprio che la prima giovinezza non si accontenti dei piccoli piaceri, ma desideri ed insegua “il miraggio di felicità intensa” che è il patrimonio per poter “tirare avanti e invecchiare”.Â
 Ognuno di noi ( “grandi” ) avrà gioito e sofferto gli eccessi di speranze, delusioni, sentimenti, per arrivare ad una placida baia di ragionevolezza o quasi…
Forse la abbiamo raggiunta  giorno dopo giorno o forse abbiamo iniziato a “crescere”, a cambiare,  in un momento particolare come capita a Maria e Tsugumi, le due cugine che si ritrovano a trascorrere una magica, forte, emozionante, risolutiva estate al mare.
La narratrice è Maria, tranquilla, buona che subisce il carattere ribelle, egocentrico, “cattivo” della cugina che ci viene descritta così: ” Senza dubbio Tsugumi era una ragazza impossibile… Era cattiva, maleducata, sboccata, capricciosa,viziata e  sleale…”
Ma Tsugumi è fisicamente fragile e il suo destino sembra segnato. Forse per questo tutti sopportano il suo pessimo carattere.
Nella bellissima estate trascorsa sulla costa della pensiola di Izu con la cugina e altri coetanei, Tsugumi conosce anche  l’amore e riesce finalmente a far trapelare la sua vera natura sensibile.
Racconto scritto nel 1989 quando la Yoshimoto non era ancora trentenne.
Nella vita di ognuno ci sono periodi in cui avvengono quelli che io chiamo  “salti” di qualità o scatti in avanti,  e con questo intendo la capacità di conoscersi, stare bene con se stessi, tollerarsi maggiormente, migliorare.
Credo che non si smetterà mai di voler “saltare” in avanti.
Ma ora ricordo un’estate al mare e un momento risolutivo per la mia insicurezza, la scarsa autostima, il timore di non sapermi rapportare con gli altri quando feci la scoperta che potevo essere simpatica e ciarliera. Serata a Gabicce Mare con un’amica più estroversa di me che già ballava sulla “rotonda”con il ragazzo più bello. Io, “imbalsamata”con l’altro amico al tavolo. Ragazzo non molto alto, biondo, soprannominato Titta, ma  simpaticissimo…riuscì non solo a farmi parlare, ma mi fece  ridere come non mai. Due ore consecutive di risate e  battute come palline da ping pong. Ma ero io quella ragazza così allegra spiritosa, divertente?
 Grazie Titta, hai fatto uscire prepotentemente, in una calda serata sotto la luna,   il mio senso dell’umorismo !
Anche voi ricordate momenti topici?
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