Problemi e testimonianze della civiltà letteraria italiana

pubblicato da: admin - 3 marzo, 2010 @ 7:52 pm

catchthemoon17sl6scansione0002In queste notti di luna chi di noi, alzando lo sguardo in cielo, non ha sussurrato:

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,

silenziosa luna?

Sorgi la sera, e vai,

contemplando i deserti; indi ti posi.

Se qualcuno non l’avesse fatto può sempre correre ai ripari. E’ talmente bello in certi momenti “intimi” con la natura parlarle attraverso i versi dei grandi poeti!  Io lo faccio spesso e l’ho anche consigliato ai miei alunni. Molto presto forse ci ritroveremo a recitare: ” C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole / anzi d’antico…” e nei pomeriggi cocenti dell’estate forse ripeteremo “Meriggiare pallido e assorto / presso un rovente muro d’oro…/

Ma il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, di Giacomo Leopardi, mi è stato  ricordato, oltre che dalla  luna piena di qualche notte fa, anche da Luigi che ne ha scritti alcuni versi in un commento al blog,  quelli in cui il poeta, e quindi anche Luigi, desiderano volare oltre le nubi per contar le stelle, perchè forse la felicità sta nelle cose irraggiungibili . “Forse s’avess’io l’ale / da volar su le nubi,…”

 Leopardi prende spunto per questo suo  Grande Idillio da un articolo letto su un giornale francese in cui si parlava di un  viaggio compiuto da un barone russo nel 1820 nell’Asia centrale. La sua immaginazione ne rimane assai colpita tanto che ricopia un passo sullo Zibaldone: ” Parecchi di essi ( dei Kirghisi, una delle popolazioni nomadi dell’Asia centrale) passano la notte seduti su una pietra a riguardare la luna e ad improvvisare parole assai tristi su arie che non lo sono da meno.”

E’ un particolare suggestivo per  una sensibile anima romantica tanto che il Canto notturno…diventa una poesia filosofica in cui il pastore che interroga la luna viene identificato naturalmente con se stesso, giovane sognatore sempre pronto a farsi domande sull’esistenza  e sugli spazi enigmatici del cielo stellato.

“Dimmi, o luna: a che vale

al pastor la sua vita,

la vostra vita a voi? dimmi: ove tende

questo vagar mio breve,

il tuo corso immortale?”…

“Nasce l’uomo a fatica

ed è rischio di morte il nascimento”…

“Ma tu mortal non sei,

e forse del mio dir poco ti cale

Invidia la greggia che incosciente non conosce il tedio, quella profonda noia senza conforto che deriva proprio dalla vanità di tutto.

Appare l’ansia universale dell’uomo che si sente sperduto nell’immensità del cosmo dove la bellissima luna lo guarda, ma è insensibile al dramma dell’esistenza umana. Persone dotte o semplici pastori, ogni uomo è consapevole dell’inutilità della vita in cui l’unica risposta è nell’ultimo verso “…è funesto a chi nasce il dì natale.”

Sappiamo tutti del “pessimismo cosmico” di Leopardi, ma sappiamo anche  con quanta forza combatte attraverso le sue opere, le sue speculazioni filosofiche  e quanto è vitale la sua lotta .

A noi rimangono anche immaginifiche  evocazioni come quelle indimenticabili  della siepe sul suo “infinito”, della donzelletta con rose e viole, del canto di Silvia a maggio, e soprattutto della luna, nivea dea silenziosa indifferente e irraggiungibile.

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L'IDIOTA, di Fédor Michàjlovic Dostoévskij

pubblicato da: admin - 2 marzo, 2010 @ 9:10 pm

dostojevsky 001scansione0001E poi “arrivarono” i russi.

 E quale cambiamento nelle mie letture ! Dalla campagna inglese di Thornfield e i salotti borghesi di Liala, mi ritrovai nella grande madre  Russia! Mi prese  un  fortissimo incantamento per l’ambiente e i personaggi di Dostoévskij, primi fra tutti per il principe Myskin. Da un’amica della mamma, un’operaia comunista, mi vennero regalati “I Demoni” e “L’Idiota” quando avevo appena 17 anni ( tuttora conservati gelosamente),  ed io cominciai a leggerli  con voracità, nonostante occorressero attenzione e grande impegno. Entrai con tutta me stessa nella Pietroburgo di metà Ottocento, nei salotti accanto al samovar, seguendo le colte conversazioni,  sillabando ad alta voce i nomi così affascinanti  come Natàs’ja Filippovna, principe Lev Nikolàjevic Myskin, scoprendo soprattutto quanto profondo è il nostro animo umano e quanto Dostoévskij ne sapesse scandagliare gli aspetti più misteriosi. Più che Freud fu questo grande autore russo che mi iniziò all’analisi introspettiva.

Parafrasando una trasmissione radiofonica di Radio Tre “Sulla via di Damasco” dove agli intervistati viene chiesto quale libro è stato illuminante per la propria formazione, anch’ io dirò che “L’Idiota” è stata una rivelazione fulminante,  sia per il mio percorso  di lettrice che  per la mia crescita  personale, proprio per la ricchezza  e varietà dei comportamenti umani descritti.  L’universo dell’Idiota comprende varie tipologie umane: dall’irreprensibile  e sensibile Aglàja che si innamora platonicamente del principe,  alla sensuale e profondamente umana Natàs’ja, dall’ambiguo ateo nichilista Rogozin  al meschino Ganja. E tutto intorno c’è la solita società di parassiti mondani, volti solamente al culto del denaro e del proprio orgoglio.

Si distacca la figura del principe Myskin che per Dostoévskij è l’eroe realmente buono. Lo stesso autore nella ricerca di questa tipologia umana dichiara di rifarsi al Don Chisciotte perchè anch’egli è buono e deriso, e non conosce il proprio valore.

Myskin è un aristocratico che soffre di epilessia alternata a stati di “ebetudine”, resa patetica agli occhi di tutti dalla sua accettazione ingenua di un “credo di amore universale”

Il suo ritorno dalla clinica svizzera, dove è stato curato,  a San Pietroburgo, città  preda del denaro e dell’immoralità, sembra un avvento di Cristo per salvare l’umanità; questa analogia è descritta negli appunti dello stesso Dostoévskij dove Myskin “sarebbe stata l’immagine analogica del Cristo con le sue qualità interiori, innocenza e santità“.

I personaggi di Dostoévskij rimarranno per sempre nella memoria dei  suoi lettori, per Gary “I fratelli Karamazov”, per mio padre “Il giocatore”, per altri   Raskòlnikov di “Delitto e castigo” ( romanzo che io, quando avevo 12 anni, regalai a mai madre pensando fosse un libro giallo!!!) , per me soprattutto il principe Myskin  la cui bontà innocente, l’ingenuità fraintesa mi commuovono e affascinano.

E per voi?

Quali libri vi hanno”fulminato” sulla vostra via per Damasco?

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IL BALLO, di Irène Némirovsky

pubblicato da: admin - 1 marzo, 2010 @ 7:47 pm

12188765Presento oggi un altro breve romanzo della Némirovsky, “Il ballo” perchè  strettamente intrecciato ad alcune tematiche di “Jezabel”. Fra queste  l’ambiente mondano della Parigi alto borghese degli anni’20, l’ipocrisia sociale, la rivalità madre-figlia.

Il racconto è brevissimo ma scritto in modo chiaro, essenziale e folgorante. L’autrice riesce a descrivere in poche pagine la meschinità dei nuovi ricchi che s’affacciano al “bel mondo”, bramato come bene supremo e il rapporto negativo fra una madre ambiziosa dedita esclusivamente ai piaceri mondani e un’ adolescente desiderosa di attenzione e tenerezza .

La quattordicenne Antoinette riceve solo rimproveri dalla madre tutta presa ad organizzare il ballo che la legittimerà come parte della Parigi “bene”: “Questa marmocchia mi sta sempre tra i piedi…Mi hai di nuovo macchiato il vestito con le tue scarpe sudicie…Stupida!” “Sta dritta. Almeno tenta di non sembrare gobba.”

Antoinette si sente annientata, ma nei suoi sogni cominciano ad apparire uomini che l’ammirano e la accarezzano come Andrea Sperelli e altri personaggi letterari.

Quando cerca un bacio materno, la madre sbotta “Ma lasciami in pace, m’infastidisci! ” Il  pensiero predominante di quest’ultima è l’importante ballo per “far crepare d’invidia” il mondo modesto dal  quale proviene, prima delle insperate e fortunatissime operazioni in borsa del marito.

La ragazzina vorrebbe partecipare al ballo, ma la madre sbotta ” Sappi, mia cara, che io comincio soltanto adesso a vivere, capisci, io, e che non ho intenzione di avere tra i piedi una figlia da marito…”. Ed anche questo aspetto si ricollega al personaggio di Gladys Eisenach per la quale esiste prepotente la rivalità fra giovani e “vecchi”, persino fra madre e figlia!

Ma anche i giovani  sono egoisti, a loro sembra inconcepibile di non potere avere  tutto:  “Sono io che voglio vivere, io, io…Sono giovane , io. Mi derubano, si prendono la mia parte di felicità sulla terra…”

Non c’è amore fra le due, ma soltanto egocentrismo ed ambizione. La ragazzina si vendicherà  poi crudelmente gettando gli inviti, che doveva spedire, nella Senna. E il ballo non ci sarà.

Scritto nel 1930 quando Irène ha 27 anni, e subito dopo il suo primo romanzo di grande successo “David Golder”, questo racconto, come altri,  denuncia dolorosamente l ‘arido rapporto che la scrittrice aveva con la madre.

Sappiamo che Irène Némirovsky nasce a Kiev nel 19o3. Il padre, un ricco banchiere  ebreo, è costretto  con la famiglia a rifugiarsi in Francia dopo la Rivoluzione del 1917.

La giovane Irène è affidata ad una governante francese perchè la madre, disinteressata alla sua educazione, è tutta presa dalla mondanità di Parigi. Irène leggerà molto e comincerà a scrivere in francese.  Il suo talento è indiscutibile e la critica manifesta la sua ammirazione a questa giovane donna elegante e mondana  che riesce a scandagliare così profondamente l’animo umano. Nei suoi personaggi femminili possiamo ritrovare costantemente  la figura della madre desiderata e “odiata”.

Irène scrive e pubblica, sposa un ricco banchiere, ha due figlie, ma con l’avvento del Nazismo, e nonostante la sua conversione al Cristianesimo, sarà deportata ad Auschwitz dove morirà  di tifo nel 1942.

Uniche superstiti le due figlie, Denise ed Elisabeth che in una valigia serberanno i manoscritti della madre, tra i quali il celeberrimo “Suite francese,” pubblicato in Italia nel 2004.

La domanda prepotente che affiora alla mia mente: ma può esistere rivalità fra madre e figlia?

E un ‘altra riflessione: il pronome personale  io è forse la parola più usata?

 

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JEZABEL, ovvero la dannazione dell'eterna giovinezza

pubblicato da: admin - 28 febbraio, 2010 @ 8:09 pm

scansione0012scansione0013Appena conosciamo il personaggio principale di questo romanzo di Irène Némirovsky ne rimaniamo catturati. Pur accusata di omicidio Gladys Eisenach incuriosisce morbosamente per la sua bellezza che si sta sgretolando. Perchè Jezabel? Perchè come l’antico personaggio biblico, immortalata da Racine nell'”Atalia”, Gladys simboleggia non solo l’immoralità, ma soprattutto l’idolatria per la bellezza e la giovinezza da conservare per sempre a tutti i costi.

Si ripercorre la vita dell’imputata tornando ai suoi primi balli nella stagione londinese, alla fine dell’Ottocento. E’ bellissima, giovane e l’ammirazione di tutti la rendono felice, la fanno sentire invincibile e potente. Nella cintura porta infilato un mazzolino di roselline rosso scuro, ne sente il profumo, danza ebbra alla musica dei valzer : ” Che felicità. O meglio no, non era ancora la felicità, ma un’attesa, un’inquietudine divina, una sete ardente che le faceva battere più forte il cuore”

Credo che tutte noi “ragazze” ricordiamo  queste speranze e questa gioia provate ai tempi della prima giovinezza quando ci sentivamo euforiche e piene di energia. Ma la “dannazione” di Gladys è di essere troppo bella, di essere adorata da tutti gli uomini, invidiata dalle donne e questo le procura un ‘enorme voluttà che la imprigiona nel suo narcisismo. Vuole essere soltanto amata, non vuole amare.

E qui credo che la nostra somiglianza si distacchi dal suo ritratto. La sua vita sarà esclusivamente vissuta al mantenimento della giovinezza anche anagrafica, perciò bugie, sotterfugi, drammi per non rivelare la propria età.

Naturalmente può farlo, è molto ricca,  vive a Parigi,  ha abiti eleganti, gioielli,cosmetici,  ma questa ossessione per il tempo che passa non la farà più sentire sicura come durante i primi balli dei suoi vent’anni.

Per noi è senz’altro una figura anacronistica, ma l’invecchiare non è certo un piacere neppure per noi femministe…Gladys sottolinea purtroppo la limitazione dell’essere donna, destinata solo a piacere  e a piacersi quando è giovane ?  Da quando è cominciata questa esigenza? Dopo il Neolitico…? E sono stati gli uomini a far sì che una donna non più giovane  diventasse “trasparente” e brutta?

O siamo noi che talvolta rifiutiamo la serenità e la pace della “vecchiaia”?

In questa avvincente storia della Némirovsky, ci sono molti colpi di scena che non svelerò,  difficili rapporti familiari, e purtroppo c’è anche la crudeltà dei giovani verso i vecchi…Domani scriverò un post su un altro suo libro.

In una trasmissione di Arbore, c’era il “filosofo” Catalano che pontificava:

é meglio essere ricchi che poveri

belli che brutti,

giovani che vecchi… Che abbia ragione?

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IL RIBELLE IN GUANTI ROSA: Charles Baudelaire

pubblicato da: admin - 27 febbraio, 2010 @ 6:59 pm

scansione0011copj13Non potevo, dopo la interessante lezione su Baudelaire tenuta  della professoressa M.Cristina Corcione, esimermi dal parlare del libro di Giuseppe Montesano. Ho anche cercato i vecchi appunti universitari,  quelli scritti seguendo il corso del  mio docente di letteratura francese, il poeta, Luciano Erba. Non li ho trovati naturalmente, il caos regna sovrano ormai nella mia casa, ma i ricordi sono ancora abbastanza  freschi e basta rovistare  un po’ nel  mio “bagaglio culturale” per farli riaffiorare.

Seguivo le lezioni con avidità, la vita dei poeti è per me quella eccelsa, come quella dell’albatros che si sente se stesso quando  può volare ad ali spiegate al di sopra delle meschinità terrene. E proprio la poesia “L’albatros“  ha letto la bravissima e luminosa  professoressa Corcione, nella’aula magna della Utetd. Naturalmente la traduzione in italiano penalizza un po’  la musicalità dei versi in rima alternata di Baudelaire.

Souvent, pour s’amuser, les hommes d’équipage /prennent des albatros, vastes oiseux des mers, /qui suivent, indolents, compagnons de voyage,/le navire glissant le gouffres amers.

Sovente, per diletto, i marinai / catturano degli albatri, grandi uccelli marini  /che seguono, indolenti compagni di viaggio, / il bastimento scivolante sopra gli abissi amari.

  Il contenuto rimane, sia nel significato metaforico dell’ albatro, simbolo del poeta incompreso e deriso appena questi “atterra” tra gli altri, sia nella scelta delle figure retoriche come la sinestesia: abissi amari.

Per me  più della famosissima  “Spleen” è questa la poesia baudeleriana che mi cattura e graffia, perchè qui si parla di solitudine fra gli altri, di diversità denunciata, di incomprensione e di  cosciente crudeltà.

In “Spleen“, c’è l’angoscia esistenziale del poeta che si sente prigioniero, io penso, persino di se stesso,  vede la speranza come un “pipistrello che sbatte contro i muri” e le gocce di pioggia non sono paragonate alle liberatorie e consolatrici lacrime, bensì imitano “le sbarre d’un grande carcere”.  Da soli forse però si combatte meglio l’angoscia , perchè siamo noi soli di fronte a noi stessi, ed è quello che il nostro poeta riesce in parte a fare, grazie alla sua  poesia.

La parola inglese spleen, che significa sentimento di noia, disagio , malessere, insofferenza rassegnata di vivere è entrata nel nostro vocabolario; io stessa in certe giornate malinconiche in cui non ho voglia di nulla dico che ho lo spleen. Succede anche a voi? Spero però che non sia così insopportabile come quello di Baudelaire!

Nel libro di Montesano ripercorriamo la vita dolorosa di questo grande poeta che ha rinnovato la poesia con il suo simbolismo e le corrispondenze, cioè le analogie con le cose; anche i profumi, i colori e i suoni come “lo spirito e i sensi” entrano in accordo totale, in una combinazione infinita di corrispondenze. Forse c’è già un’anticipazione del correlativo oggettivo di Eliot, e poi di Montale,  per cui la metafora si oggettivizza, considerando  l’astratto  oggetti concreti.  (Scusate, ma sono appassionata di poesia!) Che ne dice Luigi? E le mie colleghe e figlia  angliste? E le lettrici?

…i pensieri che diventano” un popolo muto di infami ragni che tende le sue reti”…

Per tornare alla sua biografia, impariamo che pur vivendo negli anni falsamente fiduciosi della rivoluzione industriale e del progresso, Baudelaire ne percepisce i limiti e gli inganni e si rifugia nell’Arte, come valore assoluto, dall’alto della quale, come l’albatro, ne vede però la verità deludente. La sua poesia diventa la testimonianza della crisi della coscienza borghese che anche lui, come tanti artisti, abborrisce.

Sappiamo della sua vita, dell’abuso di oppio, alcool , del suo dandismo, della sua amante mulatta chiamata con disprezzo  dai parigini la Negresse e conosciamo il suo male di vivere. Conosciamo le sue difficoltà economiche, le frequentazione dei bassifondi della città, la ricerca della bellezza proprio nel male, egli  si propone infatti “d’extraire la beautè du Mal”. Attraverso la sua esperienza di solitudine, incomprensione, il poeta sembra ripercorrere la tragedia dell’essere umano, “dell’homme double”. Si pasce nel fango di Les fleurs du mal, ma  aspira anche all’Ideal.

In questo ampio romanzo Montesano si delinea come un potente citatore delle opere del poète maudit; ci ha messo 10 anni a completarlo, ma vale la pena leggerlo. Piero Sorrentino commenta : “questo libro si legge come un romanzo, perchè Montesano è riuscito prima di tutto nel piccolo miracolo di specchiarsi, e far specchiare il lettore, nel volto, dalla “smorfia che gli taglia la faccia in tutte le fotografie e fino alla fine”, del poeta, mio simile, fratello.”

                                                                                                                          *     *         *            *

A proposito di spleen.

Appena arrivata , la mia gattina Mimilla, era molto malinconica. La sua prima infanzia era stata terribile come quella di Cosette dei Miserabili, abbandonata, ammalata, ecc. ecc. Prima di abituarsi alla tranquillità e all’amore della mia casa, era sempre piena di spleen. Quando la portai dal veterinario e lui mi chiese il suo nome da scrivere sul libretto personale io dissi:

“Mimilla di nome e…Baudelaire di cognome.  Sa, è sempre piena di  spleen!”   Il veterinario mi guardò perplesso.

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LESSICO FAMIGLIARE, e le parole che ci accomunano

pubblicato da: admin - 26 febbraio, 2010 @ 9:17 pm

scansione0006Quali sono le parole, i modi di dire che accomunano e contraddistinguono una famiglia? Ognuno di noi, se ci pensa attentamente, li troverà. Natalia Ginsburg è riuscita a costruire attorno ad essi la storia della sua famiglia d’origine. Chi non ricorda le “malegrazie”, gli “sbrodeghezzi,” i “potacci” che suo padre urlava in svariate occasioni?

Questo romanzo è la “bibbia” della mia amica Giuliana di Aquileia. Credo che lo sappia a memoria e spesso usa le stesse espressioni, come d’altronde è capitato anche a me. “Malignazzo Belgio” esclamammo infatti  io e mia figlia, copiando la mamma di Natalia , quando qualche estate fa  giungemnmo a Bruxelles e trovammo pioggia e freddo. Con il treno dovevamo raggiungere Bruges per il concorso di Musica antica (…Vinto, poi! …Ma ancora non lo sapevamo!). Campagna desolata, grigia, stabilimenti fumosi e pioggia. “Malignazzo Belgio”…ripetevamo battendo i denti, e via che ci mettevamo un’altra maglia, poi i calzini, una sciarpetta. Ci chiedevamo: Ma diceva proprio così la mamma della Ginzburg? Sì, e aggiungeva anche “Malignazzo di un Liegi”, perchè lei ci era stata per un po’ di tempo, e non le piaceva per niente perchè pioveva sempre.

Una madre dolce, vaga che avrebbe tanto desiderata una villetta con giardino, tanto che quando faceva il gioco delle carte  diceva “Vediamo se  qualcuno mi regalerà un villino”

Completamente diverso il padre, Giuseppe Levi, ebreo, docente di anatomia comparata, che faceva il buono e cattivo tempo in famiglia. Risoluto, autoritario, brontolone esortava i figli e moglie a una vita spartana: docce fredde, gite in montagna  faticosissime. Se qualcuno cercava qualche comodità veniva definito “negro”. Una “negrigura” era un atto o un gesto inappropriato, come indossare  scarpe da città in montagna o cappellino per ripararsi dal sole, o soltanto lamentarsi di avere sete.

Gli “sbrodeghezzi” invece erano non solo i comportamenti ineducati a tavola, ma anche i quadri moderni, come quelli di Modigliani. Fra l’altro uno dei suoi figli sposò poi  la figlia di Modigliani, matrimonio durato però molto poco.

 Leggere le pagine di Natalia Ginsburg è un piacere, una gioia; la nostalgia è soffusa di leggerezza e sorrisi. Persino gli avvenimenti più tragici come la prigionia del padre, il confino dei fratelli e l’uccisione del marito Leone Ginzburg vengono ricordati come attraverso un velo che sembra averne assorbito il dolore.

Siamo nella Torino degli anni Trenta, una città intellettuale dove incontriamo Cesare Pavese, l’editore Einaudi, gli Olivetti, Eugenio Montale e tantissimi altri. Si parla di Mussolini, delle leggi razziali, dell’antifascismo, ma soprattutto  si parla della famiglia di Natalia Ginzburg, che come scrittrice userà sempre  il cognome del primo marito.

Ciò che mi affascina in questa ricerca del “tempo perduto” da parte della Ginzburg, che a Proust è debitrice, (ha fatto una traduzione della “Recherche”) è il modo distaccato eppure forte con il quale descrive tutti i protagonisti che hanno condiviso parte della sua vita. Sembra che volontariamente si attenga alla leggerezza di ciò che racconta, quasi staccata, per non soffrire troppo, e per relegare eternamente i suoi ricordi, nel momento preciso del loro accadimento, quasi avulsi dal tempo in cui vengono scritti. 

Lessico familiare vince il Premio Strega nel 1963. Ma sapete una cosa? Nelle mie due grandi e abbastanza recenti enciclopedie della lingua italiana Natalia Ginzburg non viene citata. Farei una protesta!!!

Ma per concludere questo post e per dare spazio ai nostri ricordi faccio una domanda. Quali le parole più significative del vostro lessico familiare?

Io ne citerò solo uno: “Ag vol dla lama” di mia nonna Bianca.  La lama era il terreno paludoso formatosi in prossimità di un fiume, nella campagna carpigiana, dove venivano scavati, a mano,  canali e canaletti.  Lavoro durissimo.  Se qualcuno di noi  si lamentava di qualcosa,di un cibo non gradito, di un amoretto infelice, o di qualche dissidio, o crisi pseudo esistenziali, la nonna esclamava

“Ag vol dla lama”.

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QUANDO LEGGERE E' UN PIACERE, di Giorgio Montefoschi

pubblicato da: admin - 25 febbraio, 2010 @ 8:00 pm

scansione0004mimmi 005Soffermiamoci  a considerare non soltanto il contenuto dei libri letti, ma soprattutto il piacere che essi ci procurano.  Piacere e passione che avvertiamo quando l’autore ce li comunica, instaurando  con noi una sorta di complicità immediata.

Giorgio Montefoschi ci guida, in questa raccolta di articoli pubblicati negli anni  passati sul “Corriere della Sera”, fra alcuni testi che sono “indispensabili” per la nostra formazione letteraria e per la nostra crescita esistenziale. Ci spiega con facilità e leggerezza il sentimento “conviviale” che un testo può far scaturire  nei lettori.

E certamente tutti saremo d’accordo con la  sua scelta dell’Iliade, delle Confessioni di Sant’Agostino, Il Cantico dei Cantici,  Jane Austen,  Gogol, Musil, ecc. e fra gli italiani Parise, Arbasino, Citati…

Ognuno di noi però ha i suoi autori che l’hanno accompagnato dall’inizio della “carriera di lettore” fino ad ora. Per me dopo le autrici per giovinette come la Alcott, le Brontè, sono arrivati i classici russi, gli americani, ed infine la scoperta delle scritttrici anglosassoni, poetesse, donne di cultura, di cui avrò tempo di parlare.

Scrivere questo blog mi appassiona, ripercorro i momenti felici della lettura, una riflessione ne cattura un’altra, sembra che pezzetti di un mosaico comincino lentamente ma necessariamente a sistemarsi in un ampio disegno. C’è una grande confusione allegra e stimolante nel mio salotto e davanti al computer, libri e libri si impilano, idee, commenti dei visitatori blog, connessioni mi elettrizzano, anche la gatta ne è contagiata, come potete vedere…

Scrivere di lettura è scrivere di vita, mi sembra persino di “letteraturizzare” le mie giornate, agganciando e ampliando e confrontando  ogni mio pensiero con quello di altri. In questa società individualista è spesso difficile confrontarsi, si rimane alla superficie del nostro sentire, si teme di svelarci troppo, mentre, io credo, svelarsi è generosità, fiducia,amore.

I libri non ti deludono, sono sempre pronti ad apririsi e a farti aprire, scandagliando insieme a te  l’oscurità.

Giorgio Montefoschi spiega per l’appunto che la storia della letteratura è fortemente notturna : si ritorna ad Ulisse, presso i  Feaci, che aspetta che cali la notte prima di iniziare il suo racconto; in “Gita al Faro” della Woolf,   la tavola della cena “è un’isola nel buio”, nel  “Cuore di tenebre” di Conrad c’è una piccola imbarcazione  che galleggia nel buio in un’ansa del Tamigi.

Occorre il buio per arrivare alla luce, “il lavoro dell scrittore è paragonabile al gesto di sollevare la lanterna nella notte.”

Ma tutti noi lettori consapevoli remiamo per giungere al  nostro “faro”.

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L'ALBERO DEI GIANNIZZERI, e i misteri della vecchia Istanbul

pubblicato da: admin - 24 febbraio, 2010 @ 8:00 pm

240px-Yeni_Camiiscansione0003Si può viaggiare grazie a un libro, ma non solo nello spazio, anche nel tempo. E’ quello che si prova leggendo il thriller di Jason Goodwin, vincitore nel 2007 del premio Edgar Allan Poe per la mistery fiction.

Siamo nella Istanbul del 1830 e un fidato e intelligente eunuco di corte, Yashim, il Lala,  viene incaricato di scoprire i colpevoli di  una serie di omicidi che riportano ai temibili Giannizzeri.

Ma non solo, anche nel Palazzo del sultano sta accadendo qualcosa che fa pensare a un complotto.

A volte ci si dimentica di seguire le indagini, affascinati soprattutto dall’ ambientazione colorata, profumata, esotica della Istanbul imperiale. Entriamo nel palazzo del Topkapi, negli hammam, conosciamo le concubine, il sultano, sua madre, gli eunuchi. Si legge avidamente di usanze per noi così lontane e inconsuete.

Jason Goodwin è un entusiasta studioso della storia bizantina, ha visitato per la prima volta Istanbul arrivandoci a piedi. Ci regala quindi tutta la sua conoscenza storica parlandoci dei giannizzeri, giovani soldati forzatamente reclutati da famiglie cristiane e istruiti nell’Islam di cui divennero fanatici propagatori, di altri personaggi dell’epoca, come il mastro zuppiere, l’eunuco capo dell’harem, il kislar agha, i danzatori eunuchi vestiti da donna, ambasciatori ambigui…la valide, madre del sultano…

E ci presenta il personaggio principale, Yashim, come una persona intelligente e sensibile, colto lettore che ama soprattutto la letteratura francese e la buona cucina. Lo ammiriamo perchè è onesto, attento, un uomo dolorosamente incompleto, ma che apprezza e riesce ad amare con tenerezza le donne.

Dicevo ad Enza, che mi ha prestato il  libro, che ho  trovato il racconto  denso, ricco, appetitoso come la zuppa di trippe descritta all’inizio della storia.

E naturalmente, inframmezzati alla lettura, arrivano i ricordi dei miei due viaggi nella capitale turca, un tramonto indimenticabile sul Bosforo all’ora dell’aperitivo, il canto del muezzin dai minareti, il bazar pieno di suoni e colori, un otttimo  yogurth assaggiato sul traghetto, le ballerine di danza col ventree una fumatina con il narghilè nel caffè frequentato da Pierre Loti.

Ed ancora  rinasce il desiderio di tornarci, rivedere Topkapi, bere un tè alla menta, assaporare sempre di più questa affascinante città,  perchè più si “cresce”,  più si apprezzano gli aspetti e i doni della vita.

E il viaggio sia reale che per mezzo delle  pagine di un libro è stupendo. Viaggio, metafora dlela vita.

 

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SILENZI, di Emily Dickinson

pubblicato da: admin - 23 febbraio, 2010 @ 8:08 pm

scansione0002scansione0001Una vita silenziosa, riservata, quasi da reclusa quella di Emily Dickinson, la poetessa di Amherst, Massachusetts, nata nel 1830 e morta nel 1866. Una vita giudicata frettolosamente e in modo superficiale dai posteri,  in quanto il fatto che una donna ancora giovane preferisse chiudersi nella sua camera  a meditare e a  scrivere, faceva pensare a timidezza, fragilità psicologica, sottomissione, insomma alla tipica condizione femminile ottocentesca.

E’ vero, Emily ama stare in casa dove si sente protetta, ama i suoi familiari, soprattutto il padre verso il quale ha una sorta di venerazione spaurita associandolo quasi alla figura del Fato o di un Dio lontano. Scrive di lui : “Il suo cuore era puro e terribile, e credo non ne esista l’uguale.” Nella sua sottomissione Emily prova anche  sentimenti di protesta e di rabbia, ma non può stare lontana dalla sua casa “fortezza” e da qualcuno che faccia da argine alla sua tempestosa emotività.

E’ una donna consapevole, sa di avere dentro di sè “un’inondazione, un diluvio“di sentimenti e pensieri, sa  che  tutto ciò deve essere  “servito in tazze“, a piccole dosi, per non esserne travolta.

 

Portami il tramonto in una tazza,        Bring me the sunset in a cup………….

Chi costruì questa casupola bianca

e così salde ne serrò le finestre

che al mio spirito non è dato di vedere?

Chi mi farà uscire un giorno di gala

e mi darà quanto occorre per volar via

più sfarzosamente di un re?

Emily si rinchiude per essere libera, per salvarsi , e  si maschera, per farsi accettare dalla società del tempo, come la fanciulla docile e trasognata destinata allo zitelaggio; ma quale vita intensa nella sua cameretta dove, alla sua morte, verranno trovati quaderni e quaderni di versi!

Viene descritta da qualche raro visitatore che riesce a incontrarla:  “Veste unicamente di bianco e dicono che abbia un cervello come un diamante”

In casa ero la più piccina

mi ero scelta la stanza più piccola

di notte la lampada, il libro

e un geranio

non parlavo mai…

e in quei casi, poche parole a bassa voce

“La vita è il segreto più bello. Fino a quando dura, ci tocca parlare sottovoce.” scrive ad una sua amica nel 1870.

 Dice anche  che la vita è talmente intensa che il solo atto di vivere riempie le giornate.

Viene associata ai poeti metafisici per i quali “tensione intellettuale e sensoriale, mentale e fisica si contrappongono e fondono” ci spiega  Barbara Lanati che ha anche scritto una sua stupenda biografia di cui parlerò un altro giorno.

Mi chiedo se una persona così ricca, completa, intuitiva fosse vissuta ai nostri giorni…che cosa avrebbe fatto? Si sarebbe lasciata irretire dai miraggi mediatici, o sarebbe riuscita coraggiosamente  a rimanere nella sua “stanza tutta per sè?”

Emily riesce a plasmare e ad arricchire la sua  parte più alta  grazie alla poesia e all’isolamento. Sa di essere un poeta:

Fu questo un poeta – colui che distilla

un senso sorprendente da ordinari

significati, essenze così immense…

Rivelatore d’immagini,

è lui, il Poeta,…

La sua grande ondata creativa è al massimo intorno ai suoi 27 – 28 anni. Non ancora “reclusa”definitivamente, farà qualche viaggio, incontrerà un uomo che sarà nient’altro che la proiezione del suo rapporto con il padre. Deve provare un sentimento di amore-venerazione per l’uomo. Si sente  di ricoprire un “ ruolo  statico di sposa-fanciulla, di anima-figlia”.

La mia docente di pisicologia Jole Baldaro Verde, di cui parlerò senz’altro, avrebbe molto da discutere su questo rapporto non equilibrato verso l’altro sesso, ma i poeti, fortunatamente, sono speciali e diversi dalla norma, in attesa sempre di qualcosa, aperti alle diverse possibilità.

Il poeta vuole l’infinito:

 Ebbrezza è il procedere alla volta del mare oltre le case, oltre i promontori – nell’eterno, profondo-…la mia piccola imbarcazione s’era persa!

Talvolta i suoi versi sono enigmatici, ma con attenzione e sensibilità si può arrivare al suo pensiero così complesso,moderno, eccessivo, grande.

Fammi un quadro del sole – che l’appenda in stanza….disegnami un pettirosso-su un ramo -che io l’ascolti, sarà il sogno, e quando nei frutteti la melodia tacerà che io deponga questa mia finzione.

Vive di riflesso la realtà degli altri, ma lo sa. E chiede, la realtà è proprio così?:… a mezzogiorno sono i  ranuncoli che si librano o le farfalle che fioriscono?

Grazie alla sua mente lucida come un diamante, alla sua sensibilità estrema, Emily Dickinson, borghese dell’ Americana puritana, non sposata, riesce ad essere una donna libera e a vivere una vita che la ricongiunge al Tutto, all’Infinito grazie alla ricchezza del suo pensiero.

Io abito la possibilità – una casa più bella della prosa – più ricca di finestre – superbe – le sue porte –

E’ fatta di stanze simili a cedri – che lo sguardo non possiede – come tetto infinito ha la volta del cielo –

La visitano ospiti squisiti – la mia sola occupazione – splancare le mani sottili per accogliervi il Paradiso.

Facciamoci consolare dalla poesia, soffermiamoci in questi grigi giorni invernali a scoprire la ricchezza dentro di noi, leggiamo Emily Dickinson.

 

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L'IMPORTANZA DI ESSERE ONESTO, di Oscar Wilde

pubblicato da: admin - 22 febbraio, 2010 @ 7:58 pm

280px-The_Importance_of_Being_Earnest_-_Cigarettecasescansione0027Dopo il dramma della giovane coppia di Revolutionary Road, cosa c’è di più consolatorio che  parlare di onestà nel modo leggero che  Oscar Wilde commediografo sa fare?

The importance of being earnest è il titolo originale che significa “l’importanza di far sul serio” e dove si gioca sul nome proprio Ernest che risulta identico nella pronuncia all’aggettivo earnest (retto, onesto).

Nelle traduzioni in italiano a volte figura il nome Onesto, come in questa mia edizione della B.U.R., in altre lasciano Ernest.

Siamo nella Londra di fine Ottocento in un ambiente aristocratico dove il personaggio principale, Jack Worthing  (worth significa valore) vive una doppia vita: una in campagna dove è il serio tutore di una giovinetta, Miss Cecily, l’altra in città dove  si finge suo fratello (inesistente), adottando il nome di Ernest (Onesto nella traduzione italiana) per condurre una vita dedita ai piaceri.

Hai inventato un utilissimo fratello minore di nome Ernest (Onesto)  affinchè ti sia possibile venire in città ogni volta che vuoi” commenta il suo amico Algernon che poi, a sua volta fingerà di essere lo stesso Ernest quando conoscerà e si innamorerà di Miss Cecily.

E’ una storia  di malintesi, di scambi di identità; viene messo in risalto  “il doppio”, tema caro ai narratori dell’Ottocento, lo stesso Wilde lo tratterà magistralmente nel Ritratto di Dorian Gray.

Commedia scritta in funzione del successo e della platea, farcita di dialoghi arguti, divertenti, brillanti, ma superficiali. Lo stesso Oscar Wilde la giudica così : “It is by a butterfly for butterflies” (è una frivolezza per persone frivole?) (Mi aiutino mia figlia Stefania e le colleghe angliste)

C’è poca azione, a parte l’innamoramento di Jack-Ernest per la cugina di Algernon, Gwendolen; i momenti più “emozionanti” sembra siano quelli per la scelta tra i sandwiches al cetriolo o i muffins durante il rito del tè. E’ un mondo lieto, leggero, quasi di nonsense alla Lewis Carroll. Infatti si scoprirà, giusto per il lieto fine, che Jack è fratello di Algernon e che era stato “perso”, appena nato,  dalla governante perchè riposto, per sbadataggine, in una borsetta invece che nella carrozzella, borsetta che uscirà miracolosamente nelle scene finali.  E poi si scopre negli annuari di famiglia  che il nome Ernest è consueto .

Esclama allora Gwendolen, l’innamorata di Jack : “ Ernest! Ernest! Mio diletto! Fin dal primo istante ho sentito che non potevi avere un altro nome!”

E Jack conclude”…mi accorgo adesso, per la prima volta da quando sono al mondo, della vitale importanza dei essere Ernest ( Onesto).”

Lo copio anche in inglese dalla Oxford Anthology.”I’ve now realized for th first time in my life the vital Importance of Being Earnest

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