LE NOZZE di Dorothy West

pubblicato da: admin - 11 Luglio, 2011 @ 9:17 am

scansione0001Vorrei essere nell’isola di Martha’s Vineyard al largo di Boston per sentire il fresco delle onde e della brezza dell’Atlantico, vedere e sentire i gabbiani e godere di un’estate bella, verde e azzurra, un’estate facile, lunga, particolare.

Invece io sono soffocata nel mio impietoso appartamento trentino – e Miki lo ha provato – in attesa di avere la forza per partire verso il mio giardinetto ligure pieno di ombre e frescura.

Ma torniamo  a Martha’s Vineyard e all’Ovale, un insieme di case estive possedute dall’alta borghesia nera, un mondo circoscritto, perfetto come la sua forma e dove, nell’estate del 1953 sta per essere celebrato il matrimonio di Shelby con un musicista bianco.

E’ un momento topico per i protagonisti, uno di quei momenti in cui tutto ritorna alla superficie per ricordare e  riflettere.  E i Coles sono una famiglia particolare. Hanno la pelle chiara, una pelle che ha colori che vanno dal miele al nocciola per via di unioni miste che si ritrovano ai tempi immediatamente  successivi alla liberazione degli schiavi.

Ma l’animo è nero  e finalmente orgoglioso di esserlo anche se Nonnina, una delle capostipiti della famiglia è bianca e stenta ancora a capire che il colore della pelle non è necessariamente un diretto barometro della virtù.

“E adesso aveva 98 anni ed era lei che voleva una mano alla quale aggrapparsi, voleva la mano di Shelby, perchè lei stava per essere unita in matrimonio con un bianco vero, e quell’unione, nel corso delle generazioni l’avrebbe riportata alle sue origini, prosciugando a poco a poco il sangue di colore, finchè non ve ne sarebbe rimasta neanche una goccia, sia nella consapevolezza che nella memoria.”

Si ripercorre la storia dei altri capostipiti della famiglia, il predicatore che non sa ancora leggere, che è di colore chiaro perchè figlio di un padrone latifondista  e di una schiava, me che riesce ad andare verso il Nord per conquistare una libertà che ancora non si percepisce nel profondo Sud. Con la moglie lavandaia, anch’essa figlia di un’unione mista, riuscirà a far studiare il figlio  Isaac . Il  potere dello studio e delle professioni cui la società tributa la massima considerazione è la strada per l’emancipazione. Così Isaac con immensi sacrifici diventerà medico e medico sarà suo figlio Clark ,il padre della sposa.

Una famiglia particolarissima questa dei Coles proprio per le sue sfumature del colore della pelle  che li fa sentire in bilico fra due razze e due culture. In Clark il vero amore è per una donna dalla pelle scura, per lui le più belle in assoluto come  per Liz, l’altra sua figlia, che ha sposato un vero nero e ha avuto “finalmente” ua bambina scura.

Shelby dorata come il miele , ma “nera” nel cuore viene messa in crisi da suo padre e da sua sorella perchè non credono che l’amore per i fidanzato bianco sia dettato dall’amore , ma soltanto dal solito desiderio di riscatto razziale. E c’è la  bellissima scena della tentazione messa in atto dall’ambiguo e bellissimo Lute, nero che sposa donne bianche dalle quali ha figlie chiare come l’ambra o la gianduia e che ora ha trovato in Shelby – che vorrebbe a tutti i costi – la sincresia perfetta  fra bianco e nero, la perfezione da dare come madre alle sue figlie.

Sulla spiaggia si attua l’inizio dell’incantesimo di Lute verso Shelby  sempre in bilico tra ciò che crede e ciò che credono gli altri, ma gli eventi le faranno capire “che il colore era una falsa distinzione, l’amore no.”

Anche Nonnina finalmente abbraccerà con trasporto la pronipotina scura  come il cioccolato.

Dorothy West pubblica questo intenso romanzo nel 1995 quando ha 88 anni. Il suo primo romanzo “Living is Easy“, pubblicato  nel 1948, è incentrato sul rapporto madre-figlia e sul conflitto tra classi sociali all’interno della comunità nera.

Le nozze” è una bellissima storia che canta l’epos struggente dei neri americani, di personaggi indimendicabili come Il Predicatore, l’Insegnante, Nonnina.

Da cercare in Biblioteca o in libreria se c’è ancora, l’ultima edizione Elliot è del 2008.

Libri da leggere con calma durante l’estate, libri  amici che possono essere leggeri o forti da sottolineare. Quanto abbiamo parlato di libri  con Miki venuta da Roma per conoscere Camilla, Enza e Raffaella, Maria Teresa….Riccardo la prossima volta.

Il Blog, questo specchietto che riflette le nostre letture e i nostri pensieri, sta facendo miracoli!

Spero arrivino altri consigli di lettura, altre opinioni, altra passione, altro piacere…

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A BORDO DELLA CITTA' DI MILANO, a cura di Enrico Fuochi

pubblicato da: admin - 4 Luglio, 2011 @ 7:15 pm

Immag0630Appena tornata da Graz dove ho ascoltato un  concerto di fortepiano di Stefania  eseguito nel bellissimo castello Eggenberg ecco che Riccardo ci ricorda un  evento culturale trentino:

  

“Era una sera di febbraio di due anni fa. Tutti noi radunati in casa di Cristina, per la periodica riunione de “L’Accademia delle Muse”, circolo spontaneo, amicale, privato, gratuito, nel quale, grazie all’iniziativa, all’ospitalità ed al contributo di Cristina, ci si ritrova fra amici per fare musica, poesia, letteratura, fotografia, viaggi, teatro, etc., di tutto un po’.

Enrico nota una sorta di reliquia, un vecchio pezzo di legno conservato con cura … Cristina, cos’è mai? E’ un pezzo del dirigibile Italia, quello di Nobile .. si, perché mio suocero Carlo Felice Garbini era il medico di bordo della nave appoggio “Città di Milano”. Ma hai anche fotografie? Si, tante, vecchie, sciupate … Detto fatto. Enrico – e chi lo trattiene più? – si mette all’opera e in due anni di lavoro, da fotografo dilettante ma molto esperto qual è – ha recuperato alla storia un pezzo importante che le mancava, documentandola in questo libro.

Tuttavia sappiate che non basta essere un buon fotografo. Occorre anche essere un po’ scrittore, un po’ editore, un po’ grafico, ma soprattutto avere molta tenacia, perseveranza, dedizione e molto, molto amore per ciò che si fa. Del resto Enrico di possedere tutte queste qualità lo ha già dimostrato con i suoi due precedenti splendidi volumi “Foto Grafie” e “Foto Storie”, ai quali rimando. E poi lui “vola alto”, si, proprio così, visto che vola con il parapendio. Devio chiedergli se la sua Isotta, un bracco delizioso, oltre che sulla moto l’ha portata anche a volare … vedremo …

Torniamo a noi. Poter vedere foto inedite in assoluto è un po’ come essere testimoni privilegiati di un episodio storico, è un po’ come poter dire “io non c’ero, ma per certi aspetti a ragion veduta posso ben testimoniare che …”

Il giorno 5 luglio ad ore 18,00 nelle gallerie Piedicastello a Trento ci sarà la presentazione ufficiale del libro e delle molte altre fotografie che non sono state inserite nel volume. Direi che “noi del blog” non possiamo mancare, non vi pare?

Inoltre faremo gli auguri a Cristina, che è nata proprio il 5 luglio. Di che anno? Ma come vi permettete? Noi siamo “i giovani dell’Accademia delle Muse e del Blog!”

P.S.

Cara Mirna,
Ti allego una foto di due nostri amici: Enrico ed Isotta …
Poiché nella presentazione del libro avevo accennato alla cagnetta, mi
parrebbe bello inserire l’immagine a commento del post … Che ne dici?
L’intervento potrebbe essere del tipo:
“Vi avevo accennato ad Isotta, il bracco di Enrico, un “Pluto”, per
intendersi, ed eccola qui, comodamente seduta nell’apposito “sedile”
predisposto da Enrico sulla sua moto. Già, perché Enrico, oltre ad essere un
ottimo velista, a volare con il deltaplano, a far invidia a tanti fotografi
professionisti, a “navigare” per il mondo con il camper, a scrivere libri, è
anche un ottimo addestratore di bracchi: infatti fra un po’ le farà prendere
la patente, così a star comodamente seduto quale passeggero sarà lui e a
guidare sarà Isotta” 

 

 Riccardo

 

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UCCELLINO DEL PARADISO, di Joyce Carol Oates

pubblicato da: admin - 30 Giugno, 2011 @ 10:23 pm

scansione0005Durante la lettura di questo straordinario romanzo della Oates mi sono sentita avvolta da una cappa di piombo. Dicevo fra me e me che avrei avuto ben poco da raccontare su di esso tanto mi sembrava che la vita dei protagonisti fosse infelice, infelice, quasi senza speranza, per cui mi sentivo ammutolita. Ma ripensando alla voce della prima protagonista narrante, la dolce e  timida Krista Diehl ho trovato il suo  caparbio  filo vitale  per andare avanti  se non altro nel raggiungimento di una piena consapevolezza di sè e  degli accadimenti drammatici  vissuti.

La biondissima e  tenera Krista che vive in quello stato di New York così freddo e cupo  – e guarda caso proprio a Sparta, una città dove la virilità violenta sembra essere la caratteristica predominante – è percorsa da una travolgente sensualità. E’ un’adolescente “innamorata ” del  padre come nella più ortodossa teoria psicoanalitica freudiana. Rifugge dagli abbracci e dall’ampio seno della madre, “gommoso” “spugnoso”, rifiutando il conforto perchè desidera soltanto l’abbraccio e  lo sguardo di approvazione del padre. Il suo odore, quell’odore di maschio dominante e severo  la “eccita” come se andasse sulle montagne russe. Teme le reazioni del padre, ma vuole disperatamente essere amata da lui. 

Nonostante “il guaio” che accade alla sua famiglia - il padre fortemente sospettato  di aver ucciso l’ amante e  la tragedia che incomberà su tutti -Krista vorrebbe solo lui .

  ” E si sentiva quell’odore per me così struggente, legato al ricordo di mio padre, del suo mondo, odore di birra, di tabacco, un sentore quasi impercettibile di sudore maschile, forse di inquietudine , di angoscia.”

E il suo primo e unico amore ricalcherà l’ideale maschile paterno. E’ Aaron il figlio di Zoe – l’amante uccisa forse da Diehl forse dal  marito –  un ragazzo mezzosangue,  bello e problematico. Tenero e  crudele anch’egli proverà uno strano sentimento verso Krista, ma  i due si ritroveranno anni dopo e  dopo aver elaborato la tragedia che ha sconvolto le loro adolescenze. Lui che aveva scoperto  il cadavere massacrato della madre, lei che temeva che il padre ne fosse l’assassino.

Il loro confronto tra adulti è caratterizzato da una passione cupa, violenta, che potrebbe annientare la tenera Krista.

In questo mondo descritto da Joyce Oates (che dimostra  ben poca gioia nonostante il suo nome inizi per joy) sembra esserci l’ineluttabile destino delle donne succubi della predominanza maschile, della loro quasi animalità primordiale, della loro prepotenza.

 Zoe, che talvolta appare come un alter ego di Krista, sarà una vittima della brutalità maschile,  un povero uccellino al quale sono state strappate le ali.

 (E non si continua a leggere sempre di omicidi, stupri e violenze sulle donne?)

Zoe lavorava in una deliziosa cremeria Honeystone’s avvolta in un odore di latte, cioccolato, dolci al forno avvolta in un sogno d’infanzia, come nella fabbrica di cioccolato di Willy Wonka.

In questo preludio-intermezzo di serenità iniziale di Krista bambina , nasce anche l’attrazione fra Zoe e suo padre Ed.

 Krista si identifica con la  minuta Zoe  – l’oggetto d’amore di suo padre -  Zoe dai capelli biondo fragola, dalle gengive rosee e invitanti, dalla bella e gioiosa  voce che la porta a cantare la sera in un localino di Sparta.

Nella cremeria Zoe flirta con Ed, ma riesce anche a parlare teneramente con Krista la quale si sente avvolta voluttuosamente dal suo profumo di borotalco e lillà e percepisce prepotente il desiderio. Il desiderio dei sensi per poter abbandonarvisi?

 “Anche altri particolari rendevano affascinante la madre di Aaron Kruller, per esempio il modo in cui arrotolava intorno ai gomiti le maniche del grembiule bianco di Honeystone’s lasciando scoperte le braccia sottili, ricoperte di piccoli nei scuri e di lentiggini simili a minuscole formiche! Oh, c’era qualcosa di scabroso che dava i brividi, in Zoe Kruller! Quella donna alta quanto una tredicenne, con la sua risatina roca, ti faceva venire voglia di affondare i denti nel gelato, di morderlo fino a sentire dolore ai denti, alle mascelle, rabbrividentdo per il freddo.”

 E’ così che gira il mondo come dice il nostro Freud?

Storia drammatica che soltanto la Oates sa rendere così pregnante e indimenticabile. Nella prima parte è Krista che racconta, ma l’abilità della scrittrice riuscirà a inserire il punto di vista dei suoi genitori e ciò che provano quando avviene la tragedia.

Ciò che mi ha colpito è sempre e solo la fragilità femminile nei confronti di un certo tipo d’uomo, quello cacciatore, forte, prevaricatore. Ma è proprio così?

Krista nelle ultime pagine dopo  un’appassionante notte d’amore con Aaron guarderà  il suo amante mentre dorme “Aaron Kruller, con quella faccia da indiano…Ecco cosa posso fare a sua insaputa…toccarlo. In un moto di adorazione estatica mi chinai su di lui…strofinai la guancia sul suo petto…osservai i suoi lineamenti spigolosi, grossolani, un volto che poteva assumere un’espressione crudele, ostinata, di ottusità maschile…La bellezza di quell’uomo, la sua mascolinità mi sopraffaceva, rendendomi fragile, disorientata…mi resi conto che quell’uomo era simile a mio padre, un maschio predatore..”

Per gli “uccellini del Paradiso” non vanno bene certi tipi di uomini. Fortunatamente  non tutti sono così. Ci sono uomini teneri, forti e dolci che non spezzano le ali.

Well love they tell me is a fragile thing / It’s hard to fly on broken wings / I lost my ticket to the promised land / Little bird of heaven right there in my hand.

Beh, dicono che l’amore è una cosa fragile/ E’ difficile volare con le ali spezzate / Ho perso il biglietto per la terra promessa / L’uccellino del paradiso è qui nella mia mano.

 

 

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LA VISIONE DELL'ACQUA, a cura di Francesca Caprini

pubblicato da: admin - 28 Giugno, 2011 @ 9:11 am

scansione0006 Sono molto contenta ed onorata  di ospitare nel Blog la testimonianza di un lavoro appassionato che Francesca insieme ad altri giovani  ha svolto e continua a svolgere in Colombia. Da sua madre Daria, mia cara amica e collega, ho appreso del suo impegno, del suo duro lavoro, del suo entusiasmo ed anche dei successi raggiunti “nella difesa dei beni comuni e nella promozione dei diritti sociali”. Adoro i giovani che perseguono un ideale, un progetto di vita “alto”, una strada non comoda ma colma di attenzione per gli altri, un raggiungimento di un sogno che non sia soltanto il denaro per il denaro. 

Ciao Mirna, qui Francesca Caprini (figlia Daria).

Con molto piacere ti invio un po’ di materiale informativo sul nostro libro: sono alcuni comunicati stampa ed i links sia della recensione uscita recentemente su “Le monde diplomatique”, sia alcune schede che avevamo preparato per le conferenze stampa.
Al link qui sotto puoi trovare anche un rimando alla copertina del libro, nel caso ti servisse come immagine.
Per il resto…buona recensione e grazie.
Hasta pronto
f. 
http://www.yaku.eu/primapagina_articolo.asp?id=1723

                                                                                                 La visione dell’acqua

Dalla cosmogonia andina all’Italia dei beni comuni

 

 

“La Visione dell’Acqua. Un viaggio dalla cosmogonia andina all’Italia dei beni comuni” edito dalla casa editrice Nova Delphi Libri e curato da Yaku. E’ un lavoro di ricerca collettivo con l’introduzione e una poesia inedita che Eduardo Galeano, uno dei più grandi poeti e scrittori contemporanei, ci ha voluto regalare. 

  

 

  Il capitolo dedicato all’Italia è arricchito, oltre che dai contributi di Francesca Caprini sui processi in difesa dell’acqua in Trentino, e sul Monte Amiata di Enzo Vitalesta, da un saggio sul “dono” di Alberto Lucarelli e da un intervento di Alex Zanotelli.

 

 

   

 

Il Libro verrà presentato insieme al documentario De Agua Somos di Silvia Giammei, realizzato in collaborazione con la cooperativa Trasparenze. Un video che racconta, iniziando dalla guerra dell’acqua di Cochabamba del 2000, un decennio di lotte, di saperi, di pratiche collettive per la difesa e la gestione dell’acqua in sud america, per poi arrivare fino ai referendum in Italia. Splendide le immagini raccolte nel 2010 dei rituali di Berito Cobaria e Daris Cristancho del Popolo U’wa per onorare la sacralità del ghiacciaio della Marmolada e del parco dell’Adamello.

I libro e il video sono stati realizzati grazie al contributo dell’Assessorato alla solidarietà internazionale e alla convivenza della Provincia Autonoma di Trento

 

 

SCHEDA
LA VISIONE DELL’ACQUA
Il primo capitolo parte dall’inizio: “La Visione andina dell’ac­qua” è la cultura ancestrale dei popoli
che vivono nella cordi­gliera andina, è il profondo legame che lega l’uomo all’acqua e alla natura.
Un viaggio nella cosmogonia, nel mito della creazione, di cui l’acqua è elemento generante e
regolatore. Credenze e tradizioni che si declinano nei saperi, nei rituali e nell’organizzazione sociale
di molti popoli indigeni andini, e che in parte ritroviamo nel secondo capitolo: “Yapuchiris. Saperi
andini e cambiamenti climatici”, curato da Luis Carlos Aguilar e Sergio Quispe di Agrecol Andes,
un’organizzazione boliviana che si occupa di rafforzare le pratiche agricole eco­logiche in uso nelle
comunità indigene. Gli Yapuchiris sono i depositari dei saperi antichi dei popoli delle Ande, il pun­to di
riferimento di ogni comunità per le questioni legate ai cicli agricoli e agli eventi meteorologici. Il saggio
analizza la profonda empatia che ancora sopravvive tra uomo e natura nella pratica quotidiana di alcune
comunità. Gli Yapuchiris riescono a prevedere i cambiamenti climatici semplicemente osservando gli
animali selvatici, le piante, i venti, il cosmo.
Chiude la prima parte dedicata alla Bolivia il saggio “Acqua per vivir bien” di Rocío Bustamante e
Vladimir Cossío del Centro andino per la gestione e l’uso dell’Acqua dell’Uni­versità di San Simon
di Cochabamba. Lo studio analizza in profondità gli attuali tentativi del governo di Evo Morales di
formalizzare, attraverso le leggi dello Stato, le pratiche co­munitarie che tradizionalmente regolano
la gestione dell’ac­qua in Bolivia. Come l’attuazione della nuova Costituzione potrà interpretare
e declinare nelle forme del diritto positivo le norme, gli usi e i costumi che da secoli regolano
la gestione comunitaria delle risorse idriche? Uno spaccato della Bolivia di oggi, che tenta con
difficoltà, e non senza contraddizioni, di dare seguito a quell’incredibile processo di emancipazione
sociale iniziato con i movimenti popolari indigeni e contadini di Cochabamba nel 2000.
Il primo capitolo, della seconda parte de­dicata alla Colombia, è del Popolo U’wa, indigeni del nord est
colombiano conosciuti come i “guardiani della terra”. Attra­verso una donna, Daris Cristancho, per la
prima volta hanno voluto donare al mondo, e per scritto, la loro visione dell’ac­qua. “Aba Ria. Acque
sacre del territorio U’wa” è la testimo­nianza di una cultura orale millenaria che, dalle acque del loro
ghiacciaio sacro, il Cocuy, svela i sentimenti primordiali delle origini. Altre popolazioni resistono alla
violenza di un Paese che li deruba di tutto. Alle culture anfibie delle sponde del fiume Sinù è dedicato il
secondo capitolo, “Ferite nel territo­rio. Le culture anfibie e la diga di Urrà” di Tatiana Roa Aven­daño,
dell’organizzazione ecologista colombiana Censat Agua Viva. È la resistenza orgogliosa e combattiva
di una cultura fondata sui cicli naturali dell’acqua e che è sopravvissuta alle inondazioni provocate
dalla diga di Urrà, uno dei tanti mega progetti costruiti in Colombia e causa di violenze e distruzioni
ambientali. La seconda parte di approfondimento si conclude con “Colombia crocevia delle acque.
Dalle privatizzazioni ai mega progetti” di Danilo Urrea, sempre dell’organizzazione Censat Agua Viva:
un’analisi dell’esperienza referendaria co­lombiana inserita nel contesto più ampio dei processi di sfrut­
tamento e privazione dei beni comuni in atto nel Paese. Un cammino, quello del movimento dell’acqua
colombiano, che non si arrende di fronte alla democrazia negata, al referendum assassinato, ma che apre
spazi di manovra a future alleanze e interconnessioni tra tutte le forze sociali impegnate in difesa dei
beni comuni e delle popolazioni indigene.
Nella terza parte dedicata all’Italia con “La montagna che sussurra al mare” di Francesca Caprini abbiamo
ricercato tra le Alpi del Trentino, le immagini di una visione dell’acqua che risuona tra i ghiacciai, ma
anche l’indignazione forte di un prete, il trentino Alex Zanotelli, che tuona contro la privatizzazione della
madre (l’acqua), con parole tanto si­mili a quelle del cantore degli indigeni U’wa della Colombia, che ci
chiedeva: “Ma voi vendereste chi vi ha generato?” (la Madre Terra).. In “Amiata. Madre delle Acque” sono
le parole e l’empatia delle comunità locali a indicare il cammino. Che noi abbiamo iniziato a percorrere
nel capitolo che chiude la terza parte, “La visione dell’Acqua”. Un piccolo granello di sabbia che abbiamo
voluto aggiungere al contributo di tutti coloro che sono in viaggio per individuare una via possibile e
immaginabile per un futuro migliore.
Abbiamo voluto concludere questo nostro cammino collettivo con “Dono, (dis­) interesse e beni comuni
nella società post­moderna” di Alberto Lucarelli, docente di diritto pubblico dell’Università di Napoli.
Qui sono racchiusi l’imma­gine e il significato che abbiamo voluto dare anche noi con questo libro.
—————————————–
La Visione dell’Acqua
Dalla cosmogonia andina all’Italia dei beni comuni
“La Visione dell’Acqua. Un viaggio dalla cosmogonia andina all’Italia dei beni comuni”
edito dalla casa editrice Nova Delphi Libri e curato da Yaku. E’ un lavoro di ricerca collettivo
con l’introduzione e una poesia inedita che Eduardo Galeano, uno dei più grandi poeti e scrittori
contemporanei, ci ha voluto regalare.
Tra gli altri hanno contribuito alla realizzazione del libro, Daris Cristancho del Popolo U’wa,
Danilo Urrea dei movimenti colombiani, gli indigeni Yapuchiri per la Bolivia, organizzazioni
internazionali come il Censat della Colombia, e il Centro Agua dell’Univesrità di San Simon di
Cochabamba, Bolivia.
Il capitolo dedicato all’Italia è arricchito, oltre che dai contributi di Francesca Caprini sui processi
in difesa dell’acqua in Trentino, e sul Monte Amiata di Enzo Vitalesta, da un saggio sul “dono” di
Alberto Lucarelli e da un intervento di Alex Zanotelli.
Il libro sarà presentato a partire dal 26 maggio in Trentino, con la presenza, oltre agli esponenti
della cultura, delle istituzioni e dell’associazionismo trentino, del coautore colombiano Danilo
Urrea e dello sciamano Berito Cobaria,del popolo indigeno U’wa.
Il Libro verrà presentato insieme al documentario De Agua Somos di Silvia Giammei, realizzato
in collaborazione con la cooperativa Trasparenze. Un video che racconta, iniziando dalla guerra
dell’acqua di Cochabamba del 2000, un decennio di lotte, di saperi, di pratiche collettive per
la difesa e la gestione dell’acqua in sud america, per poi arrivare fino ai referendum in Italia.
Splendide le immagini raccolte nel 2010 dei rituali di Berito Cobaria e Daris Cristancho del Popolo
U’wa per onorare la sacralità del ghiacciaio della Marmolada e del parco dell’Adamello.


Francesca Caprini
Ufficio Stampa e relazioni
Associazione Yaku 


tel 348 7467493
e-mail: yakufran@gmail.com
skype: yakufran
 yaku.eu

 

Tra gli altri hanno contribuito alla realizzazione del libro, Daris Cristancho del Popolo U’wa, Danilo Urrea dei movimenti colombiani, gli indigeni Yapuchiri per la Bolivia, organizzazioni internazionali come il Censat della Colombia, e il Centro Agua dell’Univesrità di San Simon di Cochabamba, Bolivia.

 
 

 

 Il libro sarà presentato a partire dal 26 maggio in Trentino, con la presenza, oltre agli esponenti della cultura, delle istituzioni e dell’associazionismo trentino, del coautore colombiano Danilo Urrea e dello sciamano Berito Cobaria,del popolo indigeno U’wa.

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LA NAPOLETANITA' NELLA STORIA DELL'ARTE

pubblicato da: admin - 24 Giugno, 2011 @ 8:40 am

copertina[1]A cura di Elvira Brunetti

Facciamo presto qualcosa per Napoli” auspica il nostro Presidente della Repubblica.

Che pena vedere questa città sommersa da così tanto tempo da cumuli e cumuli di rifiuti. La  Napoli  che conobbi tanti anni fa  è racchiusa come un quadro colorato nella mia memoria. Azzurro di mare, verde di pini marittimi, allegria chiassosa , garbo nelle caffetterie delle piazze famose, sapore delle sfogliatine croccanti e morbide che assaporavo appena uscita dalla stazione marittima e mi tuffavo nel  nostro sole mediterraneo.

Ed ora? Napoli  sembra rispecchiare lo stesso sgomento che si vede nello sguardo del suo nuovo giovane e bello e risoluto Sindaco il quale come un don Chisciotte si sforza –  ci riuscirà vero? -  di combattere contro i mulini a vento della  ambigua realtà politica d’oggigiorno.

Allora facciamo un omaggio a Napoli insieme agli auguri di un veloce risanamento presentando un libro consigliatoci dal nostro Gianfranco Peterlini che ha sposato,  anni fa , una bellissima “guagliona” (come gli dice Riccardo). Infatti Rosetta è proprio bella e dolce e solare come la sua città.

 

 

Napoletanità vuol dire fantasia, passione, intelligenza, cultura, amore per le proprie tradizioni; al contrario napoletaneria significa oleografia, banalità, volgarità, sciatteria ed esaltazione dell’ignoranza.

Due termini dicotomici che spesso vengono confusi da chi non conosce Napoli ed i napoletani. Al primo soltanto dei due sono dedicate le pagine del nuovo libro di Achille della Ragione, che cerca di documentare i molteplici aspetti della napoletanità attraverso l’arte: dipinti e sculture, ma anche stampe e vecchie fotografie.
Il volume vuole essere un omaggio al carattere dei napoletani ed all’anima immortale della città, ma soprattutto un doveroso riconoscimento a tutti coloro che non si sono arresi nel difendere Napoli e la napoletanità, pur sapendo di essere destinati alla scon! fitta, ai tanti eroi sconosciuti, invisibili alla cronaca e alla storia! , che cercano disperatamente ogni giorno di salvare i luoghi e di preservare la memoria di tradizioni secolari.

Napoli nei secoli, per la sua posizione nel cuore del Mediterraneo, è stata il crocevia di traffici e commerci, ma anche di culture diverse ed il carattere dei napoletani deriva dal contatto con i tanti popoli che hanno soggiornato all’ombra del Vesuvio.
La parlata vivace e simpatica, la mimica festosa, il gesticolare incessante, il modo chiassoso di divertirsi, il grande calore umano sono pregi e non difetti ed irridere all’apparente agitarsi di questa tribù, una delle ultime che non si è arresa alle sirene della globalizzazione, significa non voler accettare l’essenza della napoletanità.

Si tende da parte dei mass media ad ingigantire difetti e storture di questa sfortunata città, che pur rappresentano una mortificante realtà, ma si dimentica con troppa facilità il suo patrimonio culturale, la laboriosità di gran parte della sua gente, si tras! cura la fantasia e la genialità tanto diffuse e la filosofia di vita del napoletano, che rappresentano un consistente patrimonio da difendere e da valorizzare.
Nessuna civiltà può vivere a lungo se non ha dei valori e la sfida per Napoli è dimostrare la superiorità di un modello basato sul piacere di vivere, sul culto della famiglia, sul riconoscimento dell’amicizia, sulla strenua difesa di abitudini e tradizioni millenarie contro degli schemi apparentemente vincenti, basati sul tecnicismo esasperato, sulla catena di montaggio, sul disinteresse verso il prossimo, sull’egoismo più spietato.

Negli ultimi decenni la letteratura, il teatro, il cinema, il giornalismo si sono interessati a Napoli, mettendone in luce senza pietà i difetti. Possiamo citare La pelle di Malaparte, la Napoli milionaria di De Filippo, Il mare non bagna Napoli della Ortese, Napoli siamo noi ed Inferno di Bocca, fino al best seller Gomorra di Saviano.
Analisi accurate che non ammettono r! epliche, mentre voci tese ad esaltare le caratteristiche positive di Na! poli e dei napoletani ne abbiamo sentito ben poche ed erano tremendamente fioche.
Il cammino da percorrere per questa antica civiltà sepolta dai rifiuti ed umiliata dalla criminalità sarà lungo e tortuoso, ma bisogna pur cominciarlo, anche se si tratterà di un viaggio lungo e doloroso, avvolti dalle tenebre, ma con la speranza che prima o poi compaia alla fine del tunnel uno spiraglio di luce.

Napoli ha tanti figli sparsi per il mondo e tanti, infiniti amici che ne apprezzano le doti di umanità e fantasia. Conoscere la sua anima permetterà di apprezzarla maggiormente e per molti, ne siamo certi, di amarla ed invidiarla.
L’unica possibilità di riscatto e di ripresa per Napoli ed i napoletani è oggi legato alla volontà di riappropriarsi del suo passato glorioso e della loro identità perduta.
Tutto il mondo deve sapere che i napoletani sono gente antica e paziente, ma che in passato la città ha rifiutato l’Inquisizione e dato i natali a Masaniello; essa n! on vuole recidere le radici col passato e vuole un futuro migliore.

Abbiamo alle spalle una storia gloriosa di cui siamo fieri, passeggiamo sulle strade selciate dove posò il piede Pitagora, ci affacciamo ai dirupi di Capri appoggiandoci allo stesso masso che protesse Tiberio dall’abisso, cantiamo ancora antiche melodie contaminate dalla melopea fenicia ed araba, ma soprattutto sappiamo ancora distinguere tra il clamore clacsonante delle auto sfreccianti per via Caracciolo ed il frangersi del mare sulla scogliera sottostante.
Avere salde tradizioni e ripetere antichi riti con ingenua fedeltà è il segreto e la forza dei Napoletani, gelosi del loro passato ed arbitri del loro futuro, costretti a vivere, purtroppo, in un interminabile e soffocante presente, del quale ci siamo scocciati per cui da oggi dobbiamo divenire attivi artefici del nostro destino.

Il libro è corredato da oltre 500 foto ed è consultabile sul web all’indirizzo
http://www.gu! idecampanie.com/dellaragione/articolo77/articolo..htm

Consiglio a tutti di leggerlo napoletani e stranieri e per invogliarvi alla lettura vi segnalo l’indice dei capitoli.
 
                               Indice
1)Il Maestro dellÂ’Annuncio ai pastori e la questione meridionale
2)La veritiera storia della sfogliatella
3)La Madonna delle Grazie ed il delicato confine tra vivi e morti
4)Una tela di Gaetano Gigante  esalta una contaminazione di riti arcaici
5)Le grotte napoletane ed i riti orgiastici
6)LÂ’antica festa del Carnevale in un dipinto di Alessandro DÂ’Anna
7)San Gennaro ma non solo lui
8)Edicole sacre: una passeggiata tra sacro e profano
9)Un poco noto primato napoletano
10)Il misterioso mondo dei  femminielli
11)Posillipo: il paradiso terrestre
12)Piazza del Plebiscito: lÂ’ombelico di Napoli
13)L’Albergo dei poveri diventerà dei ricchi
14)La sirena Partenope e la fontana d! elle zizze
15)Secondigliano: Bronx o Eldorado?
16)La fattura ed il Diavolo di Mergellina
17)Maradona è meglie ‘e Pelè
18)San Gennaro, il Sebeto e lÂ’eruzione del 1631
19)O Munaciello,  ‘A Bella ‘Mbriana ed Eusapia Palladino
20)L’Agorà da 2500 anni
21)Un glorioso passato di casini
22)Presepe contro albero di Natale
23)Quando ritornerà la mitica Piedigrotta?
24)Lo struscio ieri ed oggi
25)Un raro connubio tra fede, arte e carità
26)Una gloriosa storia ospedaliera, ma una sanità malata
27)Quattro passi tra tradizioni e contraddizioni
28)Piazza 3 ottobre 1839 e la tangenziale di Ferdinando II
29)Il pazzariello come sinonimo di saggezza
30)Canta Napoli
31)Dalla ruota dellÂ’Annunziata al signore delle nascite
32)La tavola Strozzi e la vera storia del sacco edilizio
33)Una infinita storia al femminile
34)Misteri napoletani
35)Il napoletano è una lingua, non un dialetto
36)Gl! i antichi monte dei pegni e lÂ’epicedio del Banco di Napoli
37)Dall! a camorra onorata alle piazze dello spaccio
38)Dalla taverna del Cerriglio a Ciro a Mergellina
39)Funerali pomposi per una morte memorabile
40)Pulcinelliade
41)La cucina dai mille sapori
42)Il piacere di associarsi
43)A Maronna tÂ’accompagna
44)Resto a Napoli perché…

Gianfranco

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L'ETA' DA INVENTARE, la seconda metà della vita

pubblicato da: admin - 19 Giugno, 2011 @ 6:52 pm

scansione0004Mentre si avvicinava il mio compleanno, poche settimane fa, mi sono ricordata del consiglio di Renata di leggere il libro sulla “vecchiaia” di Betty Friedan. Conoscevo l’autrice per il suo famoso  saggio  “La mistica della femminilità” con il quale negli anni Sessanta  cercava di scardinare l’immagine della donna come oggetto sessuale. (con scarso successo in alcuni casi, visti i recenti avvenimenti  e non solo esmeralda 2 002nel nostro paese!).

In questo altro importante  e convincente  saggio  del 1993 la Friedan, già settantenne, “torna alla carica” per smantellare un altro stereotipo della nostra cultura e cioè l’associazione della vecchiaia con il declino e con la malattia.

Beh, ogni volta che scocca il compleanno sorgono le riflessioni sul tempo che passa e su quel numero anagrafico che aumenta così velocemente soltanto dopo 365 giorni…che cambiamento avrò mai dopo 52 settimane…ma l’idea del NUMERO (oltre i sessanta) “spaventa” ancora. Se non ci penso invece sono più obiettiva e mi ritrovo a  a considerare questa mia seconda parte della vita proprio come scrive Betty Friedan: piena, ricca, interessante e che mi sottolinea chiaramente l’identità raggiunta. Ora che ho superato i limiti del ruolo biologico posso integrare alle mie qualità femminili anche quelle maschili come la libertà decisionale e un progetto di vita autonomo.

  E’ il pregiudizio della vecchiaia, del numero alto di anni che inficia il nostro giudizio. Quando parlano di anziani ( e come età ci rientrerei anch’io) mi sembra però che parlino di altre persone…ma devo stare attenta con alcune amiche che non sono riuscite a staccarsi dallo stereotipo corrente e credo anche da una mai raggiunta sicurezza di sè come donna. Sembra che tutto sia legato alla giovinezza fisica, all’estetica, alla freschezza…in relazione sempre e solo all’UOMO!!!

Certo che a tutte piacerebbe essere elastiche, energetiche, veloci, ma questo dovrebbe essere per il proprio gusto di vivere, non è detto che se aumentano la ciccia o le rughe improvvisamente noi non siamo più capaci di fare cose interessanti sia dal punto fisico che intellettuale. E qui trovo conferma nelle pagine della Friedan.

Accettando supinamente la trappola dell’inevitabile “decadimento” ed “emarginazione” impostaci dalla società, soccombendo all’inevitabile logoramento del nostro soma non diventiamo progionieri  delle aspettative correnti?  Con un ribaltamento di prospettiva riusciamo a scindere ciò che la SOCIETA’ vede negli ultrasessantenni e ciò che invece NOI sentiamo veramente?

Il giorno del mio compleanno, il 30 maggio, oltre a tantissimi cari auguri da parte di Stefy e  della mia famiglia amicale, ho ricevuto un originale e stupendo regalo dal sig. Shalva, il mio amico georgiano, rifugiato politico. Lui e la moglie mi aspettavano in piazza Duomo per consegnarmi il dono. Vedo un’enorme scatola. La apre proprio in mezzo al tavolino del bar all’aperto. Cosa ne esce? Una grande bambola-carillon. vestita di rosso!! La sorpresa mi ha estraniato per un attimo dal momento contingente facendomi correre a ritroso a miei sette anni quando ricevetti la mia ultima bambola! Intensità del momento in cui non percepivo nessuna età, ma soltanto la mia meraviglia infantile, la mia gioia, il mio stupore.

Stupitissimo  -e  a bocca aperta -lo era anche un bambino seduto accanto che osservava Esmeralda (Shalva mi ha detto che si chiama così) mentre graziosamente girava al suono di “Per Elisa” …

“E’ mia!” gli ho detto .

A casa , dopo il primo diffidente spavento Mimilla ne è diventata amica.

Insomma stiamo attenti, uomini e donne, a non precipitare in quell’abisso della vecchiaia che abbiamo contribuito a creare ci raccomanda la Friedan. Devo dire che dagli anni Novanta ad oggi molte cose sono cambiate, noi “ragazzi” ultrasessantenni facciamo molte cose, progettiamo, cerchiamo nuovi scopi grandi o piccoli, coltiviamo premurosamente i rapporti interpersonali. Ciò che ho letto dunque ribadisce le mie convinzioni.

Se la salute è “nella norma”,v.  acciacchi, tonsilliti (come ho avuto  in questa settimana), doloretti o forse anche patologie più serie, ma  sotto controllo e curabili, dobbiamo andare avanti e sentire la spinta a un costante coinvolgimento nella vita  (cosa che un tempo veniva negata dalla “pietosa mistica  del problema dell’età” relegando anche fisicamnte gli anziani in luoghi preposti).

Betty Friedan ci racconta una sua esperienza estrema quando partecipò insieme ad altri  a un “programma intensivo per adulti oltre i 55 anni” e cioè un corso di sopravvivenza tra le montagne della Carolina del Nord. La preparazione  consisteva in un allenamento di circo otto chilometri di jogging al giorno per un mese prima della partenza. Fatica, rinunce,successi.  Dopo una decina di giorni sorge nella scrittrice un’intuizione che condivide con gli altri : “La forza che avevamo trovato, partecipando a questa spedizione, per arrischiarci a essere noi stessi, ad andare oltre quei ruoli da cui dipendiamo e che ci siamo lasciati alle spalle, e la saggezza, la solidarietà, la sensibilità e la flessibilità che tutti abbiamo scoperto, in noi e negli altri, sono forse energie uniche che possono emergere col tempo, che non ci aspettiamo, o non riconosciamo, o non stimiamo abbastanza in noi stessi e negli altri se ci limitiamo a misurarci sugli standard della giovinezza?”

Non a caso questa spedizione si chiamava “Andare oltre“. E qui sta il segreto, andare oltre, e non solo fisicamente affinchè il nostro pocesso di sviluppo continui fino alla fine con adattamenti , sperimentare  “giochi nuovi”per apprezzare il “posto nuovo” in cui ci siamo addentrati. Una ottantenne, tra le tante persone intervistate, dopo aver visto due pazienti (era psicoterapista ) e aver fatto parecchie vasche in piscina spiegava. “Più si invecchia, e più si diventa se stessi. Negli ultimi quattro o cinque anni ho conquisatto una fiducia in me stessa incredibile, come persona adesso mi sento integrata…Più sono libera e più agisco da persona completa – il che mi è venuto con l’età.”

Ripenso alla pianista Triangi , 97 anni, che poche settimane fa ha tenuto un eccellente concerto al Grand Hotel. Ha suonato tutto a memoria. Faticava un po’ a camminare ma poteva suonare e poi…mangiare golosamente ciò che il buffet offriva!

Ho scritto parecchio di questo voluminoso saggio, mia nonna direbbe che “la lingua batte dove il dente duole”, eh, sì, preferirei ringiovanire che invecchiare, ma visto che è così perchè non cercare le cose belle che senza dubbio ci sono? Ricerchiamo la Realtà, ma anche la Verità al di là dei miti o dei pregiudizi.

Andiamo oltre, alimentiamo le famiglie di amici , soffermiamoci a meditare. In questi giorni di afonia completa in cui non sono riuscita a parlare con nessuno ho parlato con me stessa, analizzando la mia vita, il mio contesto, ciò che ho fatto, ciò che voglio ancora fare. Momenti preziosi.

Ho ripensato al mio Blog il cui sottotitolo recita “La vita dopo i sessantanni”, alla alfabetizzazione agli stranieri che mi ha “donato” Shalva ed Esmeralda, alle lezioni di geografia ai ciechi, all’Accademia e e alle Penelopi e a tutti gli amici che mi sono vicini, soprattutto a mia figlia e al suo amore.  Ai cambiamenti e alla fiducia in qualcosa di bello, all’attesa della “meraviglia”.

Forme complesse e sofisticate di “ragionamento” ignorate dai tradizionali test psicologici, si sviluppano nella maturità. ..La saggezza invoca il ritorno della meraviglia e del mitico incanto del mondo…Centrale nell’atteggiamento della meraviglia è un’affermazi0ne della vita quale essa è al presente..”

Parliamone.

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84, CHARING CROSS ROAD, di Helene Hanff

pubblicato da: admin - 13 Giugno, 2011 @ 9:12 am

scansione0003scansione0002 E sempre a proposito di films. Accade talvolta il contrario: non si va al cinema dopo aver letto il libro, ma si va alla ricerca del libro dopo aver visto un film.

E che film, questo 84, Charing Cross Road interpretato da due splendidi attori come Ann Bancroft e Antony Hopkins. Girato  negli anni Ottanta dopo la pubblicazione dell’epistolario intercorso tra Helene Hanff,  giovane e squattrinata scrittrice newyorkese e Frank Doel socio della libreria antiquaria  Marks & CO, Bookseller di Londra.

Suggeritomi da Camilla  (la nostra Guardiana del Faro della Letteratura e delle Cose belle) questo è un  film  che mi ha incantato. Ho guardato il Dvd due volte consecutive. Perchè? Perchè si parla di libri, dell’amore per i libri, del riconoscimento tra persone che amano i libri e …di Londra.

Ho scovato in Biblioteca il libretto con le lettere che i due si scono scambiati dal 5 ottobre 1949 al 16 ottobre 1968. Nel film ci sono tutte e la loro storia si arricchisce di immagini e di vitalità.

Helene cerca libri vecchi, che costino poco e rimane colpita dall’inserzione della Marks & Co che propone “libri antiquati”. Ordina e riceve per pochi dollari libri che la sciolgono dall’emozione . “…i libri sono arrivati sani e salvi, lo Stevenson è talmente bello da mettere in imbarazzo la mia libreria fatta con cassette per le arance. Abituata alla carta completamente bianca e alle copertine di cartone rigido dei libri americani, non mi ero mai resa conto che un libro rappresentasse un tale piacere al tatto.”

Mese dopo mese la corrispondenza si infittisce come la compravendita di libri e la conoscenza reciproca . E’ sempre  Frank Doel che cerca i testi per lei, talvolta suggerisce alcuni titoli, glieli spedisce e le racconta anche qualcosa di sè .

Helene ama i saggi, le storie vere, i diari, ” Ecco io sono una grande appassionata dei libri -io-ero-là“, ma ama anche i libri usati e letti da altri “Mi piacciono moltissimo i libri usati che si aprono alla pagina che l’ignoto proprietario precedente apriva più spesso. Quando è arrivato Hazlitt, il volume si è aperto proprio alla pagina che diceva “Odio leggere libri nuovi””

L’effervescente carattere di Helene che scrive scenaggiature per il cinema e che pian piano riuscirà a guadagnare in po’ di più colpiscono  il flemmatico Frank per il quale le lettere da New York diventano momenti di gioia e interesse.

Sullo sfondo l’America e l’Inghilterra del dopoguerra, il razionamento, le uova in polvere, la carne in scatola, i pacchi di generi alimentari che Helene riesce a spedire a tutti gli impiegati della libreria fino al 1953 quando finalmente nei negozi britannici la merce comincia a  riapparire.

Ma il loro legame così particolare continua sia per simpatia reciproca sia per quel culto dei libri che sembra farli diventare quasi  due sacerdoti custodi.

Quando Frank Doel viaggia per le antiche dimore inglesi in cerca di libri pensa ad Helene, alle sue richieste. In una certa primavera lei gli richiederà un libro di versi da leggere in Central Park,  “piccolo , che possa stare nelle tasche dei calzoni.”

Il grande desiderio di Helene è di poter andare finalmente a Londra, il paese delle sue letture. Scrive a Frank nel 1950 :” La prego, mi racconti di Londra, vivo nell’attesa del giorno in cui scenderò dal treno, dopo la traversata e sentirò i suoi sporchi marciapiedi sotto ai miei piedi. Voglio camminare in su per Berkeley Square e in giù per Wimpole Street e sostare a Sr.Paul dove John Donne tenne le sue prediche e sedermi sul gradino sul quale si sedette Elisabetta quando si rifiutò di entrare nella Torre di Londra…”Qualcuno le aveva detto che la gente  che va in Inghilterra trova esattamente quello che va a cercare. “Io gli ho risposto  che sarei andata per vedere l’Inghilterra della letteratura inglese, e lui annuendo rispose “E’ là“”

Quanto è vero. Il mio anno a Londra rimarrà per me il periodo più intenso nel quale sogno, immaginazione, letture e realtà si  sono saldate. Cercavo il quartiere di Bloomsbury dove le sorrelle Woolf hanno vissuto anni importanti, camminavo per stradine alla Dickens, incontravo personaggi-guide vestite da Jane Austen e Sherlock Holmes…

La scrittrice  riuscirà finalmente ad andare a Londra quando ormai Frank Doel non c’è più  e la libreria è già in via di smantellamento.  Essa ha infatti cessato l’attività nel dicembre del 1970.

Ma io c’ero nel 1967 e nel 1968 e sicuramente l’avrò vista. Perchè non sapevo questa storia? Chissà forse ci sarò entrata, le librerie mi hanno sempre attratta. Spero, spero di esserci entrata e di aver incrociato lo sguardo  chiario e pacato di Frank.!

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L'ANNO DI NOI DUE, di David Gilmour

pubblicato da: admin - 7 Giugno, 2011 @ 7:12 pm

scansione0001Che romanzo particolare e bello e intenso! Scelto dal solito tavolo espositivo della nostra Biblioteca perchè parla di cinema.

Films che accompagnano  un anno difficile di un figlio adolescente. Ma ci si accorgerà presto che il periodo difficile lo è anche per il padre premuroso, attento, a tratti persino invadente” nei confronti del suo ragazzone diciassettenne, simpatico a tutti ma che soffre, soffre terribilmente ad andare a scuola.

David Gilmour, documentarista e critico cinematografico,  racconta una storia vera: di se stesso che in un momento di stasi lavorativa osserva “al miscroscopio” il malessere del figlio  Jesse che fatica a studiare, che soffre nel doversi mettere a tavolino ed eseguire i compiti.  “ Un pomeriggio…mentre il tempo si trascinava lentamente, mi accorsi di un leggero sibilo nella stanza. Da dove veniva? Da lui, da Jesse. Ma cos’era? Lo studiai. Era una specie di sbuffo, appena accennato; era la certezza dell’inutilità di ciò che stava facendo. Per una strana forma di osmosi provai io stesso quella sensazione.”

Con coraggio incosciente, con amore viscerale David propone al figlio di lasciare la scuola : “Se non vuoi più andare a scuola, non sei costretto a farlo”

 Jesse è un bravo ragazzo, ubbidiente, che vuol far contenti i genitori, ma a questa inaspettata domanda scatta in piedi, emozionato,  ” Mi permetti di abbandonare la scuola?”

C’è un contratto però da rispettare: guardare insieme tre films a settimana. Film scelti ad hoc dal padre che  in questa “educazione cinematografica” insegna al figlio a diventare grande.

Scelta come dicevo coraggiosa da parte del padre che evidentemente nel torpore mesto del figlio ha riconosciuto parte di se stesso e con un’incredibile preveggenza gioca d’azzardo sul futuro del figlio.

Mi chiedevo leggendo se questo padre non fosse infantile egli stesso, se avesse potuto aiutare  invece il figlio lasciandolo “crescere” da solo, ma alla fine ho dovuto dargli ragione. Il suo intuito, la forza della sua passione e per il figlio e per il cinema riescono a far trovare la strada più adatta a Jesse. Così facendo David “perderà” il figlio che , scoperto finalmente ciò che ama fare, inizierà da solo un capitolo nuovo della sua vita.  Devid pensa  amaramente ” I figli passano la vita ad andarsene” e ricorda con struggente nostalgia il loro film club quando il  divano di casa era diventato  “la scuola”, la complicità, la condivisione, l’insegnamento del “vecchio” al giovane.

Quanti bei film vengono analizzati!  Da Truffaut a W.Allen, da Herzog alla Dolce vita di Fellini, da Scorsese a Hitchcock tutti infarciti di aneddoti, curiosità e divagazioni che mettono a nudo  il cinema sia come Grande Illusione, sia come grande emozione della vita vera. Diceva Groucho Marx “Preferisco guardare un film che vivere. Almeno nei films c’è una trama…”

Come i libri anche i bei film possono aiutare a dirimere i nodi ingarbugliati delle proprie esistenze e a donare consolazione, ricchezzza, divertimento.

E’ deliziosamente spassoso quando i due  divorziati genitori di Jesse parlano  di questa nuova “scuola” che il figlio  sta seguendo con interesse, turbamenti, identificazioni. A seconda di ciò che sta vivendo il ragazzo il padre gli propina il film giusto e lo fa con una passione travolgente. Lo aiuterà a superare le ricorrenti crisi amorose, le depressioni, i momenti di sbornie.

La scena finale della Dolce vita con Mastroianni che cammina sulla sabbia a piedi nudi, la ragazza che lo chiama da lontano…lui che non vuole capire, e poi lo sguardo della giovane rivolto agli spettatori che sembra chiedere  “e voi, cosa volete fare della vostra vita?” aiuterà moltissimo Jesse in uno sei suoi fondamentali momenti di ricerca del sè.

E nelle pagine finali, nascosto nell’oscurità di un locale alternativo  per ascoltare  il figlio cantare e suonare nella sua Band, David  farà  riecheggiare nella sua mente le parole di uno dei suoi film preferiti “Una vita al massimo”:

Sei il mio eroe, sei il mio eroe, sei il mio eroe.”

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IL QUINTO GIORNO, di Frank Schaetzing, Tea Ed.

pubblicato da: admin - 4 Giugno, 2011 @ 6:13 pm

cop[1]E sempre a proposito di acqua e di ambiente, insomma del nostro amato pianeta trattato in modo così ingrato, prendiamo nota  di un interessante libro letto da Riccardo 

 

Mio figlio Edoardo, (comunicatore di professione e per me comunque una vera e propria garanzia intellettuale e letteraria), dello stesso autore fondatore della prestigiosa agenzia pubblicitaria “Intevi”, mi aveva regalato “Il mondo d’acqua”, (La Feltrinelli, gradevolissima ricostruzione della storia della vita sulla terra). Ed allora questo qui, visto in libreria, me lo sono comperato al volo: dopo tutto 1021 pagine per 12 euro, ma dove ne trovo un altro? (Riccardo, nato a Genova … buon sangue non mente).

Vasto, come il mare che descrive … fra l’altro ci introduce nel mondo dei pescatori peruviani e degli esquimesi e già questo sarebbe un buon motivo per leggerlo. Ma vi è molto di più: geologia, geografia, soprattutto biologia. Su tutto ciò si innesta un giallo “umano” in ambiente scientifico, militare e fantascientifico ma non troppo. Io non amo i romanzi di fantascienza. Ma questa volta si tratta di una fantascienza marina per di più orchestrata su solide e documentate basi scientifiche. Una fantascienza che tuttavia rimane ai margini del racconto, che è tutto umano. L’autore ci descrive il nascere e la forza dello tzunami: il mistero (svelato) della fossa delle Bermude; lo sfruttamento delle risorse petrolifere dai fondali marini (ma dello scempio ambientale della piattaforma petrolifera nel golfo del Messico, non si sa più nulla?); gli idrati di metano, i quali, ghiacciati, sul fondali marini fanno da tappo (ma fino a quando?) ad immensi giacimenti di metano; il rapporto fra i maremoti e la stabilità (precaria) delle zone costiere continentali; ci spiega come non sia vero che le risorse petrolifere stiano per esaurirsi, ma che piuttosto fra non molto l’estrazione del petrolio costerà, in termini di energia necessaria, più di quanto non se potrà ricavare dal petrolio estratto, e molto altro ancora.

I capitoli sono brevi, ognuno caratterizzato dal nome della località ove si svolge l’azione o dal principale personaggio coinvolto.

Lo stile è semplice e chiaro. Le analisi ed i ragionamenti che i personaggi (rectius, l’autore) fanno sono molto approfonditi: quelli “biologici” poi si leggono volentieri anche se non li si comprendono del tutto (a meno di non essere degli ottimi biologi), ma non importa, ciò non impedisce la comprensione del ragionamento e della vicenda.

Siamo certi di essere i soli abitanti cosiddetti intelligenti dell’universo? Ma se è infinito, quali garanzie abbiamo per affermare una cosa simile? Ora, se riflettiamo sul fatto che conosciamo le profondità marine meno dello spazio … vedete un po’ voi se non è lecito immaginare l’esistenza di qualche cosa “in più” rispetto alla solita Moby Dick …

Un giallo, una guerra degli uomini, attaccati da forze “occulte”, le forze “del male”: ma poi, dove si annida veramente “il male”? Negli “altri” o in noi? Chi ha invaso chi? Chi sfrutta e violenta chi? Per uscire dal romanzo, come potremmo chiamare “cattiva” o “nemica” la valanga che noi stessi stacchiamo dalla montagna facendo sci alpinismo dove e quando non sarebbe consigliabile?

Alla base di tutto una riflessione di fondo: il mondo che abbiamo ricevuto non è una eredità da sperperare, ma un bene da preservare per le generazioni che seguiranno. E poi: oltre a noi, ci sono gli Altri, sperando che anche gli Altri vedano noi sotto la stessa luce di “loro Altri”.

Ha venduto oltre due milioni e mezzo di copie, nel mondo. Ci sarà pur una ragione!

Riccardo

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COLLASSO, come le società scelgono di vivere o morire

pubblicato da: admin - 30 Maggio, 2011 @ 9:12 pm

Stasera sull’onda gioiosa del cambiamento  e con  il desiderio di ritrovare la via giusta per vivere con  buon senso e con  i valori   importanti   che da più di un decennio  sono stati trascurati da molti, lascio spazio al giovane Luigi  che ci presenta un interessante libro.

 Che bravi  e saggi questi giovani, non solo il nostro amico Luigi, ma anche quelli milanesi…

cop[1]di Jared Diamond

 

«Oggi la gran parte di noi occidentali può permettersi di condurre un’esistenza piena di sprechi. Ma in questo modo dimentichiamo che le nostre condizioni sono soggette a fluttuazioni e che potremmo non essere in grado di anticipare quando il vento cambierà. A quel punto saremo ormai troppo abituati a uno stile di vita dispendioso, per cui le uniche vie d’uscita potranno essere una drastica riduzione del nostro tenore di vita o la bancarotta».

 

Ho scelto di parlare di questo testo, oltre perché è da un po’ di tempo che non mi faccio più sentire su questo blog, anche per il motivo che fa parte del materiale che dovrò portare al mio primo esame della sessione estiva, quello di geografia.

In un mondo dove l’ambiente è sempre più in primo piano nella vita di tutti noi (un esempio fra tanti: l’eruzione di un vulcano in Islanda che rischia di nuovo di paralizzare il traffico aereo europeo), è interessante questa lettura perché ci porta molti esempi a sostegno della tesi che l’ambiente è, se non il fulcro, quantomeno una parte che ha molta importanza non solo nella vita di ognuno di noi, ma potrebbe addirittura segnare il nostro destino, e portarci appunto al collasso.

E’ questo il senso della citazione-incipit: “noi” del mondo occidentale, ricco, sviluppato, conduciamo una vita, se ci pensiamo, piena di sprechi, nella quale siamo abituati a tutto, e subito. Il problema consiste, a mio parere, nel fatto che abbiamo una visione ristretta delle cose: abbiamo sempre le dispense con un surplus di cibo, la macchina sempre con il pieno di carburante, se azioniamo l’interruttore illuminiamo una stanza, un edificio, un monumento ecc., se scriviamo una lettera o un documento e ci accorgiamo di aver fatto un errore, abbiamo sempre un nuovo foglio di carta, quando i nostri mobili sono vecchi e consumati, li cambiamo con mobilia nuova, liscia e lucente… e gli esempi potrebbero continuare. Ma non ci accorgiamo che quel surplus di cibo che abbiamo è uno spreco (perché non ci serve subito, perché miliardi di persone ne avrebbero bisogno), il carburante che fa funzionare le nostre vetture deriva da un materiale che è presto destinato a scomparire e i cui costi, anche ambientali, sono sempre maggiori, la luce che usufruiamo è prodotta sempre con lo stesso materiale da cui deriva il carburante, la carta che sfogliamo e che usiamo potrebbe derivare da foreste protette o in pericolo (le foreste sono i nostri polmoni, oltre a conservare habitat a volte sorprendenti) e il legno con cui sono prodotti i nostri mobili potrebbe derivare sempre dalle stesse foreste. Ma se l’equilibrio su cui tutto questo si basa è così altamente fragile, qual è il destino che ci aspetta? O una drastica riduzione del nostro tenore di vita, o il nostro collasso.

Abbiamo però un asso nella manica: ci sono noti degli esempi del passato, dai quali possiamo trarre insegnamento. E i cui casi sono molto interessanti.

 

Dice Diamond: «La gente mi chiede perché io abbia deciso scrivere un libro del genere. La mia risposta è che si tratta dell’argomento più affascinante che esiste. Tutti noi siamo affascinati dai tempi abbandonati Maya ormai inghiottiti dalla giungla o dalla civiltà sorta sull’Isola di Pasqua. Perché questi popoli si sono dati la pena per costruire in luoghi così remoti per poi abbandonarli o distruggerli? Ultimamente si è scoperto che lo hanno fatto per motivi ambientali […]. La questione più rilevante trattata nel libro è che non tutte le civiltà sono andate in rovina, alcune società sopravvivono a lungo perché sono riuscite a risolvere le questioni ambientali. Nel libro ci sono anche storie a lieto fine. Il libro è cautamente ottimista. Oggi quasi tutte le società odierne devono affrontare problemi ambientali. E forse possiamo imparare dal passato. Per questo ho concluso il mio libro descrivendo le diverse traiettorie possibili che potrebbe prendere la nostra cultura».

È molto affascinante, se ci pensiamo, il mistero che avvolge tuttora l’isola di Pasqua. Un’isoletta piccola, sperduta nell’oceano Pacifico, con migliaia di km di acqua prima di altra terraferma. Eppure, quel luogo all’apparenza inospitale ha ospitato sempre forme di vita umane, una vera e propria civiltà, scomparsa, oggi lo sappiamo quasi con certezza, per il suo sfruttamento massivo e omicida dell’ambiente dell’isola, una volta ricoperta di alberi, oggi rada e inospitale.

Dice ancora Diamond: «Quando l’isola venne scoperta dai cristiani questa non era che un’isola deserta e arida. Ma le statue erano sicuramente state fatte con ausilio di alberi. Il mistero è stato risolto solo grazie a scavi archeologici. Quando i polinesiani colonizzarono per la prima volta nell‘800 dopo Cristo i colonizzatori cominciarono ad abbattere gli alberi. Scendendo il numero di alberi non potevano più fare canoe per andare a pesca, la mancanza di proteine disponibili li portò anche a praticare il cannibalismo. Ma come hanno potuto ad essere così sprovveduti? Che cosa ha pensato il polinesiano che ha tagliato l’ultimo albero? Una volta ho fatto questa domanda ai miei studenti. “Forse ha pensato più lavoro meno alberi!”, ha risposto uno studente. Un altro studente ha detto: “Forse ha pensato: le future tecnologie e il progresso permetteranno di sostituire questa risorsa! Ed è comunque prematuro gridare all’allarme, non sappiamo ancora se non ci sono altri alberi in zone remote dell’isola che non ancora scoperto!”».

 

È il nascondersi dietro un dito, e le scusanti sono sempre le stesse, allora come oggi.

 

Perché si collassa?: «Insomma: perché gruppi di individui prendono decisioni palesemente insensate? Per lo stesso motivo per cui a volte un individuo prende decisioni insensate. Perché un individuo a volte non riesce a prevedere le conseguenze delle azioni ad esempio. Oppure perché non conosce un precedente che lo possa aiutare a capire. In altri casi un individuo prende decisioni disastrose perché non riconosce il problema. Ad esempio il riscaldamento globale non sta arrivando in maniera lineare, ma fluttuante. E’ stato difficile capire che nelle oscillazioni ci fosse in realtà una tendenza all’aumento della temperatura».

La chiave di volta siamo noi: il nostro comportamento, la nostra consapevolezza potrebbero essere fondamentali a far evitare il collasso del nostro pianeta, non solo della nostra società occidentale. Non corriamo di sicuro i pericoli che correva la civiltà dell’Isola di Pasqua, perché abbiamo l’informazione, il passato che ci viene in aiuto. È questo il nostro vantaggio, che dovrebbe portare tutti noi, consapevoli, ad un cauto ottimismo come Diamond. E abbiamo questo libro: leggere, leggere, leggere…

«Il mio ultimo motivo di speranza è frutto di un’altra conseguenza della globalizzazione. In passato non esistevano né gli archeologi né la televisione. Nel XV secolo, gli abitanti dell’isola di Pasqua che stavano devastando il loro sovrappopolato territorio non avevano alcun modo di sapere che, in quello stesso momento, ma a migliaia di chilometri, i vichinghi della Groenlandia e i khmer si trovavano allo stadio terminale del loro declino, o che gli Anasazi erano andati in rovina qualche secolo prima, i maya del periodo classico ancora prima e i micenei erano spariti da due millenni. Oggi, però, possiamo accendere la televisione o la radio, comprare un giornale e vedere, ascoltare o leggere cosa è accaduto in Somalia o in Afghanistan nelle ultime ore. I documentari televisivi e i libri ci spiegano in dettaglio cosa è successo ai maya, ai greci e a tanti altri. Abbiamo dunque l’opportunità di imparare dagli errori commessi da popoli distanti da noi nel tempo e nello spazio. Nessun’altra società del passato ha mai avuto questo privilegio. Ho scritto questo libro nella speranza che un numero sufficiente di noi scelga di approfittarne».Luigi Oss Papot

PS: mi sono dilungato forse troppo, ma la mia lunga assenza compensa la lunghezza del post… Ora riprendo in mano libri, ma che mi accompagneranno a quattro esami in due settimane. Ma prima preparo i bagagli: Praga aspetta me e la mia dolce metà per quattro giorni! Bon voyage à tout le monde! À bientôt!

 Luigi

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