IL RIBELLE IN GUANTI ROSA: Charles Baudelaire

pubblicato da: admin - 27 febbraio, 2010 @ 6:59 pm

scansione0011copj13Non potevo, dopo la interessante lezione su Baudelaire tenuta  della professoressa M.Cristina Corcione, esimermi dal parlare del libro di Giuseppe Montesano. Ho anche cercato i vecchi appunti universitari,  quelli scritti seguendo il corso del  mio docente di letteratura francese, il poeta, Luciano Erba. Non li ho trovati naturalmente, il caos regna sovrano ormai nella mia casa, ma i ricordi sono ancora abbastanza  freschi e basta rovistare  un po’ nel  mio “bagaglio culturale” per farli riaffiorare.

Seguivo le lezioni con avidità, la vita dei poeti è per me quella eccelsa, come quella dell’albatros che si sente se stesso quando  può volare ad ali spiegate al di sopra delle meschinità terrene. E proprio la poesia “L’albatros“  ha letto la bravissima e luminosa  professoressa Corcione, nella’aula magna della Utetd. Naturalmente la traduzione in italiano penalizza un po’  la musicalità dei versi in rima alternata di Baudelaire.

Souvent, pour s’amuser, les hommes d’équipage /prennent des albatros, vastes oiseux des mers, /qui suivent, indolents, compagnons de voyage,/le navire glissant le gouffres amers.

Sovente, per diletto, i marinai / catturano degli albatri, grandi uccelli marini  /che seguono, indolenti compagni di viaggio, / il bastimento scivolante sopra gli abissi amari.

  Il contenuto rimane, sia nel significato metaforico dell’ albatro, simbolo del poeta incompreso e deriso appena questi “atterra” tra gli altri, sia nella scelta delle figure retoriche come la sinestesia: abissi amari.

Per me  più della famosissima  “Spleen” è questa la poesia baudeleriana che mi cattura e graffia, perchè qui si parla di solitudine fra gli altri, di diversità denunciata, di incomprensione e di  cosciente crudeltà.

In “Spleen“, c’è l’angoscia esistenziale del poeta che si sente prigioniero, io penso, persino di se stesso,  vede la speranza come un “pipistrello che sbatte contro i muri” e le gocce di pioggia non sono paragonate alle liberatorie e consolatrici lacrime, bensì imitano “le sbarre d’un grande carcere”.  Da soli forse però si combatte meglio l’angoscia , perchè siamo noi soli di fronte a noi stessi, ed è quello che il nostro poeta riesce in parte a fare, grazie alla sua  poesia.

La parola inglese spleen, che significa sentimento di noia, disagio , malessere, insofferenza rassegnata di vivere è entrata nel nostro vocabolario; io stessa in certe giornate malinconiche in cui non ho voglia di nulla dico che ho lo spleen. Succede anche a voi? Spero però che non sia così insopportabile come quello di Baudelaire!

Nel libro di Montesano ripercorriamo la vita dolorosa di questo grande poeta che ha rinnovato la poesia con il suo simbolismo e le corrispondenze, cioè le analogie con le cose; anche i profumi, i colori e i suoni come “lo spirito e i sensi” entrano in accordo totale, in una combinazione infinita di corrispondenze. Forse c’è già un’anticipazione del correlativo oggettivo di Eliot, e poi di Montale,  per cui la metafora si oggettivizza, considerando  l’astratto  oggetti concreti.  (Scusate, ma sono appassionata di poesia!) Che ne dice Luigi? E le mie colleghe e figlia  angliste? E le lettrici?

…i pensieri che diventano” un popolo muto di infami ragni che tende le sue reti”…

Per tornare alla sua biografia, impariamo che pur vivendo negli anni falsamente fiduciosi della rivoluzione industriale e del progresso, Baudelaire ne percepisce i limiti e gli inganni e si rifugia nell’Arte, come valore assoluto, dall’alto della quale, come l’albatro, ne vede però la verità deludente. La sua poesia diventa la testimonianza della crisi della coscienza borghese che anche lui, come tanti artisti, abborrisce.

Sappiamo della sua vita, dell’abuso di oppio, alcool , del suo dandismo, della sua amante mulatta chiamata con disprezzo  dai parigini la Negresse e conosciamo il suo male di vivere. Conosciamo le sue difficoltà economiche, le frequentazione dei bassifondi della città, la ricerca della bellezza proprio nel male, egli  si propone infatti “d’extraire la beautè du Mal”. Attraverso la sua esperienza di solitudine, incomprensione, il poeta sembra ripercorrere la tragedia dell’essere umano, “dell’homme double”. Si pasce nel fango di Les fleurs du mal, ma  aspira anche all’Ideal.

In questo ampio romanzo Montesano si delinea come un potente citatore delle opere del poète maudit; ci ha messo 10 anni a completarlo, ma vale la pena leggerlo. Piero Sorrentino commenta : “questo libro si legge come un romanzo, perchè Montesano è riuscito prima di tutto nel piccolo miracolo di specchiarsi, e far specchiare il lettore, nel volto, dalla “smorfia che gli taglia la faccia in tutte le fotografie e fino alla fine”, del poeta, mio simile, fratello.”

                                                                                                                          *     *         *            *

A proposito di spleen.

Appena arrivata , la mia gattina Mimilla, era molto malinconica. La sua prima infanzia era stata terribile come quella di Cosette dei Miserabili, abbandonata, ammalata, ecc. ecc. Prima di abituarsi alla tranquillità e all’amore della mia casa, era sempre piena di spleen. Quando la portai dal veterinario e lui mi chiese il suo nome da scrivere sul libretto personale io dissi:

“Mimilla di nome e…Baudelaire di cognome.  Sa, è sempre piena di  spleen!”   Il veterinario mi guardò perplesso.

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LESSICO FAMIGLIARE, e le parole che ci accomunano

pubblicato da: admin - 26 febbraio, 2010 @ 9:17 pm

scansione0006Quali sono le parole, i modi di dire che accomunano e contraddistinguono una famiglia? Ognuno di noi, se ci pensa attentamente, li troverà. Natalia Ginsburg è riuscita a costruire attorno ad essi la storia della sua famiglia d’origine. Chi non ricorda le “malegrazie”, gli “sbrodeghezzi,” i “potacci” che suo padre urlava in svariate occasioni?

Questo romanzo è la “bibbia” della mia amica Giuliana di Aquileia. Credo che lo sappia a memoria e spesso usa le stesse espressioni, come d’altronde è capitato anche a me. “Malignazzo Belgio” esclamammo infatti  io e mia figlia, copiando la mamma di Natalia , quando qualche estate fa  giungemnmo a Bruxelles e trovammo pioggia e freddo. Con il treno dovevamo raggiungere Bruges per il concorso di Musica antica (…Vinto, poi! …Ma ancora non lo sapevamo!). Campagna desolata, grigia, stabilimenti fumosi e pioggia. “Malignazzo Belgio”…ripetevamo battendo i denti, e via che ci mettevamo un’altra maglia, poi i calzini, una sciarpetta. Ci chiedevamo: Ma diceva proprio così la mamma della Ginzburg? Sì, e aggiungeva anche “Malignazzo di un Liegi”, perchè lei ci era stata per un po’ di tempo, e non le piaceva per niente perchè pioveva sempre.

Una madre dolce, vaga che avrebbe tanto desiderata una villetta con giardino, tanto che quando faceva il gioco delle carte  diceva “Vediamo se  qualcuno mi regalerà un villino”

Completamente diverso il padre, Giuseppe Levi, ebreo, docente di anatomia comparata, che faceva il buono e cattivo tempo in famiglia. Risoluto, autoritario, brontolone esortava i figli e moglie a una vita spartana: docce fredde, gite in montagna  faticosissime. Se qualcuno cercava qualche comodità veniva definito “negro”. Una “negrigura” era un atto o un gesto inappropriato, come indossare  scarpe da città in montagna o cappellino per ripararsi dal sole, o soltanto lamentarsi di avere sete.

Gli “sbrodeghezzi” invece erano non solo i comportamenti ineducati a tavola, ma anche i quadri moderni, come quelli di Modigliani. Fra l’altro uno dei suoi figli sposò poi  la figlia di Modigliani, matrimonio durato però molto poco.

 Leggere le pagine di Natalia Ginsburg è un piacere, una gioia; la nostalgia è soffusa di leggerezza e sorrisi. Persino gli avvenimenti più tragici come la prigionia del padre, il confino dei fratelli e l’uccisione del marito Leone Ginzburg vengono ricordati come attraverso un velo che sembra averne assorbito il dolore.

Siamo nella Torino degli anni Trenta, una città intellettuale dove incontriamo Cesare Pavese, l’editore Einaudi, gli Olivetti, Eugenio Montale e tantissimi altri. Si parla di Mussolini, delle leggi razziali, dell’antifascismo, ma soprattutto  si parla della famiglia di Natalia Ginzburg, che come scrittrice userà sempre  il cognome del primo marito.

Ciò che mi affascina in questa ricerca del “tempo perduto” da parte della Ginzburg, che a Proust è debitrice, (ha fatto una traduzione della “Recherche”) è il modo distaccato eppure forte con il quale descrive tutti i protagonisti che hanno condiviso parte della sua vita. Sembra che volontariamente si attenga alla leggerezza di ciò che racconta, quasi staccata, per non soffrire troppo, e per relegare eternamente i suoi ricordi, nel momento preciso del loro accadimento, quasi avulsi dal tempo in cui vengono scritti. 

Lessico familiare vince il Premio Strega nel 1963. Ma sapete una cosa? Nelle mie due grandi e abbastanza recenti enciclopedie della lingua italiana Natalia Ginzburg non viene citata. Farei una protesta!!!

Ma per concludere questo post e per dare spazio ai nostri ricordi faccio una domanda. Quali le parole più significative del vostro lessico familiare?

Io ne citerò solo uno: “Ag vol dla lama” di mia nonna Bianca.  La lama era il terreno paludoso formatosi in prossimità di un fiume, nella campagna carpigiana, dove venivano scavati, a mano,  canali e canaletti.  Lavoro durissimo.  Se qualcuno di noi  si lamentava di qualcosa,di un cibo non gradito, di un amoretto infelice, o di qualche dissidio, o crisi pseudo esistenziali, la nonna esclamava

“Ag vol dla lama”.

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QUANDO LEGGERE E' UN PIACERE, di Giorgio Montefoschi

pubblicato da: admin - 25 febbraio, 2010 @ 8:00 pm

scansione0004mimmi 005Soffermiamoci  a considerare non soltanto il contenuto dei libri letti, ma soprattutto il piacere che essi ci procurano.  Piacere e passione che avvertiamo quando l’autore ce li comunica, instaurando  con noi una sorta di complicità immediata.

Giorgio Montefoschi ci guida, in questa raccolta di articoli pubblicati negli anni  passati sul “Corriere della Sera”, fra alcuni testi che sono “indispensabili” per la nostra formazione letteraria e per la nostra crescita esistenziale. Ci spiega con facilità e leggerezza il sentimento “conviviale” che un testo può far scaturire  nei lettori.

E certamente tutti saremo d’accordo con la  sua scelta dell’Iliade, delle Confessioni di Sant’Agostino, Il Cantico dei Cantici,  Jane Austen,  Gogol, Musil, ecc. e fra gli italiani Parise, Arbasino, Citati…

Ognuno di noi però ha i suoi autori che l’hanno accompagnato dall’inizio della “carriera di lettore” fino ad ora. Per me dopo le autrici per giovinette come la Alcott, le Brontè, sono arrivati i classici russi, gli americani, ed infine la scoperta delle scritttrici anglosassoni, poetesse, donne di cultura, di cui avrò tempo di parlare.

Scrivere questo blog mi appassiona, ripercorro i momenti felici della lettura, una riflessione ne cattura un’altra, sembra che pezzetti di un mosaico comincino lentamente ma necessariamente a sistemarsi in un ampio disegno. C’è una grande confusione allegra e stimolante nel mio salotto e davanti al computer, libri e libri si impilano, idee, commenti dei visitatori blog, connessioni mi elettrizzano, anche la gatta ne è contagiata, come potete vedere…

Scrivere di lettura è scrivere di vita, mi sembra persino di “letteraturizzare” le mie giornate, agganciando e ampliando e confrontando  ogni mio pensiero con quello di altri. In questa società individualista è spesso difficile confrontarsi, si rimane alla superficie del nostro sentire, si teme di svelarci troppo, mentre, io credo, svelarsi è generosità, fiducia,amore.

I libri non ti deludono, sono sempre pronti ad apririsi e a farti aprire, scandagliando insieme a te  l’oscurità.

Giorgio Montefoschi spiega per l’appunto che la storia della letteratura è fortemente notturna : si ritorna ad Ulisse, presso i  Feaci, che aspetta che cali la notte prima di iniziare il suo racconto; in “Gita al Faro” della Woolf,   la tavola della cena “è un’isola nel buio”, nel  “Cuore di tenebre” di Conrad c’è una piccola imbarcazione  che galleggia nel buio in un’ansa del Tamigi.

Occorre il buio per arrivare alla luce, “il lavoro dell scrittore è paragonabile al gesto di sollevare la lanterna nella notte.”

Ma tutti noi lettori consapevoli remiamo per giungere al  nostro “faro”.

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L'ALBERO DEI GIANNIZZERI, e i misteri della vecchia Istanbul

pubblicato da: admin - 24 febbraio, 2010 @ 8:00 pm

240px-Yeni_Camiiscansione0003Si può viaggiare grazie a un libro, ma non solo nello spazio, anche nel tempo. E’ quello che si prova leggendo il thriller di Jason Goodwin, vincitore nel 2007 del premio Edgar Allan Poe per la mistery fiction.

Siamo nella Istanbul del 1830 e un fidato e intelligente eunuco di corte, Yashim, il Lala,  viene incaricato di scoprire i colpevoli di  una serie di omicidi che riportano ai temibili Giannizzeri.

Ma non solo, anche nel Palazzo del sultano sta accadendo qualcosa che fa pensare a un complotto.

A volte ci si dimentica di seguire le indagini, affascinati soprattutto dall’ ambientazione colorata, profumata, esotica della Istanbul imperiale. Entriamo nel palazzo del Topkapi, negli hammam, conosciamo le concubine, il sultano, sua madre, gli eunuchi. Si legge avidamente di usanze per noi così lontane e inconsuete.

Jason Goodwin è un entusiasta studioso della storia bizantina, ha visitato per la prima volta Istanbul arrivandoci a piedi. Ci regala quindi tutta la sua conoscenza storica parlandoci dei giannizzeri, giovani soldati forzatamente reclutati da famiglie cristiane e istruiti nell’Islam di cui divennero fanatici propagatori, di altri personaggi dell’epoca, come il mastro zuppiere, l’eunuco capo dell’harem, il kislar agha, i danzatori eunuchi vestiti da donna, ambasciatori ambigui…la valide, madre del sultano…

E ci presenta il personaggio principale, Yashim, come una persona intelligente e sensibile, colto lettore che ama soprattutto la letteratura francese e la buona cucina. Lo ammiriamo perchè è onesto, attento, un uomo dolorosamente incompleto, ma che apprezza e riesce ad amare con tenerezza le donne.

Dicevo ad Enza, che mi ha prestato il  libro, che ho  trovato il racconto  denso, ricco, appetitoso come la zuppa di trippe descritta all’inizio della storia.

E naturalmente, inframmezzati alla lettura, arrivano i ricordi dei miei due viaggi nella capitale turca, un tramonto indimenticabile sul Bosforo all’ora dell’aperitivo, il canto del muezzin dai minareti, il bazar pieno di suoni e colori, un otttimo  yogurth assaggiato sul traghetto, le ballerine di danza col ventree una fumatina con il narghilè nel caffè frequentato da Pierre Loti.

Ed ancora  rinasce il desiderio di tornarci, rivedere Topkapi, bere un tè alla menta, assaporare sempre di più questa affascinante città,  perchè più si “cresce”,  più si apprezzano gli aspetti e i doni della vita.

E il viaggio sia reale che per mezzo delle  pagine di un libro è stupendo. Viaggio, metafora dlela vita.

 

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SILENZI, di Emily Dickinson

pubblicato da: admin - 23 febbraio, 2010 @ 8:08 pm

scansione0002scansione0001Una vita silenziosa, riservata, quasi da reclusa quella di Emily Dickinson, la poetessa di Amherst, Massachusetts, nata nel 1830 e morta nel 1866. Una vita giudicata frettolosamente e in modo superficiale dai posteri,  in quanto il fatto che una donna ancora giovane preferisse chiudersi nella sua camera  a meditare e a  scrivere, faceva pensare a timidezza, fragilità psicologica, sottomissione, insomma alla tipica condizione femminile ottocentesca.

E’ vero, Emily ama stare in casa dove si sente protetta, ama i suoi familiari, soprattutto il padre verso il quale ha una sorta di venerazione spaurita associandolo quasi alla figura del Fato o di un Dio lontano. Scrive di lui : “Il suo cuore era puro e terribile, e credo non ne esista l’uguale.” Nella sua sottomissione Emily prova anche  sentimenti di protesta e di rabbia, ma non può stare lontana dalla sua casa “fortezza” e da qualcuno che faccia da argine alla sua tempestosa emotività.

E’ una donna consapevole, sa di avere dentro di sè “un’inondazione, un diluvio“di sentimenti e pensieri, sa  che  tutto ciò deve essere  “servito in tazze“, a piccole dosi, per non esserne travolta.

 

Portami il tramonto in una tazza,        Bring me the sunset in a cup………….

Chi costruì questa casupola bianca

e così salde ne serrò le finestre

che al mio spirito non è dato di vedere?

Chi mi farà uscire un giorno di gala

e mi darà quanto occorre per volar via

più sfarzosamente di un re?

Emily si rinchiude per essere libera, per salvarsi , e  si maschera, per farsi accettare dalla società del tempo, come la fanciulla docile e trasognata destinata allo zitelaggio; ma quale vita intensa nella sua cameretta dove, alla sua morte, verranno trovati quaderni e quaderni di versi!

Viene descritta da qualche raro visitatore che riesce a incontrarla:  “Veste unicamente di bianco e dicono che abbia un cervello come un diamante”

In casa ero la più piccina

mi ero scelta la stanza più piccola

di notte la lampada, il libro

e un geranio

non parlavo mai…

e in quei casi, poche parole a bassa voce

“La vita è il segreto più bello. Fino a quando dura, ci tocca parlare sottovoce.” scrive ad una sua amica nel 1870.

 Dice anche  che la vita è talmente intensa che il solo atto di vivere riempie le giornate.

Viene associata ai poeti metafisici per i quali “tensione intellettuale e sensoriale, mentale e fisica si contrappongono e fondono” ci spiega  Barbara Lanati che ha anche scritto una sua stupenda biografia di cui parlerò un altro giorno.

Mi chiedo se una persona così ricca, completa, intuitiva fosse vissuta ai nostri giorni…che cosa avrebbe fatto? Si sarebbe lasciata irretire dai miraggi mediatici, o sarebbe riuscita coraggiosamente  a rimanere nella sua “stanza tutta per sè?”

Emily riesce a plasmare e ad arricchire la sua  parte più alta  grazie alla poesia e all’isolamento. Sa di essere un poeta:

Fu questo un poeta – colui che distilla

un senso sorprendente da ordinari

significati, essenze così immense…

Rivelatore d’immagini,

è lui, il Poeta,…

La sua grande ondata creativa è al massimo intorno ai suoi 27 – 28 anni. Non ancora “reclusa”definitivamente, farà qualche viaggio, incontrerà un uomo che sarà nient’altro che la proiezione del suo rapporto con il padre. Deve provare un sentimento di amore-venerazione per l’uomo. Si sente  di ricoprire un “ ruolo  statico di sposa-fanciulla, di anima-figlia”.

La mia docente di pisicologia Jole Baldaro Verde, di cui parlerò senz’altro, avrebbe molto da discutere su questo rapporto non equilibrato verso l’altro sesso, ma i poeti, fortunatamente, sono speciali e diversi dalla norma, in attesa sempre di qualcosa, aperti alle diverse possibilità.

Il poeta vuole l’infinito:

 Ebbrezza è il procedere alla volta del mare oltre le case, oltre i promontori – nell’eterno, profondo-…la mia piccola imbarcazione s’era persa!

Talvolta i suoi versi sono enigmatici, ma con attenzione e sensibilità si può arrivare al suo pensiero così complesso,moderno, eccessivo, grande.

Fammi un quadro del sole – che l’appenda in stanza….disegnami un pettirosso-su un ramo -che io l’ascolti, sarà il sogno, e quando nei frutteti la melodia tacerà che io deponga questa mia finzione.

Vive di riflesso la realtà degli altri, ma lo sa. E chiede, la realtà è proprio così?:… a mezzogiorno sono i  ranuncoli che si librano o le farfalle che fioriscono?

Grazie alla sua mente lucida come un diamante, alla sua sensibilità estrema, Emily Dickinson, borghese dell’ Americana puritana, non sposata, riesce ad essere una donna libera e a vivere una vita che la ricongiunge al Tutto, all’Infinito grazie alla ricchezza del suo pensiero.

Io abito la possibilità – una casa più bella della prosa – più ricca di finestre – superbe – le sue porte –

E’ fatta di stanze simili a cedri – che lo sguardo non possiede – come tetto infinito ha la volta del cielo –

La visitano ospiti squisiti – la mia sola occupazione – splancare le mani sottili per accogliervi il Paradiso.

Facciamoci consolare dalla poesia, soffermiamoci in questi grigi giorni invernali a scoprire la ricchezza dentro di noi, leggiamo Emily Dickinson.

 

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L'IMPORTANZA DI ESSERE ONESTO, di Oscar Wilde

pubblicato da: admin - 22 febbraio, 2010 @ 7:58 pm

280px-The_Importance_of_Being_Earnest_-_Cigarettecasescansione0027Dopo il dramma della giovane coppia di Revolutionary Road, cosa c’è di più consolatorio che  parlare di onestà nel modo leggero che  Oscar Wilde commediografo sa fare?

The importance of being earnest è il titolo originale che significa “l’importanza di far sul serio” e dove si gioca sul nome proprio Ernest che risulta identico nella pronuncia all’aggettivo earnest (retto, onesto).

Nelle traduzioni in italiano a volte figura il nome Onesto, come in questa mia edizione della B.U.R., in altre lasciano Ernest.

Siamo nella Londra di fine Ottocento in un ambiente aristocratico dove il personaggio principale, Jack Worthing  (worth significa valore) vive una doppia vita: una in campagna dove è il serio tutore di una giovinetta, Miss Cecily, l’altra in città dove  si finge suo fratello (inesistente), adottando il nome di Ernest (Onesto nella traduzione italiana) per condurre una vita dedita ai piaceri.

Hai inventato un utilissimo fratello minore di nome Ernest (Onesto)  affinchè ti sia possibile venire in città ogni volta che vuoi” commenta il suo amico Algernon che poi, a sua volta fingerà di essere lo stesso Ernest quando conoscerà e si innamorerà di Miss Cecily.

E’ una storia  di malintesi, di scambi di identità; viene messo in risalto  “il doppio”, tema caro ai narratori dell’Ottocento, lo stesso Wilde lo tratterà magistralmente nel Ritratto di Dorian Gray.

Commedia scritta in funzione del successo e della platea, farcita di dialoghi arguti, divertenti, brillanti, ma superficiali. Lo stesso Oscar Wilde la giudica così : “It is by a butterfly for butterflies” (è una frivolezza per persone frivole?) (Mi aiutino mia figlia Stefania e le colleghe angliste)

C’è poca azione, a parte l’innamoramento di Jack-Ernest per la cugina di Algernon, Gwendolen; i momenti più “emozionanti” sembra siano quelli per la scelta tra i sandwiches al cetriolo o i muffins durante il rito del tè. E’ un mondo lieto, leggero, quasi di nonsense alla Lewis Carroll. Infatti si scoprirà, giusto per il lieto fine, che Jack è fratello di Algernon e che era stato “perso”, appena nato,  dalla governante perchè riposto, per sbadataggine, in una borsetta invece che nella carrozzella, borsetta che uscirà miracolosamente nelle scene finali.  E poi si scopre negli annuari di famiglia  che il nome Ernest è consueto .

Esclama allora Gwendolen, l’innamorata di Jack : “ Ernest! Ernest! Mio diletto! Fin dal primo istante ho sentito che non potevi avere un altro nome!”

E Jack conclude”…mi accorgo adesso, per la prima volta da quando sono al mondo, della vitale importanza dei essere Ernest ( Onesto).”

Lo copio anche in inglese dalla Oxford Anthology.”I’ve now realized for th first time in my life the vital Importance of Being Earnest

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REVOLUTIONARY ROAD, quando i sogni si frantumano

pubblicato da: admin - 21 febbraio, 2010 @ 7:18 pm

locandinafilmrevolutionary_road_gossipNewsDetailQuesto bellissimo romanzo di Richard Yates, pubblicato negli Stati Uniti nel 1961, è diventato famoso dopo il film di Mendes.

E’ la storia avvincente  di una giovane coppia,  tipica della middle class americana degli anni’50, che si illude di essere perfetta, speciale, felice. April a Frank sono belli e  giovani, benestanti, lui lavora a Manhattan, lei è la casalinga ammirata e apprezzata dal vicinato.  La loro apparente realizzazione e soddisfazione sembra vivere e alimentarsi proprio dall’ammirazione degli altri i quali legittimano il loro ingannarsi; i due giovani “recitano” su un palcoscenico per sentirsi diversi, convincendo se stessi e gli altri di avere raggiunto ciò che desideravano. Una bella casa, due figli sani, serate con gli  amici, un’aura di distacco dalla banale quotidianità.

Ma a un certo punto qualcosa comincia a sgretolarsi: i falsi sorrisi stereotipati  e gli sguardi rancorosi di April, la grigia  monotonia del lavoro di Frank li renderanno consapevoli che ciò che hanno raggiunto è solo apparenza. Cominciano a rendersi conto che i loro grandi sogni non si sono avverati. Nè i sogni artistici, nè una più ampia realizzazione umana.

Quanto di ciò che hanno raggiunto era veramente il loro desiderio? E quanto invece era l’ambizione di mostrare agli altri ciò che la stessa società plaude e si aspetta dai cosiddetti “vincenti”? E’ una società costrittiva che ti “imprigiona” in ruoli che fai diventare tuoi?  Una società che ha perso l’innocenza e dalla quale, ricordiamo, il giovane Holden vorrebbe distanziarsi.

Il loro “spirito libero” in effetti non esiste, sono racchiusi in uno stereotipo.  April  decide allora per sè e per il marito una fuga a Parigi per rivoluzionare la loro vita e realizzare vecchi sogni, rifiutando un’altra maternità; Frank invece  non riesce a condividere questa ansia  frettolosa della moglie. Nascono le incomprensioni, il distacco, la crisi.

E’ illuminante il fatto che a vederli come veramente sono - lei infelice, lui un po’ codardo  – sia il personaggio del pazzo, simbolo della pura sincerità.

Richard Yates scrive con uno stile impeccabile e un ritmo un po’ ansiogeno che ci tiene legati e ci fa partecipare all’insoddisfazione dei protagonisti.

Sono  le grandi speranze, le “Great Expectations” di cui racconta Dickens, o l’ambizione del Grande Gatsby non raggiunte che frantumano l’equilibrio di questa coppia all’apparenza soddisfatta?

La fuga a Parigi per April sarebbe stata una liberazione dalla claustrofobica linda casetta in cui  si sentiva cancellare?

Riuscire a mantenere il marito significava finalmente il riscatto della donna “mantenuta” ?

Forse Frank ed April sono rimasti infantilmente egoisti o forse sono stati insinceri quando hanno scelto una vita che, dovevano immaginare, avrebbe  spezzato i loro sogni. Non sono riusciti a fare il salto: la libertà vuole coraggio e i falsi alibi della rinuncia per un altro a volte è soltanto codardia.

Una vita di coppia ha bisogno che ognuno dei due elementi sia soprattutto onesto con se stesso.

Oggigiorno forse è più facile. O no?

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LA CASA A NORD-EST, e il sentimento del Friuli

pubblicato da: admin - 20 febbraio, 2010 @ 7:58 pm

copj13La Casa a Nord EstNon so se talvolta vi capita di parlare o di pensare a qualcosa, ed improvvisamente tutto sembra portare a quella cosa.

Dopo aver deciso di scrivere di Trieste e di Magris sono andata a vedere un film interessante “La terra nel sangue”; ma  indovinate di quale terra si parlava? …Del Friuli.  Ed anche della ricerca delle radici. Neanche farlo apposta.

 Il film inizia con una immagine notturna di  Grado vecchia  per proseguire con la  magia della  laguna invernale soffusa di nebbia, poi con il  fiume in estate,  vigneti rossi autunnali, e infine i sassi del Carso.

Un film su cui dibattere, a qualcuno è piaciuto per la bellezza della fotografia, ad altri meno per la acerba e inesperta recitazione dei protagonisti, ma è il messaggio centrale, che credo tutti abbiamo condiviso, è la perenne ricerca di un nostro punto di “attracco”, insomma della nostra Itaca.

Mi sono quindi ricordata di un romanzo, passato un po’ inosservato, vincitore del Campiello 1992, “La casa a Nord-est” , di Sergio Maldini.

Anche  in questo racconto c’è il desiderio di tornare alla terra  delle proprie radici.  In gran parte autobiografico si narra di Marco, un  intellettuale in crisi  che, stanco della  grande città convulsa, caotica, impersonale, desidera ritrovare pace, tranquillità e sicurezza di luoghi noti.  Vuole calare l’ancora nella sua terra natale  mai dimenticata…e che cosa di più sicuro che costruirvi una  casa? Acquista dunque un rustico che diventerà il suo punto fermo.

Sergio Maldini costruirà veramente una casa, (la vedete nella foto)  fra Codroipo e Latisana  e questa, nel romanzo, diventerà il deposito delle sue illusioni , delle  sue speranze, la compagna privilegiata della sua vita.

Viene narrato il quotidiano, i lavori di ristrutturazione che procedono, gli incontri con gli intellettuali della borghesia friulana, un amore maturo con la bella e sfuggente Antonia, proprietaria di un mulino.

Vengono descritte varie riunioni in cui  si parla di sè, di rimandi letterari in un modo tranquillo che decanta lievemente come il vino della sua terra. Ed infatti in ogni momento d’ incontro, c’è sempre un bicchiere di Tocai. E nella casa di Antonia aleggia un odore di pula, di mais che sembra consolare.

Ritmi lenti come il fiume Tagliamento lungo il quale si passeggia; il Friuli pacato nel suo dolce dialetto, così avulso dai clamori della società metropolitana, sembra vivere insieme al respiro delle stagioni. Come l’amore fra i protagonisti che si apre lentamente, ma che finità  altrettanto dolcemente con le foglie d’autunno portate via dal vento.

La felicità, per Maldini, è irraggiungibile.

Sergio Maldini è stato caporedattore del Resto del Carlino di Bologna, ha incontrato incomprensioni editoriali riguardo il suo lavoro di romanziere; ora la sua vicenda esistenziale, il tardivo successo e il nuovo silenzio dopo la sua scomparsa sono raccontate dallo storico Paolo Simoncelli in “Sergio Maldini. Biografia della nostalgia”

Libro che cercherò certamente .

E’ trascorso  un mese da quando ho accettato la sfida di parlare di un libro al giorno.  Finora sono riuscita puntualmente a intrecciare pensieri e letteratura. Ma come avevo già scritto: un libro tira l’altro.

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ITACA E OLTRE, o la ricerca delle radici

pubblicato da: admin - 19 febbraio, 2010 @ 8:08 pm

DSCF1168scansione0025Desiderio di Trieste, del suo mare azzurro, del vento zingaro, del suo tempo sospeso. E chi meglio di  Claudio Magris, triestino di nascita e di cuore, ce ne può regalare una pennellata?

“Itaca e oltre” è un raccolta di brevi saggi in cui l’autore analizza le due antitetiche direzioni dell’andare: il ritorno e la fuga, il raggiungimento e la perdita dell’identità, insomma la continuità e i cambiamenti dell’essere umano.

Si parla di Svevo, di Joyce che a Trieste hanno vissuto e scritto, di Musil, Mann, Kafka  e tanti altri e soprattutto dei temi del pensiero contemporaneo.  Saggi brevi ma intensi in cui “l’interpretazione lettararia si alterna alla testimonianza autobiografica…”

Io mi soffermo sull’ultimo capitoletto “I luoghi della scrittura: Trieste” in cui Magris si chiede  quale sia il rapporto che esiste fra chi scrive e il luogo nel quale si “condensa l’immagine determinante del mondo”. Scrittore è … sia il grande autore che  il piccolo “artigiano di parole”, colui che sottolinea la propria vita scrivendola.

Ma quali sono i luoghi che noi sentiamo primari, quelli in cui le nostre radici affondano, qual è la nostra Itaca a cui tendiamo per un ritorno duraturo?

L’altra mattina al bar parlando con Maria Teresa”Kessler” abbiamo considerato che ad entrambe mancano le radici geografiche essendoci spostate  spesso da una città all’altra, lei da Genova, Tortona , Monza, Milano e Trento, io da Merano, Carpi, estero, infine a Trento con marito ligure. Possiamo trovare le radici dentro di noi, certamente; Maria Teresa rifletteva  che proprio le care amiche che incontriamo ormai da anni nella accogliente casa di Cristina sono diventate il punto fermo di riferimento. Gli affetti ci ancorano, ma qual è il luogo del cuore che, come spiega Claudio Magris, ci emoziona con il suo lessico, le inflessioni della pronuncia, le tradizioni, i volti…quello che riconosciamo automaticamente?

Chi legge questo blog potrebbe rispondere. So che tante amiche leggono, ma non riescono o non vogliono scrivere o per impossibilità tecnologiche, o per poco tempo, o per pudore. Peccato, sarebbe così interessante il dibattito anche se soltanto virtuale sulle tematiche della nostra vita e soprattutto sugli spunti che la letteratura ci offre.

Ma per tornare alla ricerca della nostra Itaca… sappiamo  qual è? Non tutti riescono a trovarla, dice Magris, anzi ci racconta di Slapater che ha nostalgia di una patria che non esiste in alcun luogo. Nato sul Carso, di sangue italiano e boemo,  Slapater studia a Firenze, vive a lungo a Trieste, muore al fronte nel 1915. Egli  idealizza il suo punto di riferimento con Trieste che lo attrae e lo respinge, e  che è una sintesi fra il mare italiano e il carso sloveno.

Trieste, città contradditoria, in cui tutto coesiste: impero asburgico, fascismo, Quarantacinque, nazionalismo, indipendentismo, esodo istriano, sapienza caparbia mitteleuropea, ebraismo, placidità friulana.

Ci si sente ovunque e in nessun luogo e in questa sospensione sembra urgente la necessità di scrivere per ancorarsi a questo non-tempo zingaro, a questa città di frontiera  dove i poeti proprio nel sentirsi profughi e randagi  sanno di esistere.

Voglia di Trieste, del mare nostro e di altri, del caffè Tommaseo, di scrivere per ancorare  la propria identità in un viaggio alla ricerca della stessa. Poesia, città-nave che come Trieste c’è e non c’è, ma ci spinge a cercare.

Chi ha trovato la propria Itaca, e dove?   E chi invece ancora la cerca?

 

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MOMENTI DI ESSERE, o l'intensità dell'attimo

pubblicato da: admin - 18 febbraio, 2010 @ 9:20 pm

350px-VanGogh-Irises_1scansione0024Febbraio mi trapassa / col vento che prelude primavera

in un odore di coriandoli gualciti / e di cielo a chiazze blu cobalto.

Vola su traiettorie d’ albatros / dorato un aeroplano, illuminando

ombre irriducibili d’inverno/ mentre ai miei sensi si abbattono

come valanghe, macchie di iris / selvagge e fior di rosa.

 

Sono alcuni miei versi scritti un febbraio di qualche anno fa mentre mi trovavo sull’argine del fiume. Un momento che ricordo nitidamente perchè vissuto con intensità emotiva, un momento in cui mi sono sentita fondere con la realtà, col vento luminoso, col desiderio languido e struggente di primavera. “Un momento d’essere” l’ho definito, interpretando le parole con le quali  Virginia Woolf definisce gli attimi densi di straordinarie rivelazioni, di epifanie. Momenti di riconoscimento, di battito all’unisono con il cosmo.

E’ il “M’illumino di immenso” di Ungaretti? O “il dolce naufragar” di Leopardi?

 “Moments of beings” è la raccolta di scritti autobiografici, pubblicati postumi, di Virginia Woolf, scrittrice amatissima da tanti e di cui parlerò ancora e ancora. Sono pagine di memorie, ma non si possono definire propriamente autobiografiche perchè qui la  scrittrice tenta di scrivere e comprendere il percorso del suo sviluppo interiore, parlando dei suoi rapporti con i genitori, dell’esperienza post vittoriana di Bloomsbury, della sua arte, della sua visione del mondo . E proprio scrivendo, la Woolf rintraccia quei momenti di essere che sbocciano “nel fluire  indistinto dell’esistenza”. Sono talvolta  così violenti quando ti afferrano  da lasciarti  inconsapevole, ma l’emozione si può rivivere in tranquillità con l’ausilio della memoria e soprattutto con la scrittura.

Pur diversi tra loro, questi scritti denotano ugualmente l’unità di pensiero, sensibilità e concezione della sua arte.

 “Reminiscenze” è il primo pezzo della raccolta, una sorta di esercizio letteraio da mostrare a pochi intimi. Parla di sua sorella Vanessa e dell’infanzia e adolescenza trascorse insieme.

“Immagini del passato”, dove scrive anche dell’esperienza del Vecchio Bloomsbury  vengono presentate al Club delle Memorie, un gruppo di amici che si riunivano per leggere brani autobiografici.

(Anch’io, con un’amica, anni fa avevo tentato di organizzare un Circolo di scrittura autobiografica, ma non è decollato…non tutte erano  pronte a parlare  e tantomeno a scrivere di sè, neppure tra intimi )

 

Tutti conosciamo la vita di Virginia Woolf, perciò presento questo libretto soprattutto  per sottolineare  l’importanza data ai  “momenti d’essere”, quel tipo di “scosse” che sono il “segno di qualcosa di reale che si cela dietro le apparenze”.  Lei è convinta che l’individuo nella vita di tutti i giorni è tagliato fuori dalla “realtà“, tranne proprio in quei momenti in cui riceve una “scossa”, un’illuminazione.  Quanto l’io si fonde con la realtà  “i limiti propri del mondo fisico cessano di esistere”.

In gita “Gita al faro la signora Ramsay, quando a sera tutti sono andati a letto e lei si ritrova finalmente sola, si sente affondare lentamente in una sensazione di comprensione e comunione:l ‘io trascende e la coscienza diviene parte di un tutto.

La Woolf vuole rendere entrambi i livelli  dell’essere: la superficie e la profondità deflagrante, sia nelle sue memorie che nei suoi romanzi. E’ convinta  che talune persone siano escluse da questi “momenti d’essere”.

Che ne pensate? Voi ne provate o ne avete provati?? Ricordate quando?

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