DECRETI LEGGE, EDITTI, DI IERI E DI OGGI

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 14 agosto, 2012 @ 6:26 pm

Detto altrimenti: occorre invertire la rotta, non modificarla

Pedalando di ritorno da una “scalata” in bici con mio nipote Enrico da Riva del Garda a Balbido , il Paese Dipinto, detto così per via dei suoi splendidi murales, arrivato al Lago di Tenno ho fatto una deviazione a sinistra e sono andato a Canale di Tenno, splendido paesino medievale arroccato sulla montagna, un museo a cielo aperto: le vecchie case manutenzionate (il termine “ristrutturate” farebbe pensare ad un intervento snaturante, il che non è), le viuzze acciottolate e le insegne dei mestieri medievali … poi, in una piazzetta, affissa alla parete, una ordinanza del sindaco … ops, scusate, un estratto dell’editto del Re Rotari, capo dei Longobardi, all’epoca dominatori della zona. Si tratta di un intervento molto specifico a fronte di specifici “reati”: furto di favi e di api e furto delle setole della coda dei cavalli.

Secondo la mia cattiva abitudine, sono stato portato ad attualizzare la norma. Anche oggi se ne stanno promulgando molti, di “editti”, soprattutto governativi. Si, il nostro attuale governo (Monti) sta facendo molto, sta correggendo la rotta con una numerosa serie di colpi di timone, di provvedi … monti! Ma forse oggi noi dovremmo invertirla, la nostra rotta, non semplicemente correggerla.

Mi spiego: quello che a mio sommesso avviso ancora si potrebbe/dovrebbe fare è prender atto che la riduzione della spesa pubblica in corso o ancora auspicata e programmata, non basterà a fare riprendere la crescita. Già, la crescita, pare che sia l’unica via possibile. E se l’attuale modello di crescita è giunto alla frutta, ecco, proviamo a programmarne un altro (nel prossimo mio post proverò invece ad ipotizzare la crescita attraverso la decrescita).

Balbido, il maniscalco

Ma torniamo agli “editti” attuali, molto specifici: numero di esodati, data del pensionamento, Imu sul beni di tutti anzi no, accordo con la Svizzera sulla tassazione dei capitali illecitamente esportati (ma pare che la CH stia per varare un referendum a difesa dei suoi “clienti”), etc..  Sono tutte correzioni di rotta, della stessa rotta, non inversione della rotta.

Nel frattempo l’Italia sta soffrendo per la siccità. Poi soffrirà per le inondazioni e per altri, nuovi malanni (ad esempio, innalzamento del livello dei mari). Infatti in questi giorni infatti è stato rilevato che la fusione dei ghiacci della calotta polare sta procedendo ad una velocità molto maggiore di quella prevista. Le conseguenze sul clima saranno catastrofiche. Il nostro Bel Paese è un paese costiero, montano, sovra edificato, già oggi esposto a calamità “umane” (così io preferisco chiamare le cosiddette Calamità naturali). Ed allora, cosa aspettiamo? Se non altro come esercizio, proviamo ad programmare un diverso modello di crescita.

Canale di Tenno

Ecco, occorre invertire la rotta. Potremmo non finanziare più i partiti politici; le GOI, Grandi Opere Inutili (come abbiamo fatto – per fortuna – per il Ponte sullo Stretto!); potremmo non acquistare più cacciabombardieri da 180 milioni dii euro ciascuno (!); non finanziare più missioni militari all’estero; non pagare più super stipendi, super pensioni, super buonuscite a chicche e sia (direbbe Totò!); non permetterci più super parlamenti e parlamemtari super pagati, ma investire in migliaia di cooperative giovanili per il rilancio delle migliaia dei nostri siti artistici, archeologici e naturalistici. E poi, occuparci della prevenzione dei disastri geologici, della difesa del territorio, dell’occupazione anche non giovanile, della realizzazione di migliaia di micro centrali idroelettriche, dello sviluppo delle fonti di energia alternative al petrolio, etc.. Il noblesse oblige non fa più per noi, non ce lo possiamo più permettere!

 

 

Canale: entering the village ... entrando in paese

La faccio facile? Non credo. La crisi dell’attuale modello di crescita è sotto gli occhi di tutti. Di chi è la colpa? Ricordo mia mamma. Era professoressa di lettere alla Scuola Media Statale Andrea Doria di Genova. Severa, impegnatissima, esigente … all’antica, insomma, avete capito. Un giorno la vidi preoccupata: “Sai, mi disse, dovrò bocciare alcune mie alunne”. Io risposi: “Ma tu stai tranquilla, hai fatto il tuo dovere. Sarà un problema loro”. “No”, rispose, “Il risultato è quello che conta e con queste allieve il risultato non è stato raggiunto”. All’epoca io non lo potevo sapere e mamma neppure, ma stava dicendo con parole sue che l’efficacia (raggiungimento del risultato) è cosa ben  diversa dall’efficienza (“semplice” rispetto delle regole, del proprio dovere).

Ed allora, se dobbiamo giudicare chi ci ha governato dai risultati … Antipolitica? No, anti-cattiva-politica!

P.S.: BUON FERRAGOSTO A TUTTI I MIEI LETTORI!

 

 

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I NUOVI SCHIAVI

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 12 agosto, 2012 @ 6:36 am

Sir Thomas Gresham (1519-1579)

Detto altrimenti: la Legge di Gresham afferma che la moneta cattiva scaccia quella buona. Io mi permetto di aggiungere: la politica cattiva  (genera l’antipolitica e) scaccia la politica buona. Per lo stesso principio logico, si potrebbe affermare anche che l’economia cattiva  scacci quella buona.

Crisi economica. Si dice che la colpa è della delocalizzazione e della concorrenza dei paesi cosiddetti emergenti, nei quali il rispetto dei diritti civili e del lavoratore è un semplice optional … si dice che queste sono fra le principali ragioni della crisi della nostra economia. Forse però ci dimentichiamo che la crescita del nostro famoso PIL dagli anni sessanta ad oggi è passata da valori del +8% a valori negativi, e la tendenza si è manifestata ben prima dell’avvento della concorrenza dei paesi del Bric (Brasile, Russia, India, Cina). E allora, forse, in una certa misura, le ragioni troviamo ricercarle in noi stessi, anche perché, nello stesso lasso temporale, l’andamento di altri paesi europei, Germania in testa, è stato ben diverso. In successivi post scriverò della possibilità che abbiamo di recuperare terreno per due vie: all’interno del nostro “modello di crescita”, adottando un diverso “modello di crescita”; ma soprattutto, adottando un “modello di decrescita”.

Ma torniamo a noi, all’antieconomia e ai nostri nuovi schiavi. In questi giorni sono stato al mare, per una breve vacanza familiare in acqua salata, noi che, Trentini, usualmente ci bagnamo in splendidi laghi, limpidi, puliti, pluricertificati, ma ovviamente… insipidi! Sulla spiaggia si fanno nuove conoscenze. Molte le occasioni: un ombrellone che “vola” rapito dal vento, un tale che ti chiede se vuoi fare equipaggio sulla sua deriva … sa, il mio equipaggio mi ha dato forfait … ma noi, non eravamo vicini di tavolo al ristorante, ieri sera? … E questa bella bimba? E’ sua nipote? Complimenti! Anch’io ne ho una, ecco, qui sul telefonino ho le foto, etc…. Lei è in pensione? Io si e Lei? No, sto lavorando ….
 E qui inizia il bello, si fa per dire, il bello. Infatti …

”Lavoro vicino Roma, in un laboratorio artigianale, siamo 15 persone, io sono l’unico Italiano, coordino gli altri, tutti filippini, africani, cinesi (loro, tutti ad €30 al giorno + vitto e alloggio, cioè, vitto e branda, tutto “in nero”). Sa, ho famiglia … la mia ditta aveva chiuso … ho trovato lavoro solo a queste condizioni. Inizio alle 11 di mattina, ininterrottamente sino a mezzanotte, sabato e domeniche comprese. Ferie? Ho fatto due giorni a Pasqua ed ora sono qui, al mare, per tre giorni. Forse a Natale, ne avrò un altro paio. E’ due anni che faccio questa vita. Altri miei ex colleghi lavorano, alle stesse condizioni, in altri laboratori analoghi, anche più grandi. In due anni nessuno di noi ha mai visto un controllo della Guardia di Finanza, dell’INPS, dell’INAIL, dei Vigili del Fuoco, etc.. Niente. E dire che quando si lavorava nelle ditte “in regola” ogni giorno avevamo un controllo. Vede, il danno non è solo nostro. Queste ditte fanno concorrenza sleale a quelle che lavorano secondo le regole e le costringono a chiudere. I fornitori? Italiani, certo, ma vengono accettati a patto che siano disponibili a fatturare solo un terzo delle forniture. Che vuole, che si sia noi a denunciare il fatto, per perdere anche quest’ultima opportunità di portare uno stipendio a casa, sia pure “in nero”? No di certo. Ciò che sorprende è che sono situazioni note e che nessuno, dico nessuno fra le Autorità Pubbliche, intervenga. Insomma, la Napoli di Saviano è anche qui”.

Morale: la buona economia italiana, se sovraccaricata da una eccessiva burocrazia e pressione fiscale, lascia troppi margini alla economia cattiva, clandestina e incontrollata, che la scaccia.

Ci salutiamo. Lui torna “vicino Roma” dove riprenderà il suo lavoro. Io a Trento, dove ho ripreso a scrivere.

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IL RAPPORTO FRA L’ENTE PUBBLICO AZIONISTA E LA SUA SPA (operante nei servizi pubblici locali)

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 10 agosto, 2012 @ 4:06 pm

Detto altrimenti: a completamento di quattro puntate precedenti dal titolo “Sentenza della Corte Costituzionale …”

Sino a pochi anni fa ogni azionista (di maggioranza) poteva far inserire nello statuto della sua SpA la prescrizione di attenersi alle linee guida che egli avrebbe fissato alla società anno per anno.  Poi questa possibilità è stata abolita per legge, soprattutto per ribadire la piena autonomia del soggetto “SpA” rispetto al soggetto “azionista”. Autonomia che vuol dire indipendenza nell’assumere decisioni e nel farsi carico della relativa responsabilità.

Nel campo del rapporto fra azionista pubblico ed una sua SpA (ovviamente di diritto privato, non potrebbe essere altrimenti) soprattutto se esercente un pubblico servizio locale, tuttavia ciò non vuol dire che la SpA possa e debba “inventarsi” le precondizioni sulla cui base redigere una pianificazione pluriennale scorrevole.

Chiariamo. Qualsiasi SpA bene amministrata, su quello che sarà il suo risultato economico a fine anno, ogni anno redige delle “stime” le quali poi diventano nel corso dell’anno vere e proprie “previsioni”, poi “preconsuntivi” ed infine “consuntivi”. Tutto all’interno di una pianificazione pluriannuale scorrevole, cioè aggiornata anno per anno. Mi spiego meglio. Se una SpA ha concessioni trentennali ed ha effettuato investimenti trentennali, non può e non deve “navigare a vista” anno per anno, o peggio ancora, mese per mese. Ma questa SpA non può certo inventarsi, ad esempio, l’evoluzione delle tariffe che andrà ad applicare, le quali sono di competenza dell’ ente pubblico territoriale suo azionista.

Ed allora, ecco che quello che è “uscito dalla porta” deve rientrare – in questo caso – dal portone. Cioè, l’ente pubblico territoriale deve fornire alla sua stessa SpA gli elementi di base che le consentano di redigere e di aggiornare il proprio piano pluriennale scorrevole.

Al riguardo, talvolta si assiste ad un errore da parte dell’ente pubblico, e cioè che esso dica alla sua SpA che questa previsione pluriennale può essere redatta dalla SpA sulla base degli attuali flussi finanziari della SpA stessa. Il che vuol dire affrontare il problema dalla fine del processo verso l’inizio e non come è corretto, dall’inizio verso la fine. Infatti, sulla base delle indicazioni dell’azionista, la SpA può redigere a aggiornare di anno in anno il piano strategico pluriennale. Su questa base, potrà redigere la previsione economica (e quindi patrrimoniale)  annuale e solo alla fine, potrà calcolare, come conseguenza, l’andamento dei flussi finanziari. Non viceversa. La previsione finanziaria (che comprende i movimenti dell’IVA che non sono né un costo né un ricavo) può ben essere anch’essa redatta come tale, cioè come previsione, cioè “prima”, ma solo come “conseguenza” delle precedenti previsioni strategiche, economiche e patrimoniali. La finanza è un effetto della pianificazione. Non può esserne causa.

Per i non addetti ai lavori: io ho un appartamento che vale 100 ed ho una disponibilità in banca di 50. La mia situazione patrimoniale è 150. Se nel corso dell’anno spendo 70 e ricavo 80, ho avuto un utile economico di 10 che aumenta di 10 la mia disponibilità in banca per cui la situazione patrimoniale sale da 150 a 160. Il saldo finanziario è positivo di 10. Se nell’anno successivo l’appartamento si rivaluta di 200, ma io non riesco ad affittarlo e spendo 70, 200-70 = 130 che rappresenta l’incremento del mio patrimonio che quindi sale a 160+130= 290, ma io sono “corto” cioè debole di finanza (devo ricorrere ad un fido bancario, che mi sarà concesso in quanto patrimonialmente sono forte). Solo dopo che avrò saputo se affitterò o meno l’appartamento e a quanto lo affitterò, solo allora potrò redigere la previsione finanziaria, non prima. In altre parole: sarebbe inutile che io mi inventassi dei flussi  finanziari di cassa in entrata solo per far quadrare le mie previsioni economiche, patrimoniali  e strategiche.

Si può obiettare: no, tu devi redigere una pianificazione strategica sulla base delle risorse finanziarie che prevedi di potere generare. Si, bravo, ma come faccio a prevedere il corso delle tariffe decise ad esempio da un Comune, se il Comune non mi dice come intende procedere? Ed allora, in questo caso, pur avendo concessioni trentennali, investimenti ed ammortamenti trentennali, sono costretto a condurre la SpA con una “navigazione a vista”. Il che non è il massimo dal punto di vista della gestione di una SpA di tal fatta, la quale può ben incappare in uno scoglio del tipo di quello dell’Isola del Giglio. Senza colpa del suo comandante, però, nel nostro caso! E i terzi che hanno rapporto con la SpA sarebbero travolti nel suo naufragio, non essendo stato garantito l’ ”affidamento dei terzi” che invece il codice civile vuole tutelare.

Positivamente: se invece l’ente pubblico territoriale conosce, comprende,  condivide e rispetta le ragioni di una SpA, di una sua SpA, allora potrà arricchirsi dei benefici della gestione manageriale dei propri beni e servizi.

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MALEDETTI TOSCANI?

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 10 agosto, 2012 @ 3:04 pm

Ovvero: reduce da qualche giorno in Toscana … mi è venuta l’ispirazione

Ieri sera ero a cena nel locale “ I Pescatori” di Orbetello. Un cartello, all’ingresso, recita: “Il ristorante apre alle 19,30 circa”. “Circa”, appunto, e si fa quel che si pole … senza troppa furia.

Curzio Malaparte … già quel cognome la dice tutta … Polemico? No … Critico? No …. Acuto “libero osservatore”? Si. Dice … quando gli alleati stavano entrando in Firenze, il carrarmato di testa fu rallentato, quasi fermato, da … un birrocciaio: “Un lo vedi che e sciò ‘l‘ mulo che più lesto un pole ?” Maledetti Toscani, avrà pensato quel capo-carro …

Ed io, una sera, entro nella farmacia che si affaccia sul rondò vicino alla Villa Reale di Monza. Subito mi si impone alla vista un cartello. “Vietato fumare perché dà noia a me”. Penso, questo è un Toscano. Difatti gli chiedo. “Ma lei è toscano?” “Si”. “Di dove?” “Di Livorno”. Al che replico :“Il mi’ babbo è di Montalcino”. E lui, pronto. “”E chi ti sci’hà fatto venire qui?”

Ecco S. Angelo in Colle!

Al paesello del mi’ babbo, S. Angelo in Colle, importante piccola, storica frazione di Montalcino (Siena). Sentita in uno dei suoi “chiassi” (stradicciole). Lui a lei “Ma voi non siete la Sora Emma, la moglie del poro (povero nel senso di defunto, n.d.r.) Giuseppe?” “Si”. E lui: “Sapeste quante corna v’ha messo il vostro poro marito!”. “Sie, sie, perché te t’un sai quante glie ne ho messe io”.

Altra perla paesana, vera. “O nini, gli è vero te tu e sci’ha ‘l bischero gobbo?” “Madonnina, quant’è chiaccherona la tu’ moglie!”

 

 

Dalle mura del paese, il bivio, una volta di strade bianche ...

Al bivio, subito sotto il paese. Un motociclista si ferma e chiede ad una vecchietta: “O donnina, vado ben da qui per andar dove mi pare?”. E la vecchina, appoggiata al bastone e reggendo un cesto con il quale portava a casa le verdure colte all’orto. “Sie, sie, da quella parte e sci vanno tutti quelli che vanno a chiappalla ‘n tasca!”

“O nonna, avete saputo le chiacchere sul prevosto (parroco, n.d.r.), che pare e sci’abbia avuto un’avventura con una donna …” “Sie, sie, gli è un cristiano anche lui, tanto a me un mi frastorna.” (disturba, n.d.r.).

“Oh che tu fai? Un lo vedi che le travi non combasciano? Da’ retta a un bischero, mettile più vicine!” “Sie, sie, e ne f0′ pochinina di strada se do’ retta a un bischero!”

Un Livornese ad un Pisano: “Meglio un morto in casa che un Pisano all’uscio”. E il Pisano, di rimando. “Dio t’ascolti”.

Per vedere se uno gli è bono a poco, mettilo ad accendere il foco …

Foco? “Donne e foco toccale poco”. Con il fuoco e con le donne non ci scherzare, soprattutto se sono donne Toscane.

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ATTENZIONE: PENSIONATI IN VISTA!

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 10 agosto, 2012 @ 3:02 pm

Detto altrimenti: pensionati liberi – troppo liberi – pensatori e soprattutto … scrittori!

Mio figlio Edoardo opera nel settore dell’immagine e della comunicazione di un di una grande società regionale per i servizi pubblici. Oggi mi ha detto: “I più pericolosi sono i pensionati. Hanno tempo libero. Troppo. Vanno in giro, osservano, esaminano, analizzano, soppesano, criticano e poi quel che è peggio … scrivono! Quando un quotidiano pubblica una loro lettera al direttore, c’è sempre un collega che entra in ufficio sventolando la copia del quotidiano ed esclama: Attenzione! Letterina di un pensionato!”
Soggiunge. “Sai, con loro non te la puoi cavare con una risposta generica, devi essere preciso, specifico, devi indicare la data entro la quale il problema sarà risolto. Già, perché loro verificano e riscrivono”. Ecco, mi sono detto, sta parlando del suo vecchio padre …

Pensionati in riunione nel loro ... CDA, Consiglio di Amministrazione!

Poi aggiunge: “Qui nella città dove lavoro, una parte di questi pensionati sono chiamati “Umanel” cioè “ometti”: sono quelli che osservano i “lavori in corso” nei cantieri, valutano l’operato, suggeriscono modifiche, esprimono valutazioni: “Secondo me tocca … regge …, non regge, troppo lungo, troppo corto …” e così via. E se il cantiere è recintato da una palizzata di latta, qualcuno ha provveduto a dotarla di finestrelle. Taluno dice che sia per poter controllare dall’esterno – anche a cantiere chiuso – che all’interno tutto sia tranquillo. I più informati invece affermano trattarsi di una misura in favore degli Umanel … un intervento sociale, insomma, per agevolare il loro passatempo, che poi è quasi un’attività professionale. Vi sono ex di tutto: carpentieri, elettricisti, muratori, idraulici, di tutto dicevo … è rappresentato ogni tipo di artigianato, di professione. Non si scappa. E non è detto che dal loro contributo non nascano migliorie.

Si parla di fare in modo che anche la “terza età” sia attiva, si interessi alla vita sociale: ecco qui un altro impiego per i pensionati. Creiamo un Albo degli Umanel, distribuiamoli nella città per competenze e per aree, dotiamoli di un giubbetto, di un casco e di scarpe antinfortunistiche. Insomma, rendiamoli riconoscibili come i loro colleghi che regolano l’attraversamento dei pedoni in prossimità delle scuole.

Forza, Umanel, il futuro è vostro!

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MA INSOMMA, SIAMO IN VACANZA O NO? E basta co ‘sti post seri, prendiamoci una pausa!

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 5 agosto, 2012 @ 5:56 pm

Detto altrimenti: VENI, VIDI, BICI, seconda puntata!

Pista Ciclabile delle Dolomiti + varie ed eventuali. Gruppo BICI UISP – Trento. 3 e 4 agosto 2012.

Mentre la bici si riposa ... uno sguardo al lago di Dobbiaco

Si parte da Trento in pullman privato alle 07,30, sino a Dobbiaco. Qui un primo gruppo noi va a Lienz; un altro (io sono fra questi) sulla ciclabile delle Dolomiti. Si inizia a pedalare alle 11,00. 17 km per superare 350 metri di dislivello. La sola difficoltà è rappresentata dallo sterrato spesso “disastrato” dalle esondazioni di torrentelli vari. Grosse macchine operatrici attendono il lunedì per riprendere a lavorare. Lago di Dobbiaco, boschi. Bello. Poco prima del termine della salita, si gira a sinistra per vedere le cime di Lavaredo. Tutti dicono le “tre” cime, ma noi ex alpinisti, sappiamo che sono ben cinque. Andate a controllare presso la vostra sezione del CAI o della SAT.

 

Cimabanche, gran premio della montagna! Sosta per un panino e via, in discesa!

Sotto il ponte di ferro torrente scorre ...

 

 

 

Sterrato agevole, con prudenza (non fatevi ingannare a prendere troppa velocità). Boschi, laghetti, ruscelli, torrentelli, gallerie ex ferroviarie, deliziose stazioncine dismesse (chi le vuole riattare?) e poi, su di un ponte 100 metri sopra un torrente e quindi la vista si allarga: si traversano sassaie e in fondo a destra, Cortina. Sembra di planare con un aereo … verso la fine, asfalto e la Regina Cortina d’Ampezzo!

 

 

 

 

Entusiasmo ( e bici) alle stelle!

Non entriamo in città. Si prosegue (ripeto: attenzione alla velocità, la ciclabile è invitante, asfaltata, larga … quasi troppo invitante!). Pare che la discesa non debba mai finire … Antelao, Pelmo, Civetta, Gruppi Dolomitici, nomi famosi, cime invitanti … Siamo arrivati a Borca (stazione Agip), dopo aver percorso 49 km.. Troppo tardi per cercare di raggiungere Calanzo di Cadore (mancano altri 23 km), entro le 15,30, ultima corsa bus per risalire a Cimabanche. Ma si sa, quando si è in tanti, fra amici, si parla, ci si diverte, ci si ferma, si scattano foto … a noi piace molto anche questo modo di pedalare! Ci fermiamo e prendiamo (un gelato e) il bus che ci conduce a Dobbiaco (€10,00), dove ci riuniamo ai nostri amici di ritorno da Lienz.

Quindi un gruppo (fra cui io) rientra a Trento in pullman. Gli altri si fermano a dormire presso il locale ostello e il giorno dopo pedala sino a Fortezza per tutta la Valle Pusteria, per poi rientrare a Trento in treno. Sentiremo come è andata.

Ciclabile delle Dolomiti: da fare, assolutamente. Non tutta adatta ai bambini. Bici usate: rampichini o ibride con ruote robuste.

Voglio rifarla questa estate stessa, partendo ben prima, lasciando l’auto a Cimabanche, con sosta a Cortina, con mia moglie (= negozi da visitare! Speriamo bene …!) e dormendo a Calalzo in ostello. Il Dolomiti bus parte da Calalzo la mattina alle 08,40: è gradita la prenotazione (http://www.dolomitibus.it – 0437 941237).

Viva Bici UISP (Trento), Unione Italiana Sport per Tutti!

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SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE N.199 DEL LUGLIO 2012: I SERVIZI PUBBLICI LOCALI (SS.PP.LL.) NON SI POSSONO PRIVATIZZARE – Quarta ed ultima puntata (le prime tre puntate sono state pubblicate il 23, il 30 e il31 luglio scorsi)

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 5 agosto, 2012 @ 4:52 pm

Deto altrimenti: la “motivazione” del personale dell’Ente Pubblico e della SpA

La motivazione del personale. Una delle principali risorse di un ambito di lavoro, sia esso un ufficio pubblico, sia una SpA. Spesso la si trascura. E invece, senza la motivazione del personale non esiste crescita economica, sociale, culturale. Non esiste sviluppo. Non si va da nessuna parte. Chi non capisce questo semplice fatto non dovrebbe essere ammesso a gestire personale, in una SpA come in un ente pubblico.

C’era una volta … il vecchio modo di gestire una SpA, top-down, io raccolgo molte tutte le informazioni, le dispenso a spizzichi, stabilisco le regole, i dipendenti devono obbedire, devono eseguire, rispettare le prescrizioni della “libretta”. Non importa se non capiscono quello che stanno facendo. Anzi, meglio. IT, Information Technology, ecco cosa mi serve. E poi, il cottimo, che bello! Tutti erroneamente credono che sia “pagare il dipendente sulla quantità del lavoro prodotto” e invece, correttamente è “pagare il dipendente se rispetta le regole, perché tanto il risultato è garantito dal sistema, soprattutto se sono in monopolio”.

Io ordino e tu esegui. In silenzio. Non mi importa se non sei motivato. La motivazione? Non serve a nulla. Ma io ho bisogno di collaboratori. Ed allora chi mi scelgo? Quelli più ossequiosi, quelli che mi dicono sempre si, quelli che non discutono le mie decisioni, quelli che non mi sottopongono né problemi veri né soluzioni vere. Da encefalogramma creativo piatto. L’organigramma? Verticale: tutto fa capo a me che delego una sola persona a me fedele, tutto fa capo a lui, sotto di lui la piatta assoluta, tutti uguali, a ricevere input dall’alto, settore per settore, parcellizzati, divisi, in vasi non- comunicanti (comunicazione? Guai a Dio!). E Dio … no, scusate, ed Io, innanzi tutto lavoro a parte chiuse e sono disponibile solo per il mio fedelissimo. Gli altri? E’ inutile che cerchino di contattarmi: tempo perso. La società ha bisogno di me, depositario di tutto. Mi rendo insostituibile. Se io me ne vado, se ne accorgeranno cosa succede … I dipendenti come si sentono? I “fedelissimi” bene: sono deresponsabilizzati, li copro sempre e comunque. Gli altri stanno male, soffrono, si deprimono. Per loro l’andare in ufficio è una sofferenza. Ma se a loro non va, se ne possono sempre andare via. Anzi …

Io stesso, all’inizio della mia carriera lavorativa, ricordo, lavoravo in banca. Lei è laureato il legge? Bene, a “battere” (alla macchina da scrivere, n.d.r.) assegni circolari. Ok, batto. Chiesi cosa voleva dire l’espressione “la fiche (contabile, lo appresi dopo, n.d.,r.) è già a quadro” (quadro di controllo, una sorta di ufficio prima nota contabile, lo appresi dopo, n.d.r.). Mi risposero: lei lavori, non è pagato per capire. Andai alla Direzione Centrale a protestare: fui inserito in un ciclo molto serio di istruzione sul lavoro. Quando fu terminato lasciai la banca e da impiegato di banca divenni dirigente in società e finanziarie private e pubbliche. Ma se fossi rimasto in silenzio a “battere” assegni circolari?

Ma torniamo a noi. In un ambiente simile le persone non crescono professionalmente, la società entro la quale lavorano è a rischio in quanto dipende dalla capacità, incapacità, umori e ricatti dei pochi fedelissimi. Questo tipo di capo non riceve e non stimola l’apporto creativo da parte dei dipendenti e la società non cresce se non nella misura nella quale poche persone vogliono e/o sanno farla crescere: i limiti di queste persone diventano i limiti della società. Le persone migliori sono scartate, emarginate, si deprimono, si disamorano, non producono più idee, non innovano. Questa società è perdente di fronte ad altre società che invece si comportano diversamente, come vedremo qui di seguito.

Altro tipo (opposto, agli antipodi del primo) di gestione societaria. Il capo promuove riunioni collettive; fornisce una visione di insieme ai propri collaboratori e colleghi (non li chiama dipendenti); concorda con loro i loro obiettivi; delega loro potere e responsabilità; stimola l’adozione di comportamenti creativi e di qualità; chiede loro di trasformare ogni loro singolo intervento correttivo o migliorativo in una serie di interventi per correggere e migliorare non il singolo fatto ma l’intero sistema; chiede ed ottiene che loro operino come se la società fosse una loro proprietà privata; promuove l’operatività per obiettivi e per progetti; per ogni progetto, stabilisce la leaderschip del capo progetto funzionale rispetto alla scala della gerarchia aziendale; stimola le loro proposte, le discute, le accetta anche se sono migliori delle proprie; crea diversi settori, promuove la loro collaborazione e la loro interscambiabilità, assicurando comunque la continuità aziendale anche nel caso di dimissioni di qualche collaboratore. Il capo stimola e premia l’efficacia ( = raggiungimento di risultati) piuttosto che la sola efficienza  ( = rispetto delle regole operative); è disponibile per tutti, nel rispetto della funzionalità del “sistema dei sistemi” che ha creato ed organizzato. Il capo lavora a porte aperte. E’ reperibile sempre, per tutti. La tecnologia e la scienza di cui ha bisogno e di cui si serve non è la IT (Information Technology), ma la ICT, Information Communication Technology. Cioè, ha inserito nel processo gestionale la COMUNICAZIONE, cioè la communis actio, l’azione comune il dialogo la compartecipazione, la condivisione, il rispetto e lo stimolo della persona, della sua intelligenza, scienza e apporto creativo. Il capo ritiene che il personale sia la prima risorsa aziendale e quindi ritiene che demotivarlo equivalga a distruggere la componente più preziosa dell’avviamento e dei beni aziendali.

Il suo obiettivo è quello di creare una società capace di crescere anche oltre il limite del proprio apporto personale, capace di funzionare e crescere anche quando egli ne sarà uscito. I collaboratori che “premia” sono quelli più “onesti”, cioè quelli che accettano la sfida di misurarsi su problemi seri, quelli che si esprimono come egli stesso si esprime, collaborativi con i colleghi, creativi, comprensivi del sistema. Per questi collaboratori, l’andare in ufficio è una gioia. Non un tormento.

Tutto questo è molto più facile da realizzare in SpA di diritto privato. Nel settore pubblico vige l’obbligatorietà del rispetto della “libretta”, cioè si premia soprattutto l’efficienza, il rispetto delle regole. Molto meno l’efficacia, il raggiungimento di risultati. Infatti ogni Comune è monopolista all’interno del suo territorio e quindi manca lo stimolo della concorrenza. Nessun Comune potrà mai venire a sottrarre “clienti” al mio Comune …

Per concludere

  • una legge (Berlusconi) imponeva la privatizzazione delle SpA pubbliche dei servizi pubblici locali;
  • un successivo recente referendum popolare aveva vietato queste privatizzazioni;
  • una successiva legge (Monti) le ha re- imposte;
  • la Corte Costituzionale ha cancellato le due leggi;
  • ora, il “rischio” non è più che i servizi pubblici locali “cadano” in mano privata, ma che le SpA pubbliche “cadano o restino” in una palude gestionale che di SpA ha proprio poco o nulla.

P.S.: gutta cavat lapidem …. “Hai visto mai” (dicono a Roma) che adesso la Corte Costituzionale abroghi anche la seconda legge sul finanziamento pubblico dei partiti, visto che la prima legge era stata cancellata anch’essa da un referendum popolare?

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BANCHE E BANCHIERI: FINANZA DI OGGI E DI IERI – SECONDA PUNTATA

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 5 agosto, 2012 @ 6:33 am

Detto altrimenti: Gialuigi De Marchi scrive nel suo blog www.dituttounblog.it:

“Dal fallimento della Lehman Brothers (la madre di tutti i guai attuali del mondo) sono passati 4 anni. Quel giorno si levarono forti voci a favore di un radicale cambiamento della finanza, che da un decennio era sfuggita di mano alle autorità per colpa del “Deregulation act” americano del 1998: una legge che aveva cancellato in un sol colpo tutte le regole del mercato, lasciando mano libera ai banchieri di fare tutto quello che volevano. Scomparsa ogni distinzione tra banche commerciali (quelle che per natura raccolgono risparmio e lo prestano ad aziende e privati: in parole povere, le uniche banche vere…) e banche globali (quelle che gestiscono risparmi, fanno compravendite in Borsa, speculano sulle materie prime, creano derivati eccetera…).

I banchieri hanno immediatamente approfittato dell’occasione lanciandosi in operazioni spericolate, inizialmente per “conto proprio” ma successivamente – per ampliare il giro d’affari, incrementare gli utili e moltiplicare i loro faraonici bonus – vendendo contratti derivati alla clientela. Nessun interesse per i clienti, nessun interesse per la collettività, solo l’esasperata ricerca del profitto aziendale e personale.

Tutto questo ha portato allo sfascio, inizialmente, del sistema bancario (non si contano più le banche salvate dagli stati per evitare guai maggiori: l’ultimo esempio eclatante è quello della Spagna) e, successivamente, dell’intero sistema economico, strozzato per l’improvvisa rarefazione dei crediti. Anche le enormi somme erogate dalla banca centrale europea (all’Italia la bellezza di 100 miliardi di euro!) sono state inghiottite dal sistema: qualche azienda italiana ha forse ricevuto anche solo €10.000 di quei 100 miliardi?

A questo punto non c’è che una soluzione: nazionalizzare le banche (tanto finanziariamente sono già “pubbliche” dato che i soldi li hanno ricevuti dagli stati!), eliminare i “managers” che per decenni si sono intascate somme enormi senza produrre benefici per la collettività, sostituirli con tecnici forse più modesti e meno fantasiosi ma più attenti alle esigenze della collettività e naturalmente reintrodurre le vecchie norme che vietavano alle banche di speculare sui mercati.

La legge bancaria italiana che stabiliva la specializzazione delle banche del 1936 era semplicemente perfetta. E’ stata abolita nel nostro paese generando mostri che hanno perso la loro natura originaria.  Torniamo al passato per poter costruire un futuro migliore!”

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NON TAGLIAMO LE RADICI DELLE NOSTRE CONIFERE

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 4 agosto, 2012 @ 10:23 pm

Detto altrimenti: lavori pubblici programmati, deliberati, eseguiti … ma andrebbero anche “controllati” sul posto!

... e la conifera sta a guardare

 

Calceranica (Trento), passeggiata a lago, mattina del 3 agosto 2012. Due operai (devo intendere del Comune), dopo avere delimitato l’area, sono al lavoro sul prato a ridosso della strada, normalmente utilizzato dai bagnanti. Mi informo. Scavano una fossa per gettare il basamento in cemento della futura piazzola per la raccolta differenziata dei rifiuti. Benissimo, dico fra me e me..

Peccato però che il tutto avvenga a ridosso di una splendida conifera, la quale ha il torto di avere delle robuste radici. Orbene, una, in particolare, molto grossa, attraversa l’aera interessata dallo scavo. Nessun problema: con qualche colpo di accetta ben assestato si asporta il segmento di radice che “disturba” e si rimedia!

 

 

Il segmento della radice asportato

 

 

Come si sentirà la conifera? Sopravviverà alla mutilazione? Scatto qualche foto. Vengo diffidato da uno dei due operai, in quanto violerei la sua privacy. Mi invita a rivolgermi, nell’ordine, all’Ufficio, al Sindaco, al Presidente della Provincia.

Torno dalla mia nipotina Sara e le faccio fare il bagno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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BANCHE E BANCHIERI, FINANZA DI OGGI E FINANZA DI IERI – Il costo del denaro, le aste dei titoli pubblici, la speculazione e la tracciabilita’ del denaro

pubblicato da: Riccardo Lucatti - 3 agosto, 2012 @ 2:35 pm

Detto altrimenti: proviamo a spiegarlo ai non addetti ai lavori

Costo del denaro per la clientela bancaria

Ieri. Il riferimento era al prime rate (p.r.), cioè al tasso applicato dalle banche alla clientela primaria. Se al miliardario, di cui mi fido completamente, io banca faccio pagare il 3% di interesse (p.r.) a te applico il p.r. + una percentuale che rappresenta la copertura del maggior rischio.

Oggi. E’ arrivato il libor, cioè il miglior tasso che le banche si applicano “fra di loro” sulla piazza di Londra. Questo tasso (peraltro “taroccato”: si veda il post del 3 luglio), è stato preso a riferimento dalle banche per individuare il costo della loro provvista, quasi come se il ricorso ad altre banche fosse per loro l’unico modo di raccogliere denaro: trascurando, cioè, il fatto che le banche raccolgono denaro anche dalla loro clientela e che remunerano ad un tasso ben inferiore al libor.

E veniamo all’impiego del denaro, cioè quando le banche impiegano il denaro raccolto, prestandolo, ad esempio, a vostro cugino. Ragionano così: la raccolta del denaro mi è costata parte di essa al libor (ad esempio 1,5%) e parte di essa molto meno (ma questa parte non la conto, mi conviene!). Ora, se io la investissi in titoli di stato italiani, mi renderebbe, ad esempio, il 6%. Quindi se io voglio recuperare tutti i miei costi (1,5% + i costi gestionali, ad esempio, 1%), a quel cugino dovrei fargli pagare il 2,5%. Ma io devo anche guadagnare, e guadagnare il massimo possibile. Ora, se io acquistassi titoli pubblici, mi renderebbero il 6%. Ed allora, a quel cugino, potrei dare il denaro al 2,5%? Nossignore, perché al cugino, io banca dico: guarda, proprio perché sei tu, il denaro te lo cedo al costo. A me è costato 2,5% + il mancato ricavo che avrei se investissi in titolo pubblici italiani (6%) dedotto (bontà mia!) il rendimento tedesco (1%). Cioè, maggiorandolo “solo” dello spread di 5. Quindi facciamo il 7,5% e non se ne parla più. Però, se sconfini, diventa il 20%. Cosa dici? E’ un tasso da usurai? Contro la legge? Ma se lo ha stabilito la legge stessa! Io che ci posso fare? (Mica gli dico che la mia lobby ha pressato il Governo per arrivare a tanto, mica sono fessa, io banca!).

Le banche dovrebbero raccogliere denaro e prestarlo, cioè “fare banca”. Invece “hanno fatto finanza”. Ora “promettono” che per i prossimi cinque anni torneranno a “fare banca” e faranno finanza solo se necessario a pareggiare i conti o nell’interesse della clientela. Staremo a vedere. Nel frattempo ci domandiamo: e fino ad oggi, cosa hanno fatto?

 E veniamo alle aste dei titoli pubblici, alla speculazione e alla tracciabilita’ del denaro

Lo Stato dice: “La speculazione vuole rendimenti del 7 % altrimenti non acquista i miei titoli”. Ma “chi è” la speculazione? Se io Stato lancio un’asta per la vendita dei miei titolo di debito pubblico, saprò bene chi sono i “vincitori aggiudicatari” delle singole tranche dell’asta. Ecco, diteci chi sono gli “speculatori”. Non vorrei mai scoprire che sono le stesse banche, le quali vogliono spuntare il maggior tasso possibile, per fare il massimo utile possibile, per poi reinvestirlo in altre aste, per fare altri utili, per dare stipendi e premi fa-v- lo-si-ai loro super manager, etc… Tracciabilità del denaro, appunto. Non solo per le somme dell’ordine di grandezza di poche migliaia di euro, ma anche soprattutto per le milionate e le miliardate di euro. Non vi pare? La legge è uguale per tutti, e per tutte le tracciabilità. O no?

La finanza dei mutui sub prime USA in testa), dei tassi taroccati (GB  in testa), delle banche che non fanno banca bensì finanza, della cartolarizzazione, delle aste dei titoli pubblici, delle operazioni di borsa allo scoperto, delle pagelline (spesso sbagliate!) delle società di revisione USA, dei paradisi fiscali e valutari ha rovinato l’economia reale e il cittadino reale. E’ ora di prendere atto di ciò e di ricominciare. A fare le cose in modo serio, onesto e comprensibile da parte di tutti i cittadini.

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