BOBO NOVECENTO di Sergio Staino

pubblicato da: admin - 28 Febbraio, 2011 @ 11:35 am

250px-Sergio_Staino[1] Trovo che pensare un po’ alla politica in questo nostro Blog eterogeneo ogni tanto  occorra. “Basta poco per divertire gli intellettuali” recita il sottotitolo del libro letto e presentato da Riccardo.

Tutti noi vorremmo veramente un mondo migliore.

Che ne dite?

I Classici del fumetto di Repubblica

2005, 380 pagine

 

Turati, Gramsci, Togliatti, Berlinguer, Natta, Occhetto, Craxi, D’Alema, Veltroni, Fassino, riletti attraverso gli occhi di Bobo, un “borghese piccolo piccolo”, anzi un proletario, uno spirito ribelle e democratico, con un grande coraggio che possiede “a sua insaputa” e che forse proprio per questo ogni volta gli fa “perdere sempre il treno”. Perdere il treno di una vittoria solo apparentemente definitiva, ma non quello della vittoria su se stesso, sul mantenimento della speranza, sulla volontà di continuare a lottare, nel senso che egli non rinuncia alle sue idee, combatte anche quando sa di perdere (“ma almeno ci sto provando”) e porta il suo piccolo mattone alla costruzione di un mondo diverso anche se probabilmente ha capito che non arriverà a vedere. Per questo, ai miei occhi egli è un vincente. E vince nella considerazione della sua famiglia, nel rispetto verso se stesso che, malgrado mille dubbi e incertezze egli riesce a mettere a fuoco, sia pure attraverso un faticoso e complesso percorso di auto identificazione e verifica morale.

Staino, toscano anzi senese (come il mi’ babbo!) rivive la storia sociale e politica della sinistra italiana, dal 1904 al 2004, i suoi pensieri, le mode, i miti, i traumi … e la lente attraverso la quale ingrandiamo i singoli passaggi è quella delle persone comuni dell’Italia del (l’ultimo) fascismo, dell’immediato (secondo) dopogerra e del primo post fascismo, delle prime gite fuori porta della famigliola. Ad esempio in Toscana, ove gli “indigeni” sono stati sostituiti da “padroni” brianzoli, inglesi e americani e i contadini sono ormai tutti extracomunitari Nella vicenda trova spazio anche la scoperta del “sesso liberato”. Non vi spaventate! Solo qualche timido turbamento del sonno … fantasie innocenti, di sempre, del resto a noi maschietti ci hanno fatto così, eventualmente prendetevela con il Programmatore ….

Ultimo fascismo, si diceva, la piccola fabbrica artigianale dei cappelli di paglia in Firenze, le prime rivendicazioni sindacali femminili delle donne che realizzavano le treccine di paglia (le famose “trecciarole”) e tanto altro.

E poi la ripresa di alcuni importanti passaggi storici, assolutamente preveggenti. Il Processo di Verona? Eccolo! Personaggi ed interpreti: Mussolini, Silvio Berlusconi; Hitler, Umberto Bossi; Pavolini, Sandro Bondi; Ciano, Gianfranco Fini; Edda, Maurizio Gasparri; il boia, Roberto Castelli; il confessore, Gianni Baget Bozzo. Stralci di guerra partigiana nelle valli toscane, E che dire degli “arresti temporanei preventivi” dei “malpensanti” eseguiti in previsione della visita di Sua Eccellenza il Capo del Governo Cavaliere (Cavaliere anche lui … ma insomma!) Benito Mussolini’, rievocati recentemente da taluno? E pensare che questo libro è del 2004 …

E poi, fra le altre rievocazioni, l’orazione di … Antonio alla morte di … D’Alema: “Amici, compagni, uomini del centro sinistra, io vengo per seppellire … non per elogiare …”., insomma, tanta, tanta cultura …anche Shakespeare è stato chiamato in causa! Che si può volere di più?

Dice Staino: “E’ l’emozione che fa vivere Bobo, che gli fa sperare in un mondo migliore e che lo indigna per tutte le ingiustizie che ancora oggi si commettono”.

 

Riccardo

 

P.S.: avevo iniziato a leggere “La versione di Barney” di Mordecai Richler. Arrivato a pagina 100 ho deciso di smettere. Non mi piace il continuo ricorso a citazioni di nomi, situazioni e fatti dati assolutamente per scontati ma a me assolutamente sconosciuti, per cui non riesco ad “entrare” nel racconto e nei suoi personaggi, bensì potrei solo “subirli” il che non mi va. Mi vorranno scusare gli estimatori di questo libro.

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PERSEPOLIS ovvero, storia di un'infanzia

pubblicato da: admin - 24 Febbraio, 2011 @ 12:50 pm

112[1] di MARJANE SATRAPI 

I CLASSICI DEL FUMETTO DI REPUBBLICA, 2005

Prima pubblicazione nel 2000

350 pagine

Mi fa piacere lasciare la parola a Riccardo che ci porge un genere di lettura diverso, ma in un certo senso attualissimo sia per i contenuti storici, politici e sociali  che per la fruizione immediata che l’immagine suscita. Inoltre, se leggiamo con attenzione, troveremo mille e mille spunti per riflessioni, dibattiti, confronti.

Trentasei anni fa, per lavoro, ho trascorso alcuni periodi a Teheran, la città dello

شاه شاهان cioè dello Scian Scia, del re dei re, cioè di Reza Palhavi.

In quell’occasione mi piace ricordare che feci amicizia con Michele Cazzato, basso buffo che si esibì ne L’elisir d’Amore, lui che era anche Direttore del Teatro e del Coro Imperiale e con Luciana Serra, soprano oggi famosa, entrambi liguri come me. Chiusa la parentesi.

I miei partners locali, ebrei, al tempo concedevano ancora solo cinque anni al regime prima che esso, a loro giudizio, fosse schiacciato da una rivoluzione islamica che prevedevano con una sconcertante certezza.

Da parte mia osservavo aspetti molto superficiali ma significativi. Ad esempio, che per far fronte all’enorme sviluppo edilizio, erano state fatte arrivare dall’intero paese maestranze di base, operai e muratori, che poi la notte dormivano all’aperto, su cartoni, adagiati sul fondo dello scavo che stavano eseguendo, nel pieno frastuono del traffico che circondava il quartiere, mentre uno di loro, a turno, faceva la guardia per impedire che taluno, “per scherzo” tirasse sassolini ai dormienti, svegliandoli.

Il Ministero dell’Agricoltura, poi, era un grattacielo di trenta piani, letteralmente ripieno di apparecchiature elettroniche (ometto di citare il nome della più importante casa produttrice mondiale di tali apparecchiature) d’ogni tipo, perfettamente imballate, che nessuno stava usando né avrebbe mai usato. Quanto visto, mi bastava a comprendere la previsione di cui vi accennavo.

Questa è l’anteprima.

Ora, dopo tanti anni, ho letto “Prigioniera di Teheran “ di Marina Nemat (Cairoeditore) e “Mai senza mia figlia” di Betty Mahmoody e William Hofer (Sperling & Kupfer, v. sul blog, ottobre 2010) oltre il volume che sto presentando. Questi solo fumetti, che però hanno “vinto” molti premi internazionali e che esprimono tanta, veramente tanta forza!

Tutto inizia nel 1980 quando le donne in Iran sono obbligate ad indossare il foulard. L’autrice all’epoca ha solo dieci anni. Poi, cresciuta, emigra a Vienna, poi in Francia, poi rientra nella sua patria. Molti sono i piani sui quali l’azione si svolge: familiare, amicale, politico, bellico, studentesco, religioso, di costume, etc. e fortissimo è il contrasto fra di essi, fra i diversi luoghi e tempi. Lo stile dei disegni, in bianco e nero, con figure essenziali, stilizzate, lascia spazio alla riflessione sull’essenziale del messaggio che dobbiamo cogliere … si … dobbiamo … per un dovere morale verso chi ha sofferto quelle vicende e per un senso di rispetto verso tutti coloro che ancora oggi le stanno soffrendo, verso le donne in particolare, che in una “buona” (sarebbe meglio scrivere “cattiva”) parte del mondo ancòra oggi soffrono di soprusi, violenze e discriminazioni d’ogni sorta.

Altra parte fondamentale del libro è la testimonianza della crescita e della maturazione della ragazza, che deve sintetizzare la cultura familiare e sociale d’origine con la cultura (e le prassi) dei luoghi europei della sua emigrazione. Devo dire che la testimonianza sarebbe stata importante anche senza il fatto dell’emigrazione e della fuga dalla dittatura iraniana!

Infine, colpisce come quel regime (iraniano, non libico, ma il discorso si può ripeter anche in questo caso), assoluto, super organizzato, ricco di denaro e di amicizie internazionali, sia poi crollato sotto la pressione delle masse. Corsi e ricorsi di una storia ai quali taluno, anche oggi, sembra non voler mai credere …

Fumetti, si diceva, …

Riccardo

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INSIEME, COSI' FELICI, ovvero illusione? utopia?

pubblicato da: admin - 21 Febbraio, 2011 @ 3:31 pm

scansione0004Ecco un’altra autrice americana, ben diversa dall’amara e grande Oates, ma con un suo particolare fascino. Parlo di Maryann McFadden che ha auto- pubblicato il suo primo romanzo “Da quando sei partita”, divenuto presto un best seller nelle librerie indipendenti americane.

Mi dà l’impressione che lei scriva ciò che vorrebbe leggere: una storia bella, piena di buoni sentimenti con un finale da tema scolastico. Non è una critica negativa, io l’ho letto con piacere. Sapere che mi aspettava sul comodino mi faceva andare a letto più velocemente.

Storia soprattutto di donne, a partire dalla protagonista Claire, di 45 anni che si ritrova donna “sandwich”, come  gli americani amano definire le donne di mezza età che si ritrovano a dover gestire i genitori anziani e i figli ancora giovani.

Claire è stata una ragazza madre, ha cresciuto la figlia Amy che non vede da alcuni anni dopo un  penoso litigio . Haincontrato Rick un uomo allegro e simpatico con il quale dovrà presto sposarsi e le è capitata la grande occasione della sua vita: un corso di fotografia con un grande Maestro a Cape Cod.

Ma…la figlia ritorna improvvisamente ed è   incinta, il padre, che ha il morbo di Parkinson, peggiora rapidamente. La madre Fanny è infelice. Rick non vuole pensieri nè preoccupazioni,nè tantomeno accollarsi una famiglia così numerosa e problematica.

Che fare? Claire sul momento rinuncia al suo sogno per stare vicino all’ombrosa figlia che non è sicura di voler tenere il bambino. Ma poi nasce Rose, una dolcissima bimba bionda e lentamente tutto si riassesta, almeno per Amy e Claire.

Si può persino riprendere in mano il progetto di Cape Cod. E qui le descrizioni di questo luogo particolare della costa atlantica sono incantevoli. E’ la luce il segreto della sua bellezza, la luce che squarcia il mare all’alba e al tamonto, che scivola sulle alte dune coperte di erica, che lambisce le balene, che vola con il vento.

Claire è riuscita a portare a Cape Cod figlia,nipotina e  i due vecchi genitori togliendoli dalla casa-ospizio dove si erano appena inseriti con grande angoscia. Li vuole insieme a lei, non può sopportare di vederli morire lentamente . E’ utopia? Il racconto ci fa sembrare tutto realizzabile. La giovane Amy impara dalla nonna a cucinare e troverà un lavoro da cuoca, la vecchia Fanny, arrabbiata  da tempo con il taciturno marito, sembra decisa a cambiare vita, a 77 anni. Qui il sogno americano che suggerisce che  basta volere per poter raggiungere la realizzazione di  qualcosa.  Persino il vecchio Joe ha un lavoretto nel parcheggio…

E Claire, travolta da eventi e sentimenti  suoi e dei familiari e che ci dà l’immagine della Donna forte, generosa e onesta , alla fine sarà premiata. Insieme, così felici anche perchè intanto è apparso un uomo più affascianante, uno scrittore che ama le balene, il mare, la sostanza…

Alla fine del corso quando Claire presenta le sue foto si sentirà dire da suo  Maestro “Qualunque cosa lei stesse cercando qui, signora Noble, è tutta lì. Il suo lavoro è eccezionale, sia il bianco e il nero sia il colore. Per quanto riguarda la luce…beh, non è solo quella luce bellissima per cui siamo famosi, è più una metafora per come si vedono le cose. E io credo che lei abbia catturato la luce, probabilmente più di quanto lei si renda conto in questo momento.”

Eh, sì è come si vedono le cose. Sta tutto dunque tutto in noi stessi…

E perchè non coltivare sogni, ideali, progetti che possono sembrare irrealizzabili? E perchè non provare a stare insieme, così felici?  Come ci suggerisce  la McFadden?

Ed ecco che faccio un secondo appello alle lettrici e ai Lettori del Blog che non scrivono mai : diteci quale libro state leggendo adesso, anche solo il titolo, se vi piace, se vi intriga o se vi delude, così potremmo trarne spunti e consigli e questa finestra letteraria si amplierebbe. Ci sentiremmo meno soli, potremmo condividere immagini, suggestioni, pensieri, rabbia, delusioni,  potremmo, almeno per un frammento piccolo e grande della nostra vita  sentirci “insieme, così felici …o no”, ma insieme.

E alla luce della lettera ricevuta domenica dalla visitatrice che critica i nostri eccessivi “complimenti, baci e bacetti“, “poesie e poesiole” credo proprio che sarebbero da valorizzare  soprattutto i messaggi essenziali dei libri e dei nostri sentimenti,  analizzare, solo se letti con la dovuta  attenzione, i grandi temi della letteratura e della vita  da cui essa si ispira.

Mi scrive ancora G. ,che io  ho definito un pizzico di peperoncino , una scossa elettrica al  nostro  delizioso “miele” che amerebbe più “essenzialità e approfondimento, qualche intemperanza, un dissidio“  e  continua “ se si parla del nostro vissuto che questo sia vero, forte, esemplare , e non edulcorato …che i consigli e le idee che potranno sorgere siano coraggiosi!”

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L'INVENZIONE DELLA SOLITUDINE, di Paul Auster

pubblicato da: admin - 16 Febbraio, 2011 @ 8:39 pm

scansione0003Lo stesso giorno in cui ho aperto questo libro ho visto in televisione un’ intervista a Paul Auster che  ancora non conoscevo. Ho scoperto così che oltre ad esere un  affermato scrittore è anche regista. Un libretto Einaudi questo, nel quale ci si tuffa e  vi si rimane immersi a lungo. Come si fa a non sentirsi coinvolti completamente  nel tentativo di un uomo che cerca di ritrarre attraverso tutto i meccanismi mnemonici  un padre inafferrabile, sconosciuto e  appena morto?

Una ricerca dunque quella di Paul Auster: la prima parte protesa a capire il padre attraverso ricordi, documenti,riflessioni, la seconda insistendo sulla solitudine dello scrittore che può evocare a tutto tondo  gli avvenimenti della sua vita, ma soprattutto sgomitolare quel filo tenace e fragile dell’essere figli e padri.

Ritratto di un uomo invisibile è il titolo della prima parte.  Suo padre è morto inaspettatamente  “Un giorno c’è la vita…poi d’improvviso, capita la morte” e lo scrittore si ritrova nella casa paterna a cercare il senso della vita di suo padre che, divorziato da tempo, ha vissuto distaccato dalla vita e dagli affetti. Ma “nella ricerca della verità” dice Eraclito “sii pronto a imbatterti nell’inatteso, poichè essa è difficile da trovare, e , una volta trovata, stupefacente.”

L’accorato sentimento di Paul Auster sta nel percepire un’assenza che già c’era. Trova tra i vari ricordi, nelle scatole nascoste, una strana foto  (quelle riportata sulla copertina del libro) in cui suo padre  è ritratto in cinque posizioni diverse seduto ad un tavolo ma sempre con lo sguardo altrove. Cinque immagini dello stesso uomo, mai centrato,  che proprio per questo sembra allontanarsi dal momento pregnante dell’esistenza. Per lui il mondo, pensa Auster,  era un luogo remoto dove non riuscì mai entrare completamente, e il figlio era …come un’ombra per lui. Era un uomo, suo padre, che non voleva guardarsi dentro. Non aveva accettato, per esempio, la malattia mentale della sorella, ma dimostrava una calma estrema che celava forse  un furore nascosto e come la sua casa, all’esterno in ordine  ma che si stava sgretolando lentamente all’interno, così anch’egli si consumava dentro.

 Lentamente i frammenti si riordinano, le tessere del puzzle danno alla fine un’immagine più completa , Auster  scopre la sua pazienza e la sua generosità anche in improvvisi ricordi di sè bambino quando provava l’immensa gioia dei rari giochi fatti  insieme.

Scopre persino le testimonianze di un lontano delitto.

La seconda parte Il libro della memoria, è in terza persona, ma è sempre l’autore che parla di sè e questa volta come padre. Sa che il suo intenso rapporto con il figlioletto Daniel  si stempererà e cambierà.  

La solitudine dello scrittore è inevitabile, ma non siamo tutti soli? E non è proprio la nostra solitudine quella che ci fa affiorare momenti intensi di appagamento vitale e di riordinamento dei fili della memoria e quindi del nostro Sè? Pensa a Emily Dickinson e alla sua stanza di Amherst, pensa alla camera  da letto dipinta da Van Gogh dove la solitudine appare  claustrofobica, ma ricorda anche le donne solitaroe di Vermeer, pacate e serene nella luce obliqua del nord.

La solitudine è distaccarsi dagli altri, è nel non guardare l’altro da sè, perchè la vita è da vivere, e nella felicità di essere vivi non c’è solitudine.

Ormai non so più se queste considerazioni sono mie o di Paul Auster, ma leggere non è anche interagire? E i nostri pensieri non sono statici, ma dinamici e volano, si intersecano e talvolta prendono altre traiettorie. L’importante è esistere e ricercare.

Che ne pensate? Anche voi, leggendo, oltrepassate la storia?

La completate o la modificate inconsapevolmente a seconda del vostro “sentire”?

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UN GIORNO TI PORTERO' LAGGIU, di Joyce Carol Oates

pubblicato da: admin - 11 Febbraio, 2011 @ 10:33 am

scansione0002Quando si affronta un romanzo della Oates occorre essere pronti, almeno in parte,  allo “sfaldamento” di sè.

 La sua scrittura penetrante, il suo scavare sincero e impietoso denudano il Lettore che si lascia trafiggere in una sorta di incantamento doloroso, ma necessario. E che a me piace.

In fondo la vita è così. Si è sempre alla ricerca di qualcosa o qualcuno nella speranza che ciò possa consolarti dal destino di umano mortale. Ed è proprio per questo che la vita è bella perchè nonostante questo lento  scivolare nell’indistinto ci teniamo saldi e vogliamo essere felici.

La storia narrata dalla Oates sembra in parte autobiografica. Anellia, la protagonista timidissima, insicura di sè, in cerca di una identità – il suo nome proprio apparirà a metà libro (nessuno infatti  riesce mai a ricordarselo) –  assomiglia fisicamente alla Oates: minuta, dal colorito pallido, i capelli crespi, non bella.  Inoltre è un’ intellettuale, amante della filosofia, vincitrice di borse di studio ed infine scrittrice.

Potrebbe essere un romanzo di formazione: si parte dal suo tenace desiderio di entrare a far parte di una Confraternita universitaria, di una “sorority” –  lei che si sente senza famiglia –  le mitiche e terribili Kappa Gamma Pi. Crede così, la nostra piccola Anellia, di colmare quella insoddisfazione congenita e quasi patologica che si porta dentro, di riempire la mancanza di amore parentale negato dalla morte della madre dopo la sua nascita e negatole dal padre che la colpevolizza e che è sempre lontano.

Siamo nello Stato di New York, a Syracuse, nella “snow belt”, dove il freddo, la neve, il gelo, la pioggia fanno da padroni fino a maggio. E il gelo lo ritroviamo intorno  e dentro anche ad Anellia, incompresa e disprezzata diciannovenne che si disprezza per prima.

Perchè Anellia vuole entrare ossessivamente  in questa crudele Confraternita dove sa che sarà umiliata,  e  dove si comporterà in modo da farsi alfine cacciare in una sorta di punitivo masochismo?

“Nella mente non vi è alcuna volontà assoluta ossia libera; ma la mente è determinata a volere questo o quello da una causa che è anch’essa determinata da un’altra, e questa a sua volta da un’altra, e così all’infinito.”  dice Spinoza nella sua Etica.

Che cosa l’ha spinta ad entare nella sorority se non la necessita di provare la sua esistenza proprio nel desiderio di provare qualcosa di forte, di sentirsi deflagrare, “sfaldare”?  Non tragga in inganno dunque la sua autodistruzione in questo frangente perchè ciò diventerà un coraggioso e forte atto di accusa verso la superficiale e arida esistenza della Confraternita.

Bellissime le descrizioni dei desolati paesaggi invernali “Dune di neve spazzate dal vento. Olmi morenti e spogli in continuo contorto movimentoEravamo giovani…Le più deboli barcollavano e cadevano e venivano dimenticate” che rispecchiano il suo annientamento. Come i colori degli edifici che sono lo scenario della sue vita: grigio carne, color strutto, verde amaro…

Lasciate le Kappa Gamma Pi, Anellia si innamora di uno studente nero, grande intellettuale, Vernor Matheus, dal quale si lascia  volutamente umiliare.

Intanto però, pur nella sua fragilità di vetro dei vent’anni, Anellia studia, studia, fino a  quando ormai ventitrenne , riceve la notizia che il padre ritenuto morto perchè scomparso anni prima senza lasciare tracce, è ancora in vita pur se malato terminale.

 Viene richiesta la sua presenza dalla donna compagna del padre. Con la sua scassata Wolkswagen Anellia intraprende un viaggio lunghissimo che dall’Est la porterà verso l’Ovest,verso  lo Utah, per rivedere il padre morente. Ed ancora una volta il paesaggio è recepito come un organismo vivente, “il paesaggio è vitale; entra attraverso gli occhi e ti respira dentro; nell’Ovest non potevo più essere la giovane donna che ero stata all’Est; a Crescent, Utah, luogo a me sconosciuto, mi aspettava una giovane donna che ero io, ma diversa; a Crescent, Utah, sarei stata quella giovane donna, era deciso. La figlia di mio padre:”

E così attraverso lo spazio e il tempo si dirimano alcuni nodi e tra questi il più importante, quello dell’appartenenza e dell’accettazione.

Romanzo sublime.

Edizione Mondadori 2004. Preso in prestito dalla Biblioteca di via Roma.

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EVA DORME, di Francesca Melandri

pubblicato da: admin - 7 Febbraio, 2011 @ 8:33 pm

In previsione  dell’incontro a casa di Cristina con gli amici “accademici” ho letto anch’io “Eva dorme“, libro del  quale si parlerà stasera. Riccardo  ha già scritto le sue imprtessioni in un post di alcuni mesi fa. Cercatelo nell’archivio. Stasera si confronteranno gli  “sguardi” di Lettori diversi  così che dell’opera della Melandri avremo  una visione a tutto tondo.

Pagine forti e interessantissime queste di “Eva dorme“. La storia recente dell’Alto Adige è veramente quasi  sconosciuta a molti italiani che vedono questa regione soltanto come un delizioso luogo turistico. Persino a me, che ci sono nata e che ho trascorso intere estati della mia giovinezza a Merano, mancava una conoscenza approfondita del cammino politico che ha portato al famoso “Pacchetto”di Silvius Magnago. Ma sapevo benissimo degli attentati; proprio nel 1961 la mia famiglia aveva deciso di tornare a vivere a Merano, mio padre aveva già trovato un appartamento, ma poi per paura della tensione, delle bombe, dei tralicci saltati non se ne fece più nulla e rimanemmo a Carpi.

Ho letto questo libro con amore, nostalgia, attenzione.

La vita di Gerda racchiude la durezza della vita di un popolo che si è sentito staccarsi dalla patria, dalla Heimat. E non è un caso che tutta la storia è la ricerca di questo legame primigenio di patria, madre, padre.

Heimat per tutti, madre inafferrabile e padre assente per Eva , madre e solo madre-Heimat per il triste padre di Gerda.

Eva, che spesso dorme  nei momenti cruciali, per  difesa,  per desiderio di assoluta protezione in un involucro di non-decisioni, come fosse in una sorta di sospensione tra vita e non-vita , o per incoscienza o fuga, deve ad un certo punto “risvegliarsi” e prendere atto sia della sua vita che di quella della sua terra. E nel viaggio verticale che farà in treno percorrendo la penisola italiana ripercorre in orizzontale, cronologicamente, tutti gli avvenimenti della sua famiglia e del suo Alto Adige, Sud Tirol.

 Nel punto di “intersezione” quando incontrerà Vito, il “padre” tanto desiderato e  l’anello d’equilibrio delle tensioni italo-tedesche,  Eva lascerà dormire finalmente la sua vecchia madre stanca.

Leggendo della vita durissima di Gerda in un casa “vuota di parola” , di quel suo padre dallo sguardo buio ho ripensato a Ethan Frome, alla storia sanguigna di povertà materiale e psicologica che porta al masochismo, all’autodistruzione.  Ed anche la morte di Ulli ricorda questo romanzo.  Per narrare quegli anni durissimi  per molti altoatesini, quelli che vanno  dal 1919 agli anni Settanta, Francesca Melandri usa parole e pensieri duri  e precisi come pezzetti di porfido.

Anche per gli Italiani mandati a “colonizzare” quel pezzo di terra bellissimo non è stato facile. Tangibile il rancore anche fra ragazzini. A Maia Alta, dove trascorrevo le estati dagli zii - zia italiana, zio tedesco - e i cuginetti , c’erano nostri coetanei  Tedeschi. Si cercava di giocare insieme, ma il più delle volte si finiva a sassate e una volta persino con del sangue. Il ferito era mio cugino che era stato legato ad un albero e preso di mira con canne appuntite di bambù.

Ma ho altri bellissimi ricordi: il rapporto simpaticissimo di mia nonna e certi contadini che le vendavano generi di prima necessità. Lei parlava in dialetto emiliano, loro in dialetto tirolese e –  nonna raccontava -, si capivano perfettamente e ridevano, ridevano…

E che struggente malinconia nelle notti chiare di giugno, quando sulle colline ardevano  i fuochi, sentire cantare gli jodel…

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IMPERO, un viaggio nell'antica Roma

pubblicato da: admin - 3 Febbraio, 2011 @ 10:03 pm

E’ interessante sapere che cosa leggono i giovani,  quali generi preferiscono, come si avvicinano al testo.

 Il nostro Luigi, ormai iscritto all’Università, ci manda le sue impressioni sull’ultimo libro letto. Sappiamo che la storia è una sua passione per cui questo suo post ci fa moltissimo piacere. 

 2802708[1]IMPERO: VIAGGIO NELL’IMPERO DI ROMA SEGUENDO UNA MONETA, Alberto Angela

Già la dedica del libro mi piace, e mi fa pregustare un eccellente lavoro, che merita di essere letto: “A Monica, Riccardo, Edoardo e Alessandro. Perché il viaggio più bello lo faccio ogni giorno nei vostri occhi…”. Già per questo motivo leggo il libro, perché il suo autore è sì uno studioso, che ne sa in materia (mi viene in mente l’aggettivo inglese fond of per far capire cosa voglio dire), ma che nonostante questo non si pone ai lettori come tale.

Come dice lo stesso autore, questo libro è la chiara continuazione del suo primo lavoro, Una giornata nell’antica Roma, libro che naturalmente non ho potuto non leggere. Dopo aver scoperto quindi la giornata-tipo di un romano dell’epoca dell’imperatore Traiano (siamo quindi nei primi anni del II secolo d.C.) in cui l’impero raggiunge la sua massima espansione, stavolta andiamo oltre confine in un viaggio tutto nuovo per scoprire, sempre nello stesso lasso di tempo, le varie circostanze che caratterizzavano l’intero impero di Roma, seguendo “di mano in mano” una semplice moneta, un sesterzio.

L’ipotetico viaggio parte ovviamente da Roma, dai forni della zecca, per poi toccare Londra, Parigi, Treviri, oltre il Reno, Milano, Reggio Emilia, Rimini, il Tevere, Roma, il Circo Massimo, Ostia, la Spagna, la Provenza, Baia, il Mediterraneo, l’Africa, l’Egitto, l’India, la Mesopotamia, Efeso, quindi di nuovo Roma (vedasi cartina).

Sembra incredibile che all’epoca i Romani abbiano creato e tenuto insieme un impero così grande: la “moderna” globalizzazione qui è messa tutta in gioco. Leggendo il libro infatti, si scopre che benché l’Impero sia stato molto vasto, con molti problemi anche interni, non vi siano stati problemi che al giorno d’oggi riterremo inevitabili. Per certi versi, i Romani erano molto più all’avanguardia di noi…

Il fil rouge del libro può essere così sintetizzato (cito le parole dell’autore nell’introduzione del libro): “Come si viveva? Che tipo di gente avremmo incontrato nelle sue città? Come sono riusciti i romani a creare un impero così grande, unendo popolazioni e luoghi così diversi? Lo scopo di questo lavoro è proprio quello di farvi fare un grande viaggio nell’Impero romano, cercando di rispondere a tali domande”.

Prosegue: “Il viaggio, ovviamente, è ipotetico ma del tutto verosimile. I personaggi che incontrerete sono, con poche eccezioni, realmente vissuti in quel periodo e quasi sempre in quei luoghi. I loro nomi sono veri e svolgevano effettivamente quel mestiere. È il frutto di un lungo lavoro di ricerca su stele tombali, iscrizioni e testi antichi. Di molti di loro conosciamo addirittura il volto”. Questo grazie all’eccezionale ritrovamento dei cosiddetti “ritratti del Faiyum” in un’area dell’Egitto. Erano ritratti di persone comuni che venivano appesi in casa e applicati, dopo la morte, sulle mummie.

Essenzialmente, con questo libro scopriamo il “dietro le quinte” dell’Impero romano. Continua Angela nell’introduzione: “Vedrete quanto il mondo dei Romani, in fondo, fosse molto simile al nostro. Sono stati in grado di realizzare la prima grande globalizzazione della storia. In tutto l’Impero si pagava con una stessa moneta, c’era una sola lingua ufficiale, quasi tutti sapevano leggere, scrivere e far di conto, c’era lo stesso corpo di leggi e c’era una libera circolazione delle merci. […] Colpisce la sua “eccezionalità” storica: nessun’altra cultura o civiltà seppe fare altrettanto, fino all’epoca moderna. Possiamo chiederci se fossero troppo in anticipo loro o troppo in ritardo noi…”.

Ciò che mi ha colpito, oltre ovviamente l’argomento, è la passione che l’autore mette nel libro. Come diceva Hegel, “nel mondo niente è stato fatto senza passione”. Ed è più che mai vero… potremmo considerarla come il secondo motore del mondo (naturalmente dopo l’amore dantesco che fa muovere il sole e le altre stelle!). E’ un libro di facile e comoda lettura, che “corre via” veloce, ma che ciononostante lascia qualcosa in chi lo legge. Una sorta di libro di storia monotematico, che aumenta la nostra cultura e conoscenza in materia, ma che va anche oltre… E che per questo merita di essere comprato e letto.

Buon viaggio! Vale.

 

 

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UNA QUESTIONE ACCADEMICA, di Barbara Pym

pubblicato da: admin - 31 Gennaio, 2011 @ 7:20 pm

Ho letto un delizioso e leggero romanzo di BarbaraPym che mi sembra una gradevole pausa fra “Eva dorme” e uno della Oates  che comincerò fra poco. Meno male che ho trovato quest’ultimo in Biblioteca. Quando non ho accanto un  “il libro per me” mi sento vuota, vaga ed anche un po’ triste.

E’ la crisi di astinenza che avviene alla fine di romanzi  coinvolgenti e congeniali.

Ma “Una questione accademica” mi ha aiutato nel momento di “trapasso” fra un libro e l’altro.

 Andare con la Pym in Inghilterra, nelle piccole città universitarie è sempre un grande piacere. Il racconto è in prima persona. Chi parla è la giovane moglie di un accademico  il quale  vuole pubblicare un articolo importante “scavalcando” il collega più anziano. Può farlo grazie alla moglie Caro che dedica alcune ore della sua giornata alla lettura agli anziani della Casa di riposo. Fra questi un eminente studioso di antropologia che nasconde nel baule preziosi manoscritti di antropologia che Caro riuscirà a trafugare per il marito.

Praticamente la trama è tutta qui, salvo  un accenno a una scappatella del marito vissuta dalla moglie con lieve perplessità e finale buon senso. Piacevoli i riti del tè, ottima panacea per ogni dolore fisico o psicologico;  rilassante la vita inglese descritta che si snoda tra passeggiate primaverili, piccoli problemi, piccoli party dell’università e interrogativi sull’abbigliamento adatto ad ogni occasione “E’ così difficile indossare un vestito bianco in Inghilterra” dice un personaggio che finalmente può indossarne uno !

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Molto interessanti i vostri commenti in cui si parla dell’educazione alla lettura dei giovanissimi. I gusti  sono senz’altro cambiati, come nota Raffaella che lavora “sul campo”, i mezzi tecnologici, la fretta, la passione per l’immagine portano a lettori meno esigemti, meno riflessivi, se non addirittura – ahimè – a non-lettori!

Certamente la famiglia è responsabile nel bene o nel male della carriera di un Lettore. Se siamo circondati da libri, se vediamo i genitori leggere, se veniamo aiutati a capire che la lettura è un piacere,  se ascoltiamo rapiti le storie che possiamo scoprire dentro un libro, allora ameremo leggere, anche i vecchi romanzi di mamma o papà.

Ricordo la passione di mio padre per Zola e Dostojevsky e ciò che ci raccontava, a tavola, dei loro romanzi. Tanto che ragazzina volli regalare alla mamma , amante  soprattutto della letteratura gialla, un romanzo del grande russo perchè aveva un titolo promettente “Delitto e castigo”!

Che bella l’immagine descrittaci da Camilla della bimba in rosa che balla col papà al ritmo della musica di strada! Certamente sarà per lei un prezioso momento indimenticabile.

Importanza della famiglia d’origine, quella che ci plasma.

 Ieri ho visto un bellissimo film “Il discorso del re” che racconta come re Giorgio VI d’Inghilterra, padre dell’attuale regina,   riuscì a vincere la balbuzie causata da un’educazione molto severa e costrittiva.

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Suggerisco ai visitatori del Blog di non scappare se non vedono il post quotidiano, ma di  leggere i commenti  dell’ultimo che aumentano di giorno in giorno  perchè spesso si instaura  un dialogo ricco e stimolante e  si affrontano “questioni accademiche ” e non.

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UN INDOVINO MI DISSE, di Tiziano Terzani

pubblicato da: admin - 28 Gennaio, 2011 @ 6:45 pm

 

Alla “finestra” si affaccia Riccardo con un post dedicato a Tiziano Terzani Gran Zebrù (d’ora innanzi denominato anche TT). Ci fa piacere ascoltare le poche voci maschili che frequentano il Blog (presto ci sarà anche Luigi) perciò credo di fare cosa gradita al “pubblico femminile”  mostrare che cosa fa Riccardo “tra un libro e l’altro”, oltre naturalmente a navigare,  a pedalare e…a invitare a casa sua e di Maria Teresa  me e Stefania per una squisita cenetta con  cabaret finale

Longanesi, 2002

 

Maledetti Toscani …diceva Curzio Malaparte … in questo caso però io direi “benedetti”, in senso laico, s’intende, per i mondi che ci aiutano a tentar di comprendere …

TT, humili genere natus a Firenze nel 1938, “da grande” ha fatto il giornalista per primaria stampa estera ed italiana ed ha vissuto trent’anni in Asia. Muore a Orsigna (Pistoia) nel 2004. Giornalista, soprattutto “viaggiatore”.

Nel 1976 un indovino gli predisse di non viaggiare in aereo per tutto il 1993.

Egli ubbidì, non perché ritenesse ineluttabile tale previsione, ma avendone tratto lo spunto per vivere un tempo ed un mondo diverso che non quello degli 800 chilometri all’ora dei jet. Infatti in treno, in taxi, per nave TT percorre, visita e conosce territori e genti in Cina, India Birmania, Cambogia, Thailandia, Malesia.

E noi, nonostante internet, quanto poco ancora conosciamo delle interrelazioni storiche, culturali, sociali, economiche, politiche e religiose di queste diverse “razze” umane! Il termine “razza” nel nostro caso è brutto se usato al plurale, perché la razza umana è una sola. Tuttavia TT è stato talvolta indotto ad usarlo per evidenziare le forti differenze di ciascuna nazione: in Malesia, ad esempio, “la razza è tutto, determina chi sono i tuoi amici ed i tuoi nemici, il mestiere che fai, dove stai di casa, dove sarai sepolto … i Malesi hanno il potere politico … i Cinesi il denaro”.

TT è innamorato del suo lavoro e non vuole diventare ricco perché dovrebbe frequentare i ricchi “che sono noiosi e perché sarebbe prigioniero dell’impegno a non diminuire la propria ricchezza”. Inoltre come disse quel tale Malese padre di diciassette figli, “i ricchi fanno soldi, i poveri fanno figli e sono più felici perché hanno tempo di stare con le loro famiglie. I ricchi sono sempre indaffarati. E l’amore coniugale cresce con il crescere del numero dei figli”: un detto asiatico recita “ama chi sposi e non sposare chi ami”.

TT vive nel passato e nel presente e tutto sommato teme un po’ un futuro troppo moderno (“degenerato”). Stimolato dalla predizione iniziale, su fa predire il futuro da ogni miglior indovino dei luoghi che via via va visitando. Predizioni che interpreta non come vincolanti ma solo come possibili, “altrimenti, se tutto fosse già scritto, la vita non avrebbe senso”.

TT vive delle sue scoperte, della ragazza di Cernusco sul Naviglio diventata monaca in un monastero cattolico in Birmania; dell’ex giornalista fiorentino Stefano Brunori, diventato monaco tibetano con il nome di Gelong Karma Chang Choub; di un vecchio Malese, anni addietro fatto prigioniero dai Giapponesi e – insieme a tanti altri – mandato nella giungla a costruire il ponte ferroviario sul fiume Kwai (senti senti chi si rivede …); della spiritualità dei Malesi, poi travolta da un eccesso di islamismo e del materialismo dei Cinesi; del sacerdote italiano Padre Angelo Acquistapace, parroco della chiesa di Coloane a Macao, ove è custodito un osso di un braccio di San Francesco Saverio, gesuita spagnolo arrivato a Malacca nel 1545.

Un tema dominante del libro è l’avversione di TT alla distruzione della storia dei popoli, della loro “vecchia” cultura e tradizioni, per far posto alla plastica, alle autostrade, al cemento.

Altro tema: viaggiare in aereo è solo spostarsi. Viaggiare lentamente è un arte che consente di vivere i luoghi e la gente e quindi consente di conoscere. E dopo aver tanto viaggiato, TT vorrebbe per sé una tomba in pietra con una vaschetta che raccogliesse l’acqua per gli uccellini ed una semplice dicitura, TT, le due date, e la parola “Viaggiatore”.

Per la cronaca: il 20 marzo 1993 l’elicottero che trasportava il giornalista suo sostituto “volante” (visto che TT quell’anno non volava) precipitò.

TT come si è detto non invidiava i ricchi, bensì un tale che di mestiere faceva il “raccoglitore e documentatore di bellezza”, cioè di “pezzi” di antiquariato di storia, musica, religione, scultura, tradizioni sciamane, etc., un tale che affermava che le città del mondo decadevano perché non erano più abitate da chi vi è nato e quindi le ama, ma da chi vi è arrivato per strumentalizzarle.

E per testimoniare quanto si stesse perdendo con questa “modernizzazione” TT ricorda che S. Francesco parlava agli uccelli ed ai lupi… “ma chi ci dice che qualche milione di anni prima tutti li uomini non fossero capaci di parlare agli animali?

TT sente definire se stesso come uomo d’azione che agisce per istinto, mai per logica, non dedito al pensare nonostante l’apparenza della sua nutrita libreria …(chi altro, oltre me, si riconosce in questa immagine? N.d.r.).

Nel suo girovagare TT si è misurato anche con il problema della droga, anche per osservare che in Laos e Cambogia la marijuana è commercializzata al pari del prezzemolo, mentre in Thailandia la sua commercializzazione è punita con la morte, salvo osservare che le sanzioni raggiungano solo la manovalanza di base e mai i vertici delle organizzazioni.

Nelle pause dei suoi viaggi, trascorse in hotel locali e non multinazionali, TT riflette sulla felicità, che poi è soprattutto il “rendersi conto” del bene che si ha: “un matrimonio felice che dura da anni, un piatto colmo di cibo sul desco … pochi riflettono … pochi sono i momenti liberi per il pensiero e la preghiera”, sostiene TT, al pari di Pereira.

A Kuala Lumpur il primo ministro, una volta l’anno apre la sua casa ed il suo parco alla popolazione e saluta tutti coloro che gli vogliono stringere la mano. Vedete pi che noi, oggi (sto scrivendo il 21 gennaio 2011), qui in Italia, non abbiamo inventato nulla di nuovo quanto ad apertura della casa del primo ministro a gente di più svariata estrazione …

I Cinesi … oggi noi ne lamentiamo un’eccessiva presenza, ad esempio, a Prato … ma già alcuni anni fa essi stavano “invadendo” le economie del sud est asiatico. In particolare qui si parla della Malesia, che sino ad oggi io conoscevo solo grazie a pirati di Sandokan e di Salgari.

Altre analogie con il nostro mondo e tempo … TT in Malesia incontra la comunità di Al Arqam …i cui adepti fra i 20 ed i 40 anni d’età vivono in comunità e poi ne diventano “discepoli” nel mondo “esterno”. Durante il “periodo comunitario” essi ricevono vitto e alloggio e quel tanto di denaro e di assistenza necessaria alle piccole spese … i “membri esterni” versano alla comunità il 50% dei loro guadagni. Ciò mi ricorda molto da vicino le regole del “Focolarini” trentini … anche qui dunque nulla di nuovo sotto il sole! Ma mentre i Focolarini operano “per l’unità dei cristiani” (e innanzi tutto per la loro, n.d.r.), i membri di Al Arqam – ferventi musulmani – predicano un crescita scevra dal consumismo e dal materialismo moderno.

E che dire della storia di Malacca, città malese, cinese, portoghese, olandese, inglese, giapponese, indipendente?

Ecco, vi ho accompagnato sino a metà libro circa.

Il resto scopritelo da soli!

Buona lettura!

Riccardo

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REISEBILDER, e un elogio della citta di Trento

pubblicato da: admin - 24 Gennaio, 2011 @ 9:44 am

winter 2010 010La scorsa settimana il nostro  gruppo di amici è stato accolto da Giovanna in Biblioteca dove  è in corso  una bellissima mostra di xilografie, calcografie, litografie e cartoline illustrate che ci documentano la crescita di questa città adagiata in una Valle soleggiata, e via di comunicazione privilegiata fra il Sud e il Nord d’Europa.

Trento città amica per me che mi ha regalato sin dall’inizio del mio arrivo  ( 37  anni fa) un’ accoglienza discreta, ma costante  e affettuosa. 

 “Dalle topografie della prima età moderna alle vedute romantiche dei viaggiatori di Settecento e Ottocento …fino alle cartoline del secolo appena trascorso” scopriamo in questa rassegna  i luoghi più significativi e le visioni panoramiche della storia di questa città.

Immediato  dunque per me  ripensare al viaggio che  Heinrich Heine compì in Italia nei primi anni  dell’Ottocento e al suo entusiasmo genuino anche verso la città di Trento e le donne trentine. Sappiamo che all’epoca  soprattutto un “viaggio in Italia” era doveroso per un giovane intellettuale e romantico. Il viaggio come massimo insegnamento della vita sia cognitiva che spirituale.  Heine dalla nativa Dusseldorf  dapprima va in Inghilterra dove ammira la vita pubblica e politica in confronto a quella tedesca, ma poi si mette in viaggio come Goethe percorrendo il Tirolo, il Trentino, Verona per arrivare a Bagni di Lucca dove si stabilisce per un po’.

I volumetti pibblicati dopo quelli sul viaggio in Inghilterra,  “Viagggio da Monaco di Baviera a Genova” e “I Bagni di Lucca” ebbero però un’accoglienza meno favorevole dei precedenti. Non si seppero ammirare le vivaci descrizioni di paesaggi e avvenimenti dell’Italia settentrionale, nè il fine umorismo con il quale venivano tratteggiate alcune figure tipicamente italiane.

Spesso il racconto del Viaggio è una forma letteraria scelta per dar voce al dialogo con se stesso, al ricordo del proprio passato, alla riflessione più o meno benevola del presente.

Per questo mi piacciono moltissimo i resoconti dei viaggiatori. Si visita. Si cammina in luoghi diversi e lontani, ma alla fine è sempre dentro di sè che si “viaggia”.

Sono contenta di avere “tra un libro e l’altro” anche questo volume di Heine perchè posso sfogliarlo e ri-sfogliarlo a piacimento. Trovo  interessanti le sue pagine sul Tirolo meridionale,  non ancora  Italia ( e già mi ricollego al libro della Melandri “Eva dorme” che sto leggendo e di cui parlerò anch’io, sebbene ci sia già un post esaustivo di Riccardo).

Ma ecco che Heine giunge a Trento nel pomeriggio di una bella domenica d’estate

 “Questa città, vecchia e cadente, è circondata da una vasta cerchia di fiorenti monti verdi che, come dèi dall’eterna giovinezza, guardano dall’alto in basso la decrepita opera degli uomini. Fradicio e screpolato le si erge accanto l’alto castello che una volta dominava la città, avventurosa costruzione di tempi avventurosi, con le sue torricelle, le sporgenze, i merli e con un torrione rotondo nel quale oggi vivono solo civette e invalidi di guerra austriaci.. Anche la città stessa è costruita avventurosamente, e uno stranissimo effetto fanno a prima vista quelle case antichissime con i loro affreschi sbiaditi, le loro mutilate figure di santi…”

Heine prosegue la descrizione quasi malinconica della città trascurata ma si rincuora vedendo “i dolci volti dlle fanciulle“, anzi alle donne trentine dedica complimenti lusinghieri

“…se importanti sentimenti non mi avessero attratto verso il sud mi sarei fermato subito a Trento, dalla brava fruttivendola, dal piccolo campanaro e, per dir la verità, anche dalle belle ragazze che mi passavano accanto a frotte. Non so se altri viaggiatori approveranno qui l’aggettivo “belle”; a me personalmente le Trentine piacquero moltissimo. Erano proprio il tipo di donne che amo: perchè io amo quei volti pallidi, elegiaci, nei quali risplendono i grandi occhi neri malati d’amore, amo l’incarnato bruno di quei colli superbi che Febo ha già amato e abbronzato di baci, amo le nuche simili a frutti maturi e pieni di puntolini purpurei, come beccate di allegri uccelletti; ma soprattutto amo quell’amdatura geniale, quella tacita musica del corpo, le membra che si muovono nei ritmi più dolci, membra esuberanti, flessuose, divinamente voluttuose, indolenti, poi all’improvviso eteree e sublimi, e sempre alquanto poetiche.”

Chi si riconosce in questi deliziosi complimenti?  Chi si sente Trentina Doc?

 Seppur nata a Merano io sono di sangue tosco-emiliano ( come l’Appennino). Ma mi sarebbe piaciuto moltissimo essere ammirata da Heinrich Heine in “cotal guisa”!

Questo libro è delizioso, vi sono dialoghi arguti con le persone incontrate, citazioni poetiche, non ultima i celeberrimi versi di Goethe  “Conosci tu il paese dove fioriscono i cedri” 

 (Beh, in tedesco suonano meglio!) (Aspetto la traduzione perfetta…da voi, così non la cerco)!

 

P.S. Foto di Stefania Neonato

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