IL PICCOLO PRINCIPE, il libro che tutti hanno letto

pubblicato da: admin - 30 gennaio, 2010 @ 7:44 pm

200px-Lepetitprincepiccolo principeIeri ho scritto parecchio di Salinger, della sua vita e del suo famosissimo “Il giovane Holden”. Ho pensato alla difficoltà dell’esistenza, alla solitudine  in cui spesso ci sentiamo. Ho riflettuto su ciò che ci potrebbe consolare.

 Mi è venuto allora alla mente un altro libro cult.

 “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry la cui lettura è sì,  leggera, immaginifica, poetica, ma anche densa di messaggi  per tutti, a seconda dell’età o del momento in cui si legge..

Tutti lo conosciamo e sappiamo che è un delizioso libro illustrato con immagini ad acquerello disegnate  dello stesso autore e che  può essere tranquillamente letto da un bambino delle elementari.

Ma perchè anche i “grandi” ne sono così appassionati? Anni fa, ricordo, un amico di mio marito, un “ragazzo” maturo dalla calvizie incipiente, ma dallo sguardo luminoso, che, venuto  a prendere il tè da noi,  si mise a parlare de “Il piccolo principe” dicendo che se lo portava sempre appresso come se fosse la sua Bibbia personale da consultare spesso.

E’ un racconto breve, si legge in meno di un’ora; l’ho riletto anche oggi dopo pranzo ed ogni volta sono intenerita dall’ingenuità dei dialoghi che avvengono tra l’aviatore, con l’aereo in avaria nel deserto del Sahara, e il piccolo scappato dal suo pianeta perchè deluso dalla sua rosa, simbolo dell’amicizia.

Tutto è  magico e dolce: l’asteroide B612 dove abita il piccolo principe, il racconto della sua vita solitaria consolata dai tramonti che si susseguono continuamente nello spazio interplanetario:

                                                                                                      ” Quando si è molto tristi si amano i tramonti”

Sono importanti sia i disegni che le immagini colorate che le parole suggestive accendono nella  nostra mente. Il baobab, la rosa che viene curata con tanto amore dal principino, ma che per un malinteso viene abbandonata, i personaggi  pittoreschi conosciuti sugli altri pianeti. Insomma ci viene incontro un mondo in technicolor, come  lo è d’altronde anche il mondo dell’infanzia.

Quando il piccolo fa domande sui fiori e sente le frettolose risposte dell’aviatore indaffarato a riparare l’aereo, esclama:

                                                                                                            “Parli come i grandi, tu confondi tutto…tu mescoli tutto.”

Essere adulti significa dunque avere fretta, non avere più tempo per conoscere? I bambini non solo ci guardano, ma ci insegnano a essere più pazienti, e  soprattutto

                                                                                             a vedere bene solo con il cuore perchè l’essenziale è invisibile agli occhi.

Quando la volpe spiega al bambino l’importanza dell'”addomesticamento” il nostro concetto  sull’amore e sull’amicizia viene aperto come un fiore.

“Addomesticare” significa creare dei legami, avere bisogno l’uno dell’altro, ricordare, aspettare con pazienza attraverso anche dei “riti” per rendere speciali le ore dell’attesa. Amare qualcuno, quindi, riempie la vita, sia nel momento della presenza che nei momenti della lontananza, perchè qualcosa ci porterà a ricordare. Chi amiamo è speciale, unico. La rosa sull’asteroide è diversa da tutte quelle che il principino vede in alcuni roseti. La sua rosa è più importante perchè … “sono io che l’ho innaffiata“.

Quando leggiamo queste righe di Antoine de Saint-Exupéry torniamo bambini, ripeschiamo del nostro profondo lago dell’infanzia l’innocenza, lo stupore, la meraviglia.

Si torna dunque sempre all’infanzia,  un periodo della vita o un modo d’essere al quale, come  vorrebbe il giovane Holden, rimanere abbarbicati  o come ci suggerisce il Piccolo principe mantenere per sempre dentro di noi.

Mi piacerebbe sapere quale tra  questi due libri cult è il preferito tra gli ospiti del mio blog.

  

 

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L’ACCHIAPPASOGNI di M.A.Salinger

pubblicato da: admin - 29 gennaio, 2010 @ 8:38 pm

Tutto il mondo parla della morte recentissima  di Jerome David Salinger, l’autore del famosissimo romanzo”Il giovane Holden“, un libro cult, pubblicato nel 1951, letto da milioni di giovani che nell’antieroe dissacratore della società borghese, si identificava e riconosceva. Si  continua a parlare e a disquisire sulla sua rinuncia a pubblicare altri scritti, tranne qualche raccolta di racconti, dopo quel suo primo immediato successo.

Stamattina su Radio Tre  si parlava ovviamente di Salinger, e a proposito del suo precoce ritiro dalla scena della letteratura, qualcuno diceva che forse l’autore, spaventato da una così grande popolarità, non si sentisse più all’altezza di  scrivere ancora; altri che probabilmente non aveva nient’altro da dire, cioè che tutto il suo pensiero, la sua Weltanschauung fosse compendiata nel suo romanzo d’esordio. Ma Salinger scriveva per sè, ogni mattina, e in una rarissima intervista spiegò:

Non pubblicare mi dà una meravigliosa tranquillità…Mi piace scrivere. Amo scrivere. Ma scrivo solo per me stesso e per mio piacere”

Certamente il personaggio è fuori dall’ordinario. Sappiamo che è nato a New York nel 1911, da padre ebreo e da madre che si converte all’Ebraismo. Contento di sottrarsi alla madre iperprotettiva, si iscrive all’Accademia Militare di Wayne in Pennsylvania, poi alla New York University che però abbandona presto per lavorare su una nave da crociera. Nel 1939 segue un corso serale di scrittura della Columbia University e scrive racconti che colpiscono favorevolmente il suo insegnante. Nel 1942 viene arruolato e partecipa alle più dure battaglie della guerra, come lo sbarco in Normandia  e la battaglia delle Ardenne.  Sua figlia Margaret, autrice del libro di cui parlo oggi, racconta che suo padre fu sempre orgoglioso del suo curriculum militare, tanto che aveva mantenuto per anni il taglio di capelli della leva e conservato la divisa.

Viene assegnato al servizio di controspionaggio, grazie alla conoscenza delle lingue ed è uno dei primi ad entrare in un campo di concentramento liberato dagli alleati. Questa è un’esperienza terrificante che lo segna duramente sotto il profilo emotivo; dopo la sconfitta della Germania viene ricoverato in ospedale per curare una sindrome da reazione allo stress da combattimento. A Margaret confiderà poi: ” E’ impossibile non sentire più l’odore dei corpi bruciati, non importa quanto a lungo tu viva”.

Per conoscere Salinger bisogna leggere “Il giovane Holden” perchè tra le sue righe si possono cogliere tanti riferimenti autobiografici. Innanzitutto il titolo originale ci darebbe un indizio:

The catcher in the rye”, parole tratte (anche se un po’ distorte)  da una poesia di R.Burns, catcher , significa “acchiappatore”, ed è anche il ruolo di un giocatore di baseball,  rye è la segale che cresce nei campi accanto ai precipizi. L’immagine dunque che ci viene suggerita è quella di un bambino  che gioca  in un campo vicino al baratro dove però  sono rari gli “acchiappatori” che possono  salvarlo da una pericolosa caduta.

Non è un caso che sua figlia Margaret abbia intitolato il libro in cui parla di suo padre “Dream catcher“, L’acchiappasogni.

Prima di accennare al racconto della figlia, ricordiamo la storia del giovane Holden Caulfield, che cacciato dal  collegio poco prima del Natale 1949, ricerca disperatamente un aiuto  per essere salvato prima di “precipitare”. E’ un romanzo di formazione perchè si racconta una  dolorosa crescita.  Vengono descritti due giorni durante i quali Holden si pone tanti quesiti su ciò che lo circonda, sugli altri, sul passaggio dall’infanzia all’adolescenza. E’ incerto, ha paura, unico elemento di conforto il guantone da baseball di suo fratello morto, sui cui, con l’inchiostro verde, ci sono scritte poesie. Si chiede dove finiranno le anatre quando il laghetto di Manhattan sarà ghiacciato, teme che un bambino trascurato non potrà mai farcela da solo. Questo adolescente , simbolo della difficoltà di quest’età nel mondo occidentale, fa una critica feroce della società americana dei primi anni ’50, dei pregiudizi, del perbenismo, del mondo adulto in genere. Come Peter Pan lui non vorrebbe mai crescere, anche se ha già 17 anni, lui si sente ancora il bambino che sta per cadere in quel mondo che lo spaventa. Gli adulti che appaiono nel racconto sono negativi, soltanto la sorellina Phoebe, che riuscirà a contattare, di nascosto dai genitori, lo rassicura con la sua saggezza innocente. Non vorrebbe che sua sorella crescesse e iniziasse a provare quel disadattamento che lui sente: nè uomo, nè bambino. Le dirà infatti “io vorrei  salvare i bambini prima che cadano nel burrone”.

E’ chiaro che Holden è la proiezione dello stesso autore, il quale, se nel racconto mitizza l’età dell’infanzia, nella realtà non sopporta i bambini.

Sua figlia Margaret parla di lui come di una persona patologicamente concentrata su se stessa e ci racconta aspetti sconosciuti della sua vita, ma lo fa con amore e con dolore cercando di colmare quel baratro in cui lei è caduta senza essere salvata dal suo Acchiappatore di bambini, perchè suo padre acchiappatore, lo era soltanto di sogni.

L’isolamento in cui Salinger costringe la sua seconda moglie Claire e i suoi figli a vivere, a Cornish, nel New Hampsire, hanno segnato  psicologicamente sia la moglie che la figlia. Dai ricordi di Margaret apprendiamo che Salinger teneva virtualmente prigoioniera la moglie, non consentendole di avere contatti con la famiglia, nè tantomeno con gli amici. L’atmosfera in cui la figlia ha vissuto  la sua infanzia e adolescenza sono quindi contrassegnati dall’isolamento e da una grande tensione emotiva.  Ha dovuto ricorrere, per bulimia, attacchi di panico, stanchezza cronica, a cure psicoanalitiche. Ricorda che sua madre, quando lei aveva 13 mesi, voleva ucciderla e poi suicidarsi per sottrarsi a quella sorta di “incubo e sogno” in cui erano costrette a vivere.

Nel libro comunque ci sono tante fotografie che ritraggono un Salinger sorridente e amorevole con i figli, che raccontano di momenti di intimità. Margaret ammette che sentiva l’amore di suo padre, scrive infatti “Il mondo si illuminava quando papà ritornava a casa”, ma evidentemente non era quell’amore tenero e comprensivo che si aspettava.

Quando, anni dopo, rivelerà a suo padre di essere incinta lui ribatte che spera abortisca perchè non era giusto far nascere un figlio in questo mondo pidocchioso. (lousy).

Noi leggiamo che  Salinger seguiva i dettami della Chiesa scientista, che si interessava alla medicina alternativa e a tante altre teorie e convinzioni spiritual/medico/nutrizionali.

Chi era dunqe Salinger? Un Acchiappasogni? Un giovane Holden mai cresciuto?

I giovani d’oggi si riconoscono in questa difficoltà di crescere?  So per certo che “Il giovane Holden” è presente in molte biblioteche scolastiche, ma non credo che quella rabbia appassionata e disperata di cui lui è il rappresentante più famoso sia presente nell’attuale generazione di adolescenti, più portati, mi sembra, alla rinuncia e all’adattamento.

Ora però  aspettiamo con ansia di leggere i suoi manoscritti, accuratamente archiviati dallo stesso Salinger  che ha lasciato detto:

” Un contrassegno rosso significa, se muoio prima di averlo finito pubblicatelo così com’è, uno blu significa pubblicatelo, ma prima sottoponetelo a revisione, e così via.

 

BIBLIOGRAFIA:

“The Young folks”, racconto pubblicato nel 1949 sulla rivista Story Magazine

“For Emè with love and squalor”, racconto in prima persona di un soldato traumatizzato

“The Varioni Brothers” 1943

“Uncle Wiggly in Connecticut” da cui venne tratto un mediocre film intitolato My foolish heart

“Nove racconti” del 1953

“Franny e Zooly”, 1961

“Alzate l’architrave, carpentieri”

“Seymour. Introduzione nel 1963 (Saga della famiglia Glass)

“Hapworth 16, 1924”, breve romanzo epistolare scritto da un bambino di 7 anni.

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L'ARTE DI MANGIAR BENE secondo ARTUSI

pubblicato da: admin - 28 gennaio, 2010 @ 7:39 pm

Pellegrino_ArtusiFrontespizioStamattina mi sveglio presto, mi faccio un buon caffè e, imitando una carissima amica che segue questo rito da sempre, me ne torno a letto per berlo con voluttà. Immediatamente Mimilla, la gattina principessa, mi viene accanto a fare le fusa e a richiedere le sue coccole. Penso che sia veramente bellissimo non dover correre al lavoro con il freddo e il gelo, ma potersi inventare la giornata. Voglio fare ciò che mi dà piacere, un’ora di ginnastica, un caffè con un’amica, nel pomeriggio forse un film, lettura, scrittura…ma soprattutto ho in mente di farmi gli gnocchi al pesto per pranzo. Ho due vasetti di squisito pesto ligure, dono dei miei consuoceri, ed oggi, visto che ho delle belle patate, mi voglio cimentare in quest’opera creativa. Cucinare è senz’altro un’arte; io non sono molto brava, il vero chef della famiglia era mio marito Piero, però riesco a preparare torte buone per le riunioni serali e qualche sugo speciale per la pasta.

Chiedo a un’amica che ritengo più esperta quali ingredienti mettere e mi vengono suggeriti ovviamente patate, farina e un uovo. Sembra facile, concludo.

In cucina, canticchiando, comincio a schiacciare le patate lessate calde e aggiungo l’uovo. Schiaccio e schiaccio, mi sembra un laghetto paludoso. Ah, la farina. La metto, ma non succede niente. Irritata, ne aggiungo ancora, e ancora…intanto il tavolo, il pavimento, la gatta nera che circola curiosa lì intorno… tutti coperti da uno strato bianco. Alla fine mi stufo; tolgo dalla terrina questa pappa e comincio a fare i serpentelli, ma mi rimangono quasi tutti in mano, qualche pezzo si disgrega; non canticchio più , ma continuo ad aggiungere  altra farina. La gatta, se ne va miagolando,  scocciata dal velo bianco che vede volare.

Ah, finalmente la consistenza giusta per fare gli gnocchetti… Non capisco perchè non sono cilindrici, ma simili a sassi deformi. L’acqua bolle… io li butto dentro. Mi pare di ricordare che quando vengono a galla sono pronti. Li scolo e li metto nel mio piatto già pronto con il profumato pesto. Sono grossi, qualcuno è attaccato all’altro come gemelli siamesi, e sono duri, duri come la pietra.  Dalla rabbia li mangio ugualmente, e poi vado a cercarmi il libro dell’Artusi.

La ricetta suggerita da questo mago della cucina non prevedeva l’uovo!

Leggendo la sua ricetta mi rilasso perchè il suo linguaggio ottocentesco e fiorito è una delizia. Continuo a sfogliare e ritrovo in queste pagine l’atmosfera delle famiglie borghesi di fine ottocento e l’importanza che la cucina, fatta a regola d’arte, aveva. Artusi è spiritosissimo, per cui questo libro non è un semplice ricettario, ma è un divertente e utile documento sulla vita dei nostri antenati.

Pellegrino Artusi nasce  a Forlimpopoli nel 1820, si laurea in lettere, si stabilisce a Firenze, diventa critico letterario, scrittore e gastronomo.

 Infine si dedica al commercio, curando in modo particolare i suoi due maggiori interessi: la letteratura e la cucina.

Il suo libro, pubblicato nel 1881, ha già avuto 111 edizioni.  Nella sua opera l’Artusi raccoglie tutte le ricette regionali culinarie dando così, 20 anni dopo l’unificazione d’Italia, un contributo importante per la formazione di una cucina nazionale italiana. E’ un testo che ha cementato l’unità d’Italia non solo a tavola, ma anche nell’uso della lingua. Qualcuno dice che vi ha contribuito più che Manzoni con  I Promessi Sposi.

Il suo è un linguaggio corretto, scorrevole dove si ritrovano parole desuete e qualche toscanismo, e dove la spiegazione del piatto viene “infarcita” di aneddoti, citazioni poetiche, riflessioni personali.

Ecco gli ingredienti che suggerisce per gli gnocchi:

“……………Patate grosse e gialle, grammi 400.Farina di grano, grammi 150:

Vi noto la proporzione della farina per intriderli, onde non avesse da accadervi come ad una signora che, me presente, appena affondato il mestolo per muoverli nella pentola, non trovò più nulla; gli gnocchi erano spariti. -O dov’erano andati?-……..”

 Si erano liquefatti. I miei invece…

Dal suo ricettario a tutt’oggi sono state cancellato soltanto alcune ricette, tra le quali una per cucinare il …pavone!

“Siate allegri ,dunque,” inizia l’Artusi spiegando la sua ricetta dei Biscotti della salute   “chè con questi biscotti non morirete mai o camperete gli anni di Mathusalem. Infatti, io, che ne mangio spesso, se qualche indiscreto, vedendomi arzillo più che non comporterebbe la mia grave età, mi dimanda quanti hanni ho, rispondo che ho gli  anni di Mathusalem, figliolo di Enoch.”…Nella ricetta ci sono anche, oltre farina, zucchero rosso, burro, bicarbonato di soda, uova, latte,  il cremor di tartaro (?) e odore di zucchero vanigliato…

Artusi morì a 91 anni.

Ma insomma in che cosa ho sbagliato nel fare gli gnocchi?

 

 

 

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UMBERTO SABA, da Poesia italiana del Novecento

pubblicato da: admin - 27 gennaio, 2010 @ 4:51 pm

DSCF1185Saba in ebraico significa pane; il nostro poeta, che in realtà si chiamava Poli, lo assunse per amore della madre ebrea, abbandonata dal marito.

Oggi, 27 gennaio,  ho ripensato a lui e alla sua poesia :

                                                                                                                                                                                              La capra

                                                                                                                                                                                    Ho parlato a una capra:scansione0005

Era sola  sul prato, era legata.

Sazia d’erba, bagnata

dalla pioggia, belava.

Quell’uguale belato era fraterno

al mio dolore. Ed io risposi, prima

per celia, poi perchè il dolore è eterno,

ha una voce e non varia.

Questa voce sentiva

gemere in una capra solitaria.

In una capra dal viso semita

sentivo querelarsi ogni altro male,

ogni altra vita.

 

 

saba

Saba usa parole semplici,  (troviamo la sua poetica nei versi “Amai trite parole…m’incantò la rima fiore amore”, ma ciò che scrive  lo sentiamo  fortemente e immediatamente nel cuore,  e in questa poesia riusciamo a percepire sia il dolore del popolo ebraico perseguitato, sia il  dolore dell’umanità intera.

“La capra dal viso semita” è un verso prevalentemente visivo e Sanguineti, che ha curato questa antologia, dice che probabilmente Saba non si riferisce coscientemente agli ebrei, ma si aggancia d’istinto ai pregiudizi iconografici sugli israeliti.

Qualche altro critico pensa addirittura a un probabile conflitto con la cultura ebraica, sorto  a causa dell’austerità e della severità della madre. La mancanza del padre, la madre costrittiva dalla quale  vuole liberarsi spingono Saba a sottostare a un trattamento psicoanalitico dopo  il quale forse sorge in lui il desiderio di distacco dalla cultura materna.

Mi piacerebbe leggere dai miei ex-alunni, che quest’anno sosterranno l’esame di maturità, cosa hanno imparato circa la poesia di Saba in generale.

Ripassiamo velocemente: il poeta nasce a Trieste nel 1883, frequenta le scuole commerciali senza conseguire il diploma (i poeti non hanno bisogno di diplomi o lauree!), s’imbarca come mozzo sulle navi, si stabilisce a Salerno dove si sposa, poi torna a Trieste e qui apre una libreria antiquaria,  tuttora gestita da un gentile signore; durante la seconda guerra mondiale, costretto dalle leggi razziali, soggiorna a Parigi e a Roma, nascosto presso una famiglia amica.

Nel 1951 gli viene conferita la laurea honoris causa. Muore nel 1957.

Che cosa ricordate di Saba? Le poesie dedicate a sua moglie Lina?   Ulisse?   O forse quella dedicata a quella bellissima città azzurra che è Trieste?

………………………………….

Trieste ha una scontrosa

grazia. Se piace,

è come un ragazzaccio aspro e vorace,

con gli occhi azzurri e mani troppo grandi

per regalare un fiore:

come un amore

con gelosia.

………………..

La mia città che in ogni parte è viva,

ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita

pensosa e schiva.


Gli alunni della mia ultima terza media, in gita scolastica a Trieste, l’hanno  imparata a memoria.; erano così orgogliosi di recitarla mentre  “salivamo l’erta” e vedevamo il “muricciolo” o la “sassosa cima”.

Naturalmente abbiamo anche visto con sgomento il ghetto ebraico e la Risiera di San Sabba.

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DIARIO di Etty Hillesum

pubblicato da: admin - 26 gennaio, 2010 @ 4:31 pm

etty-hillesum-300x187scansione0002Scrivere di sè è il più grande aiuto  che ci si può dare: impariamo a conoscerci più a fondo. Il “conosci te stesso” è sempre valido in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Molti di noi tengono un diario per registrare non solo gli accadimenti quotidiani, ma per sgomitolare quei sentimenti e quelle emozioni che ci accompagnano nella ricerca del senso della nostra esistenza.

Io ho cominciato a scrivere il diario a 14 anni, sull’onda emotiva della lettura del Diario di Anna Frank. E continuo tuttora. Amo tantissimo leggere i diari di altre persone, soprattutto naturalmente quelli dei grandi pensatori, perchè in essi ci si ritrova, da essi si attingono illuminazioni, spunti, aiuti o legittimazioni del nostro procedere.

Pensando a domani, giorno della memoria, mi ritrovo a sfogliare  il diario meraviglioso di Etty Hillesum, che soltanto pochi anni fa, non conoscevo. Comprendo la perdita che avrei avuto dentro di me se non lo avessi letto.

Ne parlo oggi anche perchè vorrei ricordare che al Teatro Cuminetti di Trento, sia il 27 che il 28, ci saranno due rappresentazioni sulla sua vita e il suo pensiero.

Etty nasce in Olanda nel 1914 da una famiglia della borghesia intellettuale ebraica. E’ una ragazza brillante, anticonformista, con la passione per la lettura, la psicologia e la musica.  Non ancora trentenne, vive ad Amsterdam, lontano dalla famiglia. Nel 1941 conosce Julius Spier, più anziano di lei,  che esercita con successo la psicochirologia appresa da Jung di cui è stato allievo. 

Etty comincia a scrivere per una necessità vitale: quello di far erompere allo scoperto i suoi sentimenti, che bloccati nel profondo, la fanno stare male.

                            “Avanti, allora! E’ un momento penoso, quasi insormontabile: devo affidare il mio animo represso a uno stupido foglio di carta a righe:”

Questo è l’incipit dei suoi quaderni. E’ il 9 marzo 1941. Deve sbrogliare i suoi sentimenti verso Spier dal quale si senta fortemente attratta, e che diventerà il suo amante,  e analizzare se stessa  anche nei confronti della sempre più minacciosa repressione nazista verso gli ebrei.

Soprattutto la sua ricerca è quella “dell’essenziale e del veramente umano” tanto che, lei, ragazza laica e aconfessionale, troverà, infine attraverso un continuo dialogo interiore, Dio.

Lo trova nel profondo di sè.

 E’ il suo atteggiamento positivo verso la vita in modo assoluto, nonostante gli orrori che sta vivendo la sua epoca, che farà crescere la sua inarrestabile tendenza ad amare la vita globalmente, l’essenza umana e Dio. Etty ha bisogno che Dio ci sia per vivere a fondo la meravigliosa esperienza della vita. ” La sorgente profonda che scopre in lei, dopo averla dissepolta da pietre e sabbia è Dio.”

                                                                                                      “Se Dio non mi aiuterà allora sarò io ad aiutare Dio”

La sua esistenza è un grandissimo insegnamento, non solo per questo suo  personale approdo spirituale, ma per l’amore verso tutto e tutti .

                                                                                     “Io vivo, pienamente, e la vita vale la pena viverla ora, oggi, in questo momento”

Questo mio volumetto è letto e sottolineato perchè ogni riflessione, ogni parola  sono preziose. Etty è come un sole, che risplende di luce propria, e così facendo diffonde  esempi  di coraggio e gioia.

Nel 1943 lavora a Westerbork, il campo di smistamento degli ebrei olandesi in attesa della deportazione. Di questo periodo rimangono le sue lettere agli amici, dense, pur tra le descrizioni drammatiche, della sua inestinguibile voglia di vivere.

Scrive, ad un certo punto, che se riesce a vivere con intensità la vita, allora i posteri non dovranno ricominciare tutto daccapo.

Morirà ad Auschwitz il 30 novembre 1943.

A tutti suggerisco di farsi un dono: quello delle parole di Etty.

 

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MORTE A FIRENZE, un giallo italiano

pubblicato da: admin - 25 gennaio, 2010 @ 4:04 pm

morteafirenzeMi piace cambiare genere, non per niente ho libri iniziati da tutte le parti. I thriller sono quei romanzi che mi distraggono totalmente dalle preoccupazioni.  C’è il mistero da risolvere e tutta l’attenzione è rivolta ai particolari che possono svelartelo un po’ alla volta. Fin da ragazzina ho cominciato ad appassionarmi ai libri gialli, in casa ce n’erano parecchi perchè mia madre ne era una lettrice assidua. Erano proprio quelli dalla copertina gialla editi da Mondadori. Gli autori: Rex Stout, Erle Stanley Gardner, Simenon e soprattutto Agatha Christie, quest’ultima da me amata perchè i suoi omicidi avvengono prevalentemente in Inglterra. Miss Marple ed Hercule Poirot sono i miei investigatori prediletti. Ma naturalmente leggo con molto piacere anche gli scrittori contemporanei  come la Cornwell, la James, la Vargas e gli svedesi, insomma tutti quelli che mi capitano a tiro.

Morte a Firenze è l’ultimo romanzo di Marco Vichi. E’ un giallo un po’ anomalo perchè l’indagine per scoprire il responsabile di un efferato delitto, l’uccisione di un tredicenne, è molto lenta interrotta  e rallentata dall’avvenimento catastrofico che fu l’alluvione del 1966. Anzi sembra quasi non si possa mai scoprire il colpevole. Ciononostante la lettura è rapida e interessante proprio perchè il protagonista, il commissario Bordelli, ci descrive giorno dopo giorno ciò che avvenne in quei  devastanti giorni  di pioggia ininterrotta. Pur ricordando quegli avvenimenti, leggendo, ho realizzato appieno il dramma dei fiorentini come il loro convivere, dopo che l’Arno rientrò nell’alveo, con strati e strati di fango.

In quest’atmosfera grigia, plumbea, fangosa si snodano quindi tre tematiche:

– l’alluvione e lo sgomento dei cittadini, la loro fatica a ritornare a una vita normale;

 – la ricerca ardua di far luce sull’omicidio;

– le riflessioni malinconiche del commissario di mezz’età, che si sente solo e preda dei ricordi  tragici della seconda guerra mondiale e della Resistenza.  Siamo nel 1966 e in città ci sono ancora nostalgici del Fascismo, rancori e ferite aperte.

Per alleggerire la storia ci sono però le descrizioni dei pasti consumati da Bordelli nella solita trattoria (e qui ci si può confrontare con i pranzi del commissario Montalbano), personaggi positivi e ameni, come l’ex- ladro-scassinatore, che aiuterà  con la sua perizia le indagini.

Credo ci saranno tanti amanti dei thriller, so per certo che Raffaella lo è perchè ci siamo spesso scambiate titoli e opinioni.

Come si chiama l’ispettore  investigativo della James? Quello che dà il titolo alla storia ambientata in Cornovaglia: “E’ una notte di luna, ispettore D…?”

Chi mi suggerisce altri bei gialli?

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FIRMINO, e il sapore dei libri

pubblicato da: admin - 24 gennaio, 2010 @ 6:15 pm

gennaio 10 004firminoIo sono una divoratrice di libri, ma Firmino mi batte perchè lui li mangia letteralmente, anzi li divora perchè ha tanta fame. E’ un topolino delicato, che vive insieme a 12 fratellini prepotenti e ad una mamma stanca e alcolizzata nel seminterrato di una libreria di Boston. Presto resterà solo a rosicchiare le pagine dei libri e allora si accorgerà che i più belli sono anche i più buoni. 

 “Avevo scoperto una relazione interessante, una sorta di armonia prestabilita, tra il sapore e la qualità letteraria” dice.

D’ora innanzi  l’umanizzazione di Firmino esplode perchè si accorgerà di saper leggere e di essere felice nel farlo. Non potendo ora  più mangiare  libri  come il Diario di Anna Frank, o quelli di Dickens , Faulkner, Flaubert, uscirà all’aperto in cerca di cibo  e scoprirà  così il cinema, dove non solo potrà spiluccare resti di pop corn e caramelle, ma conoscerà Fred Astaire e Ginger Rogers, che diventeranno suoi idoli.  Il suo nutrimento culturale proseguirà velocemente tanto da fargli desiderare, lui umano spiritualmente, anche se non fisicamente, di avere contatti con gli uomini. Ma tranne uno scrittore che lo adotterà, lo aiuterà,  gli farà amare il jazz, ecc. Firmino comprende che il diverso non sarà mai accettato.

 Lui è un esserino speciale, intelligente, ma  gli uomini  ne vedono solo la parte esteriore: è un ratto da scacciare e malmenare.

E’ una storia malinconica, da leggere con piccole pause per poter riflettere sulle numerose metafore che ci offre. Firmino, nella sua ingenuità e fiducia verso gli altri, dimostra l’impotenza dei deboli, che poco possono fare contro la prepotenza dei più forti.  E’ il topo di biblioteca: metafora dei solitari,  dei curiosi e insaziabili, dei pensosi ricercatori del senso della vita.

Il romanzo, regalatomi da una cara amica di Recco,  (che vorrei tanto si attivasse tecnologicamente per avere i suoi preziosi commenti sul blog) è stato scritto da un esordiente Sam Savage, nato nel 1940, (quindi settantenne!), il quale ci regala oltre a questa storia fantastica, tante golose citazioni letterarie.

Lo definirei un romanzo di formazione perchè il nostro Firmino crescerà culturalmente e capirà, suo malgrado, la realtà che lo circonda, non ultima la poca importanza riservata alle “arti” intellettuali, quando vedrà demolire dagli speculatori edilizi la vecchia libreria.

Naturalmente io,  amante degli animali, gatti, cani e anche topini colti, ho apprezzato molto  la sua storia.  A volte penso che certi animaletti ci capiscano e potrebbero persino comunicarci i loro pensieri se conoscessero il nostro linguaggio; la mia gattina nera Mimilla, che capisce tutto, è sulla buona strada, quando parla usa intonazioni diverse a seconda di ciò che vuole esprimere. Sono sicura che presto vorrà imparare a leggere perchè quando apro un libro arriva di corsa a mordicchiare il bordo e a scrutarlo per bene. E’ del mio parere un’altra amica lontana, Giuliana di Aquileia, che trova nei gatti qualità spesso migliori delle nostre uname. A volte penso che lei stia subendo il processo inverso a quello di Firmino: si  sta…”gattizzando”!

Per curiosità sono andata cercare le opinioni  dei lettori di Firmino su Internet e ho letto pareri altamente discordanti: dagli entusiasti come me, che vi trovano metafore, simboli, messaggi subliminali in ogni riga, a quelli che dicono che sono stufi di sentir parlare di topastri, che è noioso, ecc.

Mi piacerebbe conoscere i vostri commenti.

Il mio blog non è però uma mera recensione di libri letti o riletti, ma anche una riflessione giornaliera sulla vita dopo i 60 anni.  Intanto mi sento molto elettrizzata grazie a questa nuova avventura, mi sembra che le sinapsi funzionino meglio; continuare a cercare libri da leggere, argomenti da collegare o da sottoporre agli eventuali commentatori, mi mette un entusiasmo tale che dimentico persino gli acciacchi.  Speriamo di continuare così e di riuscire a portare  a termine anche la sfida  (di cui mi ero dimenticata)!  Un anno: gulp!

 

 

 

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SALVATORE QUASIMODO – Tutte le poesie

pubblicato da: admin - 23 gennaio, 2010 @ 6:29 pm

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L'ELEGANZA DEL RICCIO, libro che tutti dovremmo leggere

pubblicato da: admin - 22 gennaio, 2010 @ 4:18 pm

L'eleganza del riccioPerchè tutti  noi dovremmo leggere il romanzo di Muriel Barbery? Intendo con noi,  i rappresentanti dell’Occidente consumistico, dell’immagine, della fretta. Perchè la storia raccontata è particolare, come particolari ne sono i tre protagonisti principali  che vivono in un’elegante palazzina di Parigi: Renèè, la portinaia di mezz’età, Paloma, una dodicenne che abita lì con la famiglia e monsieur Ozu, un ricco giappponese da poco trasferitosi all’ultimo piano.

Renèè e Paloma all’inizio del racconto non si conoscono, ma  vivono entrambe una vita doppia, quella loro interiore e quella esteriore conforme agli stereotipi che la società (la nostra società?), ci impone.

Da una portinaia ci si aspetta la sciatteria, la teledipendenza, l’ignoranza, perchè ciò non turba l’establishment, i ruoli sociali.  Renèè, allora, si mostra come gli altri la vogliono, perchè non intende dare battaglia per farsi “vedere” o conoscere per quello che veramente è, sa che sarebbe inutile e faticoso. E per starsene più tranquilla si avvolge in un mantello di “aculei”, di quasi scortesia verso gli altri. Per non sentirsi ferita preferisce nascondersi. E il suo nascondiglio, come si accorgerà Paloma nella sua indagine sulle persone vicine, è la cultura, l’amore per l’arte e la bellezza, il lento dorato piacere di leggere e insieme bere una tazza di tè.

Paloma è una dodicenne geniale,  speciale, sensibilissima  che vive in una famiglia non peggiore delle altre, ma disattenta, arida, nevrotica. Anche Paloma  mostra ciò che ci si aspetta da lei: la superficialità dell’adolescente, ma  essa in realtà è una lucida e severa osservatrice della mediocrità dell’esistenza che la sua famiglia le mostra. Scrive un diario giornaliero a tal proposito (nel film sarà una telecamera a spiare la banalità, la tristezza e la difficoltà del vivere della mamma, del padre, degli amici di famiglia ); sente di trovarsi prigioniera come un pesce nella sua boccia di vetro, anzi per lei  è tutta l’umanità che  vive in una sorta di innaturale campana di vetro dove tutto appare senza senso e senza via di fuga. E’ per questa assenza di alternative  alla sua esigenza esistenziale, che la ragazzina decide che si suiciderà  il giorno del suo tredicesimo compleanno. Se la vità è così a lei non interessa continuare. Intanto però continua ad osservare, annotare,  riflettere.

Paloma si accorge di Renèè e  in lei  trova qualcosa che la incuriosisce, la intriga. Parlano un po’, si “riconoscono”.

Monsieur Ozu, appena arrivato, sarà infine il  catalizzatore che riuscirà a riequilibrare in una dimensione più serena la vita delle due protagoniste.

E’ emozionante il “riconoscimento” letterario, e quindi di consonanze, fra Ozu e Renèè quando citano  insieme la famosa frase  dell’incipit di Anna Karenina:

                                                           Tutte le famiglie felici si assomigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo.

Pur tra la diffidenza iniziale di Renèè, la conoscenza reciproca si allarga grazie all’atteggiamento di Ozu che guarda le persone con sguardo trasparente,lungimirante,  andando oltre le apparenze e i pregiudizi , ma cercando nell’altro la Qualità, la sua Essenza. E qui si inserisce anche Paloma che, grazie ad entrambi, capirà la ricchezza che c’è nella vita  in ogni caso,  e che sarebbe assurdo sprecarla. Ci pensa già il destino a farlo per noi.

A questo proposito mi piacerebbe conoscere opinioni sulla fine del romanzo. Serviva proprio che terminasse così? Perchè? Noi non saremmo stati  in grado di accettare un’alternativa inconsueta?

Nel film Il riccio di Mona Achache, che io ho visto con  grande piacere, gustando la bravura eccezionale degli attori, mancano però molte riflessioni, le ricche citazioni letterarie, il brivido, così ben descritto dalla Barbery, delle scoperta delle affinità, dell’emozione di riconoscersi in qualcun altro, manca , per esigenze di genere, quella lentezza Zen che Monsieur Ozu  assapora  nel suo stare al mondo.

Mi permetto di soffermarmi proprio sulla lentezza del vivere che noi abbiamo perso, tesi a  consumare  il tempo con ingordigia e fretta per arrivare chissà dove, quasi si avesse paura di stare un po’ dentro di noi o di “guardare  attentamente” gli altri.  Il tempo è una grande ricchezza e occorre spenderlo bene.

Ne sanno qualcosa anche i miei cari amici,  i soci della Banca del Tempo di Trento. Ma di questo parleremo un’altra volta.

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PIANOFORTE VENDESI

pubblicato da: admin - 21 gennaio, 2010 @ 8:23 pm

Pianoforte vendesiParole che si potrebbero leggere in bella mostra nella vetrina del negozio di mio genero Marco a Chiavari.

Invece PIANOFORTE VENDESI  è il titolo del nuovo libro di Andrea Vitali, autore di romanzi esilaranti quasi tutti ambientati sulle rive del lago di Como nel periodo del Ventennio fascista.  Primo fra tutti “Olive comprese”, che io avevo immaginato come quelle  servite col Martini dry…ma  che invece di ben altre…olive si trattava. Libro scritto benissimo, veramente divertente, soprattutto per i maschietti.

Anche questa storia è ambientata a Bellano, sul lago di Como, durante la notte dell’Epifania del 1966, ritenuta dal paese la festa dei morti. Tutti gli abitanti festeggiano con grandi mangiate e bevute; fra questi è soprattutto il calzolaio, custode del pianoforte, quello che vivrà una notte particolare e di colossale sbronza per poter dialogare, come ogni anno, con tutti i defunti, di famiglia e non. Già l’atmosfera invernale, di pioggia, di oscurità e bagliori, ci danno una sensazione di obnubilamento, di irrealtà e magia, di contraddizioni “tra lecito ed illecito”, tra il bianco e il nero, ma soprattutto ci fanno percepire una coesa continuità tra passato e presente.

 E’ un romanzo breve scritto in una prosa chiara, corretta e godibilissima. L’ho letto stamattina quando, dopo la mia ginnastica posturale, sono andata dalla dottoressa per una visita. (alla nostra età è d’uopo far controllare la pressione e i vari acciacchi, nel mio caso un ginocchio un po’ dolorante). Ho aspettato quasi un’oretta per poi sentirmi dire che la pressione va abbastanza bene, che il ginocchio forse migliorerà e che tutto rientra “nel quadro”… Pazienza, intanto però mi ero letta una storia bella, diversa da quelle scritte finora dal Vitali, una storia che mi ha fatto ricordare e riflettere.

Insomma, si parla di un ladro soprannominato Il pianista per via delle sue mani lunghe e affusolate. Qui dovrei mettere però un inciso perchè, secondo molti pianisti, le mani più adatte per suonare una tastiera dovrebbero essere larghe e forti come quelle di un carpentiere.

Il nostro ladro, approfittando della gente che festeggia, s’imbatte in un cartello Pianoforte vendesi e pensa che, con  nessuno in giro, potrà arraffare qualcosa. La casa in questione è aperta e lui può salire indisturbato.

E’ emozionante l’incontro- scontro  con il pianoforte: davanti a lui nell’oscurità un oggetto poco conosciuto e soprattutto difficile da rubare. Ma la sua lunga mano da pianista e da ladro fa sì che

                                                               ” Il medio cade su un tasto, ne nasce un DO profondo che occupa il silenzio.”

Improvvisamente dall’altra stanza esce la vecchia proprietaria dello strumento, una gentilissima pianista che lo farà sedere e, dopo una surreale conversazione,  lo farà suonare. E’ come se la vecchia signora gli avesse prestato le sue mani perchè lui suonerà un valzer che poi ripeterà, sbalordito egli stesso, al maresciallo e al brigadiere che indagano sul suo conto.  

La signora , si scopre, è morta  però da parecchio tempo.

Mi sono venute subito in mente le storie di fantasmi raccontate da mia nonna e quelle sentite da chi crede nel paranormale. Ne hanno scritto, fra i tanti, Henry James e persino G. Jung, assai intrigati da queste esperienze tramandate da tante generazioni .

Chi ci crede?  Quali racconti ricordate? Potrebbe esserci qualcosa di inspiegabile anche per noi i figli della scienza e della tecnologia?

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