DONNA ALLA FINESTRA, di Catherine Dunne
pubblicato da: admin - 21 Gennaio, 2011 @ 7:10 pm
“Tra un libro e l’altro” non riesco a stare lontana dalla tastiera perchè sento l’urgenza di scrivere di ciò che avviene intorno a me e al libro. Medito sulla scelta dei libri da leggere. Ne abbiamo già parlato a lungo: qualcosa ci attrae, ci convince, ci sembra “nostro”. Altri libri ci vengono prestati,quindi in un certo senso imposti, ma con lo scopo di provare a condividere le stesse impressioni o di confrontare dialetticamente i diversi punti di vista.
“Donna alla finestra” mi è stato prestato da un’amica che l’ha trovato bello. Io lo trovo “senza infamia e senza lode” nonostante avessi a suo tempo  apprezzato della stessa autrice “La metà di niente”, dove la metà di niente è la solita casalinga con bambini, abbandonata dal marito. Tutte noi donne, anche se non abbandonate e non affette da troppa “casalinghitudine” siamo sostenitrici delle mogli  sventurate o ingiustamente trattate.
Poi di Catherine Dunne, dublinese, ci piacciono le descrizioni accurate del quotidiano. Le tazze del tè o del caffè, il profumo del pane da toast, le immagini delle stanze della casa, delle tendine, di ciò che si vede attraverso la finestra della cucina.
“Donna alla finestra” è la traduzione di “Set in Stone“ che risulta  un po’ diverso dal titolo italiano. Le mie angliste mi aiutino: seduta, ferma come una pietra? Immobilizzata? Quindi anche “davanti alla finestra” ad osservare avrebbe un po’ lo stesso senso. Ma stone, pietra è più incisivo, inquietante. La protagonista Lynda, artista che lavora in casa, sta vivendo un altro periodo difficile, a causa non solo del figlio adolescente ribelle e aggressivo, ma per il ritorno dal passato dello scapestrato Danny, fratello di suo marito Robert, che già aveva più volte sconvolto la loro vita.
Se ne accorge proprio in una buia e precoce nattinata invernale quando, come al solito, si alza per guardare in solitudine e in pace il suo giardino “giapponese”, essenziale, lineare con una bellissima tartaruga di pietra, simbolo di tranquillità e fermezza.
C’è qualcosa che non va, leggeri spostamenti, cartacce anomale che invadono l’armonia da lei creata, e quella sensazione aggressiva di chi sa che nel momento in cui vuole essere perfettamente da solo è invece osservato, spiato. Brividi spiacevoli di invasione al suo Essere.
Capisco questa sensazione. Quante volte cerchiamo degli attimi in cui vogliamo stare veramente soli senza agganci con l’esterno nè visivi, nè uditivi? Talvolta solo il fatto di staccare i telefoni mi fa sentire leggera oppure , come si diceva con Camilla, quando si è in ascensore da soli. Chiusi, siamo noi stessi, non condizionati dagli sguardi degli altri. Se poi, come sta succedendo in questo giorni nel mio condominio, ad un ascensore è saltata la lampadina io ne approfitto e sendo e salgo al buio, per due minuti. Momento di estrema ricarica solitaria. Neppure il mio sguardo mi invade attraverso lo specchio.
Ma se ci fosse qualcuno appostato a sorvegliarmi ? E con malevolenza come nel caso della protagonista?  Terribile, una violenza. E’ ciò che capita a Lynda che si sente vulberabile e impotente.
Nel racconto talvolta un po’ prevedibile c’è parecchia suspence perchè il diabolico Danny che vuole vendicarsi progetta un piano perfetto, acnhe se un po’ troppo machiavellico, per vendicarsi del fratello più amato dai genitori e  più fortunato. Sua pedina, inconsapevole complice, sarà  proprio Ciarà n il figlio adolescente. Lo fa avvicinare da Jon un ragazzo misterioso che entra subdolamente a far parte della famiglia.
Intanto Dublino, La “Tigre celtica”, sta subendo violentemente i contraccolpi della crisi economica mondiale, per cui Robert e Lynda si trovano anche in grandi difficoltà finanziarie.
Ma cone uscire da una vicenda oscura, complicata, pericolosa?
Sarà Lynda, la donna, lare della famiglia che , come in tutti i romanzi della Dunne, riuscirà  prima con il suo intuito squisitamente femminile a capire e prevedere le mosse del “nemico”, , poi con la sua forza a prendere le decisioni risolutive.
Il momento di dèfaillance quando, come pietrificata, dalla finestra osserva il suo giardino distrutto e la sua tartaruga gettata in mezzo allo stagno, sarà il momento della svolta, della riscossa: la vittima non si farà schiacciare!
Anche nei romanzi non eccezionali c’è sempre una riflessione preponderante: qui c’è la solita consapevolezza della forza di molte donne che riescono a rimettere in sesto la propria vita e la propria famiglia.
Ma lo sappiamo da sempre…che il sesso debole è il più forte…non è vero?
TRA UN ATTO E L'ALTRO, di Virginia Woolf
pubblicato da: admin - 18 Gennaio, 2011 @ 8:21 pm
Scelta obbligatoria in questo ultimo giorno di “unlibroalgiorno“.
Primo perchè io amo , come avrete capito, Virginia Woolf e questo è il suo ultimo romanzo il più “poetico” dei suoi racconti per la  ricerca di una forma narrativa capace di esprimere fedelmente il proprio mondo di percezioni momentanee e mutevoli, ma anche perchè nella sua narrazione,che manca di una conclusione, si assiste a un compendio, a una coralità di avvenimenti…
“La vita” scriveva la Woolf nel 1919 “non è una serie di fanali simmetricamente disposti; ma un alone luminoso, un involucro semitrasparente che ci circonda dal principio alla fine della coscienza”
Secondo motivo per il quale ho scelto questo suo romanzo del 1941 è il titolo che vorrei parafrasare per introdurre la “nuova organizzazione” del Blog:
TRA UN LIBRO E L’ALTROÂ Â (Between the books)
Perchè tra la lettura di un libro e l’altro si dipanano le nostre emozioni, le nostre scoperte, “un alone luminoso” che ci unisce e ci distingue per consonanze e dissonanze, ma sempre per quall’amore per l’altra vita, quella scritta che si snoda parallela agli accadimenti quotidiani.
In “Betewwn the acts” assistiamo alla preparazione della Sfilata annuale per la celebrazione della storia britannica e tutto ciò che accade ai personaggi durante questa giornata particolare porta alla Sfilata, al compendio, all’insieme in divenire.
E’ un po’ quello che avviene  nei Circoli letterari, tra i gruppi di persone, nello stare insieme. Le nostre vite si incontrano, si “annusano”, si aggregano o disgregano ma portano tutte ad una forza centripeta che ci spinge a un  centro condiviso o a una forza centrifuga che ci può differenziare.
Rimaniamo ancorati alle affinità , all’amore per la Lettura, questa attività che ci strugge di emozioni, ci rafforza di consigli e d’identificazioni, che ci fa percepire che siamo vivi e palpitanti.
*Â *Â *
Ma come starò domani quando il primo pensiero non sarà “Di che libro parlerò oggi?” Sollevata, con un senso di libertà , ma nello stesso tempo con la sensazione di voltare nuovamente pagina e di sentire la mancanza di un saldo puntello.
E’ stata un’esperienza intensa, gratificante, grazie soprattutto ai riscontri di amici cari e persone lontane, è stato un incentivo alla disciplina, un “compito bello” che mi ha permesso di esternare finalmente l’urgente bisogno di parlare di libri, di ciò che la Lettura suscita in me e di scoprire ciò che suscita negli altri. Se dovessimo rileggere tutti i posts dell’anno potremmo rintracciare oltre ai titoli nuovi, classici, originali, anche le sfumature della vita di ciascuno di noi.
“Tra un libro e l’altro” ci siamo noi, che determiniamo l’esistenza a tutto tondo di una storia reale o immaginaria.
Devo ringraziare con tutto il cuore i cari commentatori da Riccardo (il grande Collaboratore)  a Camilla “la pioniera esploratrice” della nuova narrativa, , da Raffaella a mia figlia Stefania, Enza, Maria Teresa, Miky da Roma, Cinzia e il nostro giovane Luigi e tutti gli altri altri che ogni giorno hanno letto per avere compagnia e consigli di lettura.
Ma!
Non è finita! Tutto per il monento rimane uguale. Il nostro Andrea Bianchi, il creatore del Blog, non ha deciso nulla di organizzativo, per cui l’indirizzo è lo stesso, il sottotitolo, dovremo ricordarlo, è “Tra un libro e l’altro“ e la scadenza sarà grosso modo settimanale, bisettimanale?
Sotto ogni nuovo post ci sarà sempre lo spazio per commenti che non dovranno essere necessariamente legati al libro presentato, anzi. Aspetto le vostre letture, i nuovi titoli, i suggerimenti, le impressioni, al fine che questo Blog risulti ancora una “tavolozza di colori variopinti”. “Between the books“
* * *
Se qualcuno desidera consultare l’archivio annuale sa come fare: basta mettere il nome dell’autore o il titolo del libro ed uscirà il post. Oppure cercare i titoli di un qualsiasi mese passato.
 Sono andata a rileggere “Memorie di una lettrice notturna” di Elisabetta Rasy, il mio primo post del 19 gennaio 2010 e credo proprio che il mio atteggiamento verso i libri sia rimasto uguale :
“Leggere, leggere, leggere e poi scrivere come un travaso naturale di un atto in un altro”
BUONA LETTURA !
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DANIEL STEIN TRADUTTORE, di Ludmila Ulitskaya
pubblicato da: admin - 17 Gennaio, 2011 @ 8:25 pm
In questi due ultimi giorni del mio anno “unlibroalgiorno” desidero parlare di due libri particolari. Quello di oggi, da leggere assolutamente da tutti – io devo ancora finirlo – perchè è un’opera immensa, grande che tocca la nostra sensibilità più ferita, e un altro che darà un po’ la linea della continuazione del nostro Blog.
Oggi vi presento sommariamente le quasi 600 pagine di Ludmila Ulitskaya, nata nel 1943, nella regione degli Urali. Vincitrice di numerosi premi letterari viene vista dalla critica come la continuatrice della grande tradizione letteraria russa.
Mi sono appena addentrata in questo monumentale arazzo di voci, lettere, registrazioni, stralci di stampa, impressioni che  ricordano la figura di  Oswald Rufeisen, un ebreo polcco che riuscì a far fuggire 300 persone dal ghetto di Mir in Bielorussia. E che poi si convertì al cattolicesimo, diventerà frate carmelitano per poi trasferirsi in Israele dove ad Haifa fonderà una comunità cristiana ispirata alla primissima chiesa, “la chiesa di Giacomo”, e dove tenterà una sintesi  di ebraismo e cristianesimo.
Inviso aigli Ebrei e  ai Cristiani quest’uomo puro, coraggioso, che grazie alla sua conoscenza del tedesco e del polacco venne impiegato come traduttore dalla Gestapo – e proprio per questo riuscì a conoscere in anticipo le nefandezze naziste – è chiamato traduttore non solo per le sue competenze  linguistiche ma per la capacità di mettere in comunicazione gli uomini e le culture.
E’ un uomo “giusto” uno di quegli uomini che in qualsiasi cultura o luogo della terra ci danno il senso e la speranza nella vita.
Consiglio a tutti di cercare le recensioni e la biografia dell’autrice su Internet ( Riccardo ha ragione, occorre conoscere la storia di chi scrive per gustare appieno un libro).
Da parte mia posso solo dire che addentrarmi in questo mondo è arricchente e magnifico, non solo per la storia, ma per il modo in cui la Ulitskaya ce la presenta. Lavoro enorme il suo, quello di raccogliere testimonianze, interviste, diari, articoli di tante persone che si snodano nel tempo e nello spazio. Da Ewa Manoukian che vive a Boston negli anni Ottanta allo stesso Daniel (Oswald) che scrive dall’Italia o da Israele. E tantissimi altri personaggi con la loro storia che si intreccia alla  vicenda di quest’uomo  eccezionale.
Io ho sempre amato la letteratura ebraica per curiosità ed empatia;  credo che tutti ci siamo sentiti aggrediti dopo la inaudita ferita della Shoa. In fondo al cuore siamo rimasti un po’ ebrei.
Ricordo quando arrivai a Londra per trascorrervi un anno come ragazza alla pari presso una deliziosa famiglia di cui conoscevo ancora poco e venni prelevata alla stazione dal capofamiglia il quale un po’ titubante, mentre mi mostrava Hyde Park,  mi disse che lui e i suoi familiari  erano Jewish.
 Sul momento mi sembrava parlasse di succo di frutta, poi finalmente capii. Ne fui felicissima. Quante cose avrei imparato da vicino sulla vita degli Ebrei dopo la lettura di tutti i romanzi di Singer! Ed infatti fu così.
Per conoscere a fondo la vita e  gli altri, quanti libri dobbiamo leggere, quante persone dovremmo ascolatre, quanta attenzione vera dovremmo porre a tutto ciò che ci arriva tra le mani, sotto gli occhi, nel cuore.
IL VIAGGIATORE NOTTURNO, di Maurizio Maggiani
pubblicato da: admin - 16 Gennaio, 2011 @ 7:55 pmÂ
Oggi la parola a Riccardo che con entusiasmo trascinante ci presenta un libro letto da poco…e che alla fine ci fa anche  …delle proposte!Â
2005, I Narratori Feltrinelli
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Di Maggiani avevo già letto e “postato†“La regina disadorna†(luglio 2010). Leggetelo, vi suggerisco, respirate i profumi dello zafferano nei carrugi della vecchia Genova … Nel frattempo, cioè ora, dopo i Viaggi di Tabucchi, mi sono rimesso in viaggio …, sì, proprio con Maurizio.
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Ma è lui stesso lo specialista di migrazioni animali che siede sulla vetta di una collina rocciosa nel cuore del deserto sahariano per studiare il passaggio delle rondini?
E’ lui stesso che segue ed insegue gli orsi della Carnia o che vive le ultime tragiche fasi della guerra in Bosnia?
E’ lui stesso, l’Autore, che studia il mescolarsi dei sentimenti e della sensibilità di popoli così diversi fra loro?
Chi mai sarà , oggi, la reincarnazione di quell’antico principe, ucciso dai suoi stessi servi che egli stava incitando a rivendicare i propri diritti, laddove essi erano gelosi della “loro†rivoluzione sociale?
A cosa o a chi sta pensando l’Autore quando ci dice che l’unica cosa che non ha prezzo è la bellezza?
Anche noi abbiamo, come lui, un amico vero, una persona che, ascoltandoti, “impedisca che le tue parole vaghino nella notte senza che nessuno le ascolti�
Siamo d’accordo con lui che “non tutto ciò che esiste è reale, ma che è reale solo ciò che resta?â€
Opere, scritti, libri .. e che dire di quel popolo che “non ha lasciato niente perché non aveva niente … aveva solo libri …â€
La Bosnia, la guerra in Bosnia … io ho vissuto personalmente solo in piccola parte l’immediato dopo guerra … cataste di legname lungo i viali non più tali, viali spogliati degli alberi per scaldare le case … case con una parete in muratura e l’altra in cellophane … stufe alimentate con antichi mobili il noce, eredità di generazioni …
Comunicazioni inesistenti, fra popoli che sono stati condotti (da chi e perché, mi domando!) a non comunicare fra di loro …
Una lettera … il protagonista ne riceve una, una di quelle “anticheâ€, di una volta … cioè di carta. Oggi, con i nostri e-mail (rectius, p-el, posta elettronica) spesso nemmeno da stampare e con i nostri telefonini, abbiamo ucciso il piacere di accarezzare le notizie. Ma … “nella carta le parole di verità durano in eterno, nel telefono si dissolvono nell’aria , fatue come il nitrito di un cavalloâ€â€¦
L’amore mercenario con la berbera Jasmina, e l’amore quasi petrarchesco (o “ dantescoâ€, ma il termine “dantesco†rievoca in me l’inferno più che il Paradiso e quindi preferisco citare Laura piuttosto che Beatrice. E poi Laura è più umana. Cosa me ne faccio di una Beatrice, in Paradiso?), l’amore – dicevo – per una donna ideale, ferita dalla guerra, raccolta, curata, e idealmente amata …
Per fortuna che esistono i puntini … (questi qui: “…â€) che mi danno un grosso aiuto in questo mio scrivere …
Maggiani scrive “una storia orale che migra di bocca in bocca, come un racconto narrato intorno al fuoco†(questa, come testimoniano le virgolette (“â€) non è mia).
Infatti, pare di leggere questo libro di notte, sotto il cielo stellato del deserto è in una radura della Bosnia, alla luce del fuoco, sorseggiando un tè … quasi per cercare di raccogliere le forze necessarie a seppellire, l’indomani, 70 ragazzi dilaniati da una bomba razzo, lanciata così, sul finire della guerra, tanto per smaltire le ultime munizioni …, o per tranquillizzarsi, tanto quei banditi non si sono spinti sino a qui, e poi non aggrediscono i Tuareg, ma solo i turisti … vabbè, allora …
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Ma come si fa, dico io, a capire un libro ed un autore senza conoscere l’Autore? Solo oggi, alla tenera età di 67 anni, capisco appieno l’importanza di studiare la vita di ciascun autore, prima di leggerne le opere. Cari professori del Liceo Classico Andrea Doria di Genova, avevate ragione …
Maggiani, chi era costui? Direbbe quel tale Alessandro …
Ed allora una proposta per Mirna: d’ora in poi, possiamo cercare di integrare i nostri post con uno studio su ciascun Autore? Sulla sua vita, la sua formazione, la sua motivazione? Cioè, leggere e cercare di capire non più soprattutto il Libro, ma prima soprattutto l’Autore? Cerco di spiegarmi meglio. Invece che intitolare il post con il titolo del libro, intitolarlo con il nome dell’Autore e poi, di conseguenza, parlare di qualche sua opera. Lo so, sto scoprendo l’acqua calda, la mia sarebbe solo un’innovazione formale ma dietro vi è il tentativo di un neopensionato da una vita prigioniero delle SpA e della finanza, di un “neofita della cultura†di vivere più consapevolmente questa nuova meravigliosa fase della sua vita di neo nonno di Sara.
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Riccardo Lucatti
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IL CIRCOLO PICKWICK, di Charles Dickens
pubblicato da: admin - 15 Gennaio, 2011 @ 7:32 pm
Non è facile in questi ultimi giorni di sfida di “unlibroalgiorno” trovare nuovi spunti di lettura perchè sono troppo  piacevolmente presa da incontri, concerti, films. Paradossalmente leggo un po’ meno proprio perchè il tempo di scrivere di Lettura mi toglie dalla mia attività preferita. E come dice giustamente Camilla si dovrebbe parlare della nuova narrativa, dei nuovi scrittori, di idee fresche.
Ho già pronto un libro nuovo ed  interessante di una scritrice russa chepotrò leggere appena  avrò più tempo.
Ma stamattina  che gradevole incontro nel bar al primo piano - quello che sembra un po’ futurista, un po’ circolo privilegiato e che guarda la piazza anni’30 – nella gloria di “un quasi disteso mezzogiorno!”
La cornice:  piccoli gelsomini bianchi sul davanzale, le rose colorate che Riccardo ci ha offerto e quelle di Alì che come un affezionato segugio appare sempre dove c’è Camilla riempiendola di altre rose.Â
(Cara Miki, saresti dovuta essere anche tu con noi nel luminoso caffè trentino!)
Cito solamente per dovere  il libro di Charles Dickens conosciuto da tutti perchè mi è venuto alla mente mentre Camilla, Maria Teresa, Riccardo ed io  parlavamo sì di Lettura, ma soprattutto di ciò che essa significa e cioè di Viaggi nell’anima e di Vita che scorre intorno a noi.
Anche il signor Pickwick fa sempre un resoconto dei viaggi che compie con i suoi amici tracciando così una mappa dell’Inghilterra del suo tempo. Lui e i suoi soci sono un po’ scombinati , ma risultano attenti ed acuti osservatori degli altri e del mondo circostante. Del Club fanno parte poeti, sportivi, donnaioli, golosi, (poche donne in verità !), ma tutti con gli occhiali rosa del senso dell’umorismo.
Io ho sempre adorato i Circoli Letterari, Culturali, Club segreti che dir si voglia.
Da quindicenne (sono sempre stata un po’ “ritardata”, pensavo a giocare e non ai “morosi” come avrebbe tanto desiderato mia nonna Bianca) avevo creato un Circolo segreto chiamato appunto  Pickwick –  ma mi rifacevo più a quello di “Piccole Donne” . Ne facevano parte mio fratello minore e un ragazzino obeso e balbuziente, G.B., che si era preso una cotta per me. Io ero la più grande, quindi ero  la “capa”, il mio nome in codice  era Hirondelle, quello di G.B. che divenne poi - persa la balbuzie e la ciccia-  un ottimo e affascinante giornalista, era “Tiger”… Ci riunivamo nella soffitta e ci scambiavamo bigliettini con commenti sui libri letti o sulle raccolte di figurine.
Ebbene, stamani,  tra caffè e rose, baciati dal sole, noi quattro Lettori e amici ci siamo scambiati i nostri pensieri e i nostri sorrisi in un improvvisato Circolo di consonanze. Â
Dai libri agli astrolabi, da Banville a “Eva dorme”, dall’amicizia spontanea alle nostre “maschere e mascherine”, molti nostri pensieri,  in un tempo chiaro e ilare sono  stati scambiati con simpatia e attenzione.
L’attenzione, ha ribadito Camilla, è quel certo ingrediente cha fa lievitare un rapporto, lo fa diventare gustoso e speciale. Ma sono certa che di questo piccolo circolo mattutino improvvisato racconteranno qualcosa anche gli altri soci…
Io cerco di concludere la mia scommessa  e poi lascerò aperta – senza orari –  la “finestra-blog” per conoscere e condividere le  suggestioni e le emozioni che un Libro dona sempre.
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P.S. La foto ad hoc mi arriva da Enza.
BIGLIETTI DEL MATTINO, di Guido Piovene
pubblicato da: admin - 14 Gennaio, 2011 @ 9:01 pm
Nella nostra bella e fornita Biblioteca di Trento trovo un libretto particolare. Guardo di che cosa si tratta e mi interessa il fatto che ci siano articoli per il quotidiano “L’Ambrosiano” pubblicati negli anni ’30.Â
Ho letto poco e  nulla di Piovene, poi capisco perchè. Per ora sono intrigata dal fatto che questi commenti siano sotto forma di lettere indirizzate  a una immaginaria signora di Amburgo nelle quali Piovene dà notizie per lo più sarcastiche degli ambienti culturali milanesi, parla dei  libri letti, degli amici o dei circoli letterari frequentati come il caffè “Theobroma”.
Mi ricordo alcune sue foto prima della sua morte nel 1974:  un signore dalla faccia larga e dai baffi come portava mio padre. A me conosciuto soprattutto per il romanzo “Confessioni di una novizia” e per “Viaggio in Italia .
Purtoppo rammento che scrisse un libello antisemita che gli costò l’amicizia con Colorni.  Sebbene sembra che partecipò alle ultime fasi della  lotta partigiana, mi rimane un po’ di perplessità nei suoi riguardi. E’ il solito discorso: possiamo scindere  lo scrittore dalla persona? Ma nella mia Antologia non c’è nessun accenno alle sue simpatie politiche. E forse è giusto così. Occorre conoscere, criticare soltanto lo scrittore, l’artista?
Comunque questi “Biglietti del mattino” sono deliziosi e scritti in una prosa limpida e scorrevole.
Ce li presenta Enzo Bettiza che riconosce nel giovanissimo irriverente Piovene, fresco di intensi studi filosofici un enfant terrible . I suoi “mattinali di servizio” sono ironici, umorali, spesso maldicenti. Il suo innato talento lo fa sentire sicuro di sè, lo fa diventare briosamente supponente. Si sente in cattedra, appoggiato da “L’Ambrosiano” per cui si permette critiche velenose anche verso i grandi scrittori dell’inizio del Novecento.
La destinataria delle sue lettere è un’ipotetica Edwige Salomon alla quale si rivolge dapprima con reverenza per poi giungere ad una più intima conoscenza
“ Gentile Signora, le piacciono le poesie? Sebbene io non scriva versi che per ischerzo, ed abbia sempre il vago sospetto che le poesie nascano per un capriccio del tipografo, che si diverte a tagliar gli scritti a fettoline, onoro i versi e brevi e lunghi, e chiari ed oscuri, con lo stesso ossequio con cui Don Giovanni onora le donne di tutta la specie.”
E poi giù a criticare la poesia ermetica di Ungaretti ” E infatti, Edvige, apro ora l’ultimo numero dell’Italia Letteraria, ed in coda d’una poesia d’Ungaretti tutta ombra e veli e chiaroscuri leonardeschi, tra cui il povero critico suda a scorgere un corpo, leggo questa invocazione alla morte ” Della grandezza umana / Atleta senza sonno…/…Valeva la pena destreggiarsi fra tante raffinatissime ombre o, com’essi dicono, frasi “squisitamente allusive”, per poi concretandosi uscire al sole con una simile statua di gesso? No, no, Edvige: retorica vale retorica: e finchè retori saremo, vedremo sempre fra tante madreperlacee evanescenze e acquatili sfumature riflettersi l’ombra dell’Arco di Genova dell’architetto Piacentini…”
Ah, potenza della gioventù talentuosa e presuntuosa! Enfant terrible! A onor del vero poi Guido Piovene riconoscerà la grandezza di tanti artisti criticati negativamente in questi suoi “biglietti”.
Ma il Guido Piovene da leggere o rileggere è senz’altro quello de “Il viaggio in Italia“ che non è soltanto una raccolta di impressioni di viaggio, ma una sorta di itinerario spirituale tradotto in una limpidissima e ammirevole prosa.
Ricopio da “La parte più dolce del Veneto”
“Questa piccola parte della terra è per me veramente il grembo materno. Trascorrevo le notti su quel pezzo di strada negli anni in cui la solitudine era ancora un piacere. Il mio pensiero era la luna, splendente, rara come non l’ho più vista dopo; balzavo, volavo con essa; candida quand’era in alto; o verdastra, rossastra, quando tramontava sul piano. Mi pareva allora di avere sotto di me gli spazi eterei, un baratro vorticoso che mi trascinava seco di là dall’orizzonte con quella faccia rilucente. Era un farnetico lunare che mi ritorna come in sogno.”
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DONNA, MASCHERE E OMBRE, sempre sull'identità femminile
pubblicato da: admin - 13 Gennaio, 2011 @ 9:41 pm
Mi perdonino i miei pochi lettori maschi se rimango nel luogo della femminilità perchè ritengo questo luogo, rimasto per millenni in Ombra, il luogo delle più grandi battaglie. E soprattutto il Luogo della procreazione, sia in potenza che in atto.
Ieri sera ho terminato il libro del danese Grondhal, uno scrittore che si è calato nel labirinto tortuoso dell’animo femminile. Virginia Woolf prende ad esempio suo padre per  descrivere la differenza intellettuale tra uomo e donna. Se suo padre ragionava abilmente, da grande accademico, partendo dalla A e finendo alla Z, sua madre, vorticava a spirale toccando però molti  punti sconosciuti e inaspettati.
Il libro che si ricollega a quello di ieri è un testo d psicologia, della mia docente Jole Baldaro Verde. Parla della “ontogenesi dell’identità femminile“. Ricordo ancora quando sostenni a Genova, in via Balbi, questo esame. (Come forse ricorderete io mi sono laureata da “grande” appena superati i quaranta.)
“Donna, maschere e ombre” e il “Manuale di Psicologia generale” mi avevano avvinto. Ero preparatissima. Ma avevo appena perso mia madre, da pochi mesi. Ero distrutta. Per il giorno dell’esame avevo indossato una sua maglietta bianca a pois neri, la sua preferita.  Ero sconvolta e orfana.  Parlare di relazioni familiari, di linee femminili, di fasi orali, edipiche, ecc. mi agitò. Non riuscivo ad esprimermi con chiarezza tanto il mio dolore si intrecciava con ciò che avevo assimilato. Il nucleo centrale del testo era “la nostra identità femminle ci è data dalla madre.”
Iole Baldaro Verde che a quel tempo aveva l’età di mia madre quando morì, circa 63 anni, era una bella signora morbida, vestita di turchese e con dei grandi orecchini in tinta. Ricordo che pensai che a Genova ci si dovesse vestire così,  con i colori del mare.
Parlai, parlai in modo confuso, volevo dire tutto dell’esame e tutto di mia madre.  L’assistente propose un voto basso, ma lei lo guardò severa: “ No, si merita  un 29”
Donne. Madri. Procreatrici non solo di figli ma di progetti di vita.
“Gli uomini devono avere sempre invidiato la capacità procreativa della donna; nel mito più arcaico la creatrice dell’Universo era la Grande Madre. Gli uomini, appena è stato possibile, hanno messo un dio al posto di una dea, e come se non bastasse hanno reso “madre” Zeus facendo nascere Atena, adulta e armata dalla sua testa.”
Ora anche le donne si sono appropriate dell’umano ingegno per cui la creatività culturale, un libro, un progetto di vita, è un figlio che nasce dalla testa..
“Purtroppo questo sganciamento dalla biologia penso sia il moderno peccato di Eva.” conclude la Baldaro Verde nella introduzione.
E proprio stamattina nel delizioso incontro con due care amiche ho ricevuto in prestito il libro “Eva dorme” e si è parlato delle nostre “maschere”. Tutti ci mascheriamo, Pirandello ce lo ha ribadito bene, ma chi lo fa di  più, chi meno. Chi si maschera di più?
Uomini? Donne?
“Userò il termine maschera per designare il vestito che, una volta indossato, costringerà l’individuo a mettere in atto comportamenti a ruoli definiti….La donna, assai più dell’uomo, è stata ed è ancora costretta dalla cultura in cui vive a recitare rigidamente il ruolo che le viene assegnato, soprattutto quello di madre, signora della vita, dispensatrice di sicurezza.”
Argomento intrigante, come  possiamo entrare in “contatto” con gli altri se indossiamo maschere? Tutto dipende dalla loro pesantezza. Se la maschera è leggera e ridente come forse quella di Arlecchino si potrà stare bene iniseme, se la maschera è di ghisa o troppo ornata di sovrastrutture non si aprirà il “canale privilegiato” della comunicazione.  Credo che il giusto equilibrio stia nella sincerità  verso gli altri, ma soprattutto verso noi stessi accettandoci come siamo, non per forza primi della classe, ma  con le nostre luci e le nostre  ombre.
Il bellissimo libro della Baldaro Verde analizza tutte le età della vita di una donna per arrivare alla mezza età , l’età della saggezza. Ma la stiamo veramente raggiungendo? A me piacerebbe. Vorrei che la stagione della saggezza fosse un tempo quieto, di olimpica serenità  alla Goethe, senza turbamenti…ma non sempre è così.
Scrive sempre Grondahl “Non c’è saggezza nel diventare vecchi, ma c’è l’autorevolezza dell’irreparabilità “.
Allora mi ricordo una frase della Yourcenar quando vecchia, molto vecchia si rese conto di quanta inutile sofferenza fosse stato il tumulto di certi periodi della sua vita,  dato che poi si giunge allo stesso punto di distacco.
QUATTRO GIORNI DI MARZO, e un universo femminile
pubblicato da: admin - 12 Gennaio, 2011 @ 8:43 pm
Scelgo di getto questo romanzo. Capisco che si tratta di una storia di donne, d’amore, di madri, di figli. Un mondo femminile messo a nudo. Uno dei miei generi preferiti.
Poi scopro che è stato scritto da un uomo: Jens Christian Grondahl, un danese nato nel 1959. Riuscirà ad entrare nelle pieghe dell’animo femminile?
Direi di sì. La lettura è avvincente, l’analisi che Grondhal fa di una “malsana” linea femminile è profonda e acuta. E’ il ruolo materno che marchia a fuoco, segnandone gli avvenimenti, le tre donne della stessa famiglia.
C’è Ada la “dominatrice” matriarca, scrittrice di una breve stagione di successi letterari, che vive aggrappata al ricordo di un tè bevuto con Karen Blixen, e  che è stata madre arida e lontana di Berthe, fragile e impacciata madre di Ingrid, la protagonista.
E’ seguendo quattro giorni intensi e decisivi di Ingrid - bella quarantottenne architetto,  divorziata, con un figlio adolescente, un amante – che anche noi Lettori ci chiederemo quali sono i punti centrali di una vita? E che cosa intendiamo per “punti centrali”?
La risposta ovvia ( o giusta?) per molte donne  è  il matrimonio, la maternità . Oppure?
Ingrid in questo pellegrinaggio a ritroso nella sua vita ritiene siano quelli dell’infanzia alcuni punti centrali  anche se riconosce come momenti topici, fondamentali la nascita di suo figlio Jonas “Finalmente l’amore si era manifestato come qualcosa di diverso dal desiderio, e c’era un vuoto nello stomaco, una gravità tranquilla e fiduciosa nel dover far nascere quel bambino e averlo voluto lei stessa.”
 E l’incontro con Frank, il suo amante per il quale otto anni prima ha abbandonato marito e figlio.
E’ con Frank, l’uomo più vecchio di lei di molti anni che lei sente di essere veramente se stessa. Solo nel suo sguardo riesce ad ancorare il suo. Riescono a guardarsi veramente nel profondo. “Vedere l’altro che vede chi e che cosa siamo.”
Ingrid giovedì si trova lontano da Copenhagen per lavoro quando riceve una telefonata dall’ex suocero che l’avvisa che il figlio è stato sorpreso dalla polizia  a picchiare insieme ad altri un ragazzo straniero. Â
 Parte immediatamente perdendo il prezioso orecchino di perle, primo regalo di Frank. (Un segno del destino?)
Il viaggio notturno diventa una feroce introspezione della sua vita, dei suoi errori, delle sue scelte. Soprattutto del suo senso di colpa verso Jonas “abbandonato” per una sua esigenza di onestà .
 Ma è quasi una “coazione a ripetere” essere una “cattiva” madre come Berthe, come Ada. “Pensa alle donne di famiglia. Lo schema che a ogni costo aveva cercato di evitare, spezzare, dal quale ha sempre voluto liberarsi. Poteva fuggire in capo al mondo, sarebbe rimasta la figlia di qualcuno.”
Perchè si è innamorata di Frank? Per la ricerca di quel padre lontano, freddo e  che ad un certo punto lei inizierà a chiamare per nome e cognome, Norman Dreyer, e non più papà ?
Negli altri tre giorni di marzo tutto di allinea e si sfalda…ma non so come finirà . Anche l’amore con Frank è a una svolta.
Mi mancano settanta pagine che mi gusterò stasera a letto, ma non riesco a prevedere se la fine sarà tragica, serena o ineluttabile.
So che Ingrid Dreyer diventerà un altro personaggio familiare del mio mondo letterario.
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LA VITA COMINCIA A MEZZANOTTE, di M.L.Linares
pubblicato da: admin - 11 Gennaio, 2011 @ 8:20 pm
 Scommetto che nessuna di voi conosce Maria Luisa Linares, scrittrice spagnola, famosa per le sue storie romantiche pubblicate dagli anni’40 agli anni ’70. Io possiedo due suoi libretti, praticamente a pezzi, tanto che credo che una parte di pagine sia qui ed un’altra parte a Borzonasca.
Le sue storie che si possono definire “rosa” perchè parlano d’amore e di avventura - ma senza alcuna connotazione erotica perchè al tempo proibita dalla censura - hanno un quid delizioso, quello dell’umorismo. Ed ancora la descrizione lieta e vivace della vita delle grandi città spagnole: Siviglia, Granada e soprattutto Madrid.
Credo di essere rimasta molto influenzata dalle sue storie tanto che quando mi trovai ad Haro, nella Rioja, ospite per un mese di un’amica conosciuta a Londra, tanto feci e insistetti che la convinsi  ad andare a Madrid. Rigorosamente in autostop.
Avevo in mente le avventure di Silvia Heredia, la protagonista de La vida empiesa a medianoche. Vittima di equivoci esilaranti per cui viene creduta una cacciatrice di dote, la giovane si ritrova nella Madrid notturna tra ristoranti, bar e teatri, a vivere avvenimenti inaspettati e divertenti – tutto in una notte –  ma con un finale romantico. I personaggi sono caratterizzati pienamente e l’allegria contagiosa di Madrid e degli spagnoli è descritta in modo ammaliante.
LA BALLATA DEL VECCHIO MARINAIO di Coleridge
pubblicato da: admin - 10 Gennaio, 2011 @ 9:55 pm
Dopo aver letto  delle ossessioni di capitan Achab raccontateci da Melville in Moby Dick - questo simbolo del Fato contro il quale l’Uomo vuole combattere caparbiamente - occorre ricordare ancora un’altra sublime opera sul rapporto Uomo- Mare. O meglio Uomo-Natura.
 Questa volta si tratta di una Ballata di Samuel Taylor Coleridge.
The Rime of the Ancient Mariner appare nelle Lyrical ballads nel 1816, ma poi Coleridge lo rivede per eliminare l’ortografia rozzamente antiquata e per apportarvi dei miglioramenti.
Si tratta di un incantato componimento di avventure simboliche narrate da un antico marinaio che sembra un Caino o un Ebreo errante, secondo alcuni critici. Il marinaio si rivolge a un invitato a nozze e gli impedisce di recarsi alla festa, raccontandogli questa storia arcana ed avvincente.
Stanno salpando verso il  mare aperto, una nave lascia il porto “gaiamente” “sotto la punta del faro” “Below the lighthouse top“.
Ma improvvisamente gli avvenimenti si fanno strani: sorge una bufera a raffiche che inclina gli alberi, sommerge la prua. Cade pioggia mista a neve e ad un tratto “crebbe un portentoso gelo: e ghiaccio a altezza d’albero venne galleggiando, verde come smeraldo” “As green as emerald”.
In questa atmosfera fredda e gelata, dove il ghiaccio è triste e bello, respinto e desiderato appare l’Albatro, uccello di buon augurio che segue la nave.
Albatro, natura amica, creatura di Dio.
Ma che fa il vecchio marinaio? Con un gesto gratuito uccide l’albatro con la balestra. L’uccisione inutile dell’uccello rappresenta dunque la Crisi. La violenza gratuita vìola una profonda santità naturale.
“God save thee, ancient Mariner!”
Ma la maledizione arriva repentina. E le descrizioni che Coleridge fa di ciò che avviene rimane per sempre nell’immaginario del lettore.
Cade il vento, “giorno via giorno, giorno via giorno, restammo lì senz’alito nè moto, / immobile la nave come dipinta nave / su un oceano dipinto:”
Che sensazione di angoscia, di prigionia, di  impotenza terrificante.
“Acqua acqua ovunque -eppure non una goccia da bere“
“Il mare stesso imputridiva …sì, limacciosi oggetti con le zampe strisciavano / sul limaccioso mare“
Queste immagini, mentre studiavo questa Ballata per un esame di Letteratura inglese ,mi pietrificavano, ancor oggi se vedo il mare piatto, foschioso, sento giungere alla mente le immagini della vita che sembra fermarsi in modo malevolo.
Non solo la Natura, ma anche i compagni, morti di sete e di paura lanciano maledizioni al vecchio marinaio.
Infine appre una vela. La salvezza?
No, orrore dopo orrore. E’ una nave fantasma, il cui equipaggio consiste soltanto della “donna -spettro” e del suo compagno Morte che giocano ai dadi l’equipaggio.
Soltanto il vecchio marinaio sopravvive, solo, disperato, per sette giorni e sette notti finchè la luna sale nel cielo stellato  e una luce di calma pietosa illumina la nave.
Dalla sua solitudine e prigionia finalmente egli riesce a pregare, e l’albatro, che gli era stato appeso al collo come una croce, si stacca e cade “come piombo nel mare“
La maledizione per il momento è sollevata in seguito al riconoscimento della bellezza del cielo notturno pieno di stelle e persino dei serpenti d’acqua che circondano la nave. Il marinaio ha riconosciuto il “principio unitario della creazione” e così ha rimediato all’uccisione dell’albatro.
Riprende a piovere, gli spiriri dei marinai morti lo aiutano a ritrovare la rotta.
La maledizone non è cancellata  completamente per il marinaio che dovrà a viaggiare di terra in terra, narrare la sua storia e indicarne la morale.
Versi di quasi duecento anni fa, vividi, visionari, ma avvincenti tanto da essere incancellabili per il Lettore.
“La ballata del vecchio marinaio” è uno dei capolavori della letteratura romantica e come suggerisce Ginevra Bompiani, curatrice della stupenda traduzione di Mario Luzi “la ballata è la storia di una vocazione poetica: il marinaio sperimenta la morte nel corpo dei marinai, nel corpo della nave e del proprio; la sperimenta nelle membra, nell’anima e nello spirito; e tuttavia rimane vivo, perchè come ogni vero poeta è destinato ad attraversare la morte da vivo.”
Ah, poesia, lettura, immaginazione! Che compagni stupendi della nostra Vita!


















